Cosa succede quando piccole molecole prodotte in laboratorio si trovano all’interno di cellule umane? Come si comportano? Per una di queste la risposta arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Advanced Materials, firmato da un team di ricerca guidato dall’Istituto per la sintesi organica e la fotoreattività del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isof) di Bologna e svolto in collaborazione con diversi gruppi Cnr, il Politecnico di Milano, l’Università di Bologna e l’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit, sedi di Milano e Pisa).
È noto che tali molecole possono aggregarsi formando nanostrutture altamente biocompatibili e conduttive: oggi, gli studiosi ne hanno osservato e compreso il meccanismo di crescita. “Dopo oltre dieci anni di studi interdisciplinari, abbiamo constatato la straordinaria capacità di alcune molecole organiche di “autoassemblarsi” in strutture cristalline fibrose (fibrille) all’interno di cellule umane, senza comprometterne la vitalità, e costituendo strutture altamente organizzate con proprietà di conduzione elettrica”, spiega Francesca Di Maria, ricercatrice del Cnr-Isof.
Attraverso l’utilizzo di tecniche all’avanguardia di imaging cellulare e microscopia, i ricercatori hanno indagato, in particolare, il meccanismo di crescita di una di queste molecole, detta DTTO: “Le strutture che si formano attraverso processi di auto-assemblaggio all’interno delle cellule sono in grado di attraversare la membrana cellulare, facilitando il contatto tra diverse cellule e adattandosi al loro movimento: questo meccanismo di autoorganizzazione è senza precedenti, e ha implicazioni significative in diversi settori”, aggiunge Guglielmo Lanzani dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit). “Ad esempio, si aprono nuove prospettive per lo sviluppo di terapie basate sulla stimolazione e sulla regolazione delle interazioni cellulari. Inoltre, potrebbe consentire progressi considerevoli nell’ingegneria dei tessuti, permettendo la creazione di strutture cellulari tridimensionali funzionali”.
Secondo gli autori dello studio, l’utilizzo di queste molecole organiche rappresenta solo un primo passo all’interno di un vasto campo di ricerca sulle proprietà di autoorganizzazione all’interno delle cellule e pone le basi per ulteriori studi e potenziali applicazioni nel campo della biologia cellulare e della medicina rigenerativa. “Il nostro team è già impegnato nello studio delle potenzialità delle fibrille di DTTO e nell’esplorazione di nuovi composti organici con proprietà simili. L’obiettivo è comprendere appieno i meccanismi alla base di queste strutture organizzate al fine di sfruttarne appieno i benefici per la salute umana”, conclude Francesca Di Maria (Cnr-Isof).
Uno studio, realizzato dall’Istitutodi ricerche farmacologicheMario Negri in collaborazione con l’IRCCSOspedale San Raffaele di Milanoe l’Università degli studi dell’Insubria, ha identificato, in modelli sperimentali in vitro, una molecola in grado di bloccare la replicazione dei prioni, le proteine infettive responsabili di malattie neurodegenerative mortali, come la malattia di Creutzfeldt-Jakob e il morbo della mucca pazza. La molecola appartiene alla classe delle porfirine e sfrutta un duplice meccanismo d’azione, finora mai descritto, che la rende attiva contro tutti i tipi di prioni ed evita che possano diventare resistenti ai farmaci.
Le malattie da prioni (o encefalopatie spongiformi trasmissibili), sono malattie degenerative rare del sistema nervoso centrale che colpiscono l’uomo e altri mammiferi. Come suggerito dal nome, queste patologie sono causate dai prioni, cioè forme alterate della proteina prionica (PrP) che è normalmente presente sulla superficie delle cellule nervose. La proteina prionica può cambiare forma, diventando un prione, per cause diverse: spontaneamente senza una ragione nota; a causa di mutazioni genetiche o in seguito a un’infezione da prioni provenienti da un altro organismo, come nel caso della trasmissione all’uomo del morbo della mucca pazza. L’accumulo dei prioni nelle cellule del cervello causa la formazione di forellini microscopici che rendono il tessuto cerebrale simile a una spugna (da qui il termine encefalopatie spongiformi). Dopo la comparsa dei primi sintomi, la malattia evolve rapidamente, portando alla morte.
“Purtroppo – spiega Roberto Chiesa, responsabile del laboratorio di Neurobiologia dei prioni dell’Istituto Mario Negri che ha coordinato lo studio – ad oggi non esistono cure. Una delle ragioni è legata al fatto che man mano che si replicano, i prioni mutano e rendono difficile identificare delle terapie in grado di debellarli. Nel corso dello studio su modelli sperimentali in vitro, abbiamo studiato l’effetto di alcune molecole sulla capacità dei prioni di replicarsi e ne abbiamo individuata una che svolge una doppia azione. Da un lato impedisce alla proteina prionica di trasformarsi in un prione e dall’altro ne induce l’eliminazione dalla superficie delle cellule nervose”.
“Questa scoperta – continua Giovanna Musco che dirige il laboratorio di Risonanza magnetica nucleare biomolecolare dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – è molto importante perché evidenzia un meccanismo del tutto nuovo che blocca la replicazione dei prioni ed evita che mutino, sviluppando di conseguenza una resistenza a possibili terapie. Intendiamo sfruttare queste evidenze per poter formulare una nuova classe di farmaci per curare queste terribili malattie”.
“Il prossimo obiettivo in questa direzione – conclude Enrico Caruso del Dipartimento di biotecnologie e scienze della vita dell’Università dell’Insubria – è studiare come modificare chimicamente la molecola individuata (una porfirina), che per le sue caratteristiche al momento non può essere utilizzata come farmaco, o individuare molecole che agiscano con lo stesso meccanismo d’azione ma siano dotate di migliori proprietà farmacologiche”.
Lo studio è stato possibile grazie ai finanziamenti della Fondazione Telethon, Ministero della Salute, la CJD Foundation e Associazione Italiana Encefalopatie da Prioni (A.I.En.P.)
Le recenti notizie su tecniche che aprono nuove frontiere in campo cardiochirurgico (utilizzo di un cuore che ha cessato ogni attività elettrica da 20 minuti) stanno alimentando la speranza che il numero di trapianti in Italia possa aumentare. Tuttavia perché ciò avvenga è necessario che la persona, finché è in vita, esprima la propria volontà di donare l’organo.
