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Droghe e acque reflue in Italia: cannabis e cocaina le sostanze più utilizzate

Uno studio nazionale condotto dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, finanziato e supportato dal Dipartimento per le Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha rilevato il consumo di droghe d’abuso in Italia nel biennio 2020-2022. I risultati sono stati pubblicati recentemente nella Relazione Annuale al Parlamento.

Oggetto di studio sono stati i trend di consumo delle sostanze psicoattive “maggiori” (cocaina, amfetamina, ecstasy, metamfetamina, eroina e cannabis) e l’identificazione sul territorio italiano dell’uso di nuove sostanze psicoattive (NPS).

Le sostanze maggiormente consumate si confermano la cannabis e i suoi derivati, con un consumo medio nazionale di 51 dosi al giorno ogni 1.000 abitanti, seguite da cocaina (circa 11 dosi) ed eroina (circa 3 dosi). Consumi inferiori sono stati rilevati invece per metamfetamina, ecstasy e amfetamina che sono risultati pari o inferiori alle 0,1 dosi al giorno ogni 1.000 abitanti. In generale, è stata osservata una notevole variabilità nei consumi tra le città, ad esempio per la cannabis si sono rilevati consumi maggiori di 100 dosi al giorno per 1.000 abitanti a Nuoro, Bologna, Fidenza, Cagliari, Trento e Trieste e consumi pari a 12 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti a Belluno. Per il consumo di cocaina, si osservano i valori più elevati, maggiori di 20 dosi al giorno ogni 1.000 abitanti, a Pescara, Montichiari, Venezia, Fidenza, Roma, Bologna, Merano, mentre i consumi più bassi, compresi tra 1 e 4 dosi al giorno per 1.000 abitanti, si rilevano a Belluno e Palermo. 

Sono state inoltre rilevate variazioni di consumo nel tempo, in particolare i consumi di cannabis e cocaina sono cresciuti nel 2021 rispetto all’anno precedente, e il consumo di ecstasy è cresciuto nella seconda parte dell’anno 2021 rispetto alla primavera 2021 e al 2020. Queste variazioni sono avvenute probabilmente a causa della ripresa di numerose attività ricreative rispetto al periodo di restrizioni per COVID-19 che ha caratterizzato l’autunno 2020. 

“Il progetto “Acque reflue” ha sviluppato una rete di rilevamento nazionale che ha incluso complessivamente 33 centri urbani equamente distribuiti in 20 regioni italiane”, spiega Sara Castiglioni, capo del laboratorio di Indicatori Epidemiologici Ambientali dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. La misura dei consumi di sostanze stupefacenti nella popolazione italiana è stata effettuata attraverso l’“epidemiologia delle acque reflue”, una metodica che analizza i residui metabolici (i prodotti di scarto umani) delle sostanze stupefacenti nelle acque reflue urbane arrivate ai depuratori, per stimare quali e quante sostanze vengono complessivamente consumate da tutta la popolazione.

“La metodologia delle acque reflue – continua Sara Castiglioni – è stata sviluppata dal nostro Istituto nel 2005 e ha riscosso un grande interesse internazionale sia a livello scientifico sia da parte degli addetti ai lavori; oggi è applicata a cadenza annuale in Europa per valutare i trend di consumo delle sostanze stupefacenti principali. Grazie al Dipartimento Politiche Antidroga siamo stati in grado di applicare questa metodologia, per la prima volta, anche in Italia a livello nazionale dal 2010”.

L’analisi delle acque reflue ha permesso di rilevare anche il consumo di nuove sostanze psicoattive, seppur a livelli molto più contenuti rispetto alle droghe “classiche”. Lo studio ha evidenziato la presenza di catinoni sintetici, stimolanti del sistema nervoso centrale in grado di imitare gli effetti della cocaina, amfetamina o MDMA. Particolare attenzione è stata data ai derivati sintetici del fentanile, farmaco oppiaceo derivato dalla morfina, che per la loro potenza farmacologica risultano particolarmente pericolosi. Nessun fentanile sintetico è stato rilevato nelle acque reflue, dove sono stati misurati solo il fentanil (che ha un utilizzo anche farmacologico) e il suo metabolita norfentanil. Questi dati sembrano indicare che i fentanili sintetici siano utilizzati in Italia in misura probabilmente molto ridotta e in maniera occasionale, diversamente da quanto si è osservato negli Stati Uniti negli ultimi anni.

L’uso della ketamina si riscontra in quasi tutte le città analizzate con carichi medi nazionali attorno a 5 mg al giorno per 1.000 abitanti. Si sono rilevati consumi medi di ketamina al di sopra della media nazionale in alcuni capoluoghi di regione quali Bologna, Cagliari, Firenze, Milano, Torino e Venezia.  Nel periodo di studio è emerso inoltre un aumento del consumo di ketamina in alcune città quali Milano (da 6 a 14 mg al giorno ogni 1.000 abitanti), Bologna (da 12 a 22), e Firenze (da 8 a 18).

L’“epidemiologia delle acque reflue” si conferma come utile approccio complementare ai metodi tradizionali di ricerca epidemiologica basati sugli studi di popolazione per misurare quali e quante sostanze vengono collettivamente utilizzate dalla popolazione, con il vantaggio esclusivo di poter monitorare i consumi “oggettivi” e “in tempo reale” in diverse popolazioni e seguire i profili di consumo nel tempo.

Vaccinazioni pediatriche, Gimbe: nel 2021 in Italia coperture sotto soglia

La pandemia COVID-19 ha determinato, negli anni 2020 e 2021, un ritardo rilevante nell’erogazione di servizi e prestazioni sanitarie, in particolare su interventi chirurgici programmati, screening oncologici, visite specialistiche ed esami diagnostici. Ritardo che le Regioni, nonostante i finanziamenti dedicati e la definizione dei Piani Operativi di Recupero con il Ministero della Salute, non sono ancora riuscite a colmare, come documentato da una recente analisi della Fondazione GIMBE.

“Considerato che sulle vaccinazioni pediatriche non è mai stata condotta nessuna analisi sistematica – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – abbiamo realizzato uno studio con l’obiettivo primario di valutare l’impatto della pandemia COVID-19 sulle coperture a 24 mesi delle vaccinazioni obbligatorie e raccomandate”.

