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Salute mentale, PANSM accolto positivamente. E ora avanti con le riforme

La salute è una sola, e la salute mentale è parte integrante della salute globale: il nuovo Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025‑2030 (PANSM) nasce proprio da questa prospettiva. Dopo anni di attese e rinvii, a fine 2025 il Piano è stato approvato dalla Conferenza Unificata, segnando un cambio di passo significativo.

Tra le novità principali: un quadro nazionale unitario, il rafforzamento del ruolo pubblico dei Dipartimenti di Salute Mentale, l’integrazione concreta tra ospedale e territorio, percorsi strutturati per i pazienti autori di reato e risorse economiche specifiche per sostenere i servizi.

Il PANSM rafforza l’integrazione ospedale-territorio e i percorsi di cura personalizzati

Le risorse sono già stanziate: la legge di bilancio 2026 prevede 80 milioni di euro per il 2026, 85 milioni per il 2027 e 90 milioni per il 2028, destinati alle azioni di prevenzione, diagnosi, cura e assistenza indicate nel Piano. A questi si aggiungono 30 milioni annui per l’assunzione di personale sanitario e sociosanitario, con l’obiettivo di rafforzare la presenza sul territorio e sostenere concretamente i servizi di salute mentale.

Positive le reazioni delle categorie professionali coinvolte nell’attuazione del PANSM

Guido Di Sciascio

Spiega Guido Di Sciascio, Presidente SIP (Società Italiana di Psichiatria) a TrendSanità: «Accogliamo con favore l’approvazione del PANSM  2025–2030. È un passaggio atteso e significativo, che consente finalmente al nostro Paese di dotarsi di un quadro strategico aggiornato e condiviso dopo oltre un decennio. Il Piano offre una visione unitaria e moderna dell’assistenza, riconosce la salute mentale come componente essenziale della salute globale e pone le basi per rafforzare l’integrazione tra servizi e garantire percorsi di cura più continui, equi e centrati sulla persona».  

Non mancano però le criticità. «La vera sfida, ora, è l’attuazione – chiarisce Di Sciascio – Il Piano potrà colmare ritardi storici solo a condizione che venga applicato in modo coerente e omogeneo su tutto il territorio nazionale. Il rischio, come spesso accaduto in passato, è che indicazioni programmatiche condivise restino disomogenee nella loro traduzione pratica. Per questo è fondamentale rafforzare i servizi e sostenere il lavoro quotidiano dei professionisti, affinché i principi enunciati possano diventare cambiamenti concreti e misurabili».  

Il PANSM introduce per la prima volta uno stanziamento dedicato e strutturato alla salute mentale

Le risorse economiche per sostenere i progetti del PANSM sono un aspetto fondamentale per il loro successo. Commenta Di Sciascio: «Il PANSM introduce per la prima volta uno stanziamento dedicato e strutturato alla salute mentale: parliamo di 260 milioni di euro in tre anni, un fatto senza precedenti nella storia recente del nostro Paese. Non era mai accaduto che la salute mentale trovasse una collocazione così esplicita all’interno della legge di bilancio, e questo rappresenta un segnale politico e istituzionale di grande rilevanza. Detto questo, le risorse previste costituiscono un primo passo importante, ma non possono da sole colmare il divario accumulato in oltre vent’anni di progressivo impoverimento dei servizi. Per rafforzare davvero il servizio pubblico sarà fondamentale che questi finanziamenti si traducano in interventi concreti su personale, organizzazione e rete dei servizi, e che l’impegno economico venga reso stabile e coerente con gli obiettivi indicati dal Piano».

Ed è quindi ora di mettersi al lavoro. Quello che è urgente fare è chiaro. «Presa in carico precoce, attenzione ai bisogni delle giovani generazioni e personalizzazione degli interventi – spiega Di Sciascio – Centrale è il ruolo dei Dipartimenti di Salute Mentale come perno di una rete integrata sanitaria e sociale. Come Società Scientifica siamo pronti a sostenere questo percorso, mettendo a disposizione competenze cliniche, formative e di ricerca, affinché il Piano possa tradursi in un miglioramento reale della qualità delle cure e della tutela dei diritti delle persone con disturbi mentali e delle loro famiglie».

Le valutazioni dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura

Tradurre il piano nella pratica clinica e organizzativa è ora compito dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), riunitisi recentemente a Bergamo per fare il punto sulle nuove prospettive e le future attività.

Emi Bondi

Spiega Emi Bondi, presidente Coordinamento Nazionale SPDC: «Negli ultimi anni si è parlato molto di salute mentale come di un’emergenza montante che ha colpito gruppi diversi di popolazione. Tra questi, in particolare, adolescenti, in merito a un maggior bisogno di cure, al rischio suicidario e a una risposta da parte dei servizi spesso inadeguata; utilizzatori di nuove sostanze d’abuso, che rappresentano un fattore di incremento delle emergenze comportamentali, degli accessi in pronto soccorso e della psicopatologia. E poi migranti, come area di soggetti esposta a specifici fattori di stress che richiedono assistenza dedicata nell’area della salute mentale; soggetti autori di reato nelle carceri e nei percorsi psichiatrico-forensi, con la necessità di garantire specifici percorsi di cura che assicurino salute e sicurezza. Infine anziani, con particolare riferimento a soggetti fragili, soli e non autosufficienti». 

Psicologi componente essenziale del Servizio Sanitario Nazionale

Il PANSM arriva alla fine di un lungo percorso di confronto, un lavoro che ha coinvolto anche il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP), i coordinamenti territoriali e i gruppi di lavoro dedicati.

Con il nuovo Piano viene rafforzato il ruolo della psicologia come componente essenziale del Servizio Sanitario Nazionale.

Maria Antonietta Gulino

Il commento del CNOP, nelle parole della presidente Maria Antonietta Gulino a TrendSanità, è positivo: «Esprimiamo soddisfazione per il nuovo Piano, il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha fatto bene a investire nell’ambito della salute mentale, dimostrando di avere a cuore questa emergenza».

Tra gli aspetti che il CNOP considera più significativi nel PANSM figurano la definizione più attenta della funzione dello psicologo nei consultori, il riconoscimento della Psicologia di Assistenza Primaria come servizio di prossimità nei Distretti sanitari e nelle Case della Comunità, e il ruolo delle Scuole di Specializzazione pubbliche.

Prosegue Gulino: «Lo psicologo di Assistenza Primaria è un nuovo servizio per il cittadino. È un intervento di prevenzione e prossimità a contatto con la persona. Grazie a un intervento precoce si vuole evitare anche abusi o uso inappropriato degli psicofarmaci da parte delle persone. Il Servizio psicologico di base esiste già in diverse Regioni con risultati molto soddisfacenti, ma ci auguriamo che si estenda a tutto il territorio nazionale. Quanto ai Consultori, dopo le novità introdotte dalla riforma Cartabia, va ricordato che gli psicologi lavorano per accompagnare lo sviluppo del bambino o del ragazzo minorenne, sostenendo anche i genitori. Lo psicologo del consultorio deve poter favorire percorsi di cura e non valutare da un punto di vista peritale (obiettivi specifici degli psicologi forensi)». L’attività professionale del perito, infatti, è quella di fornire un parere tecnico-valutativi in sede legale.

Psicologia e prevenzione precoce diventano centrali per rispondere ai bisogni della comunità

«Scuole di specializzazione pubbliche: è un bene che siano state incluse nel PANSM. – commenta ancora Gulino – Abbiamo fatto un lavoro positivo con il professor Alberto Siracusano, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e coordinatore del tavolo tecnico sulla salute mentale insieme al dottor Giuseppe Nicolo (coordinatore vicario)».

Non poteva mancare un accenno alle risorse economiche necessarie. «Il Piano è finanziato per i prossimi anni. Ci attendiamo che l’attività degli psicologi del territorio sia accompagnata da risorse continuative e adeguate per affrontare l’emergenza psicologica e intervenire precocemente su ogni fascia della popolazione, bambini, giovani, adulti e anziani» è l’augurio della Presidente del CNOP.

Longo: «Riordino del SSN? Attenzione a non creare un ippogrifo»

Il nuovo disegno di legge sul riordino del Servizio Sanitario Nazionale nasce con l’ambizione di ridisegnare l’architettura dell’assistenza in Italia, ma rischia di rivelare tutte le sue fragilità nel passaggio dai principi alle scelte concrete.

In questa intervista Francesco Longo, Associate Professor of Public and Health Care Management al Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Bocconi di Milano, analizza senza sconti il DDL: dagli ospedali di terzo livello al rischio di un assetto “ibrido” destinato a non reggere, fino al vero banco di prova della riforma, che non è tanto normativo o finanziario quanto culturale e organizzativo. Un’analisi che sposta il fuoco dalle leggi alla capacità del SSN di trasformare davvero innovazione e investimenti in servizi funzionanti per i cittadini.