In Italia la normativa che regola la donazione di organi e tessuti post-mortem risale al 1999 (legge 91 del 1 aprile) e sancisce il principio del silenzio-assenso informato. Secondo questo principio sono considerati donatori coloro i quali esprimono la volontà positiva in merito alla donazione e non donatori quelli che invece esprimono parere negativo. Nonostante questo, la normativa è ancora, dopo più di vent’anni, in una fase transitoria, per cui viene adottato il principio del consenso o dissenso esplicito in base al quale – nei casi in cui il potenziale donatore non abbia espresso alcun parere in merito – i familiari hanno la possibilità di opporsi al prelievo di organi.
Il consenso alla donazione si può formalizzare in diversi modi: al distretto ASL di appartenenza, iscrivendosi all’associazione italiana donatori organi (AIDO), on-line e all’Anagrafe comunale al momento del rinnovo della carta d’identità. Come rispondono gli italiani?
Si tratta del primo studio che prende in considerazione i diversi gruppi di popolazione direttamente coinvolti nella scelta e nel processo di donazione degli organi, nonché le persone socialmente influenti. Finora, in Italia sono state condotte poche ricerche che indagano gli atteggiamenti e le percezioni riguardo alla donazione di organi. Inoltre, in termini di risultati, questa pubblicazione aggiunge alla letteratura corrente un sistema di questioni antinomiche che caratterizzano la difficoltà di questa scelta. I ricercatori hanno inteso i dilemmi come questioni generalmente percepite da un individuo come ugualmente rilevanti, ma spesso contrastanti o opposte. I risultati della pubblicazione possono avere importanti implicazioni per lo sviluppo di strategie atte a incoraggiare il consenso alla donazione. È importante specificare che non esiste un unico modo per risolvere il divario tra domanda e offerta di organi, tuttavia, identificando i facilitatori e le barriere alla donazione sulla base dell’analisi dei bisogni, delle convinzioni, delle paure e dei dubbi degli individui, è possibile attuare interventi mirati.
Secondo i dati del Sistema Informativo Trapianti (2022) la percentuale di chi ha espresso la propria volontà sulla donazione è solo del 55,3% e 8.022 pazienti sono ancora in attesa di trapianto.
“A dispetto di un atteggiamento generalmente positivo rispetto alla donazione di organi post-mortem il numero delle espressioni di volontà è ancora troppo basso – dice la Professoressa Sabrina Cipolletta del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, autrice della ricerca promossa dal centro Nazionale Trapianti –. Ci siamo chiesti cosa succede tra il “dire” e il “fare”. Si tratta di un importante studio su tutto il territorio nazionale per comprendere le percezioni, conoscenze, paure e difficoltà per l’espressione di volontà alla donazione degli organi post-mortem da parte della popolazione italiana. È il primo approfondimento a livello nazionale e internazionale a coinvolgere un numero così imponente di partecipanti (353) che hanno preso parte a 38 gruppi di discussione (focus group) e che rappresentano fasce diverse della popolazione e diversi ruoli professionali: professionisti socio-sanitari che lavorano in reparti d’urgenza e di lungo degenza o sul territorio, dipendenti dell’ufficio anagrafe e opinion leaders. La ricerca ha permesso di individuare le maggiori resistenze alla donazione quali le false credenze, il desiderio di mantenere l’integrità del corpo anche dopo la morte, alcune credenze religiose e la sfiducia nella scienza e nel sistema sanitario. Al contrario tra i facilitatori dell’espressione di volontà sono stati trovati l’esperienza diretta o la conoscenza di persone che hanno ricevuto un trapianto o che hanno donato i propri organi, la fiducia nella scienza e nel sistema sanitario e la scelta di donare per un bene comune, quindi per il benessere della comunità”.
Gli interventi futuri dovrebbero sostenere la scelta individuale fornendo informazioni affidabili sul processo di donazione, spiegando come esprimere la volontà di donare e utilizzando strumenti accattivanti per quanto riguarda le informazioni. Per rendere affidabili le informazioni è importante anche superare la diffidenza nei confronti delle istituzioni sanitarie e individuare quali strutture sono considerate affidabili e per quali motivi. La condivisione delle conoscenze scientifiche da parte della comunità medica può ridurre i falsi miti e aumentare la fiducia nel sistema sanitario. Le strategie di intervento per promuovere la registrazione dei donatori di organi dovrebbero tenere conto delle barriere alla donazione identificate nello studio, tra cui i falsi miti, la paura della morte e della disintegrazione del corpo e, allo stesso tempo, utilizzare come risorse i facilitatori della donazione che si è detto essere l’esperienza e la familiarità con l’argomento, la fiducia nelle istituzioni coinvolte e la responsabilità sociale.
“L’importante studio effettuato in collaborazione con l’Università di Padova ci ha confermato che in termini generali esiste nel nostro Paese una favorevole attitudine alla donazione degli organi dopo la morte da parte dei cittadini, ma questo non sempre si accompagna ad una formale registrazione di una volontà positiva – conclude Massimo Cardillo, Direttore Centro Nazionale Trapianti –. Sono necessarie per questo misure in due direzioni: da un lato rendere più semplice la manifestazione di volontà in vita, attraverso l’utilizzo di strumenti che oggi la tecnologia mette a disposizione, ma anche accompagnare questa scelta con una più diffusa informazione sull’utilità dei trapianti e sul valore della scelta donativa”.
Le Associazioni UNINDUSTRIA Sezione Sanità, CONFAPI Sanità, ANISAP Lazio e AISI stanno portando in evidenza la problematica dell’erogazione dei servizi sanitari, che, come avviene dal 2009, sono in gran parte anche appannaggio delle farmacie, progressivamente avvicinatesi ad attività diagnostiche, senza però prestare la giusta attenzione ai requisiti di professionalità e sicurezza dei pazienti.