Analizzando i dati pubblicati dal Ministero della Salute è stato effettuato un confronto delle coperture vaccinali nel 2020 rispetto al 2019 e nel 2021 rispetto al 2020 al fine di valutare l’impatto della pandemia COVID-19. Le analisi sono state effettuate sui seguenti vaccini:

  • Anti-poliomelite, utilizzato come indicatore rappresentativo per tutti i vaccini contenuti nella formulazione esavalente: anti-poliomielite, anti-difterite, anti-tetano, anti-pertosse, anti-epatite B, anti-haemophilus influenzae B;
  • Anti-morbillo, utilizzato come indicatore rappresentativo per tutti i vaccini contenuti nella formulazione trivalente: anti-morbillo, anti-parotite, anti-rosolia;
  • Anti-varicella;
  • Anti-pneumococco;
  • Anti-rotavirus;
  • Anti-meningococco B.

Non sono state analizzate le coperture relative all’anti-meningococco C e all’anti-meningococco ACWY in quanto la raccolta, trasmissione e reporting dei dati risultano eccessivamente eterogenei tra le Regioni.

Per la fascia d’età considerata (24 mesi) sono stati utilizzati i target raccomandati dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019 a partire dal 2019: ≥95% per tutte le vaccinazioni, ad eccezione dell’anti-rotavirus (≥ 75% nel 2019 e ≥ 95% dal 2020).

Confronto delle coperture vaccinali 2020 vs 2019

A livello nazionale nel 2020, rispetto al 2019, si è osservata una riduzione generale delle coperture: anti-meningococco B (-2,68 punti percentuali), anti-morbillo (-1,79 punti percentuali), anti-pneumococco (-1,42 punti percentuali), anti-poliomelite (-0,99 punti percentuali), anti-varicella (-0,22 punti percentuali). In controtendenza, si rileva un netto incremento (+36,65 punti percentuali) per il vaccino anti-rotavirus.

Vaccinazioni obbligatorie. Il vaccino anti-poliomielite mostra una riduzione della percentuale di vaccinati in 14 Regioni, con un decremento superiore a 2 punti percentuali in Abruzzo, Basilicata, Calabria e Liguria. Tra le Regioni in cui si osserva un incremento, la Valle d’Aosta è l’unica a raggiungere un aumento superiore a 2 punti percentuali. La riduzione delle coperture appare più marcata per la vaccinazione anti-morbillo, dove 18 Regioni mostrano un calo rispetto al 2019, con decrementi superiori a 2 punti percentuali in Abruzzo, Calabria, Liguria, Piemonte e Basilicata; registrano un incremento solo Sardegna (+0,31 punti percentuali), Provincia Autonoma di Bolzano (+1,59 punti percentuali) e Valle d’Aosta (+2,39 punti percentuali). Per la vaccinazione anti-varicella le coperture diminuiscono in 11 Regioni con Abruzzo, Lombardia, Molise e Liguria che registrano una riduzione superiore a 2 punti percentuali, mentre aumentano nelle restanti 10 Regioni, con Umbria, Sardegna, Provincia Autonoma di Bolzano, Lazio, Valle d’Aosta e Calabria che mostrano un aumento superiore a due punti percentuali.

Vaccinazioni raccomandate. Tra le vaccinazioni raccomandate, quella anti-pneumococco registra il decremento maggiore con solo 4 Regioni che segnano un aumento delle coperture nel 2020 rispetto al 2019 (Provincia Autonoma di Trento, Sardegna, Valle d’Aosta e Veneto). L’anti-rotavirus registra un incremento delle coperture in tutte le Regioni. L’anti-meningococco B segna un incremento delle coperture per 14 Regioni e una riduzione per 7: Lombardia, Basilicata, Umbria, Piemonte, Toscana, Abruzzo e Molise.

Confronto delle coperture vaccinali 2021 vs 2020

Contrariamente a quanto osservato tra 2019 e 2020, il confronto tra 2020 e 2021 mostra un generale aumento delle coperture a livello nazionale: anti-pneumococco (+0,67 punti percentuali), anti-morbillo (+1,15 punti percentuali), anti-varicella (+1,8 punti percentuali), anti-rotavirus (+7,6 punti percentuali), anti-meningococco B (+13,38 punti percentuali); le coperture per l’anti-poliomielite (-0,02 punti percentuali) rimangono sostanzialmente stabili.

Vaccinazioni obbligatorie. Per il vaccino anti-poliomielite il numero di Regioni con una riduzione delle coperture tra il 2020 e il 2021 scende da 14 (2020 vs 2019) a 10, con una riduzione superiore a 2 punti percentuali in Provincia Autonoma di Bolzano, Sardegna, Sicilia e Valle d’Aosta; la Calabria è l’unica Regione a registrare un aumento di oltre 2 punti percentuali delle coperture tra 2020 e 2021. Per il vaccino anti-morbillo il numero di Regioni che mostrano differenze positive passano da 3 del confronto 2019 vs 2020 a 14 con Abruzzo, Basilicata, Lazio, Molise, Veneto che registrano un incremento pari o superiore a 2 punti percentuali, mentre Provincia Autonoma di Bolzano, Sardegna e Valle d’Aosta fanno segnare un decremento di più di due punti percentuali. Per quanto riguarda la vaccinazione anti-varicella, solo 6 Regioni mostrano una diminuzione delle coperture tra 2020 e 2021 e di queste solo Provincia Autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta registrano un decremento maggiore di due punti percentuali. Aumenta anche il numero di Regioni con un incremento delle coperture superiore a 2 punti percentuali: Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte e Umbria.

Vaccinazioni raccomandate. Le differenze 2021 vs 2020 delle coperture per le vaccinazioni raccomandate sono molto eterogenee, sia tra vaccini che tra Regioni. La vaccinazione anti-pneumococco, ad esempio, mostra una differenza che va -4,6 punti percentuali della Sardegna a +4,8 punti percentuali del Lazio, con 14 Regioni che registrano un aumento nelle percentuali delle coperture, 3 delle quali superano i 2 punti percentuali (Basilicata, Friuli Venezia Giulia e Lazio). L’eterogeneità appare ancora più marcata per l’anti-rotavirus (le variazioni 2021 vs 2020 passano da -3,99 punti percentuali in Sardegna a +24,26 punti percentuali in Umbria) e l’anti-meningococco B (da -8,41 punti percentuali dell’Umbria a +69,98 punti percentuali della Lombardia).

Coperture vaccinali anno 2021

Nell’anno 2021, a livello nazionale, i target non vengono raggiunti per nessuna vaccinazione, anche se si osserva una riduzione della variabilità nelle coperture: dal 70,4% per il vaccino anti-rotavirus al 94% per il vaccino anti-poliomielite.

