Home Blog Page 301

Invecchiamento attivo: TrentinoSalute4.0 premiato con il massimo dei voti come Reference Site dell’EIP AHA

Oggi a Bruxelles la Provincia autonoma di Trento, attraverso TS4.0, ha ricevuto dalla Commissione europea il premio come “Sito di riferimento” del Partenariato europeo per l’innovazione sull’invecchiamento sano e attivo (Reference site of the European and innovation partnership on active and healthy aging, Eip-Aha).

Le quattro stelle (il massimo dei voti) assegnate a TrentinoSalute4.0, centro di competenza per lo sviluppo della sanità digitale in Trentino, costituito nel 2016 da APSS, PAT e FBK, giungono grazie alle politiche e alle soluzioni digitali innovative attuate anche a favore degli anziani.

Insieme alla Provincia autonoma di Trento/TS4.0 hanno ricevuto il riconoscimento del partenariato 11 tra Regioni e realtà italiane – Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia, San Marino, Università Tor Vergata/Lazio, Comune di Palermo-Ragusa – ed altri 65 selezionati in Europa.

Perché quattro stelle a TS4.0?

Oltre a TreC+ (Cartella clinica del cittadino), la piattaforma di sanità digitale che dà accesso, attraverso le sue applicazioni, al Fascicolo Sanitario Elettronico e a tutto l’ecosistema di servizi di sanità elettronica erogato dell’Azienda sanitaria provinciale, la Provincia autonoma di Trento ha dimostrato, attraverso TS4.0, di avere una Governance condivisa e aperta (Provincia, Apss, FBK, imprese, associazioni, cittadini ed altre realtà) per la progettazione e messa a servizio delle innovazioni sanitarie. È impegnata poi nella co-creazione, nella sperimentazione e nello sviluppo dei  servizi e delle App per la promozione della salute che dialogano con cittadini, enti territoriali, ricerca, cooperative sociali, associazioni e partner commerciali (approccio “Living Lab”).

Ne è un esempio il progetto “Trentino Salute+” che incoraggia non solo i sani stili di vita, ma favorisce anche il coinvolgimento attivo delle persone (e delle comunità in cui vivono) promuovendo l’empowerment dei pazienti nell’assumere un ruolo attivo nella loro auto-cura della salute. La App incentiva anche il movimento grazie alla funzione di gamification con il geocaching, le cacce al tesoro virtuali (co-create con gli anziani) disponibili sulla città di Trento, in Val di Non/Parco Adamello Brenta e nel Tesino. Come “Sito di riferimento” della Eip-Aha, la Provincia di Trento si propone di lavorare e sviluppare Salute+ rivolgendosi specificamente all’area dell’invecchiamento attivo. Questo consentirà di esportare l’esperienza locale negli altri paesi europei, e prendere esempio dalle buone pratiche degli altri Reference Site, partecipando anche ai bandi di finanziamento della Commissione EU sul tema.

E ancora: per contrastare l’emarginazione e il declino demografico e per soddisfare i bisogni di salute dei residenti delle valli più periferiche, la PAT, con TrentinoSalute4.0 sta sviluppando un nuovo modello di assistenza territoriale, collegando persone e sanitari con il supporto della telemedicina e assicurando equità di accesso all’assistenza in tutta la provincia.

Durante il periodo dell’emergenza Covid19 queste soluzioni digitali (TreC cardiologia, TreC diabete, TreC pediatria, TreC oculistica, televisite, e-prescription, TreCovid19, Vicino@te, Covibot, ecc..) hanno garantito la continuità del servizio e si sono dimostrate particolarmente utili per gli anziani, i pazienti con malattie croniche, i ricoverati nelle strutture ospedaliere. Infine, in Provincia sono stati avviati anche percorsi di formazione per operatori e cittadini sul digitale.