IL RUOLO ATTUALE DELLE FARMACIE, EROGATORI DI SERVIZI SANITARI – La “farmacia di servizi” e le farmacie convenzionate con il SSN “presidi sanitari di prossimità” possono effettuare le vaccinazioni anti-Covid e antinfluenzali, somministrare test diagnostici a tutela della salute pubblica, eseguire prelievi di sangue capillare (per rilevare la presenza anticorpi IgG e IgM), effettuare test ad uso professionale che comportano l’emissione di una diagnosi, impiegare anche a domicilio, infermieri e fisioterapisti. Sono oggetto di sperimentazione i servizi di telemedicina (holter pressorio e cardiaco, ecg, autospirometria) e gli screening per il tumore al colon retto. Il farmacista titolare e/o il direttore della farmacia è responsabile del coordinamento organizzativo e gestionale di tali servizi e relativi operatori, nonché dell’accertamento dei requisiti professionali di questi ultimi. L’erogazione delle prestazioni non comporta la presa in carico dell’utente da parte delle farmacie e l’attribuzione di competenze che sono proprie, in via esclusiva, degli ambulatori medici, ma offre agli utenti la sola possibilità di rivolgersi alla farmacia per ottenere le prestazioni sanitarie, infermieristiche o gli interventi fisioterapici, previsti dalla prescrizione medica.
“La farmacia, quindi, si pone quale “intermediario” tra paziente e professionista, secondo uno schema “commerciale” che, di tutta evidenza, NON tutela i pazienti. Qual è la competenza del farmacista per valutare i requisiti professionali degli operatori sanitari che dovrebbe coordinare? Il coordinamento “organizzativo” è del tutto insufficiente nei servizi sanitari, che richiedono una supervisione sanitaria capace di intercettare rapidamente le criticità” sottolineano le Associazioni di categoria.
LA QUALITA’ DELLE PRESTAZIONI NELLE STRUTTURE PRIVATE – Le strutture private di diagnostica e specialistica ambulatoriale, riunite nelle varie associazioni di categoria, sono più di 5mila su tutto il territorio nazionale e, per le stesse prestazioni previste per le farmacie:
sono soggette a rigorosi criteri di idoneità e sicurezza di infrastrutture ed impianti;
scontano regole altrettanto severe per l’autorizzazione ad erogare i vari servizi;
necessitano di un medico che eserciti la Direzione Sanitaria e di un medico specialista Responsabile di branca, per ogni area operativa;
sono sottoposti a controlli annuali da parte delle competenti ASL, delle Regioni, dei NAS dell’Arma dei Carabinieri;
sono dotate delle certificazioni di qualità (tra tutte: ISO 9001:2015), rilasciate da organismi di certificazione indipendenti;
per il mantenimento delle autorizzazioni all’esercizio, anche in virtù della c.d. “legge sulla concorrenza 2021”, necessitano di continui e rilevanti investimenti.
“Il nostro auspicio è quindi che le Istituzioni competenti ripensino e correggano rapidamente il tiro, imponendo che i locali delle farmacie rispettino requisiti igienico-sanitari, tecnologici e strutturali al pari di quelli previsti per le strutture private e autorizzate di diagnostica e specialistica ambulatoriale. L’unico interesse che va tutelato è sempre la salute e il benessere dei cittadini” concludono le Associazioni.
Il farmacista del Servizio Sanitario Nazionale è fondamentale nella sanità digitale per garantire una gestione efficace e sicura dei dati sanitari e per fungere da collegamento tra ospedale e territorio. Per gli addetti ai lavori, questa figura è sempre stata centrale nel nostro sistema ma forse, come altre figure dal taglio più “tecnico”, è con la pandemia che anche il cittadino ha capito più chiaramente l’importanza del ruolo e delle sue evoluzioni.
Perché ora, con il fermento post-pandemia e soprattutto con le riforme che stanno attraversando la sanità italiana, in particolare per quanto riguarda l’assistenza territoriale, anche il farmacista è chiamato a nuovi ruoli e nuovi compiti. Un ambito particolarmente interessante è quello della sanità digitale, nelle sue varie forme. Ad esempio, utilizzando i sistemi informatici, i farmacisti possono registrare e aggiornare i dati sui farmaci prescritti ai pazienti, i loro risultati di laboratorio e le informazioni sulle terapie in corso. Questo consente un accesso immediato ai dati per tutti i professionisti sanitari coinvolti nella cura del paziente.
Tra i nuovi compiti del farmacista ospedaliero, la sanità digitale e la gestione dei dati rappresentano una opportunità di crescita, anche per il SSN
Inoltre svolgono un ruolo cruciale come collegamento tra ospedale e territorio non solo come supporto all’interno del team multidisciplinare che segue il paziente, ma anche nei delicati passaggi relativi alla riconciliazione e ricognizione farmacologica, nell’ottica di migliorare l’aderenza e l’appropriatezza terapeutica.
Sono quindi numerose le sfide che si aprono per questa professione: a che punto siamo in questa transizione? Su quali competenze e responsabilità è necessario lavorare? Su quali aspetti le istituzioni sono chiamate a intervenire e in che termini?
Ne abbiamo parlato in una Diretta Live con Maria Ernestina Faggiano, Dirigente farmacista presso il Policlinico di Bari e facente parte del Consiglio direttivo SIFO, e con Massimo Di Gennaro, Direttore della Direzione Innovazione e Sanità digitale di SORESA, Regione Campania.
Sfide e priorità in campo, nella prospettiva della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera (SIFO)
Da sempre, le priorità di SIFO si concentrano sul benessere del paziente e sul sostegno al farmacista del Servizio Sanitario Nazionale, come ha ricordato, in apertura della Live dedicata, la dottoressa Faggiano.
“Il fondamentale impegno verso i pazienti costituisce l’essenza stessa del lavoro del farmacista ospedaliero, poiché senza i pazienti da assistere, la figura del farmacista non avrebbe ragione di esistere. In qualità di società scientifica di riferimento, la SIFO si impegna anche nel contesto della digitalizzazione, fornendo il supporto necessario al professionista affinché possa gestire in modo efficiente e competente le strutture in cui opera”.
In questi anni, oltre alla pandemia, l’innovazione nel settore ha notevolmente modificato il ruolo del farmacista ospedaliero. Il farmacista è oggi un professionista che partecipa attivamente al controllo dei costi, anche dal punto di vista clinico, collaborando strettamente con il medico. Il farmacista non è quindi un mero esecutore delle prescrizioni mediche, ma una figura che interagisce e propone le migliori soluzioni possibili per il benessere del paziente in un determinato momento.
La digitalizzazione deve coesistere con le attività più tradizionali del farmacista, come la preparazione dei farmaci e l’assistenza diretta al paziente. Secondo Faggiano, il farmacista clinico è per definizione un professionista che si avvicina al letto del paziente. E laddove non sia presente un farmacista di reparto, questo è possibile attraverso la digitalizzazione, che consente all’antica professionalità del farmacista clinico di modernizzarsi e diventare digitale.