Vaccinazioni obbligatorie. Il Lazio raggiunge i target per tutte e tre le vaccinazioni obbligatorie. Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia, Umbria e Veneto raggiungono i target previsti per i vaccini anti-poliomielite e anti-morbillo, ma non per il vaccino anti-varicella. Infine, Campania, Friuli Venezia Giulia e Molise raggiungono i target raccomandati solo per il vaccino anti-poliomielite, per il quale la Provincia Autonoma di Bolzano (75,62%) si colloca in ultima posizione.

Vaccinazioni raccomandate. Per l’anti-meningococco B solo la Lombardia supera il target raggiungendo una copertura del 95,61%. Le Regioni che non raggiungono il target mostrano valori che variano dal 49,95% della Provincia Autonoma di Bolzano al 91,84% del Veneto. Per la vaccinazione anti-pneumococcica le coperture variano dal minimo della Provincia Autonoma di Bolzano (71,71%) al massimo di Molise e Umbria (94,51%). Le coperture per l’anti-rotavirus, eccetto che nella Provincia Autonoma di Bolzano (39,68%) e in Valle d’Aosta (40,23%), si collocano sopra il 50% in tutte le Regioni, 11 delle quali superano il 75%: Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Molise, Piemonte, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Sardegna e Veneto.

Complessivamente dunque le coperture vaccinali risultavano già insufficienti nel 2019, quando solo 14 Regioni raggiungevano il target per il vaccino esavalente, 9 per il trivalente, 3 per l’anti-pneumococco e nessuna per l’anti-varicella e l’anti-meningococco B. I dati del 2020 mostrano che la pandemia ha avuto un impatto rilevante sulla vaccinazione esavalente e trivalente, rispettivamente con una riduzione da 14 a 9 e da 9 a 3 Regioni che hanno raggiunto i target. Nel 2021, invece, si registra un parziale recupero per il vaccino trivalente, con 6 Regioni che raggiungono il target rispetto alle 3 del 2020. Tuttavia nel 2021 il livello delle coperture vaccinali rimane sotto ai target raccomandati, in particolare per i vaccini di introduzione più recente (anti-rotavirus e anti-meningococco B).

“Se già nel 2019 – conclude Cartabellotta – i programmi di vaccinazione pubblica mostravano difficoltà a raggiugere i target raccomandati a causa dell’esitazione vaccinale, la pandemia COVID-19, con l’inevitabile riorganizzazione dei servizi, il limitato accesso alle strutture sanitarie e la paura del possibile contagio, ha avuto un impatto rilevante sulle coperture vaccinali pediatriche. Tuttavia, l’entità della loro riduzione nel 2020 e il rapido recupero nel 2021 dimostrano che i servizi vaccinali del territorio hanno retto adeguatamente l’emergenza riuscendo a garantire, nella maggior parte delle Regioni, la continuità del servizio”.

Per approfondire

Calandra (FNO TSRM e PSTRP): “Responsabilità e autonomia per valorizzare i professionisti”

Prosegue con questa intervista la rubrica di colloqui con i membri del Tavolo Tecnico per lo studio delle criticità emergenti dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza ospedaliera (DM70) e dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza territoriale (DM77)

La presenza al Tavolo di Teresa Calandra, Presidente della Federazione nazionale dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP), equivale alla rappresentanza di ben 18 professioni sanitarie e 61 Ordini provinciali e interprovinciali. L’ente racchiude al proprio interno un mondo numeroso, composito e in fermento: proprio sabato scorso, 29 luglio, il Consiglio nazionale ha dato il via libera al documento di posizionamento sull’evoluzione dei profili professionali. Un tema che abbiamo approfondito con Calandra, oltre a quelli più strettamente legati ai DM 70 e 77.

Cosa si aspetta dei lavori del Tavolo?

L’iniziativa è nuova per numerosità ed eterogeneità di figure presenti nel Tavolo, che coinvolge più attori che di solito agiscono in Tavoli separati: credo che sia un’opportunità unica di confronto su temi che, come sappiamo, concretizzeranno la sanità del futuro, se sapremo individuare le criticità e migliorarle e, laddove possibile, superarle. Sappiamo anche che dobbiamo fare i conti con le risorse, che purtroppo non sono infinite, ma confidiamo che si possa ottimizzare l’esistente. Lavorando insieme, sicuramente qualcosa di buono riusciremo a fare.

Quali sono a vostro parere le principali criticità del DM 70?

Il DM 70 è il più datato. Un primo elemento su cui ho già segnalato che bisognerà intervenire è l’impostazione a compartimenti, che certamente non è coerente con quanto ci aspettiamo rispetto all’integrazione tra l’ospedale e il territorio e tra le professioni interessate. Da questa prospettiva e guardando al DM 77, la struttura del DM 70 appare anacronistica.

Un altro elemento critico è l’accreditamento, perché al momento i criteri sono fissati dalle singole Regioni. Ferma restando la loro autonomia, non si può pensare che si proceda con valutazioni del tutto individuali: alcuni criteri devono essere garantiti per tutti, altrimenti si corre il rischio che in alcune Regioni manchi qualcosa o qualcuno, magari proprio le professioni sanitarie. Serve dare criteri omogenei, per garantire un livello minimo di qualità dell’assistenza; dopodiché, ogni Regione potrà determinare il “di più”.

Ancora, il DM 70 è fortemente condizionato dal documento di Agenas sul metodo per la determinazione dei fabbisogni di personale del Servizio sanitario, che per noi è molto critico perché li valuta e li determina solo per alcune professioni sanitarie e non per tutte le altre. Un esempio: delle nostre 18 professioni, ne mancano 16, rimandando la determinazione dei loro fabbisogni a una fase successiva; e per le prime due si sarebbe dovuto fare di meglio, non limitandosi ad adottare modelli che, forse, sono idonei per altri profili. Si tratta di un primo punto di caduta gravissimo: se non abbiamo la determinazione del fabbisogno, non sappiamo di quanto personale abbiamo bisogno per ognuna delle professioni sanitarie. È anche un controsenso, oltre che una criticità molto seria, perché le Regioni fanno riferimento a quel documento, e questo va sempre a detrimento della qualità dell’offerta sanitaria e delle prestazioni erogate al cittadino.

Adottare un metodo di calcolo che sia la mera applicazione alle altre professioni di quel che è adeguato per una di esse è sbagliato: se per una va bene il riferimento al posto letto e per alcune quello al volume delle prestazioni, per tutte le altre non possono essere solo questi elementi a determinare il fabbisogno. Infatti, relativamente al volume delle prestazioni, bisogna sempre anche tenere conto di alcune variabili di specie come la complessità, il tempo, il tipo di tecnologia, i controlli di qualità e di sicurezza, che per alcune prestazioni e alcune tecnologie sono addirittura giornalieri. Siamo consapevoli del fatto che non può essere adottato un metodo diverso per ogni singola professione, ma si può provare a trovarne uno o pochi, ovviamente basandosi sulle evidenze scientifiche, che siano adattabili a ognuna di esse in forza di una o più variabili di specie delle singole professioni.

