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Innovazione e prossimità: l’esperienza della Rete Reumatologica Metropolitana di Bologna

La Rete Reumatologica Metropolitana di Bologna ha introdotto un modello innovativo di assistenza al paziente cronico che ha considerato come elemento centrale, già prima della pandemia da Covid-19, l’attenzione alla prossimità di cura, con il coinvolgimento multidisciplinare di diverse figure e strutture sul territorio.

Il modello organizzativo colma la distanza tra l’assistenza sul territorio e quella svolta nei complessi ospedalieri

Esploriamo i dettagli del percorso di presa in carico, la collaborazione tra ospedale e territorio e le prospettive future di questa iniziativa con il dottor Massimo Reta, Direttore dell’Unità Operativa Complessa Interaziendale di Medicina Interna ad Indirizzo Reumatologico dell’Azienda USL di Bologna e IRCCS AU Bologna Policlinico di Sant’Orsola.

Come nasce il percorso di percorso di presa in carico e gestione del paziente reumatologico della vostra realtà?

Il disegno della Rete Reumatologica Metropolitana di Bologna nasce su proposta dalla Conferenza Socio Sanitaria Territoriale Metropolitana nel 2019 con l’obiettivo di studiare un nuovo modello di assistenza del malato reumatologico che è l’archetipo del malato cronico. Questo modello doveva avere chiare e innovative caratteristiche quali:

  • la “prossimità” reale e capillare, tale da poter, per quanto possibile, gestire il paziente vicino al domicilio
  • la “presa in carico” che, una volta confermato che il paziente necessiti di percorso specialistico reumatologico, sia per un percorso breve o lungo, viene gestito dall’organizzazione reumatologica. Questa gestione include la prescrizione e la prenotazione diretta, quando possibile, di tutti gli esami e trattamenti necessari. Inoltre, molte di queste prestazioni potranno essere effettuate direttamente dall’Unità Operativa stessa. Nelle sedi dove è disponibile la tecnologia dell’ecografia muscolo-scheletrica o articolare, durante la visita reumatologica stessa verrà eseguita direttamente l’ecografia, riducendo i tempi per la diagnosi e evitando al paziente di dover tornare più volte presso le strutture sanitarie
  • la “medicina di iniziativa”, implementando il PDTA del malato reumatologico adulto che ha come scopo e disegno l’obiettivo di intercettare precocemente i pazienti reumatologici a prognosi potenzialmente più severa come le poliartriti, le connettiviti, le vasculiti
  • la “medicina di precisione” attraverso il lavoro in Rete, stratificando in livelli assistenziali i pazienti in relazione alla loro effettiva complessità clinica e non per forza in relazione alla patologia
  • il superamento della assistenza territoriale come “filtro” di pazienti da inviare successivamente al centro ospedaliero.

Inoltre obiettivo era l’ampliamento dell’offerta reumatologica, sia nelle strutture territoriali di prossimità (Case di Comunità e Poliambulatori in AUSL Bologna e Imola) che in quelle ospedaliere (Ospedale Maggiore, AOSP Bologna, IOR, Imola) con il consolidamento dell’attività di questi nella presa in carico dei pazienti a maggiore complessità.

Come è organizzato il percorso e perché è innovativo nel rapporto tra ospedale e territorio?

Massimo Reta

La Rete si compone di 18 sedi reumatologiche distribuite capillarmente sul Territorio Metropolitano in modo da poter offrire, oltre che un certo numero di visite, anche lo svolgimento delle stesse quasi sempre abbastanza vicine al domicilio stesso.

Questo modello organizzativo colma la distanza tra la assistenza sul territorio e quella svolta nei complessi ospedalieri rendendole entrambe organiche ad un unico obiettivo, cioè il raggiungimento della migliore assistenza al malato cronico.

I professionisti reumatologi ospedalieri e specialisti territoriali lavorano sia negli Ospedali sia nelle Case di Comunità, inseriti tutti nella Unità Operativa senza distinzione di competenze e di attività. Possono così gestire qualsiasi malato reumatologico, sia egli semplice che severo/complesso. Spesso questi professionisti seguono il percorso del paziente complesso/severo anche nel passaggio ai setting di maggior complessità lavorando in team con i Colleghi o altri specialisti (multidisciplinarietà).

Quali risultati avete già raggiunto e quali prospettive avete per il futuro?

Il lavoro in Rete che ha coinvolto specialisti di diverse Aziende Sanitarie ha reso più fruibile l’assistenza consentendoci di essere tempestivi non solo nella presa in carico ma anche nella gestione nel giusto setting e rendendo complementari le capacità di ogni UO Reumatologica.

L’assistenza è più fruibile e tempestiva non solo nella presa in carico ma anche nella gestione del giusto setting

Il risultato finale è quello di migliorare l’assistenza del malato reumatologico e favorire la multidisciplinarietà, elemento che, ad oggi, è un punto fermo per i pazienti reumatologici complessi. Il passaggio nei vari setting viene naturalmente gestito attraverso prescrizioni e prenotazioni dirette senza alcun aggravio di tempo e spesa da parte del paziente che troverà tutti riferimenti di gestione, diagnostica e terapeutici direttamente sul Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE).

Come si inserisce nella nuova sanità territoriale e nelle nuove Case di comunità?

Questo modello, nato ben prima del PNRR e del DM 77/22, ha reso omogenea ed estremamente “capace e competente” la gestione del paziente tra territorio e ospedale.

Il presente, che è già futuro, è volto a riconoscere in punti strategici territoriali, nelle Case di Comunità, organizzazioni, supporti logistici e di risorse tecnologiche e umane che possano spostare il livello di complessità maggiore sul territorio al fine di aumentare la platea di pazienti presi in carico in prossimità e ridurne lo spostamento verso l’ospedale, che rimane punto di riferimento per i malati più severi, con malattie rare, comorbidi, multidisciplinari o che necessitino di maggior e più specialistica cura.

A questo scopo abbiamo già in sperimentazione la delocalizzazione e domiciliazione di alcuni trattamenti e attività, finora svolti nei Centri Hub, nelle Case di comunità.

Allo stesso modo abbiamo implementato fin dal 2020 la telemedicina, sia come televisita che teleconsulto: oltre utile a ridurre i tempi di attesa di alcuni pazienti, ne migliora la gestione rendendo sempre più facile e fruibile la multidisciplinarietà. Inoltre già oggi la telemedicina in organizzazioni così complesse ha un ruolo chiave anche nel monitoraggio, assistenza e triage dei pazienti già presi in carico che possano avere richieste di valutazioni anticipate e/o presunte urgenti, riducendo di conseguenza lo stress organizzativo degli accessi incontrollati urgenti.

Quali criticità avete affrontato e come le avete superate?