“Siamo felici e orgogliosi di questo premio” – sono le parole dell’assessore provinciale alla salute, politiche sociali, disabilità e famiglia, Stefania Segnana – “che conferma la bontà di alcune scelte intraprese da questa amministrazione. Penso all’impegno forte, durante i lunghi mesi della pandemia, nel non fare sentire le persone sole, da un lato attraverso una ‘rete aperta’ che ha coinvolto i nostri professionisti della salute, ma anche gli altri soggetti e associazioni che operano sul territorio, dall’altro le nostre eccellenze nel campo della ricerca, con soluzioni digitali, appunto, che hanno garantito la continuità dell’assistenza a distanza, come quelle sviluppate grazie a TreC+. Si tratta di un modello di assistenza sul territorio” – prosegue l’assessore – “che garantisce a tutti i nostri cittadini, sia delle valli che dei centri principali, di aver accesso allo stesso tipo di cure, una necessità messa ancora più in luce dell’emergenza pandemica, oltre che una questione di equità delle cure”.

Il premio è stato conferito a Bruxelles dal Reference Site Collaborative Network e ritirato per conto della PAT da Lorenzo Gios, project manager di TrentinoSalute4.0 e Gabriele Pedrini funzionario presso l’Ufficio per i rapporti con l’UE / EU Liaison Office della Provincia.

Cos’è l’EIP AHA?

È la “European Innovation Partnership on Active and Healthy Ageing”, cioè il partenariato europeo per l’innovazione sull’invecchiamento attivo e in buona salute che ha come obiettivo la disseminazione e il trasferimento di buone pratiche in tutta l’Europa.

All’iniziativa, lanciata dalla Commissione europea nel 2013, possono partecipare tutti gli attori pertinenti in materia a livello dell’UE: regioni, città, università, ospedali, organizzazioni di assistenza che si concentrano su un approccio completo e basato sull’innovazione all’invecchiamento attivo e in buona salute. La Provincia autonoma di Trento, con il supporto di TS4.0, ne fa parte dal 2016 quando le furono attribuite – alla prima valutazione – due stelle, cresciute a tre nel 2019.

L’Eip-Aha offre l’opportunità di sperimentare e implementare azioni e protocolli capaci di sviluppare effetti positivi, dalla riduzione della spesa pubblica (calo dei consumi e dei costi dei servizi sociosanitari), dall’aumento degli investimenti e della produttività nel settore delle nuove tecnologie applicate ai servizi sociosanitari, allo sviluppo di nuove opportunità sul mercato del lavoro.

In particolare, le azioni portate avanti in questi anni dalla Provincia di Trento, attraverso il Dipartimento Salute e politiche sociali e TS4.0,  attuano quanto previsto nei Piani per lo sviluppo e l’adozione di soluzioni e tecnologie innovative per la prevenzione delle malattie, la promozione della salute e la fornitura di cure e trattamenti durante l’intero corso dell’esistenza, per una vita sana e indipendente degli anziani, comprese soluzioni sanitarie e di assistenza intelligenti e rispettose dell’età. Queste azioni contribuiscono a tradurre in pratica gli obiettivi strategici dell’Eip-Aha, tra cui: aumentare di due anni il periodo di vita sana e attiva, e ridurre i costi del sistema sanitario provinciale.

Come gli altri “reference site” italiani ed europei, TS4.0 si è impegnato a sviluppare  strategie per promuovere l’innovazione sanitaria attraverso investimenti di risorse in soluzioni innovative di sanità digitale che producono miglioramenti nella qualità della vita della popolazione, efficienza e sostenibilità per la salute, supporto all’assistenza sociale, crescita economica e aumento della competitività.

Cosa significa essere “Reference Site”?

Il conferimento è stato concesso alle regioni, province ed enti che hanno dimostrato eccellenza nello sviluppo, adozione e ampliamento di pratiche innovative atte ad affrontare l’invecchiamento attivo e in buona salute lungo tutto l’arco della vita.

Il partenariato europeo Eip-Aha (ad oggi ci sono 102 siti di riferimento in tutta Europa) promuove la collaborazione in un ecosistema integrato di enti governativi regionali che si occupano di materie sanitarie, del mondo imprenditoriale, accademico e della società civile (come le organizzazioni che rappresentano gli anziani e i pazienti).