Altro tema, sempre riguardo lo stesso documento: l’assistenza domiciliare integrata (Adi). Oggi l’Adi è fondamentale: le Regioni, anche in forza dell’opportunità offerta dalle tecnologie digitali, vi punteranno sempre di più. Allora com’è possibile che il documento faccia riferimento a solo due professioni? Non è verosimile pensare che l’Adi si riferisca alla sola assistenza e riabilitazione – peraltro indicando una sola professione. E tutta la diagnostica? E la protesica? E l’altra riabilitazione, che coinvolge più professioni? Pertanto, noi ci auguriamo che dopo la fase di rilevamento delle cose che non vanno nei DM si passi alla revisione anche del modello di calcolo del fabbisogno, altrimenti non riusciremo a trovare il giusto equilibrio, anche in forza del fatto che questo si lega al DM 77, che individua e definisce il fabbisogno di personale solo per alcune professioni, rimandando a momenti successivi la determinazione del fabbisogno del resto dell’équipe multiprofessionale.

Dovremmo cercare di dare ciò di cui c’è bisogno ottimizzando le risorse con modelli organizzativi nuovi

Noi speriamo tanto che non si ripetano gli stessi errori, perché altrimenti davvero non daremmo al cittadino ciò che sta aspettando da tanto tempo: una risposta completa ai suoi bisogni, grazie alle professionalità che servono, seppur non sempre tutte. Non possiamo più accettare di risolvere il problema solo dopo che è emerso il bisogno, perché se poi non c’è il professionista sanitario idoneo per qualifica e abilitazione, non si riesce a rispondere adeguatamente ai bisogni della popolazione e si favorisce l’esercizio abusivo della professione.

Per questo dovremmo cercare di dare ciò di cui c’è bisogno ottimizzando le risorse con modelli organizzativi nuovi.

E il DM 77?

Al di là della determinazione del fabbisogno, c’è il grande nodo della titolarità e della responsabilità professionale. Quando si parla di responsabilità professionale in tema di telemedicina, c’è un inciso particolarmente anacronistico secondo cui l’idoneità dell’assistito alla fruizione di questo tipo di prestazione è in capo ai soli medici. Questo vuol dire che se una persona oggi avesse bisogno di un servizio di telemedicina, potrebbe avere differenti risposte a parità di condizione. Crediamo che bisognerebbe ricondurre l’eligibilità alle prove di efficacia scientifica, a un sapere codificato, in maniera tale da garantire equità a tutti coloro che davvero ne hanno bisogno, consentendo non solo l’omogeneità di trattamento verso l’assistito, ma anche la giusta garanzia di autonomia e responsabilità di tutte le professioni sanitarie. Non si può continuare a pensare in ottica ancillare delle professioni sanitarie: ognuna di esse ha una titolarità e relativa responsabilità, che proviene da un percorso di studio universitario e da un’abilitazione dello Stato; basandosi su prove di efficacia scientifiche, linee guida e protocolli codificati ognuno potrà determinare chi è eligibile a un servizio o una prestazione di telemedicina e chi no. Noi faremo una proposta in tal senso e confidiamo di raccogliere il sostegno di tutte le altre professioni sanitarie.

È importante che il DM 70 e il DM 77 vengano rivisti guardando a nuovi modelli organizzativi che sfruttano le opportunità offerte dalle tecnologie digitali

C’è ancora un discorso da fare. È importante che il DM 70 e il DM 77 vengano rivisti guardando a nuovi modelli organizzativi che sfruttano le opportunità offerte dalle tecnologie digitali. Dobbiamo guardare alle professioni sanitarie come soggetti parimenti importanti, ognuno con una propria responsabilità e ognuno funzionale a un’attività multi e interprofessionale, perché è questo che il sistema richiede oggi per una presa in carico olistica della persona. Altrimenti continueremo a utilizzare modelli che non fanno bene al sistema e non fanno bene al cittadino.

Al di là del Tavolo sui DM 70 e 77, quali sono in questo momento le difficoltà che i professionisti della FNO TSRM PSTRP si trovano ad affrontare?

Innanzitutto la carenza di organico. Seppur venga lamentata in modo costante solo la carenza di due professioni sanitarie, in generale questa ne affligge tante, forse tutte le professioni. Questo lo affermiamo sulla base di dati certi: basti pensare a quelli relativi alle liste d’attesa, così come emergono dal lavoro fatto da Cittadinanzattiva, che certificano come le prestazioni con i tempi più lunghi sono quelle della diagnostica per immagini. C’è allora da domandarsi come mai? Forse anche perché manca personale tecnico per far lavorare tutte le apparecchiature al massimo delle loro potenzialità temporali?

Il problema interessa anche le Rsa e l’attività sociale; noi abbiamo tante professioni che si occupano del socio-sanitario: per citarne alcune, Terapisti occupazionali, Educatori professionali, Tecnici della riabilitazione psichiatrica, Terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, e anche lì c’è una carenza enorme che però emerge solo dal bisogno del cittadino. Poi c’è tutta la parte della prevenzione: tra le nostre professioni ci sono gli Assistenti sanitari e i Tecnici della prevenzione negli ambienti e nei luoghi di lavoro e sappiamo quanta necessità ci sia di queste professioni.

Pertanto, la carenza di organico è un tema a cui stiamo cercando di dare evidenza, perché paradossalmente si rischia di aumentare il numero di posti, anche nel fabbisogno formativo, di alcune professioni, dimenticandosi di altre che invece in questo momento sono necessarie e lo saranno nei prossimi anni, tenuto conto che per fortuna la nostra popolazione invecchia sempre di più e, quindi, sempre di più avremo bisogno di prestazioni di diagnostica, di riabilitazione e che riguardano il sociale.

Un altro tema che si lega fortemente alla carenza di organico è il salario non adeguato. Seppur come Federazione nazionale non vogliamo entrare nel merito perché compete ad altri soggetti, siamo consapevoli del fatto che il salario dei professionisti sanitari, rispetto ad esempio al resto d’Europa, è decisamente più basso e questo genera disinteresse verso le nostre professioni. Siamo coscienti che se non si interviene anche sull’aspetto economico, difficilmente si riuscirà a generare interesse per le nostre professioni. Crediamo che, da una parte, il riconoscimento pieno della titolarità, dell’autonomia e della responsabilità e, dall’altra, il salario siano i due elementi che potrebbero valorizzare le professioni sanitarie come è giusto e, purtroppo, ciò non avviene ancora in nessuna delle due dimensioni.