Il DDL di riordino del Servizio Sanitario Nazionale propone una revisione ampia del modello organizzativo dell’assistenza territoriale e ospedaliera. Nel suo complesso, che giudizio dà di questo impianto di riforma e quale visione di SSN emerge, secondo lei, dal testo della delega?

«Nel complesso mi sembra un testo che, allo stadio attuale, è molto ricco di principi generali, per lo più condivisibili. Sono principi che ribadiscono quanto già affermato nei recenti impianti normativi e programmatori, dal PNRR al DM 77, fino alla legge nazionale sulla prossimità. Da questo punto di vista, il DDL conferma una certa stabilità valoriale del sistema.

Il testo definisce bene i fini, ma non chiarisce gli strumenti

Dal punto di vista delle scelte di policy, però, il testo è ancora largamente inespresso: definisce bene i fini, ma non chiarisce gli strumenti. È quindi, potenzialmente, un buon impianto, ma non è ancora chiaro dove voglia realmente puntare. Dice poco sulle decisioni operative e su come intenda tradurre quei principi in cambiamenti concreti dell’organizzazione del SSN».

Il DDL introduce per la prima volta la categoria degli “ospedali di terzo livello”, strutture di eccellenza con bacino nazionale e sovranazionale. È già possibile immaginare che tipo di ospedali saranno e quale ruolo giocheranno nella futura architettura del SSN?

«Questo è l’unico elemento che appare come una vera novità, anche se in realtà il tema degli ospedali articolati su più livelli è presente da sempre nella normativa sanitaria. L’introduzione esplicita degli ospedali di terzo livello riporta però alla luce una contraddizione politica e istituzionale molto forte.

Da un lato, infatti, l’attuale governo ha firmato l’intesa sull’autonomia differenziata con cinque Regioni; dall’altro, immagina di sottrarre alle Regioni alcuni dei più grandi ospedali del Paese, trasformandoli in strutture di riferimento nazionale. Le due cose non possono convivere: o vale l’autonomia differenziata, o vale l’accentramento dei grandi ospedali. Una “via di mezzo” non esiste.

Il vero pericolo sarebbe creare una sorta di ippogrifo istituzionale: ospedali finanziati dallo Stato e altri finanziati dalle Regioni

I sistemi istituzionali hanno bisogno di coerenza interna. Possono funzionare modelli accentrati, come quello inglese, o modelli decentrati, come quello svedese o spagnolo, ma non modelli ibridi e contraddittori. Annunciare, a pochi mesi di distanza, due opzioni opposte significa prima o poi dover scegliere da che parte stare.

Il vero pericolo sarebbe creare un sistema “mezzo e mezzo”, una sorta di ippogrifo istituzionale: ospedali finanziati dallo Stato e altri finanziati dalle Regioni, con due committenti diversi che attingono alla stessa fonte finanziaria. Questo produrrebbe una competizione assurda tra committenti, non tra produttori, e il sistema semplicemente non reggerebbe».

Uno degli obiettivi dichiarati della delega è rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio e migliorare l’accesso alle cure. Secondo lei le misure proposte sono realmente in grado di migliorare l’accesso alla salute per tutti i cittadini, inclusi quelli che vivono in aree rurali, marginali o remote, o esiste il rischio che le disuguaglianze territoriali restino irrisolte?

«Non credo che questo sia il vero nodo del problema. Anche oggi, e a maggior ragione in futuro, gli ospedali di terzo livello dovrebbero occuparsi esclusivamente di alte specialità. Questo non penalizza il cittadino che vive in una valle o in un’area interna per quanto riguarda i bisogni di base.

Anzi, per le alte specialità l’accentramento è necessario, perché in medicina volume ed esiti sono strettamente correlati.

Il tema delle aree decentrate si affronta con telemedicina, modelli hub and spoke ed educazione sanitaria dei cittadini

Il tema delle aree decentrate è strutturale e prescinde dagli assetti istituzionali di cui discute questo DDL. Oggi si affronta combinando tre soluzioni tecniche: un uso massiccio della telemedicina; modelli hub and spoke, in cui il momento super-specialistico è concentrato e il follow-up è vicino a casa; e una maggiore educazione sanitaria dei cittadini, soprattutto di quelli meno istruiti, per aiutarli a capire quando è giusto curarsi localmente e quando è necessario spostarsi.

Oggi convivono due distorsioni: i cittadini più colti tendono ad andare nei grandi centri anche quando non serve; quelli meno colti, che vivono nelle aree interne, spesso non ci vanno neppure quando sarebbe necessario. Ma questo non dipende dall’assetto istituzionale: dipende dagli esiti della medicina e dalla cultura sanitaria».

Quali sono, a suo avviso, le proposte più interessanti contenute nel DDL e per quali ragioni? Tra queste, quali ritiene abbiano maggiori probabilità di essere effettivamente attuate nei prossimi anni e perché, anche alla luce dei vincoli istituzionali, organizzativi e finanziari?

«I temi che il decreto pone sono tutti assolutamente reali e rilevanti: presa in carico dei cronici, integrazione ospedale-territorio, continuità assistenziale. Il punto è che su ciascuno di questi temi gli strumenti esistono già.

Sono contenuti nel DM 77, sono stati finanziati con il PNRR: case della comunità, telemedicina, piattaforme digitali. L’hardware è già stato acquistato. Quello che manca è un forte investimento sul software: sulla cultura degli operatori, sui modelli di servizio, sulla capacità di ridisegnare i processi.

Le tecnologie ci sono già, ma non vengono usate fino in fondo

Lo capiamo bene con un esempio concreto: il 40% degli italiani è cronico, e dopo i 55 anni una persona su due. La cronicità dura in media 28 anni e comporta controlli periodici. Nell’80% dei casi, dalle visite di controllo emerge che va tutto bene. Oggi però facciamo comunque una visita in presenza solo per dire “va tutto bene”: una visita inutile.

Occorre un cambio radicale del modello di servizio: multicanalità, telefonate, televisite, messaggi. Dire al paziente che non c’è bisogno di vedersi è spesso la cosa che desidera di più. Le tecnologie ci sono già, ma non vengono usate fino in fondo».

Il provvedimento richiama esplicitamente la neutralità finanziaria e subordina molte misure alla disponibilità di risorse aggiuntive. Alla luce di questa clausola, dobbiamo attenderci che una parte significativa delle innovazioni previste resti sulla carta, oppure intravede margini concreti per una realizzazione progressiva ed efficace del riordino del SSN?

«Non riesco a immaginare molto di più di quanto già previsto dal DM 77: il Piano assistenziale individuale, il back office che prenota per il cittadino, l’integrazione dei servizi. È tutto già scritto, finanziato e in gran parte costruito.

Il DDL rischia di essere una sovrastruttura che serve soprattutto a istituzionalizzare e rendere visibile ciò che già esiste, ma che è ancora “parcheggiato in garage”. È come un pacco arrivato per corrispondenza: ce l’abbiamo, ma non l’abbiamo ancora aperto.

Le leggi, da sole, non cambiano i comportamenti: lo fanno le culture

Le leggi, da sole, non cambiano i comportamenti: lo fanno le culture. Se il decreto saprà attivare processi di change management, di service redesign, di trasformazione culturale – soprattutto nel middle management sanitario – allora potrà funzionare. Se invece si limiterà a ribadire ciò che già c’è, non servirà a molto perché quel lavoro è già stato fatto.

Il vero nodo non è solo istituzionale. Se davvero si volesse creare una rete di ospedali nazionali, sarebbe un cambiamento costituzionale, perché toglierebbe alle Regioni il governo delle loro strutture più importanti. Sarà la storia a dirci quale anima prevarrà. Ma senza una scelta chiara e coerente, il rischio è che il riordino resti incompiuto».

SIMG, presentate al Senato le proposte su prevenzione e sanità territoriale

La prevenzione e la promozione della salute devono diventare assi strutturali delle politiche sanitarie per garantire la sostenibilità, l’equità e il carattere universalistico del Servizio Sanitario Nazionale. È questo il messaggio centrale lanciato dalla Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) nel convegno “La salute al primo posto: un futuro che costruiamo insieme. Il ruolo dei parlamenti nazionali nella promozione della salute e del benessere dei cittadini in Italia e in Europa”, promosso dal Senatore Francesco Zaffini e svoltosi presso il Senato della Repubblica, alla presenza di numerose figure istituzionali nazionali ed europee.

Il contesto disegnato dall’OMS

Durante il convegno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto il punto sullo stato di salute dei cittadini europei, presentato dal Direttore regionale OMS Europa Hans Henri Kluge. Il quadro illustrato ha evidenziato un aumento delle fragilità, una maggiore incidenza dei disturbi di salute mentale, l’emergere di bisogni assistenziali sempre più complessi e un ampliamento delle disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari.