Naturalmente questo modello ha richiesto nel tempo un grande impegno da parte delle Aziende Sanitarie partecipanti e delle relative organizzazioni, dei professionisti e dei servizi essenziali al supporto della costituzione e successivo mantenimento e miglioramento della Rete.

È necessario uno sforzo in appropriatezza, coordinamento, collaborazione e lavoro in team, flessibilità e capacità di “pragmatismo professionale”

È necessario uno sforzo in appropriatezza, coordinamento, collaborazione e lavoro in team, flessibilità e capacità di “pragmatismo professionale”. E tutto questo può essere raggiunto con la formazione continua e il lavoro di gruppo che, ancora oggi, è fondamentale per continuare a migliorare l’organizzazione, e di conseguenza l’assistenza stessa.

Fondamentale nell’integrazione ospedale/territorio è il rapporto con il medico di medicina generale: qual è il suo ruolo nella vostra Rete?

Il rapporto con il MMG è centrale e decisivo se si vuole operare con criteri di appropriatezza e condivisione dei progetti di presa in carico e cura del malato cronico, per cui incontri formativi, informativi e di condivisione di obiettivi e risultati nelle Case di Comunità o nei Nuclei di Cure Primarie sono e saranno necessari nel tempo.

I professionisti reumatologi ospedalieri e specialisti territoriali lavorano sia negli Ospedali sia nelle Case di Comunità

Avrà importanza primaria anche la consapevolezza che nelle patologie croniche i momenti di controllo e follow-up assumono carattere prioritario e di conseguenza superare il concetto prestazionale delle cure, privilegiando la qualità e l’organicità di una reale presa in carico personalizzata, almeno per i pazienti complessi/severi. In quest’ottica, il lavoro sulle macroarticolazioni e sui decisori sia politici che aziendali sarà ancora lungo e complesso nelle sue future fasi, dovendo giocoforza armonizzare le criticità dell’offerta sanitaria con il raggiungimento di un outcome ottimale e stabile del paziente cronico.

Questa esperienza potrebbe essere esportabile in altre realtà e che cosa ne pensano i pazienti?

Riteniamo che, anche alla luce del DM 77/22, tali modelli possano divenire virtuosi, con le dovute considerazioni e personalizzazioni, per altre discipline mediche che abbiano come core assistenziale patologie croniche.

Tale modello organizzativo è stato e continua ad essere assai utile e confortante per l’utente.

Dall’analisi degli indicatori previsti nel progetto emerge che nei 4 anni in cui si sta lavorando con questi obiettivi, la grande maggioranza dei pazienti reumatologici vengono seguiti e presi in carico presso strutture territoriali con successo e con piena soddisfazione dei pazienti stessi, che hanno e avranno una qualità dell’assistenza massimale e di grande qualità ovunque saranno valutati. Da ultimo, ritengo importante sottolineare che tutto questo è stato raggiunto anche grazie al continuo confronto tuttora in corso con l’associazionismo, e in particolare con l’Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna (AMRER), che è stata e continua ad essere, oltre che un pungolo, anche interlocutore in tutte le fasi di costruzione della Rete Reumatologica Metropolitana.

Nuovo PPDTA per il diabete nella ASL Roma 2

Con una recente delibera, ha preso il via in ASL Roma 2 un nuovo percorso preventivo-diagnostico-terapeutico-assistenziale (PPDTA) dedicato ai pazienti con diabete mellito di tipo 2. L’obiettivo è affrontare la sfida delle malattie croniche in accordo con il Piano Nazionale Cronicità, il PNRR e il DM77, rafforzando l’efficacia dei processi e la continuità terapeutica del paziente tra i diversi setting assistenziali.

Ne abbiamo parlato con Giorgio Casati, Direttore Generale di ASL Roma 2, che ha sottolineato l’importanza di una medicina di iniziativa basata sui dati reali dei pazienti, con la garanzia della necessaria privacy come da normativa, con stratificazione del rischio e gestione integrata e proattiva del paziente con diabete.

L’AI per una diagnostica più precisa delle patologie femminili

Secondo il Global Women’s Health Index 2023, sono ancora troppo poche le donne che partecipano con regolarità agli screening per la ricerca del tumore alla mammella, ma non solo. Gli esperti sottolineano che molto può essere fatto per migliorare la capacità stessa di individuare i tumori anche grazie all’intelligenza artificiale.

Come spiega a TrendSanità Massimo Calabrese, Presidente nazionale del Direttivo della sezione di Senologia della Società italiana di Radiologia medica e interventistica (SIRM): «L’intelligenza artificiale può coadiuvare l’intelligenza umana: uno studio svedese rivela che come secondo lettore dello screening in casi specifici l’AI riesce a identificare più neoplasie in meno tempo. Quindi permette di performare meglio e di risparmiare tempo».

Rapporto Censis e Aiop: «Come evitare la deriva di una Sanità per Censo»

È stato presentato a Roma il 21° Rapporto Ospedali&Salute “Reinventiamo il Servizio Sanitario. Come evitare la deriva di una Sanità per Censo”, promosso da Aiop, l’Associazione Italiana delle aziende sanitarie ospedaliere e territoriali e delle aziende socio-sanitarie residenziali e territoriali di diritto privato, e realizzato in collaborazione con il Censis.

Il Rapporto è un documento unico nel suo genere che, da sempre, coniuga le più accurate evidenze elaborate dal Ministero della Salute, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, da Agenas e da altri osservatori privilegiati con l’esperienza dei cittadini-pazienti.

Il primo risultato è la sovrapposizione che si realizza tra i due punti di vista, quello della percezione diretta degli utenti e quello degli erogatori del SSN, nelle sue articolazioni di diritto pubblico e di diritto privato.

La sacralità del Servizio sanitario nazionale per gli italiani

L’89% degli italiani ritiene che il Servizio sanitario nazionale sia un pilastro della nostra società. Uno spazio “sacro” dove ridimensionare le diseguaglianze territoriali, socio-economiche e culturali.

Il 90,5% dei pazienti ritiene positiva o comunque sufficiente la qualità delle prestazioni ricevute. Si tratta di una soddisfazione che il Rapporto Censis-Aiop registra ovunque, anche nelle aree del Mezzogiorno.

Le barriere all’accesso alle prestazioni sanitarie

Il problema risiede, tuttavia, nel riuscire a usufruire dei servizi sanitari nell’ambito del Ssn. Secondo l’indagine, il vulnus del sistema è proprio la sua impermeabilità, in termini di barriere all’ingresso.

Il 53,5% degli italiani si trova ad affrontare tempi di attesa eccessivamente lunghi rispetto all’urgenza della propria condizione clinica; il 37,4% segnala la presenza di liste bloccate o chiuse, nonostante siano formalmente vietate.

La fuga nella sanità a pagamento

Ecco che ogni 100 tentativi di prenotazione nel Ssn, la quota di popolazione che rinuncia e si rivolge alla sanità a pagamento è del 39,4% (il 34,4% dei bassi redditi). In particolare, il 12% ricorre all’intramoenia (la sanità privata nelle strutture pubbliche) e il 18% al privato puro. 