La presenza di un farmacista ospedaliero come nodo e snodo di soluzioni che tengano conto di quanto avviene nell’ospedale e sul territorio è un’arma vincente per tutto il SSN
La presenza di un farmacista ospedaliero come nodo e snodo di soluzioni che tengano conto di quanto avviene nell’ospedale e di quanto avviene sul territorio è un’arma vincente per tutto il Servizio Sanitario Nazionale. Pertanto, il farmacista può contribuire attivamente alla telemedicina, inclusa la telefarmacia, che offre la possibilità di seguire il paziente anche a domicilio. In quest’ottica, anche valorizzare adeguatamente l’opzione di consegna a domicilio (il cosiddetto home delivery) va oltre una semplice distribuzione postale di farmaci; piuttosto, può rafforzare il rapporto con il paziente. Ad esempio, una corretta implementazione del servizio potrebbe consentire un collegamento con il farmacista e con gli altri professionisti coinvolti nell’assistenza del paziente al momento della consegna dei farmaci a casa.
Ha ricordato Faggiano: “L’atto della dispensazione di un farmaco è un momento cruciale perché è un atto nel quale si dispensano salute e miglioramenti della qualità di vita, e su queste possibilità supportate dal digitale stiamo portando avanti dei progetti dedicati in Campania e in Lazio”.
L’esperienza della Regione Campania verso l’innovazione digitale
La Regione Campania ha intrapreso un significativo processo di innovazione dei sistemi informativi regionali nell’ambito della sanità, con l’obiettivo di promuovere modelli organizzativi più efficienti e di centrare le attività sulla persona. Il progresso in questa transizione è stato costantemente monitorato, tenendo conto non solo del coinvolgimento del cittadino ma anche della creazione di nuove dinamiche con gli operatori sanitari, tra cui il farmacista ospedaliero.
Così lo ha raccontato il dottor Di Gennaro: “Nel corso degli anni, si è adottato un nuovo approccio focalizzato non solo sulla centralità del paziente ma anche sulla centralità degli operatori sanitari, riconoscendo la necessità di fornire servizi di qualità ai cittadini tramite l’adeguato supporto e il miglioramento delle risorse disponibili per gli operatori sanitari. Ciò ha richiesto una revisione delle procedure ereditate dal passato, molte delle quali non hanno mai funzionato adeguatamente soprattutto quando sono state ‘calate dall’alto’. In questi casi l’investimento in sistemi digitali ha spesso incontrato ostacoli e si è mantenuto l’utilizzo di metodi manuali e cartacei”.
Un elemento chiave per il rinnovamento è stato coinvolgere attivamente gli operatori, come ad esempio farmacisti, medici, epidemiologi, infermieri e tecnici, in modo da disegnare i nuovi sistemi organizzativi gestionali con la collaborazione di tutti. Il digitale ha rappresentato, in questo percorso, la soluzione finale che è stata implementata una volta definiti chiaramente gli attori coinvolti, i loro ruoli e il percorso da seguire. Una volta stabiliti i ruoli, si è proceduto a identificare le soluzioni più opportune sia per il cittadino sia per l’operatore.
Il digitale ha rappresentato la soluzione finale che è stata implementata una volta definiti chiaramente gli attori coinvolti, i loro ruoli e il percorso da seguire
Questa “rivoluzione” è costituita soprattutto da attività di change management e poco di attività digitali: la soluzione digitale arriva come conseguenza del nuovo processo, e in questo senso diventa molto più semplice trovare un disegno architetturale di sistema informatico che segua quanto delineato dalle attività di change management.
Ad esempio, l’implementazione del CUP unico regionale ha rivoluzionato l’organizzazione dell’assistenza sanitaria specialistica, fornendo un unico strumento che comprende non solo l’offerta sanitaria ma anche gli operatori, le farmacie e tutti gli attori delle aziende coinvolte. Questa unificazione ha contribuito a far sentire tutti parte di un sistema funzionante.
Un’altra attività cruciale ha riguardato la creazione di un’unica anagrafe degli assistiti, unificando le diverse anagrafi delle ASL in un’unica entità a livello centrale. Questo ha permesso di seguire il percorso completo del paziente nella Regione, indipendentemente dalla sede di accesso ai servizi.
Analogamente, è stata condotta un’armonizzazione delle banche dati, consentendo il flusso integrato di informazioni, seppur con distinzioni e tempistiche specifiche, verso la piattaforma “Sinfonia”. Ciò ha agevolato l’attivazione di Piani Diagnostico-Terapeutici-Assistenziali (PDTA) e Piani Terapeutici (PT) per la salute dei pazienti.
Inoltre, anche con i soggetti privati accreditati, è stato avviato un percorso simile per integrarli nel CUP privati, affrontando insieme le sfide e definendo modalità di strutturare il percorso in modo condiviso.
Il fine ultimo è creare un circolo virtuoso che consenta di ottimizzare l’uso delle risorse attraverso l’efficientamento delle attività e di reinvestire tali risorse nel settore sanitario.
Il farmacista come “lievito dei processi”, anche per il digitale
L’esperienza di questi anni, ha ricordato Faggiano, evidenzia come sia essenziale trovare spazio per l’innovazione tecnologica, anche per coloro che non si sentono particolarmente avvezzi all’informatica: “Purtroppo, il tempo a disposizione negli ultimi anni si è progressivamente ridotto, e la carenza di personale obbliga tutti i professionisti del settore sanitario a svolgere un gran numero di attività. Senza un sistema digitale integrato, risulterebbe sicuramente impossibile gestire tutte queste responsabilità in modo ottimale”.
Senza un sistema digitale integrato, sarebbe impossibile gestire tutte le responsabilità che in questi anni si sono accumulate a carico dei professionisti sanitari
Per i farmacisti, l’ambito delle attività digitali riveste un interesse particolare. Sottolinea Faggiano: “Attraverso le diverse piattaforme che già fanno parte della routine lavorativa, come i Registri Aifa o la piattaforma Edotto (operativa in Puglia), che consente di accedere alle terapie di un paziente tramite il codice fiscale, possiamo operare in modo efficace non solo per il benessere del paziente e la sua qualità di vita, ma anche per il benessere complessivo del Servizio Sanitario Nazionale o Regionale, grazie alla digitalizzazione dei processi”.