Il MMG sarà sempre più chiamato a farsi carico di bisogni che vanno oltre la gestione clinica della malattia

In questo scenario, SIMG ha evidenziato come il Medico di Medicina Generale sarà sempre più chiamato a farsi carico di bisogni che vanno oltre la gestione clinica della malattia, includendo il supporto all’autogestione, l’accompagnamento nelle attività quotidiane e la prevenzione delle complicanze.

Il cambio di paradigma proposto da SIMG

«Il SSN potrà rimanere universalistico ed equo solo attraverso un deciso cambio di paradigma, che porti a considerare la prevenzione come un investimento strategico ad alto rendimento sanitario, sociale ed economico – ha sottolineato Alessandro Rossi, Presidente SIMG – Questo cambiamento presuppone il passaggio da un modello reattivo, centrato sulla gestione della malattia, a un modello fondato sulla proattività, sulla prevenzione personalizzata e sull’incremento di salute per ogni fascia di età. Questo percorso deve partire dalla medicina di famiglia, luogo in cui questi principi trovano applicazione concreta nella pratica quotidiana. La standardizzazione degli interventi non è più sufficiente a rispondere alla complessità dei bisogni di salute della popolazione: occorre invece evolvere verso modelli di prevenzione basati sulla conoscenza dell’individuo e sulla stratificazione del rischio».

L’importanza della sanità territoriale

Oggi si vive più a lungo, ma spesso con un numero sempre maggiore di anni in cattiva salute. Questo implica una crescente attenzione per le malattie croniche e per l’invecchiamento della popolazione, temi per i quali è fondamentale il ruolo della sanità territoriale.

Serviranno modelli organizzativi di prossimità, come le Case di Comunità e le Aggregazioni Funzionali Territoriali

«Un presidio territoriale forte e continuativo, con percorsi integrati e una relazione fiduciaria tra medico e paziente, permette di prevenire e gestire al meglio le cronicità – ha evidenziato Alessandro Rossi – La prevenzione, infatti, è un processo continuo, che richiede una forte integrazione tra servizi sanitari e sociali e percorsi assistenziali capaci di andare oltre la mera prescrizione farmacologica, con la programmazione di politiche ad hoc, a partire dagli screening e dalle campagne vaccinali. In questo senso, la medicina generale rappresenta l’unico presidio in grado di intercettare anche i determinanti sociali della salute, intervenendo nei contesti familiari e comunitari più fragili, dove l’isolamento sociale e la solitudine possono incidere profondamente sullo stato di salute delle persone. In questo processo, serviranno modelli organizzativi di prossimità, come le Case di Comunità e le Aggregazioni Funzionali Territoriali, capaci di adattarsi alle diverse realtà geografiche e di garantire continuità delle cure e integrazione multiprofessionale».

Il convegno al Senato alla presenza del Presidente La Russa e del Ministro Schillachi

I messaggi della SIMG sono stati presentati in un contesto istituzionale di alto livello, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del Presidente del Senato Ignazio La Russa, del Ministro della Salute Orazio Schillaci, oltre a rappresentanti delle istituzioni europee, delle Regioni, del Parlamento e delle principali società scientifiche. Un confronto che ha ribadito il ruolo centrale dei Parlamenti nazionali nella promozione della salute e del benessere dei cittadini, in una prospettiva europea e di lungo periodo.

L’intelligenza artificiale entra in corsia, ma l’Europa è ancora a metà del guado

L’intelligenza artificiale è già entrata negli ospedali europei: legge radiografie, supporta le diagnosi, dialoga con i pazienti e promette di alleggerire la pressione su sistemi sanitari sempre più sotto stress. Ma tra l’uso crescente delle tecnologie e la capacità di governarle, il passo è ancora lungo. A certificarlo è il primo grande report di OMS Europa sullo stato di preparazione dei sistemi sanitari all’AI, una fotografia nitida di opportunità reali e ritardi strutturali.

L’AI è una priorità per tutti, ma pochi sono davvero pronti

L’indagine “Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the WHO European Region”, condotta tra giugno 2024 e marzo 2025, ha coinvolto 50 dei 53 Stati membri della Regione europea dell’OMS, con un tasso di risposta del 94%. Un dato che rende il quadro particolarmente rappresentativo: l’AI è una priorità per tutti, ma pochi sono davvero pronti.

Strategie: l’AI avanza, la governance arranca

Il primo dato è emblematico: solo 4 Paesi su 50 (8%) hanno già adottato una strategia nazionale specifica sull’intelligenza artificiale in sanità. Altri 7 Stati (14%) dichiarano di essere in fase di sviluppo. La grande maggioranza si muove invece su piani più generici: 33 Paesi (66%) hanno una strategia nazionale sull’AI di tipo trasversale, mentre 17 Stati (34%) includono l’AI all’interno di strategie di sanità digitale senza un documento dedicato (Figura 1).

Secondo l’OMS, questa frammentazione rischia di rallentare l’implementazione e di creare incertezze normative, soprattutto in un settore delicato come la salute, dove sicurezza clinica, responsabilità e diritti dei pazienti non possono essere lasciati all’interpretazione.

Figura 1. Strategie e governance
[Fonte: Report OMS Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the WHO
European Region
]

Competenze cercasi: il tallone d’Achille europeo

L’intelligenza artificiale può migliorare le cure solo se chi lavora in sanità è in grado di comprenderla e usarla criticamente. Eppure i numeri raccontano un gap significativo. Solo il 24% dei Paesi (12 su 50) offre formazione sull’AI al personale sanitario già in servizio, mentre appena il 20% (10 su 50) ha introdotto contenuti sull’AI nei percorsi formativi universitari o pre-servizio (Figura 2).

Ancora più limitata è la creazione di nuove professionalità: solo il 42% degli Stati membri (21 su 50) ha istituito ruoli dedicati all’AI e alla data science nei sistemi sanitari. Un ritardo che, avverte il report, può tradursi in un uso acritico degli algoritmi o, al contrario, in una diffidenza che ne frena i benefici (Figura 2).

Figura 2. La formazione
[Fonte: Report OMS Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the WHO
European Region
]

Cittadini ai margini del dibattito

Il coinvolgimento degli stakeholder è diffuso ma sbilanciato. Il 72% dei Paesi (36 su 50) ha avviato consultazioni sull’uso dell’AI in sanità, prevalentemente tramite focus group e incontri tecnici.

L’accettabilità sociale dell’AI dipende dalla trasparenza

Tuttavia, solo il 42% ha coinvolto associazioni di pazienti e appena il 22% ha incluso il pubblico più ampio.

Un limite non secondario, perché – sottolinea l’OMS – l’accettabilità sociale dell’AI dipende dalla trasparenza e dalla possibilità per i cittadini di comprendere come vengono utilizzati i loro dati e come le decisioni algoritmiche incidono sulle cure.

Dove l’AI è già realtà

Nonostante le criticità, l’AI è già ampiamente utilizzata. Il 64% dei Paesi (32 su 50) impiega sistemi di diagnostica assistita, soprattutto in ambito radiologico. Il 50% utilizza chatbot per il supporto ai pazienti. Le priorità dichiarate sono chiare: il 98% degli Stati punta a migliorare la qualità delle cure, il 92% a ridurre la pressione sul personale sanitario e il 90% ad aumentare l’efficienza dei sistemi.

Tuttavia, solo poco più della metà dei Paesi che hanno individuato priorità chiare ha stanziato fondi dedicati, confermando uno scarto persistente tra visione strategica e investimenti concreti.

Italia: dall’uso sperimentale alla sanità territoriale aumentata dall’AI

Nel quadro europeo tracciato dall’OMS, l’Italia riflette luci e ombre di una trasformazione ancora in corso. Come molti Paesi dell’Europa meridionale, non figura tra quelli che hanno già adottato una strategia nazionale specifica sull’intelligenza artificiale in sanità, ma mostra un’attività crescente sul piano applicativo e progettuale.

L’Italia non ha ancora adottato una strategia specifica sull’AI in sanità, ma mostra un’attività crescente sul piano applicativo

Durante la pandemia da COVID-19, il Servizio sanitario nazionale ha sperimentato l’uso dell’AI per il triage dei pazienti, la previsione del deterioramento clinico e il supporto alla diagnostica per immagini, in particolare in ambito polmonare. Esperienze che hanno dimostrato come l’AI possa rappresentare un alleato concreto in contesti di forte pressione clinica e carenza di personale, in linea con quanto rilevato dal report OMS, secondo cui il 92% dei Paesi europei adotta l’AI per ridurre il carico sul personale sanitario e il 98% per migliorare la qualità delle cure.

Oggi, la sfida per l’Italia è fare un passo ulteriore: passare dalla sperimentazione frammentata a un’integrazione sistemica, capace di rafforzare la sanità territoriale e ridurre le disuguaglianze di accesso alle cure.