Il 51,6% degli italiani sceglie direttamente la sanità a pagamento, senza provare a prenotare nel Ssn – inteso in tutto il Rapporto Ospedali&Salute sia nella sua componente di diritto pubblico sia nella sua componente di diritto privato – una quota alta anche tra la popolazione a basso reddito (40,6%).

Si tratta di forze centrifughe al Ssn confermate da una spesa sanitaria privata degli italiani che rappresenta circa 1/4 della spesa sanitaria totale.

Orazio Schillaci, Ministro della Salute, ha dichiarato: “Dal Rapporto Censis-Aiop emergono tanti punti di forza e molte criticità. Così come emerge anche dai dati Ocse – rispetto ai quali la sanità italiana è ai primi posti – il Ssn ha una elevata capacità di garantire le cure migliori ai propri cittadini ma non possiamo ignorare come essi sperimentino continue barriere all’accesso alle prestazioni. Mi riferisco ai tempi d’attesa eccessivamente lunghi, a liste addirittura bloccate. Mi riferisco alle persone che rinunciano a priori a curarsi, atteggiamento questo di sfiducia, una rappresentazione di una sanità in crisi. Bisogna partire dal dato che emerge nel Rapporto per il quale i cittadini italiani sono interessati alla qualità e non se la struttura che eroga le prestazioni sia di diritto pubblico o se privata convenzionata e occorre rimuovere gli ostacoli che incontrano soprattutto le persone meno abbienti: questa è la nostra priorità per realizzare una sanità universalistica e equa. Ringrazio, quindi, Barbara Cittadini per i tanti stimoli e idee che mi invia quotidianamente e che tengo sempre in considerazione”.

Per Barbara Cittadini, Presidente nazionale Aiop: «Il Rapporto dimostra una perfetta sovrapposizione tra l’esperienza diretta degli italiani, rilevata dall’indagine Censis-Aiop, e i principali dati di sistema elaborati da Agenas e del Ministero della Salute. Questa sovrapposizione emerge, innanzitutto, rispetto alla duplice natura del Servizio sanitario nazionale, la quale si manifesta nella distribuzione dei posti letto accreditati (69% nella componente di diritto pubblico e 31% nella componente di diritto privato) nonché in una simile ripartizione delle giornate di degenza. Le strutture di diritto privato erogano quote importanti di prestazioni ad alta complessità. Ad esempio, dal 25% al 40% (a seconda della sede della neoplasia) di interventi per tumore maligno. Questo contributo – ha proseguito Cittadini – si sostiene con il solo 13% della spesa ospedaliera pubblica totale. Del ruolo della componente di diritto privato nel Servizio sanitario nazionale è consapevole, anche, il 68,5% degli italiani che non fa distinzione a seconda della natura giuridica delle strutture e che considera rilevante solo la qualità delle prestazioni ricevute; per più di un italiano su due la presenza delle strutture accreditate rappresenta una necessità, in considerazione della difficoltà degli ospedali di diritto pubblico nel rispondere in tempi appropriati ai bisogni di cura delle persone. Una prima importante scelta in questa direzione – ha concluso la Presidente – è stata, finalmente, compiuta nell’ultima manovra di bilancio, la quale non si è limitata a stanziare risorse ad hoc per la riduzione delle liste d’attesa ma ha infranto quel “tetto di cristallo” che avendo, per decenni, limitato le Regioni all’acquisto di prestazioni dalla nostra componente, ha depauperato quali-quantitativamente la capacità di risposta del sistema». Per Barbara Cittadini, “questo è il segno tangibile di quell’auspicato cambio di paradigma che appare possibile solo superando con raziocinio e buon senso ogni pregiudizio e anacronistica ideologia».

Giorgio De Rita, Segretario Generale Censis, ha affermato: “Il Servizio sanitario resta tra le istituzioni più apprezzate dagli italiani e i medici, gli infermieri e gli altri operatori beneficiano di una elevata fiducia da parte dei cittadini. Tuttavia sono ormai evidenti criticità, a cominciare dall’eccessiva lunghezza delle liste di attesa, esito di processi regressivi iniziati molto indietro nel tempo. Per questo è urgente ampliare e gestire con maggior efficienza le risorse pubbliche investite in sanità. Sarà così finalmente possibile rispondere alle aspettative di qualità ed equità dei cittadini, contrapponendosi alla pericolosa deriva verso una sanità per censo».

Secondo Beatrice Lorenzin, Componente 5ª Commissione Programmazione economica, Bilancio, Senato della Repubblica: «Dobbiamo evitare che le persone riescano ad accedere a un servizio sanitario soltanto se hanno delle risorse proprie o se hanno un’assicurazione. C’è un tema di difficoltà di accesso, quindi di rinuncia alle cure e un tema di disuguaglianze dei trattamenti sanitari Regione per Regione. Se non vogliamo rinunciare all’universalità del Ssn, sicuramente abbiamo bisogno di capire quanto siamo disponibili a spendere sul Ssn, dobbiamo avere la forza di riformarlo in quegli aspetti di organizzazione e programmazione che adesso necessitano di un cambiamento di prospettiva. In più, dobbiamo recuperare 30 miliardi che sono di fatto spesi out of pocket, spesso non appropriati, dai cittadini, quindi reinserirli nel nostro Ssn. Infine, tutti questi problemi non ci sarebbero se non ci fossero più di 100 miliardi di evasione fiscale».

Davide Faraone, Capogruppo XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati, ha sottolineato: «Mi ha colpito il fatto che su alcuni aspetti la sanità italiana è peggiorata rispetto al periodo pre pandemico. Avevamo detto che dopo la pandemia avremmo investito di più in sanità e invece dal Rapporto emerge che non è così e questo mi preoccupa. Inoltre, il Governo continua a non investire in ambito sanitario e se non mettiamo più soldi non potremo azzerare le liste d’attesa, non potremmo avere più medici e infermieri, non potremo sostenere la sanità privata, che svolge un ruolo importantissimo nel nostro Paese. In questo senso, non aver preso le risorse del Mes per noi è stato un errore clamoroso”.

Ylenja Lucaselli, Presidente Collegio d’Appello, Capogruppo V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione, Camera dei Deputati, ha dichiarato: «È importante recuperare da questa indagine un dato fondamentale, cioè che la sanità pubblica può e deve essere supportata dalla sanità accreditata. Non dobbiamo raccontare bugie agli italiani, la sanità accreditata è gratuita tanto quella pubblica ed è un pilastro decisivo per aumentare il livello qualitativo della prestazione sanitaria italiana. Dobbiamo partire dalla razionalizzazione della spesa, cioè utilizzare meglio i fondi pubblici, altrimenti nessun investimento è sufficiente. Questo Governo ha investito delle risorse, ma è importante impiegarle bene. Oggi non possiamo permetterci di pensare alla sanità come se fossimo 50 anni indietro, non possiamo non considerare la prevenzione come elemento essenziale della salute. Una buona gestione del singolo nel sistema oggi è un fattore fondamentale».