In ultimo, c’è il tema della violenza sugli operatori sanitari, una questione assai delicata, poiché la violenza nella maggior parte dei casi è dovuta all’organizzazione, sia sociale che lavorativa. La persona arriva nelle strutture sanitarie, dove si trova di fronte a un’organizzazione che non è adeguata per rispondere in modo appropriato (non necessariamente, il più rapido) al suo bisogno e alla fine diventa aggressiva nei confronti dei sanitari, vittime a loro volta di questi modelli organizzativi. Di conseguenza, misure come l’inasprimento della pena, che in linea generale vanno anche bene, non possono essere pensate come la soluzione: bisogna prevenire questi eventi, cosa che si può fare intanto studiando perché accadono e poi applicando dei correttivi che li prevengano, anziché punire, perché, pur censurando ogni forma di violenza, spesso l’operatore sanitario è una vittima tanto quanto la persona assistita.

Per quanto riguarda le vostre professioni, su cosa vi siete concentrati in questo periodo post-pandemico?

Dopo due anni di lavoro complesso e impegnativo, che ha visto coinvolti i delegati del Comitato centrale, le Commissioni di albo nazionali con i loro rappresentati ed esperti, nonché un nutrito numero di consulenti federativi, abbiamo prodotto il documento di posizionamento che costituisce una pietra miliare della nostra Istituzione, poiché contiene gli elementi essenziali sui quali fondare il processo di evoluzione dei profili professionali delle nostre professioni sanitarie.

Confidiamo che sia un’utile base, condivisa dalla nostra pluralità professionale, su cui avviare ogni interlocuzione sul tema.

Privacy: Thin ribadisce legittimità e anonimato dei dati sanitari raccolti e presenta ricorso all’Autorità giudiziaria avverso il provvedimento del Garante

Riceviamo e pubblichiamo la nota stampa ricevuta da Thin S.r.l.

A seguito dell’avvenuta divulgazione e diffusione della notizia inerente alla vicenda oggetto del provvedimento n. 226 del 1° giugno 2023 del Garante per la Protezione dei Dati Personali, che vede coinvolta la società Thin S.r.l., l’azienda stigmatizza e prende le distanze da ogni notizia pubblicata e da tutti i comunicati diffusi in ordine alla suddetta vicenda, in quanto contenenti elementi, dati e ricostruzioni non aderenti alla realtà dei fatti.

Si rende inoltre necessario precisare che l’Autorità Garante ha provveduto alla pubblicazione del provvedimento nonostante la pendenza dei termini di impugnazione e che, a maggior ragione, la società ha presentato le proprie doglianze in fatto e in diritto avanti all’Autorità giudiziaria preposta.

Riteniamo fondamentale ricordare che The Health Improvement Network-THIN” è un osservatorio creato nell’interesse della salute pubblica. L’osservatorio THIN è alimentato dai dati anonimizzati forniti dai Medici Ricercatori che, volontariamente e liberamente, decidono di aderire al progetto in quanto credono nel suo valore: generare una base di conoscenza per la ricerca medica, che consenta di realizzare progressi nei percorsi di cura dei pazienti.

Il valore di questi dati è fondamentale per prevenire, monitorare e gestire pandemie come COVID-19, per comprendere meglio la diffusione e l’epidemiologia delle malattie, le sintomatologie, le comorbidità, l’efficacia e la sicurezza delle terapie. THIN costituisce una fonte di dati ampiamente riconosciuta, rispettata e affidabile nel campo della ricerca e degli studi accademici, tanto che è citata in circa 2.000 pubblicazioni e riviste scientifiche internazionaliindicizzate; inoltre, numerose Autorità sanitarie in diversi Paesi europei, in primis EMA, l’Agenzia Europea per i Medicinali, prestigiose università, istituti di ricerca internazionali, utilizzano le informazioni THIN come riferimento per l’analisi delle cure primarie.

Nel provvedimento citato, l’Autorità Garante, pur riconoscendo la buona fede nonché l’accountability della società Thin S.r.l. e la qualità delle best practice implementate (e questi elementi motivano l’esiguità della sanzione amministrativa comminata), ritiene che i dati trattati siano pseudoanonimizzati e non anonimizzati, senza tuttavia dimostrarlo.

Noi siamo fermamente convinti che il database THIN, che rispetta gli standard previsti dalle Autorità, sia completamente anonimo e sarà riconosciuto come tale; come del resto, per casi analoghi, si è già espressa la giurisprudenza (da ultimo il Tribunale dell’Unione europea il 16 aprile 2023). Analogamente, siamo certi che la metodologia di anonimizzazione implementata nel progetto THIN sia di gran lunga la più sicura tra quelle presenti sul territorio italiano per database simili.

Inoltre, l’approccio dell’Autorità Garante rischia di bloccare totalmente la ricerca clinica basata sui real world data in Italia, il che provocherebbe un danno in primis per i pazienti. Per evitare che ciò avvenga, per proseguire il progetto THIN e salvaguardare l’immagine di tutti gli attori coinvolti, la nostra società ha contestato formalmente questo provvedimento e adirà le vie legali, in tutti i gradi di giudizio, sia in Italia che in Europa.

Quanto costerebbe curarsi senza il SSN? Anaao presenta il “conto ombra”

L’Anaao Assomed lancia l’allarme: siamo in una fase rischiosa per la tutela del diritto alla salute e le cause hanno radici antiche moltiplicatesi nel tempo:

  • il cronico insufficiente finanziamento pubblico del servizio sanitario nazionale che ci qualifica come “il primo dei paesi poveri”, paragonabile a Grecia e Romania;
  • l’autonomia differenziata, l’eccessiva frammentazione regionale e territoriale che subordina il diritto alla salute alla residenza, causando drammatiche differenze di aspettativa di vita e degradanti viaggi della speranza;
  • la mancanza di riforme organiche nazionali del servizio sanitario che innovando e aggiornando tengano il passo con le straordinarie novità scientifiche e tecnologiche di cui disponiamo, affrontando i cambiamenti demografici e sociali in cui siamo immersi.
  • Per non parlare di Covid e post Covid con tutte le conseguenze sanitarie, sociali economiche. A questo si aggiungono la carenza di personale, l’incremento vertiginoso dei costi di tutte le attività sanitarie.