Il progetto MIA: l’AI al servizio della sanità territoriale

È in questa prospettiva che si colloca MIA (Medicina & Intelligenza Artificiale), il progetto promosso da Agenas, nato nell’ambito della Missione 6 “Salute” – Componente 1 del PNRR, Sub-investimento 1.2.2.4 Intelligenza artificiale.

L’AI non deve sostituire, ma supportare il personale sanitario

L’idea alla base è chiara: l’AI non deve sostituire medici e operatori sanitari, ma diventare uno strumento di supporto quotidiano, capace di semplificare le decisioni, valorizzare le competenze professionali e migliorare la qualità delle cure. Un approccio in linea con le indicazioni dell’OMS, che individua proprio nel supporto al personale sanitario una delle principali leve di valore dell’AI in sanità.

MIA nasce con un obiettivo preciso: ridurre le distanze, non solo tecnologiche ma anche territoriali e sociali, che ancora caratterizzano l’accesso alle cure. Se governata con responsabilità, l’intelligenza artificiale può contribuire a rendere più uniforme la qualità dell’assistenza, rafforzando quel modello di sanità di prossimità su cui punta il PNRR.

Dalla diagnosi alla prevenzione

Pensata come una piattaforma di facile utilizzo, MIA consente ai professionisti sanitari di interagire con l’intelligenza artificiale attraverso un’interfaccia intuitiva, ponendo quesiti clinici e ricevendo risposte basate su evidenze scientifiche validate e accompagnate da fonti verificabili.

MIA fornisce risposte basate su evidenze scientifiche validate e accompagnate da fonti verificabili

Il supporto si articola su tre fronti strategici. Il primo riguarda le attività diagnostiche di base, con suggerimenti su possibili quadri clinici, esami da prescrivere e percorsi terapeutici iniziali. Il secondo è la gestione delle cronicità, dove l’AI aiuta a monitorare i pazienti nel tempo, favorendo interventi più tempestivi e personalizzati. Il terzo ambito è quello della prevenzione, con strumenti che segnalano campagne attive, individuano i cittadini eleggibili per screening e vaccinazioni e suggeriscono azioni mirate in base ai fattori di rischio individuali.

Meno burocrazia, più tempo per la cura

I benefici attesi non sono solo tecnologici, ma organizzativi e clinici. MIA punta a ridurre il tempo dedicato alle attività ripetitive, migliorare l’appropriatezza delle prescrizioni e favorire una maggiore aderenza alle terapie. Un utilizzo più proattivo dei dati può contribuire anche a ridurre le ospedalizzazioni evitabili, migliorare la gestione delle comorbilità e rafforzare le politiche di prevenzione, aumentando l’adesione agli screening e la copertura vaccinale.

In un sistema sanitario alle prese con carenza di personale e aumento dei bisogni assistenziali, l’AI diventa così un moltiplicatore di capacità, non un sostituto del rapporto medico–paziente.

MIA rappresenta anche un banco di prova per la capacità della sanità pubblica italiana di governare l’innovazione, integrando tecnologie avanzate con regole chiare, formazione adeguata e una visione di lungo periodo.

Il successo dell’AI si misurerà nella sua capacità di rendere le cure più accessibili, eque e sostenibili

La sfida non è solo far funzionare gli algoritmi, ma costruire fiducia, garantire trasparenza e assicurare che l’uso dell’AI produca valore reale per professionisti e cittadini.

Perché il successo dell’intelligenza artificiale in sanità non si misurerà nella potenza dei sistemi, ma nella loro capacità di rendere le cure più accessibili, eque e sostenibili. E MIA, in questo percorso, prova a indicare una direzione possibile.

La vera sfida è governare l’innovazione

A livello europeo, comunque, il dato forse più allarmante riguarda le barriere all’adozione: l’86% dei Paesi indica l’incertezza legale come principale ostacolo, seguita dai costi (78%). Quasi tutti gli Stati (92%) chiedono regole chiare sulla responsabilità in caso di errori dell’AI e il 90% linee guida su trasparenza ed esplicabilità degli algoritmi.

L’86% dei Paesi indica l’incertezza legale come principale ostacolo all’AI

L’intelligenza artificiale non è più una questione tecnologica, ma una prova di maturità dei sistemi sanitari. L’Europa ha iniziato la corsa, ma per non restare intrappolata tra sperimentazioni isolate e diffidenze diffuse dovrà fare una scelta netta: investire in regole, persone e fiducia.

Perché in sanità, più che altrove, l’innovazione senza governance rischia di essere solo una promessa mancata.

Riconoscimento europeo alla ginecologia oncologica degli Ospedali Sant’Anna e Mauriziano di Torino

Torino entra ufficialmente nell’élite mondiale della ginecologia oncologica. La European Society of Gynaecological Oncology (ESGO) ha conferito al presidio ospedaliero Sant’Anna – Città della Salute e della Scienza di Torino e al presidio ospedaliero Umberto I – AO Ordine Mauriziano di Torino l’accreditamento europeo come Centro di Formazione in Ginecologia Oncologica, riconoscendone la qualità clinica, scientifica e didattica.

Un riconoscimento di altissimo profilo che inserisce i due presidi torinesi tra i pochi centri al mondo abilitati alla formazione specialistica nel settore e che conferma il ruolo sempre più centrale della città nella cura e nella ricerca contro i tumori ginecologici.

L’accreditamento europeo come Centro di Formazione in Ginecologia Oncologica inserisce i due presidi torinesi tra i pochi centri al mondo abilitati alla formazione specialistica nel settore

Le evidenze scientifiche dimostrano che le donne con tumori ginecologici trattate da ginecologi oncologi in centri di riferimento hanno una sopravvivenza maggiore e una migliore qualità di vita. Il/La Ginecologo/a Oncologo/a è uno/a specialista in Ginecologia e Ostetricia con una formazione avanzata che garantisce una presa in carico completa – dalla diagnosi alla terapia, fino al follow-up – grazie ad un percorso formativo dedicato e multidisciplinare.

L’ESGO ha sviluppato un programma europeo di formazione in ginecologia oncologica che può essere erogato solo da centri accreditati, ovvero strutture in grado di soddisfarne tutti i requisiti. L’accreditamento è concesso solo a chi rispetta criteri particolarmente stringenti in termini di adeguata casistica oncologica, multidisciplinarietà e attività di ricerca comprovate. La verifica avviene attraverso una valutazione indipendente da parte di esperti internazionali ESGO, incaricati di certificare il rispetto degli standard formativi.

Alla visita torinese degli esperti del comitato di accreditamento ESGO, professor Pawel Knapp e  dottor Andrej Cokan, hanno preso parte il professor Stefano Cosma, responsabile del percorso formativo all’ospedale Sant’Anna, e la professoressa Annamaria Ferrero, responsabile del percorso formativo all’ospedale Mauriziano Umberto I, insieme alla professoressa Chiara Benedetto, Past-President del Board and College Europeo di Ginecologia e Ostetricia e promotrice dell’iniziativa in collaborazione con il professor Paolo Fonio, Direttore del Dipartimento di Scienze Chirurgiche dell’Università di Torino, cui afferiscono i docenti del settore Ginecologia e Ostetricia. I valutatori hanno incontrato anche i tutor di ginecologia oncologica ed i rappresentanti delle altre specialità coinvolte nella gestione multidisciplinare delle pazienti, oltre a prendere visione delle attività cliniche, dei percorsi formativi, dei progetti di ricerca e delle strutture dedicate presenti nei due ospedali.

La rete formativa integrata garantisce un percorso completo di presa in carico della paziente oncologica, grazie alla presenza di unità specialistiche dedicate alla chirurgia oncologica e oncoplastica, alla radiodiagnostica avanzata, alla radioterapia e brachiterapia, alla chemioterapia, alla psico-oncologia ed alle cure palliative. Sono inoltre attivi ambulatori dedicati al follow-up oncologico, ai tumori ginecologici ereditari, alle tecniche di preservazione della fertilità ed alla procreazione medicalmente assistita nelle pazienti oncologiche, così come i percorsi per la gestione delle gravidanze in corso di tumore o successive alla malattia.

La rete formativa integrata garantisce un percorso completo di presa in carico della paziente oncologica

In qualità di centro universitario — primo in Italia ad aver ottenuto l’accreditamento europeo per la specializzazione in Ostetricia e Ginecologia — il polo torinese offre ai futuri sub-specialisti in ginecologia oncologica opportunità formative uniche. Tra queste: il REC – Research & Educational Center, primo centro europeo di simulazione clinico-chirurgica dedicato specificamente alla Ginecologia e Ostetricia, fondato nel 2012 dalla professoressa Chiara Benedetto; il corso permanente di chirurgia anatomica dissettiva FAST (Female Anatomical Surgery for Trainees), basato su un modello innovativo di training anatomico-chirurgico.