Per Elena Murelli, Componente 10ª Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale, Senato della Repubblica: «Il nostro Sistema sanitario deve essere innovato e rinnovato attraverso una semplificazione dei processi a 360 gradi. Occorre identificare le buone pratiche regionali e anche internazionali da replicare su tutto il territorio nazionale per seguire meglio il paziente dalla diagnosi alla cura nelle diverse patologie fino all’aderenza alle terapie. È essenziale rimuovere i problemi di gestione della privacy e, inoltre, promuovere l’interoperabilità dei diversi sistemi territoriali e dei dati per permettere una migliore analisi dei dati e promuovere la ricerca di nuove terapie anche personalizzate per un servizio completo ai cittadini».

Secondo Domenico Mantoan, Direttore Generale Agenas: «Il sistema ospedaliero soffre del fatto che abbiamo deciso di avere il più basso numero di posti letto ospedalieri; dall’altra parte le strutture private accreditate, che sono sistema pubblico a tutti gli effetti, hanno budget e tariffe bloccate da 12 anni: si tratta di un unicum italiano. Dobbiamo considerare questo quando diciamo che il cittadino fa fatica a prenotare le prestazioni al CUP e che i volumi non sono sufficienti. D’altra parte, l’attività del pubblico non è ancora tornata ai livelli del 2019, pur essendoci più risorse economiche e più personale. Serve monitorare l’efficienza organizzativa per orientare le risorse verso chi le sa usare meglio. Siamo di fronte a un sistema che sta facendo scivolare i cittadini verso la sanità a pagamento. Si sta concretizzando un secondo pilastro di finanziamento parallelo a quello pubblico: anche gli infermieri oggi chiedono sanità integrativa e welfare aziendale. È sintomo di insicurezza nei confronti del Ssn. Il Ministero della Salute deve riappropriarsi di un ruolo anche di programmazione, fermo restando la natura regionale della sanità. Pensiamo a quegli ospedali che sono ormai di riferimento nazionale per il trattamento di determinate condizioni. Bisogna prenderne atto. Per quanto riguarda le liste d’attesa, oggi conosciamo solo quelle percepite. Non abbiamo a livello informativo contezza né siamo in grado di misurarle. L’auspicio è la creazione di un sistema in cui un soggetto terzo, penso ad Agenas, attraverso l’informatizzazione, possa monitorare l’efficienza organizzativa, anche in termini di tempi di erogazione delle prestazioni, e dare risposte adeguate ai cittadini».

Angela Adduce, Ispettore generale capo dell’Ispettorato generale per la spesa sociale della Ragioneria generale dello Stato, Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha sottolineato che: «Quello che vorrei chiedere, oggi, al Servizio sanitario nazionale è di ricominciare a produrre dopo lo shock Covid. Nonostante l’afflusso finanziario importante, il Ssn non è ancora in grado di esprimere una risposta adeguata: è un problema di organizzazione e di efficientamento. Il Ssn ha bisogno di recuperare una produttività attraverso l’impiego di manager che siano capaci di gestire efficacemente le risorse e occorre iniziare a parlare non solo di quanto si spende ma di come si spende, della qualità, cioè, della spesa».

Americo Cicchetti, Direttore Generale, Ex Direzione generale della programmazione sanitaria, Ministero della Salute, ha dichiarato: «Per far funzionare il Ssn occorre realizzare un sistema basato su un aggiornamento continuo delle procedure più efficaci, del valore delle tariffe necessarie a rimborsarle e su un sistema di controllo. Nel contesto di oggi, con la disponibilità di dati e di informazioni che abbiamo, non dobbiamo più pagare le prestazioni, ma dobbiamo pagare la salute: servono meccanismi ibridi di rimborso, pesando i drg sulla base degli esiti degli interventi e dei trattamenti sanitari». Per quanto riguarda la Legge sulla concorrenza in Sanità, che riguarda oggi le sole strutture di diritto privato, Cicchetti ha evidenziato che sono in corso interlocuzioni tra il Ministero e l’Autorità garante per il mercato e la concorrenza. 

«La materia è molto delicata – ha proseguito – a partire dal fatto che gli erogatori non possono cambiare continuamente perché i pazienti devono essere seguiti nel tempo e la presa in carico deve avere continuità e perché occorre favorire gli investimenti, i quali hanno bisogno di prospettive di lungo termine per essere ammortizzati». 

Sulle liste d’attesa Cicchetti ha ricordato che in un Servizio sanitario nazionale i tempi di attesa sono fisiologici e necessari per governare la domanda di salute; il problema è quando i tempi non sono compatibili con l’urgenza della prestazione. «Entro luglio sarà pronto il Piano di governo delle liste d’attesa che farà leva sulla messa a sistema dei CUP e sull’analisi del fabbisogno reale, in termini di prestazioni attese dalla popolazione», ha concluso.

Tumore della prostata, Fondazione Onda porta l’esperienza italiana in Europa

Mettere al tavolo istituzioni, clinici e associazioni europee per condividere best practice ed esperienze per promuovere prevenzione e diagnosi precoce per il tumore della prostata a seguito dell’aggiornamento delle Raccomandazioni sugli screening oncologici del Consiglio dell’Unione Europea del dicembre 2022.

Questo l’obiettivo dell’incontro “Strengthening Prostate Cancer Initiatives across EU and Member States”, organizzato in modalità virtuale dal Let’s Talk Prostate Cancer (LTPC) Expert Group, gruppo che riunisce gli stakeholder delle principali organizzazioni in Europa nel campo del tumore della prostata ed è presieduto da membri del Parlamento europeo.

L’incontro, al quale Fondazione Onda ha partecipato portando la sua esperienza e il suo impegno, è stato un ulteriore passo per sostenere la rapida adozione di protocolli di screening organizzati e basati sul rischio del tumore della prostata in tutti gli Stati membri dell’UE, come emerso dalle Raccomandazioni del 2022.

Il tumore della prostata rappresenta il 20 per cento di tutti i tumori maschili con 41.000 nuove diagnosi ogni anno in Italia e oltre 2 milioni di uomini che ci convivono in Europa. Il Piano europeo di lotta contro il cancro, presentato nel 2021, e la pubblicazione nel dicembre 2022 dell’aggiornamento delle Raccomandazioni sugli screening oncologici invitano a prendere in considerazione lo screening organizzato, oltre che per altri tipi di tumore, anche per il tumore della prostata. Obiettivo: sollecitare una maggiore attenzione verso la diagnosi precoce riducendo la mortalità e le diseguaglianze.