I siti di riferimento premiati oggi a Bruxelles sono stati in grado di mettere in campo progetti e azioni che forniscono soluzioni creative e trasferibili anche in altre regioni d’Europa. Facilitare questo scambio di conoscenze, favorisce la creazione di un ambiente in cui tutti possano imparare, trasferire e adattare conoscenze e norme agli altri siti di riferimento, in una modalità di tutoraggio e coaching reciproco, con l’obiettivo di migliorare la vita e la salute delle persone anziane. In questo modo ogni sito potrà continuare individualmente a maturare e svilupparsi per affrontare la sfida dell’invecchiamento all’interno della propria regione con un approccio collettivo e di sistema.

L’active ageing (invecchiamento attivo) può agire sull’organizzazione economica nel suo complesso, favorendo l’aumento del numero di persone che si mantengono in salute e la conseguente diminuzione dei carichi socio-assistenziali, con ricadute positive anche sulla tenuta del sistema sanitario.

La Telemedicina e lo scoglio del PNRR: smartphone e coinvolgimento dei pazienti ci aiuteranno a superarlo

Telemedicina: facciamo il punto sullo stato dell’arte e sugli scenari futuri con Fabrizio Massimo Ferrara, coordinatore scientifico del Laboratorio sui Sistemi informativi Sanitari dell’Alta Scuola di Economia e management dei Sistemi sanitari dell’Università Cattolica (ALTEMS).

Sullo sfondo, il grande tema del PNRR, che dà un lato offre risorse e dall’altro pone scadenze, e una serie di sfide di tipo organizzativo, culturale e tecnologico. Spunti per migliorare la situazione: una telemedicina in formato mobile, a portata di smartphone, e un maggiore coinvolgimento delle associazioni dei pazienti. Le esigenze sono state raccolte dal Laboratorio guidato da Ferrara, in collaborazione con il CERISMAS, il Centro di Ricerche e Studi in Management Sanitario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a seguito di una survey sulle soluzioni esistenti e sulla rilevanza della telemedicina, cui hanno partecipato 128 aziende sanitarie, distribuite in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale e rappresentative di circa 400 presidi ospedalieri, che hanno descritto 285 soluzioni già operative e/o in corso di realizzazione in due terzi del campione complessivo. L’indagine completa è disponibile sul sito Governo dei dati sanitari.

Medici e pandemia: non può più bastare limitarsi a diagnosi e terapia. Uno studio internazionale evidenzia l’urgenza di un approccio “One Health”

Il Covid-19 ha rivelato interazioni complesse e inaspettate tra malattie trasmissibili e non trasmissibili, fattori ambientali e disuguaglianze socio-economiche. La pandemia Covid-19 è parte di una sindemia, nella quale popolazioni vulnerabili stanno subendo simultaneamente il peso crescente di malattie croniche, disabilità, alterazioni ambientali, squilibrio demografico, disuguaglianze sociali ed economiche.

L’articolo “Environmental health, Covid‑19, and the syndemic: internal medicine facing the challenge”, pubblicato su Internal and Emergency Medicine, mette in evidenza il legame indissolubile che c’è tra ambiente e salute e la necessità impellente di trattare le questioni sanitarie allargando lo sguardo a problematiche di tipo ambientale, sociale ed economico. L’approccio che auspicano gli autori è quello integrato “One Health”, basato sulla concezione della salute dell’uomo, dell’ambiente e degli animali come una sola salute.

La rivista su cui è stato pubblicato l’articolo è una delle riviste internazionali di riferimento per gli specialisti in medicina interna i quali hanno, secondo gli autori, conoscenze e competenze adatte a guidare questo cambiamento di paradigma perché “specialisti della complessità”.

“Nell’articolo – afferma il Dr. Di Ciaula, primo autore e presidente del comitato scientifico ISDE – si evidenzia come ci sia ancora troppa distanza tra le solide evidenze scientifiche oggi disponibili sull’importanza fisiopatologica delle alterazioni ambientali e il loro concreto utilizzo nella pratica clinica, attraverso misure di prevenzione primaria. Tali evidenze sono quasi sistematicamente ignorate, contribuendo ad aggravare una situazione già critica. Numerosi studi dimostrano come modificazioni climatiche, inquinamento, squilibrio demografico e disuguaglianze abbiano influenzato la diffusione e gli esiti del Covid-19 in comunità vulnerabili”.