Accanto all’attività clinica e formativa, il gruppo universitario torinese è fortemente impegnato nella ricerca clinica e preclinica, con numerosi studi attivi nei campi della diagnosi precoce, dell’innovazione chirurgica e dei trattamenti medico-chirurgici personalizzati.

Con l’accreditamento ESGO il Sant’Anna e il Mauriziano Umberto I consolidano il proprio ruolo di riferimento nella lotta ai tumori ginecologici, ponendosi come modello di integrazione tra cura, formazione e ricerca.

“Il prestigioso riconoscimento della European Society of Gynaecological Oncology è motivo di particolare orgoglio per l’Università di Torino non solo perché conferma l’eccellenza delle nostre docenti e dei nostri docenti e il loro impegno lungimirante nel garantire una formazione avanzata di qualità, ma anche perché proietta il nostro Ateneo in una dimensione sempre più internazionale e competitiva: ricevere un accreditamento europeo in ambito formativo significa attrarre talenti, anche dall’estero, che sceglieranno di formarsi qui, contribuendo a costruire un ecosistema virtuoso in cui ricerca, formazione e pratica clinica si incontrano. È questa la chiave per generare sviluppo, innovazione e competitività per il territorio e migliorare la salute e la qualità della vita di tutte e tutti” dichiara Cristina Prandi, Magnifica Rettrice dell’Università di Torino.

Assistenza clinica, ricerca e didattica: questi i tre punti di forza che contraddistinguono i due ospedali

“Un grande riconoscimento aver ricevuto l’accreditamento ESGO quale Centro di Formazione in Ginecologia Oncologica, che conferma il ruolo a livello nazionale ed internazionale del nostro ospedale Sant’Anna nella cura e nella ricerca contro i tumori ginecologici. Assistenza clinica, ricerca e didattica: questi i tre punti di forza che contraddistinguono i nostri ospedali. Per questo voglio complimentarmi con i nostri professionisti che ogni giorno garantiscono al meglio una risposta appropriata al bisogno di salute di tutte le nostre pazienti” commenta Livio Tranchida, Direttore Generale dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino.

“Per il Mauriziano essere il primo ospedale in Piemonte, insieme al Sant’Anna, a conseguire questo accreditamento – commenta Franca Dall’Occo, Direttore Generale dell’AO Ordine Mauriziano di Torino – significa rafforzare una sanità pubblica che investe in tecnologie avanzate, in modelli organizzativi innovativi e in ricerca applicata, trasformando l’eccellenza professionale in valore concreto per le donne e per il territorio. All’interno della rete torinese e universitaria, il Mauriziano conferma la propria vocazione a essere un luogo in cui cura, formazione e innovazione procedono insieme, con un unico obiettivo: migliorare la qualità e gli esiti delle cure oncologiche ginecologiche”.

“L’accreditamento ESGO conferma l’eccellenza clinica, formativa e scientifica del nostro polo e rappresenta il risultato del lavoro di un’équipe altamente specializzata che ogni giorno, con entusiasmo, si adopera per garantire percorsi di cura di alta qualità alle pazienti” dichiara Stefano Cosma, Responsabile del Percorso formativo all’Ospedale Sant’Anna.

“Sono onorata dell’accreditamento ESGO per la formazione in Ginecologia Oncologica, perché non solo è un riconoscimento delle capacità formative delle Divisioni Universitarie di Torino, ma anche delle competenze nel prendersi cura delle pazienti affette da neoplasie ginecologiche” dichiara  Annamaria Ferrero, Responsabile del Percorso formativo all’ospedale Mauriziano Umberto I.

“Questo riconoscimento europeo rappresenta un traguardo di grande valore per tutto il nostro settore. È il frutto di anni di investimenti mirati e di un impegno costante per offrire ai futuri ginecologi oncologi un percorso formativo sempre più strutturato, allineato agli standard internazionali, misurabile attraverso indicatori oggettivi e rafforzato da un’integrazione multidisciplinare reale.    Siamo profondamente soddisfatti: l’esito della valutazione conferma che la strada intrapresa è quella giusta e stimola a proseguire con ancora maggiore determinazione” commenta Chiara Benedetto, Past-President del Board and College Europeo di Ginecologia e Ostetricia e Professoressa Emerita di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Torino.

Caregiver familiari, il governo vara il DDL dopo anni di attesa: contributo fino a 400 € e nuovi diritti

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di Ivana Barberini

Dopo oltre dieci anni di discussioni e più di trenta proposte rimaste finora senza esito, il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge sul riconoscimento e la tutela dei caregiver familiari, dando avvio all’iter parlamentare con procedura d’urgenza. Un passaggio atteso da tempo, che prova a colmare un vuoto normativo che ha lasciato per anni senza tutele milioni di persone impegnate quotidianamente nell’assistenza a un familiare non autosufficiente. Al centro del provvedimento c’è la figura del caregiver convivente prevalente, ovvero chi presta assistenza in modo continuativo. Per la prima volta in Italia viene delineata una disciplina organica che prova a tenere insieme sostegno economico, diritti lavorativi e riconoscimento formale del ruolo, modulando le tutele in base all’intensità dell’impegno assistenziale.

Al centro del provvedimento c’è la figura del caregiver convivente prevalente

La misura più discussa è il contributo economico esentasse fino a 400 euro al mese, destinato ai caregiver conviventi con carichi assistenziali molto elevati, pari ad almeno 91 ore settimanali. L’accesso al beneficio è però subordinato a criteri reddituali stringenti: un reddito personale non superiore a 3.000 euro annui e un ISEE familiare inferiore a 15.000 euro. L’erogazione, prevista a partire dal 2027, sarà gestita dall’INPS con cadenza trimestrale o semestrale e l’importo effettivo dipenderà dal numero delle domande presentate.

Accanto al sostegno economico, il disegno di legge punta a rafforzare il riconoscimento del caregiver anche sul piano formale. Sono previste, tra le altre misure, il diritto al congedo parentale quando la persona assistita è un minore, la possibilità di usufruire di ferie e permessi solidali messi a disposizione dai colleghi e interventi specifici per i giovani caregiver e gli studenti. In questo ambito rientrano la compatibilità del servizio civile con l’attività di cura, l’esonero dalle tasse universitarie per gli studenti caregiver e il riconoscimento dell’esperienza assistenziale come credito nei percorsi formativi.

Altre novità del DDL

Tra le novità figura anche l’inserimento del nominativo del caregiver e dell’orario del carico assistenziale all’interno del Progetto di vita e del Piano assistenziale individualizzato della persona assistita. Una formalizzazione considerata essenziale per aprire, in prospettiva, l’accesso a tutele previdenziali e agevolazioni lavorative oggi ancora assenti.

Secondo molte associazioni e osservatori, tuttavia, il provvedimento, pur rappresentando un passo avanti, rischia di rimanere limitato nella platea dei beneficiari a causa dei requisiti economici e dell’elevato monte ore richiesto per accedere alle misure principali. Sul piano delle risorse, la Legge di Bilancio 2026 ha stanziato 257 milioni di euro annui per il triennio 2026-2028 per finanziare le nuove tutele. Per il 2026 è inoltre previsto un primo stanziamento di circa 1,15 milioni di euro destinato alla realizzazione della piattaforma INPS che gestirà le domande e le iscrizioni.

Il disegno di legge è un primo passo strutturato nel riconoscimento della cura familiare, ma resta aperto il confronto su come rafforzarlo e renderne le tutele più efficaci e inclusive

Il disegno di legge rappresenta comunque il primo tentativo strutturato di riconoscere e sostenere il lavoro di cura familiare. Resta ora aperto il confronto su come rafforzarne l’impianto, ampliare l’accesso alle misure previste e rendere le tutele davvero adeguate alla complessità e alla diffusione del fenomeno.

DDL caregiver, il PD boccia il testo: «Nessuna svolta, diritti insufficienti»

«L’approvazione in Consiglio dei ministri del DDL sui caregiver familiari non rappresenta affatto la svolta attesa da milioni di persone che ogni giorno si fanno carico, spesso da sole, dell’assistenza a una persona disabile o non autosufficiente – dichiara Ilenia Malavasi a TrendSanità. Di rivoluzionario, purtroppo, questo provvedimento non ha nulla.

Ilenia Malavasi

Parliamo infatti di un testo che arriva dopo mesi di annunci e di promesse, ma che, una volta in più, si presenta con risorse limitate a disposizione di platee molto ristrette e tutele largamente insufficienti. I caregiver vengono riconosciuti solo per le ore dedicate al lavoro di cura, con una semplificazione quasi offensiva rispetto al loro effettivo impegno. Viene riconosciuto, peraltro, un contributo economico solo per i caregiver conviventi che dedicano al lavoro di cura 91 ore settimanali per 400 euro massimo al mese: viene pertanto assegnato poco più di 1 euro/ora per un’attività di cura preziosa. Queste risorse, inoltre, potranno essere percepite solo con ISEE inferiore a 15.000 euro o con un reddito di lavoro di massimo 3.000 euro. In questo modo non si fa altro che delineare un destino confinato tra le mura domestiche, visto che requisiti così stringenti impediscono ai caregiver – che sono in gran parte donne – ogni possibilità di lavoro, anche occasionale, che consenta di raggiungere un reddito dignitoso e di poter costruire un progetto di vita autonomo. I caregiver, infine, non avranno tutti la stessa dignità e lo stesso riconoscimento, perché non avranno tutti la stessa valorizzazione e gli stessi diritti. Ci pare che disegno di legge della Ministra Locatelli racconti una società che non esiste, diversamente da una realtà che oggi è molto più articolata.