In Italia, dove un programma di screening organizzato per questo tumore non è attivo, si stanno però facendo passi avanti. Il Ministero della Salute ha recentemente stanziato 500.000 euro per la realizzazione di un progetto pilota per un programma di screening organizzato basato sul rischio del tumore della prostata nella Regione Toscana. Questo progetto ha l’obiettivo di valutare l’accettabilità, l’accuratezza e la fattibilità di protocolli di screening che utilizzano il PSA con risonanza magnetica come test di triage per i soggetti positivi al fine di ridurre la sovradiagnosi e migliorare la diagnosi precoce nella popolazione target.

Questo studio pilota, della durata di due anni coordinato dalla Regione Toscana e guidato dall’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (ISPRO), che coinvolgerà anche altre Regioni, si propone inoltre di mappare le iniziative già in atto, per favorire collaborazioni ed elaborare un protocollo per interventi pilota per la diagnosi precoce del tumore della prostata.

Il progetto coinvolge oncologi, urologi, esperti di sanità pubblica, ma anche cittadini e rappresentanti dei pazienti. In particolare, l’organizzazione di pazienti Europa Uomo svilupperà materiali e strumenti informativi a sostegno dell’iniziativa di screening.

«Il tumore della prostata è diventato parte integrante delle nostre campagne a partire dall’inizio del 2022 quando abbiamo creato il network degli ospedali con il Bollino Azzurro, riconoscimento assegnato  ai centri che garantiscono un approccio multiprofessionale e interdisciplinare dei percorsi diagnostici e terapeutici per questo tumore e abbiamo poi avviato un progetto di ampio respiro in risposta alle Raccomandazioni del Consiglio europeo sullo screening del tumore della prostata», dichiara Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda.

«A seguito della pubblicazione del nostro Libro bianco sul tema, abbiamo realizzato un progetto di sensibilizzazione sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce del tumore della prostata in collaborazione con Astellas Pharma Italia. L’obiettivo generale della campagna era quello di incrementare il sostegno del governo per dare priorità allo screening del tumore della prostata in Italia. Abbiamo iniziato a costruire e ampliare sinergie con le Società Scientifiche e le Associazioni di pazienti, realizzando un documento istituzionale sulla prevenzione e la sensibilizzazione che include le migliori strategie per promuovere la diagnosi precoce. In seguito, abbiamo organizzato una tavola rotonda che ha coinvolto istituzioni, clinici, media e pazienti di Lombardia, Marche e Sicilia con l’obiettivo di trasformare le raccomandazioni europee in realtà regionali. Confrontando le attuali strategie diagnostiche e discutendo i possibili passi futuri, siamo pronti a continuare la nostra importante campagna ampliandola ulteriormente anche nel 2024, grazie al coinvolgimento di altre tre Regioni. Sono onorata di aver potuto portare questa importante esperienza e il nostro impegno come best practice a livello europeo», conclude Merzagora.

“Alzheimer chiama Europa”: la demenza diventi una priorità per le istituzioni europee

La demenza deve diventare una priorità per le istituzioni europee. È questo il messaggio della campagna “Alzheimer chiama Europa” lanciata dalla Federazione Alzheimer Italia e dal suo partner Alzheimer Europe – che raggruppa 41 associazioni nazionali di 36 diversi Paesi – in previsione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo che si terranno a giugno 2024.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità la demenza rappresenta la terza causa di morte in Europa e la settima a livello globale, con un costo sociale stimato nel nostro continente di 392 miliardi di euro nel 2019. Si prevede che entro il 2025 saranno oltre 9 milioni le persone con demenza nell’Unione europea, destinate a diventare più di 14 milioni entro il 2050.

«Bisogna agire prima che sia troppo tardi – afferma Katia Pinto, presidente di Federazione Alzheimer Italia – Le elezioni europee sono un’occasione fondamentale per far sentire la voce di tutte le persone con demenza e dei loro familiari e caregiver: la prossima legislatura deve rappresentare un cambio di passo. Per questo promuoviamo la campagna “Alzheimer chiama Europa”. Lanciamo con forza un appello agli uomini e alle donne che siederanno al Parlamento europeo nel quinquennio 2024-2029 e a tutti coloro che saranno chiamati a prendere delle decisioni all’interno delle istituzioni europee: riservate alla lotta alla demenza e al sostegno di chi convive con questa condizione un posto centrale nell’agenda politica. Se l’Unione Europea inizierà a considerare la demenza una priorità, allora anche i governi nazionali, compreso quello italiano, dovranno fare lo stesso».

Tutti i cittadini possono sostenere la campagna con un piccolo gesto: è sufficiente andare sul sito alzheimerchiamaeuropa.it e firmare l’appello che chiede ai leader dell’Unione Europea di fare della demenza una priorità nel prossimo mandato, attuando le azioni previste dal Manifesto di Helsinki. Si tratta di un documento siglato il 16 ottobre 2023 da tutti i membri di Alzheimer Europe che delinea la situazione attuale della demenza nel nostro continente, evidenziando il mancato raggiungimento di diversi obiettivi annunciati negli anni dalle istituzioni internazionali e indicando una serie di priorità sia per l’Europa che per i singoli governi nazionali. Tra queste l’aumento dei finanziamenti per la ricerca in proporzione al costo sociale di questa condizione; l’introduzione di un Piano d’Azione Europeo per la Demenza per coordinare gli sforzi e i programmi sanitari, sociali e di ricerca; lo sviluppo di strategie nazionali pienamente finanziate; la necessità di investimenti e azioni per favorire una diagnosi tempestiva e garantire il pieno coinvolgimento delle persone con demenza nelle decisioni che le riguardano.

«Abbiamo un’occasione unica per provare a cambiare la storia della demenza in Europa – aggiunge Katia Pinto – Con le nostre firme possiamo far arrivare alle istituzioni centrali la voce di tutte le persone con demenza che hanno bisogno di interventi urgenti e concreti».

I singoli candidati sono invitati a firmare l’European Dementia Pledge”: un impegno in caso di elezione a dare priorità alla demenza nei settori della salute, della ricerca, della politica sulla disabilità e dei caregiver informali e ad aderire al gruppo parlamentare dell’Alleanza europea per l’Alzheimer.

Alzheimer Europe lavorerà poi insieme a Federazione Alzheimer e alle altre associazioni nazionali, per supportare gli eurodeputati eletti che avranno siglato il Dementia Pledge, aiutandoli a identificare le azioni da intraprendere per garantire che gli obiettivi del Manifesto di Helsinki siano inseriti nelle priorità della Commissione per la nuova legislatura.