Dalla pandemia di COVID-19, i farmacisti ospedalieri hanno acquisito una nuova consapevolezza riguardo alla propria importanza nel fornire supporto a grandi strutture ospedaliere o servizi farmaceutici di ampie dimensioni. Uno studio condotto dalla SIFO tra i propri iscritti durante l’emergenza ha rivelato una definizione significativa del loro ruolo: “Il farmacista è il lievito dei processi.” Questa descrizione si coniuga perfettamente con l’attitudine di servizio implicita nella professione del farmacista ospedaliero.
Tuttavia, per completare il quadro professionale, oltre agli aspetti umanistici, è necessaria anche una forte componente di informatizzazione che consenta al farmacista ospedaliero di comprendere appieno la situazione del paziente e di fornirgli ciò di cui ha realmente bisogno in quel momento, che si tratti di farmaci o dispositivi medici. Ciò può avvenire, ad esempio, mediante l’utilizzo della cartella clinica digitale, condivisa con gli altri professionisti coinvolti nell’assistenza al paziente.
Verso un processo di transizione digitale di successo
Come detto, l’evoluzione di Soresa verso un sistema digitale e informatico utile per il cittadino e gli operatori rappresenta un esempio positivo. Nel corso del dibattito, abbiamo quindi chiesto al dottor Di Gennaro, anche sullo spunto di alcune domande dal pubblico collegato in remoto, quali sono gli elementi da cui partire per innescare tale cambiamento di successo.
Per implementare un processo di transizione, è fondamentale definire con precisione il modello da seguire
Queste le sue parole: “Per implementare un processo di transizione, è fondamentale definire con precisione il modello da seguire. Nel nostro caso, abbiamo preso la decisione di centralizzare alcuni asset cruciali che consentono all’azienda o alla Regione di effettuare scelte strategiche. All’interno di questo modello, è previsto il coinvolgimento di stakeholder, indipendentemente che siano enti pubblici o soggetti privati. In qualità di società in-house della Regione Campania, Soresa si occupa della centralizzazione degli acquisti dei farmaci ed agisce come general contractor per diverse iniziative, agevolando così eventuali rapporti di partenariato pubblico-privato”.
Tutti i progetti realizzati finora sono sviluppati seguendo scrupolosamente questa metodologia, definendo con chiarezza il modello e il percorso da seguire, coinvolgendo attivamente i vari attori all’interno del sistema sanitario regionali. E i risultati così ottenuti fino ad ora hanno consentito a Soresa e alla Regione Campania di presentarsi con una maggiore autorevolezza nei tavoli decisionali a livello centrale, come ad esempio presso il Ministero della Salute o in ambito interregionale.
Ha confermato Di Gennaro: “Questo percorso di trasformazione può essere condiviso e applicato anche in altre Regioni o realtà, favorendo così la diffusione delle buone pratiche e contribuendo al miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia dei sistemi sanitari a livello nazionale”.
La telemedicina deve puntare a fornire un servizio essenziale alle aree meno accessibili rispetto ai grandi centri urbani
E anche in Campania il processo di innovazione digitale è destinato ad ampliarsi ulteriormente: “Le nostre prospettive riguardano il costante miglioramento dei servizi offerti al cittadino, cercando di avvicinarci sempre di più a loro in modo efficiente. Tra i temi a cui dedichiamo un impegno particolare vi è la telemedicina: in questo ambito, abbiamo fatto una precisa scelta strategica, optando per la realizzazione di una piattaforma unica regionale per le teleconsultazioni. Questa scelta garantisce a tutte le aziende sanitarie un accesso uniforme ai servizi, in modo che i cittadini residenti anche in zone remote della provincia abbiano le stesse opportunità di quelli che vivono in zone più centrali. La telemedicina, infatti, deve puntare a fornire un servizio essenziale alle aree meno accessibili rispetto ai grandi centri urbani”.
Il rapporto con le istituzioni centrali
Nonostante l’evoluzione del ruolo del farmacista ospedaliero in questi anni, anche in risposta alle mutate esigenze del SSN per far fronte all’emergenza pandemica, nei decreti ministeriali riguardanti la telemedicina e la sanità digitale non si è fatto riferimento esplicito e circostanziato a questa disciplina che, come altre discipline mediche, non è finora stata considerata adeguatamente dal Ministero. Il primo passo richiesto alle istituzioni centrali riguarda dunque una maggiore attenzione e consapevolezza verso questo ambito.
“Tuttavia – ha sottolineato Faggiano – siamo incoraggiati dal fatto che l’Associazione Italiana per la Sanità Digitale e la Telemedicina (Aisdet) abbia avviato un tavolo di lavoro coinvolgendo tutte le società scientifiche, compresa la Società Italiana di Farmacia Ospedaliera (SIFO), nella definizione di un documento condivisoche è stato presentato presso il Ministero della Salute e alla presenza di Agenas. Questo riconoscimento ci conforta notevolmente, poiché dimostra che le istituzioni hanno compreso il ruolo dei farmacisti ospedalieri del Servizio Sanitario Nazionale come validi collaboratori in grado di risolvere situazioni altrimenti complesse”.
È necessario riconoscere e consolidare nuovi ruoli e nuovi processi, per valorizzare le opportunità di strumenti innovativi digitali anche in professioni dalla lunga e storica tradizione, come il farmacista ospedaliero
A livello nazionale, grazie all’azione di Aisdet, Faggiano ricorda come anche Agenas abbiamo tratto spunto da alcune delle proposte avanzate da SIFO, in particolare riguardo all’aderenza alle terapie, alla raccomandazione 17 e alla raccomandazione 14: “Se avremo la possibilità di far sentire maggiormente il nostro impegno anche a livello istituzionale e formale, potremo diventare un importante motore per avviare le relazioni di cura, le quali non si focalizzano solo sul paziente, ma promuovono un’efficace rete di cura per tutto il sistema sanitario. Con l’obiettivo di porre tutti gli attori allo stesso livello di rilevanza, superando la distinzione tra livello centrale e livello regionale”.