“L’inquinamento ambientale – continua Di Ciaula – ha anche un ruolo critico nell’incremento epidemiologico di numerose malattie non trasmissibili e disabilità, aumentando il livello di vulnerabilità individuale e riducendo le capacità di resilienza di ampie comunità”.

Nell’articolo si evidenzia come le interazioni complesse tra questi elementi necessitino di un cambiamento generale di strategia, finalizzato a gestire con un approccio “One Health” non solo la pandemia in atto ma anche l’incremento progressivo di numerose malattie non trasmissibili e la comparsa di future, facilmente prevedibili pandemie.

La situazione richiede un approccio globale e olistico alla salute, politiche multidisciplinari, multisettoriali e di lungo termine orientate a salute ambientale e sostenibilità e programmi di prevenzione primaria e riduzione della vulnerabilità individuale, anche attraverso percorsi educativi e programmi coordinati.

Covid-19, sviluppati algoritmi per predirne il decorso e migliorare la pratica clinica

Valutare con accuratezza la gravità della malattia; comprendere come l’organismo sta reagendo all’infezione da SARS-CoV-2 e quali meccanismi di difesa ha messo in atto; prevedere il decorso delle condizioni del paziente infetto e identificare gli interventi più adeguati per limitare i danni provocati dalla risposta del corpo all’agente patogeno. In poche parole, sapere in anticipo cosa aspettarsi dal virus e come “scendere in campo” in modo mirato ed efficace.

È davvero una preziosa conquista, per la ricerca scientifica e la pratica clinica, quella che un team di ricercatori dell’Università di Udine ha messo nero su bianco nello studio di recente pubblicazione Combining Deep Phenotyping of Serum Proteomics and Clinical Data via Machine Learning for COVID-19 Biomarker Discovery.

 

Uno straordinario lavoro di squadra portato avanti tra febbraio e settembre 2021, proprio all’inizio della campagna vaccinale, da 19 autori, tra ricercatori clinici, di laboratorio, biostatistici e informatici esperti di Intelligenza Artificiale del Dipartimento di Area Medica – DAME, di Matematica-Informatica e Fisica – DMIF e dell’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale in un’ottica di sinergia sempre crescente.

 

Un progetto unico nel panorama internazionale, per numerosità dei pazienti arruolati, ben 160, e dei parametri presi in considerazione (dati sierologici, clinico-anamnestici e anagrafici) e che, proprio grazie alla spiccata componente multidisciplinare, elemento cardine del Piano Strategico di sviluppo dell’Ateneo, e all’utilizzo di sofisticati sistemi di Intelligenza Artificiale, ha permesso di comprendere meglio i meccanismi più sottili legati alla stratificazione del rischio.

 

«Riuscire ad identificare prospetticamente i pazienti più fragili e a comprendere la grande variabilità dell’organismo nella risposta all’agente patogeno è certamente fondamentale per poter programmare interventi adeguati e tempestivi». A spiegarlo è Antonio Paolo Beltrami, ricercatore presso il Dipartimento di Area Medica, mentre ricorda che lo studio ha coinvolto prevalentemente uomini over 65 affetti dalle varianti alfa o delta e i cui dati, raccolti tramite prelievi ematici, sono stati poi incrociati e analizzati attraverso 5 metodiche diverse.

 

Obiettivo, identificare nuovi potenziali biomarcatori e riuscire «a definire il rischio individuale di trovarsi in una fase iniziale di malattia non ancora sintomatica o la probabilità di ammalarsi in futuro – sottolinea il Prof. Francesco Curcio, Direttore del Dipartimento di Medicina di Laboratorio dell’Istituto di Patologia Clinica dell’ASUFC mentre rimarca il fatto che l’approccio utilizzato si configura quale esempio pratico e applicativo della cosiddetta “Precision Medicine”, nel contesto della “Medicina Personalizzata”.

 

«Gli strumenti innovativi cui siamo ricorsi per l’analisi dei dati – conferma il Prof. Carlo Tascini, Direttore della SOC Clinica Malattie infettive dell’ASUFC – ci hanno permesso di rilevare numerose molecole utilizzando piccoli volumi di materiale biologico configurandosi allo stesso tempo come modelli strategici per poter fronteggiare, adesso, malattie ben più note del Covid ma i cui meccanismi sono ancora oggi poco conosciuti e comunque difficili da rilevare attraverso metodiche di studio standard».