«Il numero di persone che vivono con la demenza aumenterà sostanzialmente nei prossimi anni, così come i considerevoli costi sociali associati – dichiara Jean Georges, direttore esecutivo di Alzheimer Europe -. È tempo perciò che i decisori europei diano priorità alla demenza e dedichino le risorse necessarie ad affrontarla nei settori della salute, della ricerca, dei diritti delle persone con disabilità e del sostegno ai caregiver informali. La nostra campagna mira non solo a evidenziare la portata della sfida rappresentata dalla demenza ma, attraverso il Manifesto di Helsinki, offre passi concreti su come i decisori politici europei possono intraprendere azioni decisive nei prossimi anni. Incoraggiamo i cittadini a firmare il nostro appello e invitiamo tutti i candidati al Parlamento europeo a firmare il Dementia Pledge»

Vandenbroucke: «L’UE si è fatta carico del problema della carenza di medicinali»

«La questione principale è la necessità di un’applicazione armonizzata dei principi del GDPR negli Stati membri dell’Unione. Lo Spazio europeo dei dati (EHDS) potrebbe offrire una via d’uscita, basata su un sistema ben congegnato per facilitare la disponibilità dei dati, e non per renderla più difficile». È questo l’auspicio di Frank Vandenbroucke, vice primo ministro e ministro della Salute e degli Affari sociali belga, che guida l’ultimo semestre europeo prima delle elezioni di giugno.

Intervistato da TrendSanità, Vandenbroucke ha parlato delle maggiori sfide che l’Unione europea ha di fronte a sé per quanto riguarda la sanità: oltre all’uso dei dati (per il quale è stato raggiunto un accordo a metà marzo), la carenza di farmaci e di personale, la riforma farmaceutica e l’intelligenza artificiale.

Lo spazio europeo dei dati sanitari

Partiamo dall’uso sicuro dei dati dei pazienti: perché la gestione del GDPR è così complessa per i dati sanitari e cosa si potrebbe fare in questo campo?

Il GDPR offre un quadro giuridico per l’uso primario e secondario dei dati sanitari. Le condizioni per l’uso primario da parte degli operatori sanitari comprendono l’assistenza sanitaria, e quindi il GDPR offre un terreno adeguato per i sistemi con cartelle cliniche elettroniche.

Tuttavia, la condivisione di dati tra operatori sanitari, anche in un contesto transfrontaliero, è difficile da realizzare sulla base del consenso informato da parte della persona per un insieme specifico di dati, per uno scopo specifico e per un utente specifico.

Un consenso generico ed etico che si applichi nel contesto della deontologia degli operatori sanitari avrebbe offerto maggiore flessibilità, con la condizione aggiuntiva che in un rapporto di cura (sotto il controllo della persona interessata) è una conditio sine qua non che l’operatore sanitario possa avere accesso a determinate categorie standardizzate e interoperabili di dati sanitari.

Per quanto riguarda l’uso secondario, esiste la possibilità di utilizzare dati anonimizzati o pseudonimizzati per la ricerca scientifica e di interesse pubblico, e il diritto di opporsi sulla base di una motivazione adeguata se una persona non è d’accordo con l’uso dei suoi dati.

La questione principale è la necessità di un’applicazione armonizzata dei principi del GDPR negli Stati membri dell’UE.

L’EHDS potrebbe offrire una via d’uscita, basata su un sistema ben congegnato per facilitare la disponibilità dei dati, e non per renderla più difficile.

Come possiamo bilanciare il diritto dei pazienti di decidere sull’uso dei loro dati personali e l’importanza di questi dati per la ricerca scientifica, ad esempio nelle malattie rare?

Sulla base dei negoziati sull’EHDS, gli Stati membri intendono rendere disponibili tutti i dati sanitari per la ricerca scientifica e per le statistiche di interesse pubblico, alle condizioni del GDPR che preservano il principio di non identificazione della persona.

Anche il Parlamento dell’UE aderisce a questa visione, ma vuole anche offrire una possibilità di un opt-out per i cittadini, che impedirebbe che i loro dati siano disponibili per la ricerca scientifica o per le statistiche di interesse pubblico.

Soprattutto nel caso delle malattie rare, questo potrebbe limitare la qualità e il volume dei dati della ricerca.

Pertanto, il caso delle malattie rare merita un interesse particolare ed è uno degli esempi più importanti di ricerca che dovrebbe essere facilitato.

Lo Spazio europeo dei dati aiuta davvero una migliore condivisione dei dati dei pazienti?

Sì, l’EHDS dovrebbe contribuire a garantire la disponibilità di dati sanitari per uso primario e secondario, consentendo ai cittadini e agli operatori sanitari dell’UE di accedere ai dati e ai servizi necessari per offrire un’assistenza sanitaria di alta qualità e continuità anche in situazioni transfrontaliere.

Garantire la standardizzazione dei dati, l’armonizzazione dei processi, l’interoperabilità dei servizi e dei sistemi EHR, le infrastrutture per lo scambio di dati, e consentire lo scambio di dati, contribuirà in larga misura alla disponibilità di dati sanitari, grazie ai servizi messi a punto dalla Commissione.

Con le nuove regole, le persone avranno un accesso più rapido e semplice ai dati sanitari elettronici, indipendentemente dal fatto che si trovino nel proprio Paese o in un altro Stato membro. Avranno inoltre un maggiore controllo sull’utilizzo di questi dati.

I Paesi dell’UE dovranno istituire un’autorità per la salute digitale per attuare le nuove disposizioni. Allo stesso tempo, gli Stati membri potranno consentire ai pazienti di rinunciare all’accesso ai propri dati sanitari da parte di un professionista sanitario.

L’EHDS fornirà inoltre ai ricercatori e ai responsabili politici l’accesso a tipi specifici di dati sanitari sicuri, consentendo loro di sfruttare il vasto potenziale offerto dai dati sanitari dell’UE per informare la ricerca scientifica nel pubblico interesse.

Gli Stati membri devono predisporre un meccanismo di opt-out per l’ulteriore trattamento (uso secondario, sempre a condizioni rigorose), tranne che per scopi di interesse pubblico, elaborazione di politiche, statistiche e ricerche nel pubblico interesse.

Attualmente, il livello di digitalizzazione dei dati sanitari nell’UE varia da uno Stato all’altro, rendendo più difficile la condivisione dei dati attraverso i confini degli Stati membri.

La proposta di regolamento prevede che tutti i sistemi di cartelle cliniche elettroniche siano conformi a determinate specifiche, in modo da garantire l’interoperabilità a livello europeo.

L’esperienza belga

Il Belgio ha recentemente lanciato un’agenzia nazionale per i dati sanitari per facilitare l’accesso all’uso secondario dei dati: come funziona e qual è la sua opinione in merito?

Nei prossimi anni, l’Agenzia per i dati sanitari (HDA) si concentrerà sull’agevolazione della disponibilità di dati relativi alla salute e sullo sviluppo e l’attuazione di una strategia politica in merito a tali dati, al fine di sostenere la ricerca e l’innovazione scientifica e politica.