Importante la considerazione delle istituzioni centrali anche per un soggetto come Soresa. E in questo senso Di Gennaro sottolinea: “Alle istituzioni centrali chiediamo di essere loro adesso al passo con noi. Attualmente, la Regione Campania sta procedendo con celerità e ci sono numerose aspettative, anche da parte dei nostri cittadini, che desideriamo soddisfare e supportare. Tuttavia, alcune limitazioni a livello centrale stanno rallentando il nostro progresso. In particolare, stiamo riaprendo le trattative per la base dati farmaceutica, con l’obiettivo di riportare questi flussi direttamente in Campania. Questa operazione consentirebbe di ottimizzare ulteriormente la gestione delle informazioni farmaceutiche regionali”.
Velocità differenti e necessità di maggiore coinvolgimento degli operatori sono alcuni degli elementi che caratterizzano il percorso di transizione digitale attraversato dalla sanità italiana in questo momento. Rispetto al periodo pre-COVID-19, tanti sono i passi che sono stati fatti, alcuni con una rapidità notevole e addirittura inimmaginabile prima dell’emergenza: si tratta ora di riconoscere e consolidare nuovi ruoli e nuovi processi, per valorizzare le opportunità di strumenti come quelli messi a disposizione dall’innovazione tecnologica e digitale anche in professioni dalla lunga e storica tradizione, come il farmacista ospedaliero e del Servizio Sanitario Nazionale.
“Il Governo sin dal suo insediamento ha avviato una importante fase di ricognizione dello stato di attuazione del PNRR, con riferimento a tutte le misure, dalla quale sono emerse talune criticità che in alcuni casi mettono a rischio il raggiungimento dei risultati nelle modalità e nei termini previsti dal Piano. Tale fase ha previsto diversi incontri sia con le singole Amministrazioni responsabili sia con i servizi della Commissione”, si legge nella Scheda di sintesi – Cabina di regia PNRR del 27 luglio 2023 sulle Proposte di revisione PNRR e integrazione REPowerEU. Sono previsti tagli per quasi 16 miliardi di euro.
“Nel complesso, le Amministrazioni hanno presentato proposte di modifica che riguardano 144 investimenti e riforme“, riporta la scheda.
Nella bozza di documento, circolata il 27 luglio, sono citate anche revisioni degli obiettivi della Missione 6-Salute, tra cui il target per le Case della Comunità che scende da 1.350 a 936 (le 414 espunte saranno realizzate con altri fondi) e gli Ospedali di Comunità, che passano da 400 a 304. Le Centrali Operative Territoriali scendono da 600 a 524.
In tutto il mondo, l’epatite B e l’epatite C causano insieme 1,1 milioni di morti e 3 milioni di nuove infezioni ogni anno, mentre nell’UE/SEE ci sono circa 6 milioni di persone che convivono con l’infezione cronica da epatite B e C.
Le prove attuali suggeriscono che per l’UE/SEE c’è stato un costante calo del numero segnalato di nuove trasmissioni di epatite B in tutti i paesi a seguito dell’effettiva attuazione della vaccinazione contro l’epatite B.
Per l’epatite C, alcuni paesi hanno anche segnalato un calo del numero di nuove trasmissioni a causa dell’impatto delle misure di prevenzione primaria. Tuttavia, questo non è il caso di alcune popolazioni chiave come le persone che assumono droghe iniettandosele, che sono colpite in modo sproporzionato dall’epatite C e che spesso si trovano a fronteggiare barriere e lacune nei servizi, che devono essere affrontate.
Andrea Ammon, direttore dell’ECDC, dichiara: “L’impatto di efficaci misure di prevenzione, come la vaccinazione contro l’epatite B, ha portato a una riduzione della trasmissione delle malattie legate all’epatite B e C nel corso degli anni. Tuttavia, il peso delle infezioni croniche da epatite B e C nell’UE/SEE rimane considerevole, poiché un’ampia percentuale di persone che vivono con la malattia non viene diagnosticata e, di conseguenza, non riceve le cure e le cure di cui ha bisogno. Per affrontare questi problemi, dobbiamo intensificare con urgenza i nostri sforzi per rafforzare e introdurre nuovi approcci innovativi per la diagnosi e il trattamento”.
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha sviluppato un sistema di monitoraggio che raccoglie dati per valutare i progressi nei paesi dell’UE/SEE verso gli obiettivi di eliminazione dell’epatite delineati nel piano d’azione europeo per l’epatite dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
I dati dell’ECDC del 2021 suggeriscono lacune significative nella diagnosi e nel trattamento dell’epatite B e C, tuttavia, vi sono prove preoccupanti che alcune persone vengono diagnosticate troppo tardi e hanno già la cirrosi o il carcinoma epatocellulare al momento della diagnosi.
L’ECDC ha anche pubblicato alla fine del 2022 un rapporto sui progressi verso gli obiettivi di eliminazione relativi alla prevenzione dell’epatite, che ha evidenziato che per alcuni dei paesi target sono ben lungi dal raggiungere gli obiettivi del piano d’azione europeo dell’OMS per il 2020 per l’epatite. Nel complesso, i dati fino al 2022 indicano che c’è ancora molto lavoro da fare per raggiungere gli obiettivi di eliminare l’epatite virale entro il 2030 e rafforzare i programmi di prevenzione e controllo dell’epatite.
Per eliminare l’epatite virale entro il 2030, è necessario adottare misure essenziali:
I paesi devono identificare coloro che potrebbero essere inconsapevolmente infettati dall’epatite virale attraverso ulteriori test.
È particolarmente importante che le persone più a rischio di epatite abbiano facile accesso ai test, ad esempio uomini che hanno rapporti sessuali con uomini o persone che si iniettano droghe. Anche le persone a cui è stata diagnosticata un’infezione dovrebbero avere accesso alle cure.
I programmi di trattamento in tutta Europa e la copertura delle pratiche di prevenzione e controllo devono essere intensificati per interrompere le catene di trasmissione esistenti e ridurre la morbilità e la mortalità associate.
I paesi dovrebbero continuare a migliorare i propri sistemi informativi per comprendere il peso nazionale dell’epatite virale ed essere in grado di monitorare i progressi verso l’obiettivo di eliminazione.
Situazione globale
L’OMS ha sviluppato strategie del settore sanitario globale su HIV, epatite virale e infezioni a trasmissione sessuale per il periodo 2022-2030 con l’obiettivo di porre fine all’AIDS, all’epatite virale B e C e alle infezioni a trasmissione sessuale entro il 2030, con azioni locali specifiche sostenute da azioni dell’OMS e delle organizzazioni partner. Le strategie sottolineano la necessità che le azioni si concentrino sulle persone più colpite e a rischio per ciascuna malattia.