Secondo Malavasi, il ddl non riconosce il caregiver come perno del welfare, perché non garantisce diritti e tutele strutturali e propone una visione arretrata del ruolo

Non possiamo permettere un impianto così selettivo a priori, che non mette in campo diritti universali come l’ascolto, l’informazione, la formazione, il sollievo, demandando tutto questo alle Regioni, senza risorse dedicate, creando le condizioni per ulteriori disuguaglianze. Ma l’aspetto più grave di questo ddl è che non riconosce veramente il caregiver come soggetto centrale del sistema di welfare, – continua Malavasi – perché non viene garantito un insieme strutturale di diritti, servizi e protezioni sociali e previdenziali, ma mette in campo una visione sbagliata e retrograda: sembra quasi che la ministra Locatelli voglia il caregiver povero e dedito a un lavoro di cura che deve restare un fatto privato, da gestire tra le mura domestiche.

Questo intervento, dunque, si configura al massimo come una misura contro la povertà e non come un’azione a sostegno dell’attività di cura. La stessa Ministra, di fatto, ha riconosciuto il fallimento di questa iniziativa, ammettendo che si poteva fare di più. Queste parole sono la prova evidente che non siamo di fronte a una rivoluzione, ma a un compromesso al ribasso, che non risponde alla complessità e alla dimensione reale del fenomeno, ma nemmeno ai bisogni reali dei caregiver. Icaregiver familiari non chiedono azioni o bonus simbolici, riconoscimenti solo formali o la solita legge propagandistica. Hanno invece necessità di tutele vere, servizi territoriali adeguati, sollievo, sostegno psicologico, conciliazione tra lavoro e cura, diritti previdenziali e una legge giusta e universale. È ciò che come Partito Democratico abbiamo sempre sostenuto e per questo continueremo a batterci, affinché il Parlamento migliori radicalmente questo testo: occorrono più risorse, per garantire diritti a una platea più ampia e, soprattutto, una visione che metta davvero al centro la dignità delle persone e di chi se ne prende cura. Perché senza questo cambio di passo, il ddl caregiver sarà solo un’occasione mancata, l’ennesima».

Il punto di vista di Confad: riconoscimento dei caregiver, ma restano nodi aperti

«Accogliamo complessivamente con favore l’approvazione del disegno di legge – dichiara Alessandro Chiarini di Confad a TrendSanità. Si tratta di un passo nella direzione auspicata da anni, quella del riconoscimento del ruolo dei caregiver familiari, in particolare conviventi, e della costruzione di tutele per chi ogni giorno si dedica alla cura di un proprio congiunto con disabilità grave e non autosufficiente.

Alessandro Chiarini

Il testo approvato rappresenta un punto di partenza: per la prima volta è riconosciuta la figura del caregiver familiare convivente, storica battaglia di Confad, con tutele differenziate che tengono conto dell’intensità dell’impegno di accudimento e della condizione personale di chi presta cura. È un segnale atteso, che restituisce dignità e valore sociale a un lavoro spesso invisibile ma essenziale per il welfare informale. Ora è fondamentale che il percorso parlamentare prosegua in tempi certi, affinché la legge possa essere approvata entro i prossimi mesi.

La previsione di un Fondo con una dotazione a regime di 257 milioni di euro è decisamente superiore rispetto agli stanziamenti precedenti e rappresenta un segnale concreto di novità. Tuttavia, allo stesso tempo questi fondi non sono sufficienti per garantire risposte pienamente adeguate: servirà continuare a rafforzare le risorse e a coinvolgere le istituzioni territoriali per costruire una rete di sostegno reale, continuativa e accessibile. Con il fondo insufficiente, la soglia ISEE (15.000 euro) sarà inevitabilmente bassa ed escluderà persone che, pur rientrando nella platea, risultano “ricche” solo sulla carta.

Altra criticità è l’assenza della parte relativa alle tutele previdenziali

Continueremo a seguire con attenzione l’iter legislativo e a svolgere la nostra attività affinché la legge nasca dal dialogo con i caregiver familiari e tenga conto delle diverse realtà di cura che attraversano il Paese. Solo così potremo trasformare questo primo passo importante in una vera conquista di civiltà».

Fibromialgia, nasce il Gruppo di lavoro CReI-Simfer

Le società scientifiche CReI (Collegio Reumatologi Italiani) e Simfer (Società italiana di Medicina fisica e riabilitativa) annunciano l’avvio di un Gruppo di lavoro intersocietario sulla fibromialgia indirizzato a condividere conoscenze, ricerche, pubblicazioni, statement comuni e percorsi formativi per i propri soci.

La recente inclusione di questa patologia nei nuovi LEA richiede a tutto il SSN un nuovo passo

Le basi di questa iniziativa sono state poste durante l’ultimo Congresso Simfer, in cui si è tenuto il simposio congiunto “Fibromialgia: dalla patogenesi alla riabilitazione”. Al simposio, moderato da Ernesto Andreoli (fisiatra e componente del Consiglio Direttivo Simfer, Coordinatore Attività congressuali ed aggiornamento professionale continuo) e da Daniela Marotto (Past-president CReI), hanno partecipato esperti delle due società scientifiche.

Daniela Marotto

Il Gruppo di lavoro è stato promosso da Luis Severino Martin Martin (Presidente), Crescenzio Bentivenga (Coordinatore scientifico) e Daniela Marotto per CReI e da Giovanni Iolascon (Presidente), Antimo Moretti (Tesoriere) ed Ernesto Andreoli (Consigliere) per Simfer ed è il primo network collaborativo tra professionisti della salute creato in Italia per supportare efficacemente i bisogni delle persone con fibromialgia.

«Ci è sembrato strategico e quasi naturale avviare una collaborazione sulla fibromialgia tra le due società maggiormente coinvolte nella gestione e presa in carico dei pazienti con questa patologia», ha dichiarato Daniela Marotto, «La recente inclusione di questa patologia nei nuovi LEA richiede a tutto il SSN un nuovo passo nei confronti dei pazienti e delle loro condizioni di salute. Crediamo che la stretta relazione tra reumatologi e fisiatri possa contribuire in modo sostanziale nella diffusione di conoscenze e capacità diagnostiche sulla patologia, e sulle opportunità di terapia e riabilitazione che sono offerte oggi ai cittadini del nostro Paese».

Giovanni Iolascon

«Come Simfer riteniamo che questa iniziativa intersocietaria sia puntuale, utile e appropriata», dichiara il presidente Simfer Giovanni Iolascon, «poiché la fibromialgia rappresenta una condizione complessa che richiede un approccio globale, continuo e centrato sulla persona. Il fisiatra può definire i percorsi riabilitativi personalizzati e contribuisce in modo determinante all’inquadramento dei bisogni funzionali, alla gestione del dolore cronico, alla promozione dell’esercizio terapeutico adattato e all’educazione del paziente. La collaborazione strutturata con la reumatologia consente di superare modelli frammentati di intervento e di costruire percorsi condivisi, capaci di garantire appropriatezza, continuità e sostenibilità delle cure per le persone con fibromialgia».

Il Gruppo di lavoro CReI-Simfer si riunirà mensilmente con i seguenti obiettivi:

  • realizzare un aggiornamento continuo sulla patologie e sulle terapie più appropriate e avanzate;
  • monitorare la corretta applicazione sui territori regionali dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza;
  • identificare le best practice intersocietarie per la gestione del malato fibromialgico;
  • fornire un contributo scientifico-professionale a istituzioni e agenzie nazionali e regionali per la corretta presa in carico del paziente fibromialgico;
  • da ultimo, è intendimento del gruppo di lavoro di realizzare sessioni congiunte dedicate alla fibromialgia all’interno dei propri congressi nazionali, offrendo così la possibilità a reumatologi e fisiatri di creare un ambito di lavoro congiunto di interscambio di conoscenze cliniche e terapeutiche.

La fibromialgia richiede un approccio globale, continuo e centrato sulla persona

La fibromialgia è una sindrome dolorosa cronica caratterizzata da dolore muscoloscheletrico diffuso, persistente e non spiegato da lesioni o infiammazioni evidenti. È spesso associata a affaticamento marcato, disturbi del sonno, rigidità, cefalea e alterazioni cognitive come difficoltà di concentrazione e memoria. Alla base vi è una disregolazione dei meccanismi di elaborazione del dolore a livello del sistema nervoso centrale, con una aumentata sensibilità agli stimoli. La diagnosi è clinica, basata sui sintomi e sull’esclusione di altre patologie. Il trattamento è multimodale, integra interventi farmacologici, riabilitativi, educativi e psicologici.