Il quadro di riferimento è costituito dal regolamento EHDS. L’agenzia intende essere un punto di contatto unico per condividere e rendere accessibili i dati sanitari in modo conforme al GDPR. Svolgerà un ruolo chiave in un sistema sanitario orientato ai dati. Ciò avverrà in modo uniforme, trasparente e sicuro, in stretta collaborazione con i fornitori e gli utenti dei dati.

Se i nostri cittadini mettono a disposizione i loro dati, dovrebbero ottenere un ritorno in termini di salute e assistenza sanitaria migliore

Stiamo studiando, insieme agli enti federali, come conferire all’Agenzia per i dati sanitari anche un ruolo interfederale.

Un’iniziativa integrata a livello federale e interfederale è davvero necessaria per

  • delineare una visione e una politica sanitaria a lungo termine, incentrata sull’evidenza scientifica
  • organizzare una politica che si concentri su cambiamenti sostenibili nel modo in cui organizziamo le nostre cure
  • realizzare una politica che si concentri sugli investimenti sanitari che – sia a breve che a lungo termine – contribuiscono maggiormente a migliorare la salute, l’accessibilità, la qualità e l’efficienza.

Naturalmente, tutto questo può avere successo solo se i cittadini credono in questo approccio. Ma non finisce qui: solo comunicando in modo trasparente, fornendo informazioni e spiegando a cittadini e pazienti perché è così importante – ad esempio per lo sviluppo di nuove terapie – si può costruire un rapporto di fiducia.

L’industria, che opera nel campo delle scienze della vita, delle tecnologie mediche e degli strumenti digitali per la salute, ha la grande responsabilità di dimostrare chiaramente e contribuire a garantire il ritorno sugli investimenti per i nostri cittadini e per il “bene comune”, che c’è fiducia nell’uso dei loro dati sanitari.

Se i nostri cittadini mettono a disposizione i loro dati, dovrebbero ottenere un ritorno in termini di salute e assistenza sanitaria migliore.

La carenza di farmaci

Quali sono i vostri piani per far fronte alla carenza di farmaci in Europa? Come può essere d’aiuto la Critical Medicines Alliance?

Prima di rispondere, vorrei fare un passo indietro. Un anno fa il Belgio stava affrontando una pericolosa carenza di trombolitici. Non potevamo più garantire la disponibilità in tutti gli ospedali. Dovevamo centralizzare le scorte. A un certo punto, avevamo scorte sufficienti solo per le due settimane successive. I trombolitici devono essere somministrati entro quattro ore dalla trombosi: se un ospedale deve aspettare che il farmaco arrivi da un altro luogo, potrebbe essere troppo tardi e il paziente potrebbe morire. In quel periodo avevamo paura che i pazienti morissero a causa della carenza di farmaci.

La nostra agenzia per i farmaci lavorava giorno e notte per contattare le aziende e gli altri Stati membri per trovare anche una minima scorta di trombolitici. Alla fine, la Francia è intervenuta per aiutarci.

Vogliamo tutti la stessa cosa: più sicurezza per i nostri cittadini. E sappiamo tutti la stessa cosa: non possiamo ottenerla da soli

L’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ci ha aiutato a cercare fornitori alternativi, cosa di cui saremo eternamente grati. È passato un anno da quel momento di crisi e non siamo ancora al sicuro. Non siamo più in una situazione acuta, ma non abbiamo nemmeno la sicurezza a lungo termine di cui abbiamo bisogno. Questa è la realtà che la maggior parte dei ministri della Salute si trova ad affrontare oggi.

Quello che voglio trasmettere è questo: l’Europa è cambiata enormemente nell’ultimo anno. Un anno fa, l’UE non era un attore importante nel problema delle carenze. I farmaci erano per lo più di competenza nazionale. Erano soprattutto le agenzie nazionali del farmaco a dover risolvere i problemi, con l’EMA e la Commissione che svolgevano un ruolo di interlocutori.

Da allora, abbiamo visto che i ministri della Salute, la Commissione e l’EMA si sono davvero uniti per affrontare le questioni comuni. È una delle cose positive emerse dalla pandemia.

Durante la corsa al vaccino anti-Covid, abbiamo visto che l’UE ha il potenziale per realizzare grandi cose. C’è un alto livello di solidarietà tra i governi e la volontà di pensare fuori dagli schemi. Soprattutto, le tradizionali differenze tra Paesi piccoli e grandi, così come tra Est e Ovest, non contano quasi più nella discussione sulle carenze. Vogliamo tutti la stessa cosa: più sicurezza per i nostri cittadini. E sappiamo tutti la stessa cosa: non possiamo ottenerla da soli.

In vista della sua presidenza, il Belgio ha redatto un documento informale sostenuto da 23 Stati membri che conteneva tre punti d’azione:

  • istituire un meccanismo volontario di solidarietà
  • creare un elenco europeo di farmaci critici e mappare le vulnerabilità delle catene di approvvigionamento
  • varare una legge sui farmaci critici

La Commissione e l’Agenzia europea per i medicinali hanno reagito rapidamente, presentando una comunicazione che annunciava una serie di azioni. La differenza si vede già oggi.

L’anno scorso la nostra agenzia per i medicinali ha dovuto chiamare separatamente ogni Stato membro per trovare i trombolitici. Oggi abbiamo messo in atto un meccanismo di solidarietà, per evitare che i cittadini subiscano gravi danni a causa della carenza di farmaci.

Ogni Stato membro che si trova ad affrontare un problema acuto adesso può contattare l’EMA, ed entro 5 giorni si avranno le prime reazioni dagli altri Stati membri. Entro i primi 10 giorni si dovrebbe ricevere un aiuto. È così che l’UE protegge le persone: organizzando un’azione collettiva.

L’anno scorso stavamo ancora discutendo a livello europeo in quali circostanze un farmaco dovesse essere considerato critico. Oggi disponiamo di un elenco europeo di circa 200 farmaci critici. L’analisi di vulnerabilità per i farmaci di questa lista è ben avviata; la Commissione e l’Executive Steering Group on Shortages and Safety of Medicinal Products (MSSG) hanno selezionato i primi farmaci che saranno analizzati.

Infine, la Presidenza belga e la Commissione europea lanceranno il 24 aprile un’Alleanza per i farmaci critici (Critical Medicines Alliance), che preparerà piani d’azione concreti per diversificare le catene di approvvigionamento e sostenere la produzione europea, sulla base delle prove fornite dall’analisi di vulnerabilità.

Questa Alleanza è la prima grande partnership al mondo tra governi, industria e società civile per affrontare il problema strutturale della carenza di farmaci e la questione della sovradipendenza. Nemmeno gli Stati Uniti, un Paese tradizionalmente molto avanzato in materia di sicurezza sanitaria, hanno una partnership di questo tipo. Siamo regolarmente in contatto con le controparti statunitensi, che sono entusiaste di ciò che stiamo facendo.