È dunque arrivato il momento di porsi delle domande che l’Anaao Assomed rimanda al Governo, alle Regioni e alle Istituzioni:

  • Vogliamo ancora un sistema sanitario pubblico e universalistico finanziato dalla fiscalità generale?
  • Che ruolo deve avere la sanità pubblica nella scala di priorità delle politiche nazionali?
  • Riteniamo che il Servizio Sanitario nazionale sia un bene comune da difendere? O vogliamo optare per un sistema universalistico selettivo?
  • Quanta parte della ricchezza nazionale prodotta ogni anno (PIL) siamo disposti a destinare alla salute delle persone? Il confronto con l’Europa è desolante.

Per l’Anaao Assomed è solo una questione di scelte. E i cittadini devono sapere che le decisioni in tema di sanità di chi ci governa avrà inevitabili e pesanti ripercussioni sulle loro tasche.
Si, perchè se non ci fosse più il Servizio Sanitario Nazionale, che oggi grava sui cittadini solo per la fiscalità generale, il conto delle cure sarebbe assai salato.

Vediamo alcuni esempi, quelli più frequenti, in base a una ricerca condotta da Anaao Assomed, giugno 2023.

RICOVERO
QUANTO COSTA AL PAZIENTE UN RICOVERO NEL PRIVATO?
da 422 a 1.278 euro al giorno
Per un ricovero che richiede da una bassa a un’alta complessità assistenziale

QUALI ALTRI COSTI SONO A CARICO DEL PAZIENTE IN CASO DI RICOVERO NEL PRIVATO?
€1.200/ora per la sala operatoria
€ 600/giorno per la degenza in un reparto chirurgico
€ 400/giorno per la degenza in un reparto di medicina
€165/giorno per ricovero ordinario post acuzie

INTERVENTI CHIRURGICI
QUANTO COSTA AL PAZIENTE UN INTERVENTO DI COLECISTECTOMIA NEL PRIVATO?
€ 3.300 per Colecistectomia laparoscopica semplice
€4.000 per Colecistectomia laparoscopica complessa
da 3.000 a 10.000€ la parcella del chirurgo

CHECK UP CARDIOLOGICO
QUANTO COSTA AL PAZIENTE NEL PRIVATO?*
€ 775 (con mammografia) Donna >40 anni
€ 694 (con mammografia) Donna <40 anni
€ 345 Uomo <40 anni
€ 395 Uomo >40 anni

*Le tariffe sono variabili a seconda di età, sesso ed esami previsti (di solito es. Ematici+Ecg di base e da sforzo con visita specialistica finale)

E allora? Vogliamo conservare il nostro servizio sanitario pubblico, o siamo disposti a pagare queste cifre per curarci?
Per noi la risposta è chiara. Ci auguriamo lo sia per tutti i cittadini che ci aiuteranno a difenderlo.

Per approfondire

Il decreto PA Bis abroga il comma 687, soddisfazione Cosmed

“Un grande risultato per i medici e dirigenti sanitari arriva dal decreto PA bis, commenta Giorgio Cavallero, Segretario Generale COSMED. Ieri, infatti, la Camera con voto di fiducia ha approvato la soppressione del comma 687, in vigore della legge di bilancio per il 2019, che imponeva il ritorno della dirigenza amministrativa, tecnica e professionale del Servizio sanitario nazionale nel contratto della dirigenza sanitaria. Il comma è stato differito alla tornata contrattuale 2022-2024, successiva quindi a quella le cui trattative sono in corso. Il testo passa all’esame del Senato”.

“Questa imposizione di Legge, come più volte sostenuto dalla COSMED, avrebbe comportato la commistione di due Dirigenze con stati giuridici profondamente diversi con la coabitazione di nove professioni PTA (Ingegneri, Architetti, Avvocati, Geologi, Sociologi, Analisti, Statistici, Assistenti sociali e Amministrativi) normate esclusivamente dal Testo Unico sul Pubblico impiego (il decreto legislativo 165 del 2001) con la Dirigenza sanitaria normata prevalentemente dalla disciplina speciale contenuta nel decreto 502 del 1992”.

“Evidenti – sottolinea Cavallero – le problematiche di inserimento contrattuale nelle posizioni Dirigenziali e anche per le inevitabili conseguenze retributive di ciascuna Dirigenza. Si sarebbe sconvolto l’assetto contrattuale degli ultimi contratti di lavoro. Inoltre la Dirigenza PTA sarebbe stata privata di qualunque autonomia contrattuale e della possibilità di mobilità verso altre Amministrazioni delle Regioni e degli Enti locali. Le numerose differenze normative e professionali nonché le evidenti differenze in materia di percorsi formativi, reclutamento e formazione che per la Dirigenza sanitaria discendono dalla legislazione europea giustificano largamente una diversa collocazione contrattuale. Tale confusione rischiava di rendere difficoltoso l’accordo quadro sulle aree (preliminare per i contratti di lavoro successivi al 2019-2021 in discussione in entrambe le aree) che ora potrà essere affrontato esclusivamente in sede di contrattazione senza invasioni legislative”.

Si precisa chela Dirigenza PTA resta e continua a far parte del SSN pur avendo una diversa collocazione contrattuale.

“La COSMED, che ha sostenuto insieme ad altre la posizione descritta, accoglie con sollievo il provvedimento come un contributo utile al sollecito rinnovo dei contratti e alla migliore collocazione delle Dirigenze del SSN”.

Al via il Registro nazionale degli impianti protesici mammari

Al via il Registro nazionale degli impianti protesici mammari. Dal 1° agosto, è operativa l’infrastruttura informatica messa a disposizione dal Ministero della salute dove le Regioni che hanno già sottoscritto il relativo accordo – Marche, Calabria, Valle d’Aosta e dal 3 agosto la Campania – potranno iniziare la raccolta dei dati nei rispettivi registri regionali.

Il Registro nazionale sarà, infatti, alimentato con i dati provenienti dai registri regionali e provinciali. Tutte le Regioni e Province autonome hanno aderito all’utilizzo in sussidiarietà della piattaforma informatica fornita dal Ministero della salute, in accordo con il Regolamento sull’istituzione del registro nazionale degli impianti protesici mammari (Decreto 207/2022).

Gli operatori sanitari  che effettuano interventi di impianto o rimozione di una protesi mammaria nelle strutture sanitarie operanti nelle Regioni già attive sono tenuti a registrare le procedure chirurgiche eseguite.

Prima di effettuare l’intervento chirurgico occorre somministrare al paziente la scheda informativa, il consenso informato e l’informativa privacy per i registri regionali e per il registro nazionale (art.4, Legge 86/2012).