Lo scopo della Giornata mondiale dell’epatite, celebrata il 28 luglio di ogni anno, è aumentare la consapevolezza e la comprensione dell’epatite virale e dei cinque virus dell’epatite conosciuti: tipi A, B, C, D ed E.
“Un incontro proficuo che ha confermato ancora una volta la grande disponibilità di ascolto e, al contempo, una profonda conoscenza della nostra professione”. Il Segretario Generale di Fimmg, Silvestro Scotti, e il Segretario Nazionale di Fimmg CA, Tommasa Maio, commentano così l’incontro avvenuto stamane con Francesco Vaia, recentemente nominato Direttore Generale del Dipartimento di Prevenzione del Ministero della Salute. In particolare, Scotti sottolinea come Francesco Vaia, anche attraverso un’interlocuzione costante e prioritaria con la sezione locale di Fimmg, abbia saputo creare durante la pandemia da Covid un rapporto stretto con la medicina generale, gestendo le attività domiciliari organizzate in Regione Lazio e coordinate attraverso lo Spallanzani. “Un’azione – ribadisce il leader Fimmg – che di fatto ha consentito di realizzare quel processo di integrazione ospedale-territorio di cui si parla tanto, ma che pochi concretizzano”.
Tra i temi affrontati anche il potenziamento della medicina generale. “Avere la fortuna di confrontarsi con un interlocutore che conosce a fondo il ruolo svolto dai medici di medicina generale, ne comprende le necessità e le possibilità di azione – purché sostenuta da strumenti idonei – è un enorme vantaggio per l’efficienza e il miglioramento del Sistema sanitario nazionale”, conclude Scotti. Ed è certamente motivo di soddisfazione il fatto che il Direttore Generale Vaia abbia sottolineato stamane anche la necessità di dover intervenire per recuperare risorse umane che trovino attrattiva una nuova figura di medico di medicina generale, riconosciuto come elemento centrale dell’assistenza territoriale in tutte le sue possibilità: dalla prevenzione alla presa in carico dei problemi emergenti. Tommasa Maio sottolinea inoltre come Vaia abbia dimostrato di conoscere le diverse anime della medicina generale, compresa quella dei medici di Continuità Assistenziale (oggi medici di assistenza primaria a ciclo orario) e dunque l’esigenza di garantire una copertura h24.
“Altrettanto apprezzabile è l’approccio al tema delle USCAR, che non è considerato come creazione di una figura medica aggiuntiva, ma inquadrato nella corretta ottica di funzione speciale e di implementazione del Servizio di Continuità Assistenziale. In un contesto in cui la carenza di medici è drammatica – conclude Maio – prevedere le USCAR come un ruolo o profilo professionale diverso e aggiuntivo a quelli esistenti ne determinerebbe di fatto il fallimento per l’impossibilità di attuare le possibilità assistenziali che invece la funzione speciale di continuità assistenziale può offrire”.
Prosegue con questa intervista la rubrica di colloqui con i membri del Tavolo Tecnico per lo studio delle criticità emergenti dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza ospedaliera (DM70) e dall’attuazione del Regolamento dell’assistenza territoriale (DM77)
“Il Tavolo tecnico straordinario è composto da ben 52 membri: è ampio, ma, dico io, anche inclusivo. Questo va sottolineato perché altrimenti potrebbe accadere che si facciano tante parole, ma in definitiva quanto discusso non venga applicato”. Così Enrico Desideri, Presidente della Fondazione per l’Innovazione e la Sicurezza in Sanità, interpellato all’indomani della prima riunione di venerdì 20 luglio. Medico, direttore generale per 25 anni, consulente ministeriale, Desideri vanta un’esperienza ricchissima come manager sanitario, e con questo bagaglio si prepara a portare al Tavolo le istanze della Fondazione nata per promuovere e diffondere la ricerca e lo sviluppo delle competenze manageriali e professionali nel campo dell’innovazione organizzativa e teconologica in sanità, con particolare riferimento al settore della sicurezza del paziente, del cittadino e dell’operatore sanitario.
Com’è andato il primo incontro del Tavolo?
Il Ministro in prima persona ha sottolineato la necessità di un approccio organizzativo teso alla trasversalità dei processi di cura, cioè a favorire i percorsi assistenziali e quindi il raccordo fra ospedale e territorio. Questa dinamica deve essere così ben strutturata da favorire la multiprofessionalità e la multidisciplinarietà. L’idea è di sviluppare percorsi trasversali, in una piattaforma organizzativa al posto di quelli che siamo soliti definire e considerare silos organizzativi separati, l’ospedale e il territorio. Oggi per fortuna la visione ospedalocentrica sta andando un po’ in cantina e questo approccio ai percorsi assistenziali è affiancato anche da una maggiore flessibilità organizzativa. Abbiamo avuto il Covid e ci siamo resi conto che gli steccati che in alcuni ospedali ancora c’erano fra la terapia intensiva, la subintensiva pneumologica, la neurologica, la cardiologica ci hanno messo in difficoltà perché non abbiamo in quei casi saputo organizzare le attività secondo i bisogni che improvvisamente si sono presentati. C’è un’idea che gira già da tempo di organizzare anche le attività ospedaliera per intensità di cura e sviluppare questa flessibilità organizzativa e la relativa formazione che è necessaria affinché si possa sviluppare in modo adeguato.
Oggi questo naturalmente è ancora più facile grazie alle potenzialità tecnologiche che erano del tutto inimmaginabili fino a qualche anno fa. Oggi possiamo raccordarci e parlarci in modo efficace fra professionisti e il teleconsulto è quasi scontato.