Direi che l’Europa si è fatta carico del problema della carenza di medicinali.

La revisione farmaceutica e l’AI Act

La revisione della legislazione farmaceutica non sarà approvata prima della fine della legislatura. È un problema per i cittadini europei? E per l’industria?

Sapevamo che i legislatori non sarebbero stati in grado di concludere i negoziati sulla legislazione farmaceutica prima della fine della legislatura. La legislazione è semplicemente troppo importante e complessa per essere approvata in pochi mesi. È meglio per i cittadini europei e per l’industria avere una buona legislazione che garantisca la qualità, la disponibilità e l’accessibilità dei farmaci, piuttosto che avere una legislazione scritta frettolosamente e per la quale si scopre ogni sorta di problema in seguito.

L’Europa sta approvando l’AI Act: cosa ne pensa delle conseguenze in campo sanitario?

Medtech Europe sostiene che è dimostrato che l’AI nella sanità potrebbe salvare circa 400.000 vite all’anno e fino a 200 miliardi di euro in Europa. Riteniamo inoltre che un’AI sicura, di alta qualità e affidabile nelle tecnologie mediche, nei sistemi di supporto alle decisioni, nei dispositivi indossabili e nelle applicazioni migliorerà l’assistenza sanitaria, la prevenzione e i risultati dei pazienti.

È quindi necessario un quadro normativo che sostenga l’innovazione e la ricerca e la disponibilità di dati per addestrare i sistemi di AI.

L’AI Act dovrebbe facilitare l’innovazione, creare condizioni di parità e mantenere la nostra posizione internazionale, garantendo al contempo la tutela dei diritti fondamentali.

La carenza di personale sanitario

Un altro grande problema è la carenza di medici e infermieri: dopo la pandemia tutta l’Europa sta affrontando un problema di numero, ma anche di retribuzione e di equilibrio tra lavoro e vita privata. Molti di loro stanno emigrando: come vede la questione e quali potrebbero essere le soluzioni per salvaguardare sia la remunerazione dei professionisti sia il diritto alla cura dei pazienti?

Per affrontare la crisi del personale sanitario è necessaria un’azione politica a tutti i livelli: nazionale, europeo e internazionale. Fornire servizi sanitari di alta qualità alla popolazione è una responsabilità primaria degli Stati membri. Ciò significa garantire la disponibilità di un numero sufficiente di operatori sanitari con le giuste competenze. Ma anche l’Europa ha un ruolo da svolgere.

Per affrontare le sfide, la presidenza belga intende inserire nell’agenda dell’UE lo sviluppo di una strategia globale per il personale sanitario europeo. Questa strategia dovrebbe comprendere due grandi aree:

  • Iniziative a sostegno delle strategie nazionali per il personale sanitario, per esempio in materia di assunzione, formazione, sviluppo professionale continuo, mix di competenze, riqualificazione, condizioni di lavoro e mantenimento.
  • Una valutazione ed eventualmente una revisione dei quadri giuridici dell’UE che regolano gli operatori sanitari, in particolare la Direttiva sulle Qualifiche Professionali (DQP), al fine di adattarli meglio alle mutevoli esigenze dei sistemi sanitari. I quadri giuridici dell’UE offrono una serie di soluzioni, ma limitano lo spazio politico delle autorità nazionali, per esempio trascurando le variazioni nei programmi di formazione, le competenze professionali e le richieste specifiche dei diversi sistemi sanitari. Se la portabilità di nuovi compiti, ruoli e specializzazioni è limitata per alcune professioni, ciò può diminuire la loro attrattiva. La valutazione dovrebbe concentrarsi in particolare sull’impatto di questi quadri giuridici sulle strategie nazionali per il personale sanitario.

Durante la presidenza belga, vogliamo esplorare quali dovrebbero essere la portata, il contenuto e le priorità di questa strategia europea per il personale sanitario. Dove l’UE può offrire i maggiori vantaggi quando si tratta di sostenere le politiche nazionali in materia di personale sanitario? Come può l’UE attingere alle buone pratiche nazionali?

Più informazione per migliorare la salute femminile

Secondo il Global Women’s Health Index 2023, le donne italiane prestano troppa poca attenzione alla prevenzione secondaria, in particolare con scarsa partecipazione agli screening per tumori e malattie sessualmente trasmissibili.

Come spiega a TrendSanità Eleonora Castellacci, Dirigente medico membro del direttivo della Scuola di Chirurgia mininvasiva ginecologica italiana, già membro del direttivo della Società italiana di Endoscopia ginecologica: «La prevenzione è fondamentale dalla primissima età della donna fino alla menopausa e oltre. Curare le donne significa curare tutto ciò che gira loro intorno. Questo è un movens che come ginecologi dobbiamo promuovere. Ma è importante che ci sia consapevolezza di questo anche dall’altra parte».

Al via Across Europe, la nuova rubrica bilingue dedicata alla sanità europea

La sanità in Italia è frammentata tra Regioni e spesso anche a livello locale, ma se alziamo un pochino lo sguardo vediamo una cornice più ampia, quella europea, che negli ultimi anni sta facendo molto per quanto riguarda l’healthcare.

Dallo Spazio europeo per i dati sanitari alla proposta di riforma della legislazione farmaceutica, dal Piano contro il cancro all’Europa della Salute, sono numerose le iniziative messe in campo dall’Unione Europea negli ultimi anni per tutelare i cittadini e fornire un framework comune ai 27 Stati membri.

Dal 6 al 9 giugno i cittadini europei saranno chiamati a scegliere i loro rappresentanti al Parlamento europeo.

Per avvicinarsi al meglio all’appuntamento elettorale, parte oggi Across Europe, la sezione bilingue (in italiano e in inglese) di TrendSanità con interviste ed approfondimenti sull’healthcare europea.

Un viaggio in Europa per raccontare i diversi sistemi sanitari, con le loro priorità e difficoltà.

Uno sguardo che vada oltre l’Italia e che restituisca la complessità dell’Europa a 27.

La volontà di intercettare i temi comuni e le soluzioni messe in campo dai diversi Paesi di fronte agli stessi problemi.

«Per le startup è difficile lavorare con la sanità pubblica»

Startup e sanità in Italia: quali sono le sfide dell’innovazione tecnologica e di processo in ambito sanitario? La sanità pubblica, come molti ambiti pubblici in genere, è caratterizzata da regole di ingaggio molto stringenti, che spesso non favoriscono l’arrivo e il successo di aziende e servizi innovativi.

Lo sottolinea a TrendSanità Luca Foresti (Board Member B Heroes, Former CEO Centro Santagostino), incontrato a margine del primo evento della rassegna Scintille, il ciclo di incontri che I3P (l’Incubatore del Politecnico di Torino) ha organizzato per festeggiare i 25 anni dalla sua fondazione.