Per registrare gli interventi, i chirurghi potranno accedere tramite Spid al registro della Regione o Provincia autonoma dove ha sede la struttura sanitaria in cui è stato effettuato l’intervento.

Accedi ai Registri

Service Desk

  • Per problemi di accesso all’applicazione e per segnalare eventuali errori o malfunzionamenti, è possibile rivolgersi al Service Desk del Ministero della Salute, raggiungibile tramite i seguenti canali attivi 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.

Per saperne di più

Info

  • Per richiedere informazioni sull’utilizzo della piattaforma informatica:

Combattere gli interferenti endocrini migliora la salute e ci fa risparmiare

“È scientificamente dimostrato che l’incremento di alcune patologie non è giustificabile solo dallo stile di vita, che pure ha un impatto. L’ambiente gioca un ruolo molto importante, che però non riusciamo a misurare del tutto”. Anna Maria Colao, past president della Società italiana di endocrinologia (Sie) ricorda uno dei dati più allarmanti degli ultimi anni: problemi come obesità, diabete, sindrome dell’ovaio policistico, riduzione della fertilità o pubertà precoce sono in crescita anche a causa degli interferenti endocrini.

“Si tratta di inquinanti ambientali che mimano l’azione degli ormoni oppure che ne bloccano gli effetti – spiega Colao – Purtroppo non siamo in grado di determinarne il livello minimo accettabile per la salute umana. Le società scientifiche come provocazione affermano che andrebbero portate a zero, ma siamo consci che sia impossibile, almeno nel breve periodo”.

Anna Maria Colao

E proprio la Sie, durante il suo ultimo congresso, ha sottoscritto la petizione dell’European Society of Endocrinology, chiedendo all’Unione europea una revisione restrittiva del regolamento n. 1907/2006, il cosiddetto Reach (Restriction, Evaluation, and Authorisation of Chemicals), che riguarda la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche negli Stati membri.

“È fondamentale che la revisione sia adottata nell’ambito dell’attuale mandato politico della Commissione europea e del Parlamento europeo – ha commentato Colao –. Ritardare ulteriormente la revisione del Reach determinerà il persistere di un elevato livello di esposizione della popolazione agli interferenti endocrini, con conseguenze più gravi in particolar modo per i soggetti più vulnerabili, come donne in gravidanza e bambini”.

Le sostanze pericolose

E la situazione è tutt’altro che rosea: si calcola infatti che ogni 1,4 secondi l’industria sviluppi un nuovo composto e ogni anno 1.000 nuove sostanze vengano introdotte sul mercato.
Secondo stime Eurostat, nella sola Unione europea si producono ogni anno 300 milioni di tonnellate di sostanze chimiche e se ne consumano 200 mila tipi diversi, con vendite globali più che raddoppiate tra il 2000 e il 2017.

Ogni 1,4 secondi l’industria sviluppa un nuovo composto e le sostanze pericolose si trovano soprattutto in oggetti di uso comune

Le sostanze considerate pericolose per la salute o l’ambiente sono circa 12 mila e sarebbero presenti in 3 prodotti su 4 di larghissimo utilizzo, dai pannolini alle vernici, dai prodotti per la pulizia agli adesivi.
L’aspetto più preoccupante è proprio che queste sostanze chimiche si trovano in molti oggetti di uso comune fra cui imballaggi, bottiglie di plastica e giocattoli. Tra le sostanze più diffuse, bisfenoli, ftalati e perfluoroalchiliche (Pfas).

“Oltre alla perdita di vite umane e animali, gli interferenti endocrini sono responsabili anche di notevoli costi economici per i cittadini dell’Unione – ricorda Colao –: stime prudenti hanno collegato le esposizioni delle sostanze a circa 157 miliardi di euro tra spese sanitarie effettive e perdita di potenziale di guadagno”. La letteratura scientifica correla tra l’altro l’esposizione a queste sostanze a tumore del testicolo, della mammella, della prostata, del colon retto e malattie cardiovascolari.

I determinanti commerciali di salute

Le attività private, comprese le strategie e gli approcci utilizzati per promuovere prodotti e scelte di consumo, che influiscono sulla salute delle persone si chiamano determinanti commerciali di salute.
La rivista scientifica Lancet ha dedicato a questo tema una collana uscita nella primavera di quest’anno. L’approfondimento analizza il conflitto tra equità di accesso alla salute e profitti.
I dati dicono che quattro industrie (tabacco, alimenti non salutari, combustibili fossili e alcol) sono responsabili di almeno un terzo dei decessi globali all’anno.

Eppure, come si nota nell’editoriale della collana, gran parte del lavoro per comprendere l’impatto dannoso (o benefico) degli attori commerciali è stato finora svolto in silos separati all’interno della ricerca sanitaria. Ogni campo affronta molte delle stesse battaglie tattiche e strategie, ma manca un’agenda unificata per proteggere la salute. Allo stesso tempo, non c’è consenso tra i vari settori della salute per definire e comprendere i determinanti commerciali della salute.

La rivista scientifica Lancet ha dedicato a questo tema una collana. L’approfondimento analizza il conflitto tra equità di accesso alla salute e profitti

Proprio per questo, Lancet parte dando una definizione dei determinanti commerciali della salute, che sarebbero “sistemi, pratiche e percorsi attraverso i quali gli attori commerciali guidano la salute e l’equità”, oltre a un inquadramento per comprendere l’impatto delle entità commerciali sulla salute e un impegno ad affrontare le sfide in modo olistico.
Il curatore della collana ha sottolineato come la serie non sia anti-aziendale, ma a favore della salute. Esistono infatti alcuni buoni modelli di aziende che agiscono a favore della salute.

Per esempio, l’Oms sottolinea come circa 2 miliardi di persone avranno bisogno di dispositivi di assistenza entro il 2050, che miglioreranno notevolmente il loro benessere. L’obbligo di utilizzare dispositivi di sicurezza come le cinture di sicurezza, i sistemi di ritenuta per bambini o i caschi hanno ridotto significativamente le lesioni gravi e mortali. I farmaci e i vaccini hanno un impatto importante: l’immunizzazione dal morbillo, per esempio, ha evitato 25,5 milioni di morti dal 2000.
Proprio per il suo enorme potere (positivo o negativo) secondo gli esperti l’industria va regolamentata.  

Le sfide

“La legislazione europea sta diventando sempre più restrittiva – afferma Anna Maria Colao – Si tratta di un processo lungo, ma è un punto di partenza importante”. In seconda battuta, per la past president Sie occorre intervenire sulla consapevolezza delle persone: “È chiaro che il mondo dovrebbe consumare meno di queste sostanze dannose. Se si riduce la domanda automaticamente cala anche l’offerta e quando qualcosa non è più economicamente sostenibile per le aziende, queste smettono di produrlo”. 