Il Tavolo si è posto l’obiettivo di concludere il lavoro entro il 31 ottobre con un libro bianco
Tornando al Tavolo, devo dire che la prima riunione è stata anche meglio di quanto mi aspettassi e i partecipanti, dalle organizzazioni sindacali alle associazioni di esperti, ai rappresentanti delle organizzazioni datoriali, tutti hanno espresso un grande apprezzamento per questa impostazione lanciata dal Ministero sui modelli organizzativi, volta a rinnovare anche normativamente, ma di certo prima culturalmente, perché nulla si migliora se non cambia la testa. Ci siamo organizzati con dei sottotavoli e ci siamo proposti di concludere il lavoro entro il 31 ottobre, quindi non c’è tempo da perdere. L’esito sarà un libro bianco ed è chiaro che il Ministero poi lo trasformerà in qualcosa di più cogente, però se abbiamo scritto tutti insieme non dovrebbero esserci i soliti rallentamenti che conosciamo quando non c’è un così esteso consenso. Sono contento, mi sembra stranamente possibile e davvero tutto molto positivo.
Quali sono le priorità sui due Decreti per la vostra Fondazione?
La prima è superare gli steccati. In questo senso il DM 77, che è più recente, presenta minori criticità, però manca comunque una visione del percorso di cura: il punto non è proprio richiamato dal decreto, che resta in ogni caso un passo avanti perché valorizza il territorio. Però neanche nel DM 77 è definita la strutturazione del raccordo, che non può essere lasciata al buon cuore del singolo. Insomma, qualche ritocco andrà fatto.
Il DM 70 invece risente un po’, come già emerso in diverse sedi, di mancanza di flessibilità. Inoltre, ma questa è la mia opinione, la lungodegenza ha ancora senso dentro l’ospedale come letto ospedaliero, perché dentro l’ospedale ci può stare anche l’Ospedale di Comunità: quanti corridoi vuoti ci sono oggi in tutti gli ospedali d’Italia, con il tasso di ricovero calato drasticamente rispetto al passato. È qui che si trova quello che chiamo raccordo strutturato, dove il paziente può contare sul medico di famiglia, ma anche sullo specialista che l’ha conosciuto perché purtroppo magari lì è stato ricoverato.
Oggi siamo più orientati verso i dipartimenti tecnico-scientifici che come forme di tipo organizzativo
Le idee che si possono mettere in campo sono tante. Ad esempio parliamo molto di dipartimenti, che sono tecnicamente sempre stati pensati come forme di tipo organizzativo: il capo del dipartimento con tante unità operative, che sono nate con la legge Mariotti del 1968. Oggi siamo molto più orientati verso i dipartimenti tecnico-scientifici. In concreto, è chiaro che il territorio e l’ospedale devono interagire, perché un paziente che ha avuto un trattamento sanitario obbligatorio deve giustamente e rapidamente essere preso in carico sul territorio. Lo stesso vale per tanti altri casi: la riabilitazione è un dipartimento tecnico scientifico a cavallo fra ospedale e territorio, quelli che nel linguaggio tecnico vengono chiamati dipartimenti transmurali. Su questi aspetti il tavolo non si è lanciato, ma a mio parere potrebbero essere punti da rivedere.
Al di là del Tavolo, quali sono in questo momento gli obiettivi principali per la Fondazione che presiede?
La Fondazione è nata in epoca pre-Covid dalla mia consapevolezza, condivisa con altri, che il problema dell’ospedalizzazione fosse legato alla mancanza di assunzione in cura dei malati cronici, dei malati rari, del ritardo diagnostico, alla mancanza di prevenzione primaria e secondaria. Il messaggio che ho lanciato è che bisogna sottolineare l’importanza della prevenzione e della trasversalità dell’organizzazione per i percorsi di cura e molte Aziende Sanitarie hanno aderito. Qualcuna ha anche preso iniziative in ottica di formazione ai propri middle manager, cioè ai direttori di distretto, di dipartimento, alle figure che stanno sotto la “triade” formata dal direttore generale, il direttore sanitario e il direttore amministrativo, cui si aggiunge il direttore del servizio sociale. Quindi l’obiettivo è stato di supportare le aziende nel fare formazione e convincimento verso il middle management in questa direzione.
Equità e sostenibilità sono due facce della stessa medaglia
È qualcosa che ho applicato e di cui ho visto i risultati in termini di sopravvivenza dei pazienti fragili e soprattutto con i più fragili, coloro che vivono nelle aree interne e con un basso livello di istruzione. È incredibile quanto si sono ridotte la mortalità e soprattutto l’ospedalizzazione d’urgenza di questi pazienti e il risultato è che si risparmia. Lo slogan che uso spesso è equità e sostenibilità, perché sono due facce della stessa medaglia.
“Apprezziamo molto che il Governo abbia inserito nel decreto cosiddetto emergenza caldo, approvato ieri in Consiglio dei Ministri, il rinvio del versamento del payback nelle forniture di dispositivi medici. Proprio ieri Confindustria Dispositivi Medici aveva inviato una lettera al Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, chiedendo un provvedimento urgente che facesse guadagnare tempo per trovare una soluzione condivisa. Questo è un buon segnale di dialogo e di apertura nei confronti dell’industria del settore. Significa che il Governo ha capito che il payback porterebbe gravi ripercussioni a tutto il sistema salute”. Questo il commento di Massimiliano Boggetti, Presidente di Confindustria Dispositivi Medici, alla notizia del Consiglio dei Ministri di ieri, che avrebbe posticipato la scadenza del payback.
“Adesso dobbiamo lavorare insieme per trovare soluzioni di governance del settore che superino questa norma ingiusta, perché questo clima di perdurante incertezza – prosegue Boggetti – sta logorando le imprese e sta portando a scelte forzate di riduzione dei posti di lavoro e di carenza di prodotti di qualità negli ospedali. Il fallimento di aziende e il disinvestimento nel nostro Paese di quelle che operano su scala globale porterà a migliaia di licenziamenti, a una riduzione drastica al sostegno della formazione e a un ulteriore taglio agli investimenti in ricerca e sviluppo. Ci sarà insomma un effetto negativo a cascata di forte impatto sociale ed economico. Ma non solo, la situazione coinvolgerà in modo sempre più diretto l’offerta di salute e la possibilità per i cittadini di effettuare le prestazioni sanitarie previste dai LEA. Le conseguenze ricadranno soprattutto sulle classi sociali più deboli, che non possono trovare risposte di salute altro che nel nostro SSN. Per questo – ha concluso Boggetti – ora, oltre alla proroga, bisogna lavorare a soluzioni compatibili con le esigenze e la sopravvivenza stessa del Servizio sanitario nazionale, capaci di eliminare norme inique che invece ne ostacolano lo sviluppo, perché questo è un modo per sostenere l’Italia e i suoi cittadini”.