Legge di Bilancio 2026: più prevenzione, nuovi screening e tutele per le malattie croniche e rare

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L’approvazione della Legge di Bilancio 2026 è un passaggio che segna alcune scelte importanti sul fronte della salute. Uno degli ambiti di interesse è la prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico delle persone con malattie rare e croniche. Tra le novità più attese figurano l’istituzione di un fondo dedicato allo screening neonatale per la leucodistrofia metacromatica, l’avvio di programmi nazionali per fibromialgia, lupus eritematoso sistemico e sclerosi sistemica, oltre a un fondo pensato per sostenere i caregiver.

Nel quadro complessivo del rafforzamento del Servizio sanitario nazionale, che per il 2026 potrà contare su 142,9 miliardi di euro, la manovra stanzia 238 milioni di euro a partire dal prossimo anno per potenziare prevenzione e diagnosi precoce. Le risorse saranno indirizzate soprattutto allo sviluppo dei test genomici per la profilazione dei tumori, al miglioramento degli strumenti diagnostici per le malattie rare, alla sordità congenita e agli screening neonatali. Un investimento che guarda alla medicina di precisione e che punta a ridurre disuguaglianze territoriali ancora molto marcate.

Diagnostica avanzata e malattie rare: cosa cambia

Grazie a questo intervento normativo, i 238 milioni di euro stanziati consentiranno di finanziare o rafforzare una serie articolata di prestazioni. Tra queste rientrano l’estensione dello screening mammografico alle donne tra 45 e 49 anni e tra 70 e 74 anni, il potenziamento dello screening del colon-retto fino ai 74 anni, l’uso dei test genomici su biopsia liquida per individuare mutazioni specifiche nei tumori mammari avanzati, la profilazione genomica del carcinoma ovarico sieroso di alto grado e la prosecuzione dei programmi di prevenzione e monitoraggio del tumore polmonare.

Le risorse serviranno anche ad avviare programmi di screening nutrizionale precoce nei pazienti oncologici, a migliorare l’accesso ai test microbiologici rapidi e multiplex, a sviluppare le tecnologie di Next-Generation Sequencing per la diagnosi della sordità e la profilazione delle malattie rare. Non mancano interventi mirati su altre patologie ad alto impatto, come il Parkinson, le malattie oculari cronico-degenerative e, per la prima volta in modo strutturato, le patologie reumatologiche: fibromialgia, lupus eritematoso sistemico, sclerosi sistemica e artrite reumatoide di recente insorgenza.

Screening neonatali: un fondo dedicato per nuove sperimentazioni

Sul fronte degli screening neonatali, la Legge di Bilancio istituisce un fondo specifico, con una dotazione di 500 mila euro per ciascuno degli anni 2026 e 2027. Si tratta di risorse limitate, ma che rappresentano comunque un segnale politico e operativo per sostenere la sperimentazione, l’organizzazione e l’implementazione di nuovi test non ancora inclusi nel panel obbligatorio nazionale.

La Legge di Bilancio prevede un fondo dedicato agli screening neonatali, pari a 500 mila euro annui per il 2026 e il 2027

I finanziamenti saranno assegnati alle Regioni e alle Province autonome che presenteranno progetti dedicati all’avvio di nuovi screening neonatali. Oggi, in Italia, le patologie sottoposte a screening neonatale esteso su tutto il territorio nazionale sono 49, mentre molte altre dipendono dalle scelte e dalle capacità di investimento delle singole Regioni. Proprio per questo, le esperienze regionali giocano un ruolo decisivo. La Lombardia, ad esempio, dal gennaio 2026 amplierà il proprio pannello includendo l’Immunodeficienza Combinata Grave e l’adrenoleucodistrofia legata all’X, a conferma dell’importanza dei progetti pilota nel dimostrare l’efficacia e il valore degli screening prima della loro adozione stabile.

In questo scenario, il nuovo fondo potrà rappresentare un primo passo per ridurre le disuguaglianze territoriali e accelerare l’ingresso di nuove patologie nei programmi di screening neonatale, con ricadute concrete sulla diagnosi precoce e sulle prospettive di cura dei bambini e delle loro famiglie.

OMAR e UNIAMO: passi avanti su screening e diagnosi, restano criticità sui fondi

Roberta Venturi

«Abbiamo accolto con soddisfazione alcune delle novità introdotte da questa Legge – spiega a TrendSanità Roberta Venturi, responsabile delle relazioni istituzionali di Osservatorio Malattie Rare – soprattutto perché nei mesi passati la politica si è mostrata particolarmente attenta al dialogo con le società scientifiche, le associazioni di pazienti e la rappresentanza della società civile, anche attraverso il costante confronto con Osservatorio Malattie Rare. Si tratta di un dialogo trasversale, che però permette di costruire un rapporto di fiducia che consente di affiancare la politica nella comprensione di tematiche e dinamiche estremamente complesse, ma vitali per chi convive con una o più patologie rare, sia i pazienti che le loro famiglie».

«Per quanto riguarda gli screening neonatali – prosegue – si tratta di un segnale di apertura. Il Fondo è di modesta entità, ma è comunque una dimostrazione di interesse importante. Oggi sappiamo che lo screening neonatale è uno dei programmi di salute pubblica più efficace per prevenire morti precoci e disabilità gravi, e per migliorare significativamente la prognosi dei bambini che nascono con una patologia rara».

Alle regioni servono risorse dedicate e stabili, affinché lo screening sia quanto più esteso possibile ma soprattutto garantito su tutto il territorio nazionale

Il riconoscimento del ruolo della diagnostica genomica (in particolare i test NGS) per la sordità e le malattie rare è fondamentale, perché riconosce un bisogno forte di accedere su larga scala a una diagnosi rapida e precisa. Senza questo approccio non si può parlare di medicina personalizzata, tanto nell’ambito delle malattie rare quanto in quello oncologico.

«Ci sono però anche dei dati negativi – conclude Venturi – in particolare riguardo Fondo per i farmaci innovativi (disciplinato dall’articolo 1, commi da 281 a 292, della legge 30 dicembre 2024, n. 207), al quale finalmente possono accedere tutte le regioni, comprese quelle a statuto speciale come Sicilia e Sardegna, dove sappiamo essere presenti un alto numero di pazienti con malattie rare (basti pensare alla talassemia o alla miastenia gravis). Purtroppo però il Fondo è stato ridotto a decorrere dall’anno 2026 di 140 milioni di euro annui, questo significa che le risorse a disposizione delle regioni saranno di meno, a fronte invece di una maggiore disponibilità di terapie innovative recentemente approvate o di futura approvazione».

Annalisa-Scopinaro
Annalisa Scopinaro

Anche UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare valuta positivamente l’attenzione riservata dalla Legge di Bilancio 2026 agli screening neonatali e alle malattie rare. In particolare, è accolta con favore l’istituzione di un Fondo specifico da 500 mila euro per il 2026 e il 2027, destinato a consentire alle Regioni di avviare progetti pilota per l’ampliamento del panel di screening neonatale esteso, superando almeno in parte le lunghe tempistiche legate all’aggiornamento dei LEA. Positiva anche l’attenzione dedicata alla leucodistrofia metacromatica, oggi esclusa dai LEA e inserita nel panel SNE solo in poche Regioni, così come il rafforzamento dell’utilizzo dei test di Next-Generation Sequencing per la profilazione delle malattie rare.

Resta ora essenziale la necessità di procedere rapidamente con i decreti attuativi, per evitare nuove disuguaglianze territoriali e garantire il diritto allo screening per tutti i bambini.

LEP uguali ai LEA in sanità: una scorciatoia che rischia di cristallizzare le diseguaglianze

«I Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) non coincidono con i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), né sul piano normativo né su quello sostanziale. La scelta del Governo di equipararli, forzando l’interpretazione di una sentenza della Corte Costituzionale, ha il chiaro obiettivo di accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata, destinata ancor più ad essere un moltiplicatore di diseguaglianze. I LEP sanitari devono essere definiti al pari di tutte le altre materie per non cristallizzare per legge differenze regionali già oggi inaccettabili, indebolire ulteriormente le Regioni del Mezzogiorno e gravare quelle del Nord con un eccesso di mobilità sanitaria».

È questo il messaggio centrale portato dal Presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, nel corso dell’audizione odierna presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato, nell’ambito dell’esame del Disegno di Legge delega n. 1623 per la determinazione dei LEP.

Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP)

I LEP sono l’insieme delle prestazioni e dei servizi che lo Stato deve garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, per assicurare i diritti civili e sociali fondamentali delle persone indipendentemente dalla Regione o dal Comune di residenza.

I LEP riguardano tutti i diritti civili e sociali, ma sono stati definiti solo parzialmente

I LEP sono previsti dall’articolo 117 della Costituzione, che attribuisce allo Stato la competenza esclusiva nel determinarli, anche se molte funzioni sono svolte da Regioni ed enti locali.

I LEP riguardano tutti i diritti civili e sociali, ad esempio: servizi sociali, istruzione, tutela della salute, trasporto pubblico locale, politiche abitative, servizi per l’inclusione sociale e lavorativa. Ad oggi i LEP non sono stati definiti se non in maniera parziale e solo in alcuni ambiti.

Le diseguaglianze regionali

In sanità qualsiasi discussione sui LEP non può prescindere da una valutazione delle attuali diseguaglianze regionali nell’erogazione dei LEA, ovvero le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o con il pagamento di un ticket. Il monitoraggio ufficiale del Ministero della Salute tramite gli indicatori del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) fotografa profonde differenze tra le Regioni.

Nel 2023 ben 8 Regioni risultano non adempienti ai LEA

Nel 2023 (ultimo anno disponibile) ben 8 Regioni risultano non adempienti ai LEA non raggiungendo la soglia minima di 60 punti su 100 in almeno una delle tre macro-aree: prevenzione, distrettuale e ospedaliera. Inoltre, sommando i punteggi ottenuti nelle tre macro-aree, a fronte di un punteggio medio di 226 punti su 300, esistono divari molto marcati: Veneto e Toscana superano i 280 punti, mentre altre Regioni non raggiungono i 200 punti, in particolare nel Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Sicilia) e in Valle d’Aosta (Tabella 1).

Infine, in ciascuna macro-area, il divario tra le Regioni con le migliori performance e quelle in maggiore difficoltà supera i 40 punti, arrivando in alcune aree a scarti ancora maggiori, con criticità soprattutto sull’assistenza territoriale e sulla prevenzione, concentrate specialmente al Sud (Tabella 2).

«Tenendo conto che il NSG fornisce solo un quadro generale sull’adempimento dei LEA – ha evidenziato Cartabellotta – ma non misura l’effettiva qualità dell’assistenza erogata né tantomeno l’effettiva esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute, l’entità delle diseguaglianze regionali e territoriali è largamente sottostimata».

Salute e autonomia differenziata: una linea rossa già segnalata da GIMBE

Il DDL 1623 è uno step fondamentale per l’attuazione dell’autonomia differenziata. Nel suo intervento, il Presidente ha ricordato come, già durante l’iter legislativo della riforma, la Fondazione GIMBE avesse richiesto di espungere la tutela della salute dall’elenco delle materie trasferibili alle Regioni, perché destinata a legittimare normativamente i divari tra Nord e Sud, concretizzando un’inaccettabile violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercitare il diritto alla tutela della salute.

LEP = LEA: una forzatura giuridica per accelerare l’iter legislativo

Il DDL 1623 propone di escludere la tutela della salute dalle materie per cui determinare i LEP, sostenendo – sulla base della sentenza n. 192/2024 della Corte Costituzionale – che in sanità i LEA assolvano già a tale funzione. Una tesi che, secondo la Fondazione GIMBE, consegue a una lettura forzata della giurisprudenza costituzionale, funzionale solo ad accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata. «Nella sentenza n. 192/2024 – ha spiegato Cartabellotta – il riferimento ai LEA ha natura meramente esemplificativa, ma non equipara formalmente i LEP sanitari ai LEA, né supera la distinzione terminologica tra i due concetti, perché farlo significherebbe confondere il principio sancito dai LEP con lo strumento operativo rappresentato dai LEA».

I LEP sono un vincolo costituzionale, i LEA lo strumento

I LEP rappresentano infatti un vincolo costituzionale: la soglia minima uniforme di prestazioni necessarie a rendere effettivi i diritti fondamentali su tutto il territorio nazionale. I LEA, invece, costituiscono lo strumento: un elenco dettagliato di prestazioni sanitarie con cui perseguire il fine costituzionale dell’uniforme esigibilità del diritto alla tutela della salute.

LEA invece che LEP: definire diritti formali, ma non esigibili per mancanza di risorse

Un altro nodo centrale è quello del finanziamento perché i LEA non vengono direttamente finanziati. «Il Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) – ha spiegato Cartabellotta – viene ripartito alle Regioni in base alla popolazione residente, in parte pesata per età. Per finanziare i LEP sanitari, invece, le risorse pubbliche dovrebbero coprire i costi necessari per garantirli in modo uniforme su tutto il territorio nazionale». Tuttavia, oggi nessuno è in grado di quantificare in tempi brevi il costo necessario per assicurare in tutto il Paese, ad esempio, pronto soccorso non affollati, tempi di attesa ragionevoli per esami e visite specialistiche o una rete territoriale funzionante.

Con l’attuale livello di sottofinanziamento del SSN, le risorse sarebbero insufficienti per rendere i LEP realmente esigibili dai cittadini

«E allora – ha commentato il Presidente – vista l’impossibilità di finanziare i costi effettivi dei LEP sanitari con l’attuale disponibilità di risorse, l’Esecutivo rinuncia a definirli e imbocca la scorciatoia di equipararli ai LEA, con il solo scopo di accelerare l’autonomia differenziata. Una scorciatoia che renderebbe giuridicamente accettabili le diseguaglianze regionali nell’esigibilità del diritto alla tutela della salute».

Le conseguenze per i cittadini

«In molte aree del Paese – ha spiegato Cartabellotta – già oggi i cittadini non riescono a ottenere servizi e prestazioni sanitarie essenziali in tempi adeguati e sono spesso costretti a spostarsi in altre Regioni per curarsi. E senza la definizione dei LEP sanitari, l’autonomia differenziata non solo non ridurrà questi divari, ma li enfatizzerà, rendendoli strutturali e legittimati giuridicamente».

La proposta GIMBE

La Fondazione GIMBE ha ribadito la necessità di definire i LEP sanitari, perché l’equiparazione tra LEA e LEP non poggia su solide basi giuridiche e tecniche e si fonda su una interpretazione forzata della sentenza della Corte costituzionale n. 192/2024 volta ad accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata. «Con questa scorciatoia – ha concluso Cartabellotta – il rischio concreto è di proclamare nuovi diritti senza le risorse per garantirli. Infatti, qualora definiti, i LEP sanitari dovrebbero essere finanziati, ma con l’attuale livello di sottofinanziamento del SSN le risorse sarebbero largamente insufficienti per renderli realmente esigibili dai cittadini. Ma soprattutto questa scelta legittimerebbe normativamente la mancata esigibilità del diritto alla tutela della salute, trasformando l’autonomia differenziata in un moltiplicatore di diseguaglianze. Con ulteriore indebolimento delle Regioni del Mezzogiorno ed effetti boomerang per le Regioni del Nord, che non potranno più gestire l’ulteriore incremento di mobilità sanitaria».

Dispositivi medici: cosa sono gli Early Feasibility Studies

L’innovazione tecnologica in campo medico richiede percorsi clinici sicuri ma rapidi, capaci di portare dispositivi medici promettenti dal laboratorio al paziente. Gli Early Feasibility Studies (EFS) rappresentano uno strumento chiave in questo processo: indagini cliniche molto precoci condotte su dispositivi non ancora definitivi, che consentono di raccogliere dati essenziali per arrivare al design finale, garantendo al contempo sicurezza secondo standard internazionali (ISO 14155) e normative europee.

Il progetto HEU-EFS – Harmonised Approach for Early Feasibility Studies of Medical Devices in the European Union, coordinato dall’Università Bocconi e finanziato dalla Commissione europea nell’ambito di Horizon Europe Innovative Health Initiative Joint Undertaking, mira a sviluppare un approccio armonizzato agli EFS nell’UE. Grazie alla collaborazione tra 22 partner internazionali, tra cui industria, ospedali, società scientifiche e associazioni di pazienti, agenzie di HTA e CRO, il progetto ha elaborato raccomandazioni, template e metriche per rendere più efficaci e sicuri gli studi clinici precoci, con l’obiettivo di accelerare l’accesso dei pazienti a tecnologie innovative e promuovere la competitività del mercato unico europeo.

Durante la LIVE, gli esperti hanno discusso i risultati finora raggiunti e le prospettive future del progetto, approfondendo il ruolo degli EFS come leva strategica per l’innovazione e la sostenibilità del settore dei dispositivi medici in Europa.

Ospiti:

  • Giuditta Callea
    SDA Bocconi School of Management, Principal Investigator HEU-EFS
  • Marta Bragagnolo
    Global Heart Hub, Partner HEU-EFS
  • Guido Beccagutti
    Direttore Generale, Confindustria Dispositivi Medici

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

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