Da un lato per Colao ci sarà dunque “la richiesta da parte dei Governi di spostare la produzione verso mezzi che siano più sostenibili ecologicamente. Dall’altro deve aumentare la coscienza collettiva per cui alcune cose anche molto comode è meglio non usarle. Per esempio il vetro è meglio della plastica perché si può lavare e riciclare”.
E qui si pone ancora una volta un problema di disuguaglianze: spesso ciò che è più salutare per noi o per l’ambiente è anche più costoso.

È importante agire sulla consapevolezza delle persone e intervenire per rendere più restrittiva la legislazione. Il cittadino può correggere il proprio stile di vita per non amplificare l’effetto degli interferenti endocrini

“Tuttavia, dal punto di vista del Paese, all’aumentare del numero di malati la sanità sarà economicamente sostenibile? Occorre ragionare come sistema anche su questi aspetti, attuando dei correttivi che permettano alle persone di evitare le sostanze nocive. Da parte loro, le società scientifiche servono come cassa di risonanza per non smettere di tenere alto il livello di attenzione sul problema”.

Infine, Colao ricorda che sulla salute umana funziona la sommatoria dei dati negativi: “Sebbene noi non possiamo modificare molto gli inquinanti che stanno in acqua, aria e terra, possiamo però intervenire sullo stile di vita. Sovrappeso, carenza di sonno, uso di droghe, alcol e fumo sono elementi che amplificano l’effetto degli interferenti endocrini – ricorda l’esperta – Ci sono cose che non sono modificabili dal singolo e altre che lo sono. Il compito del singolo può essere concentrarsi su questi ultimi”.

Tavolo tematico ministeriale sui medici, SMI: “Occorrono nuove risorse per i medici ospedalieri e per la medicina convenzionata”

“Alla riduzione delle risorse economiche nel corso degli ultimi dieci anni  e alla compressione delle prestazioni sanitarie per i cittadini, si uniscono le misure di contenimento della spesa sul personale che continuano a generare un aumento dell’età media dei medici: in questo modo non si può continuare”. Così Pina Onotri, Segretario Generale Sindacato Medici Italiani, in merito al tavolo tematico  ministeriale su medici, criticità contrattuali, organizzazione del lavoro, che si sta tenendo questo pomeriggio.

“Per quanto riguarda l’area della dirigenza medica e sanitaria è arrivato il tempo di ridare dignità al lavoro pensando alla standardizzazione di un sistema che valorizzi le competenze professionali, che punti al benessere organizzativo, che permetta la progressione di carriera, con l’attribuzione e il rinnovo degli incarichi, che bilanci il sistema di valutazione annuale dei dirigenti medici ai fini dell’attribuzione della premialità di risultato. Bisogna che il Governo preveda una defiscalizzazione del  lavoro, perché non possibile  tassare il lavoro  della dirigenza sanitaria  al 43%; si deve ridurre, da subito la tassazione e in particolare della libera professione; così come riteniamo che sia urgente prevedere misure per la depenalizzazione dell’atto medico, a tutela dei professionisti che sono impegnati in prima linea. Per i giovani medici specializzandi, nella discussione per il rinnovo  del CCNL, occorre prevedere un nuovo contratto di  formazione lavoro che permetta di essere retribuiti adeguatamente mettendo fine ad una discriminazione stipendiale rispetto ad altri colleghi.

La riorganizzazione della medicina territoriale deve essere sostenuta da un adeguato potenziamento del fabbisogno del personale medico, con un’idonea copertura finanziaria, innanzitutto diretta ai medici di medicina generale, nonché dall’implementazione di ulteriori setting territoriali, quali salute mentale, dipendenze patologiche, neuropsichiatria infantile e l’assistenza psicologica di base.

Si dovrebbe ipotizzare  nuova convenzione della medicina generale introducendo da subito la possibilità di poter usufruire dei benefici della legge 104, le ferie, il Tfr, la malattia di cui godono i medici della medicina dei servizi e gli specialisti ambulatoriali che lavorano a quota oraria all’interno di strutture pubbliche.

C’è necessità di introdurre nel nuovo contratto i concetti di pari opportunità; conciliazione vita/lavoro; adeguata retribuzione e valutazione standard dei carichi di lavoro che sicuramente non si esplicitano nelle ore di front office che svolgono in ambulatorio; la possibilità di poter usufruire del part time; una maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro. Le risorse del PNRR devono essere destinate essenzialmente per l’assunzione di nuovi medici e per aumentare le loro retribuzioni equiparandole con quelle europee”.

PON: passa l’emendamento per i LEA

Ha ottenuto la fiducia alla Camera dei deputati il Decreto Legge 75/23, meglio noto come Decreto Pubblica Amministrazione bis. La maggioranza si è espressa sul testo approvato dalle Commissioni riunite I (Affari Costituzionali) e XI (Lavoro). All’interno del DL era già passato dopo discussione in Commissione e riformulazione, l’emendamento sugli indicatori dei livelli delle prestazioni che prevede anche il coinvolgimento delle Associazioni pazienti nel momento in cui verrà adottato il Piano Oncologico Nazionale 2023-2027.

Un nuovo traguardo nell’Agenda delle 45 Associazioni aderenti al Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” e dell’Intergruppo parlamentare “Insieme per un impegno contro il cancro” alla Camera dei deputati.

“Un altro grande successo della buona politica che lavora con le Associazioni dei pazienti oncologici e onco-ematologici è stato raggiunto con l’approvazione dell’Emendamento condiviso tra l’Intergruppo alla Camera “Insieme per un impegno contro il cancro” e le Associazioni del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” – dice Annamaria Mancuso, Presidente Salute Donna ODV e Coordinatrice del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” – l’Emendamento proposto e approvato chiedeva di inserire nel Piano Oncologico Nazionale (PON) due punti fondamentali: precisi indicatori dei livelli delle prestazioni sanitarie, che dovranno essere stabiliti a livello nazionale  e che le Regioni e le Province autonome saranno chiamate a rispettare per contrastare e misurare le disomogeneità regionali ed evitare che ci siano pazienti di serie A e pazienti di serie B; il secondo punto riguarda l’importanza di avvalersi del parere e dell’esperienza delle Associazioni pazienti per misurare la performance delle Regioni insieme al Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza (Comitato LEA). Il mio grazie alle Associazioni del Gruppo “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, a tutti i parlamentari e a tutti coloro che hanno contribuito a chiudere finalmente il primo capitolo del PON”.