 

E a beneficiare dell’approccio innovativo impiegato potrebbero essere anche, in futuro, «nuovi virus o patogeni emergenti – sottolinea il Prof. Carlo Pucillo, Ordinario e Direttore del Laboratorio di Immunologia presso il DAME – perché il modello predisposto ci permette oggi di identificare una serie di marcatori che descrivono non soltanto la gravità della malattia ma anche la tipologia di risposta dell’organismo permettendo di prevedere quale sarà l’esito del decorso e individuare i pazienti che potrebbero trarre certo beneficio da specifici trattamenti».

 

É la prima volta infatti, come ricorda il Prof. Gianluca Tell, Ordinario e Direttore del laboratorio di Biologia Molecolare del Dipartimento di Area Medica che uno «studio simile ricorre a tecniche così sofisticate in grado di restituire una fotografia olistica, capace dunque di riassumere la caratterizzazione clinica dei pazienti e un numero considerevole di biomarcatori per identificare quelli legati inequivocabilmente a prognosi avversa».

 

A confermarlo è lo stesso Prof. Gian Luca Foresti, Ordinario di Informatica presso il Dipartimento di Scienze matematiche, informatiche e fisiche, a guida del team esperto in AI, parte essenziale della filiera sapientemente costruita. «Sono state impiegate 4 tecniche di Explainable Machine Learning che, associate ad un efficace modello di classificazione, hanno permesso di analizzare la correlazione tra centinaia di parametri, variabili nel tempo, supportando le analisi statistiche effettuate tramite regressione logistica. L’importanza delle tecniche di explainable AI è particolarmente accentuata nel contesto medico in cui l’efficacia del modello predittivo è importante ma è altrettanto necessario comprendere le motivazioni che hanno portato ad una determinata decisione».

 

Un prezioso tassello preliminare quello posto dai ricercatori che apre certamente nuove strade per il futuro soprattutto in una prospettiva di interazione sempre più forte tra DAME e DMIF. «Questo lavoro è una prima dimostrazione che la filiera funziona –  aggiunge la Prof.ssa Miriam Isola, Associata di Statistica Medica presso il DAME – e che L’Università e L’ASUFC possono adesso utilizzarla anche per altre patologie».

 

Il Team della ricerca

Antonio Paolo Beltrami, Maria De Martino, Emiliano Dalla, Matilde Clarissa Malfatti, Federica Caponnetto, Marta Codrich, Daniele Stefanizzi, Martina Fabris, Emanuela Sozio, Federica D’Aurizio, Carlo E. M. Pucillo, Leonardo A. Sechi, Carlo Tascini, Francesco Curcio, Gian Luca Foresti, Claudio Piciarelli, Axel De Nardin, Gianluca Tell and Miriam Isola

OMaR, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e SIP insieme per rispondere alla richiesta di formazione dei pediatri su malattie rare e sibling

Fino agli anni Ottanta gli studi sugli effetti della presenza di bambini con disabilità in una famiglia erano incentrati sui genitori, in particolar modo sulla madre, considerata la principale caregiver. Ma il nucleo familiare spesso è composto anche da fratelli e sorelle, i sibling, termine utilizzato nella letteratura medica al posto di brother o sister per indicare fratelli e sorelle di persone con patologie o disabilità. Per questo motivo, successivamente, la ricerca ha iniziato a interessarsi anche ai sibling seppure in maniera non approfondita. Così, per contribuire a far conoscere questa condizione che interessa migliaia di fratelli e sorelle, spesso bimbi e ragazzi che vivono accanto a persone con malattia rara, i cosiddetti rare sibling, Osservatorio Malattie Rare-OMaR, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e la Società Italiana di Pediatria-SIP hanno organizzato il convegno Il pediatra, le malattie rare e i siblings. Un’iniziativa – la prima di questo genere, cioè di fare formazione medica, per OMaR – tenutasi oggi a Roma presso l’Auditorium San Paolo del Bambino Gesù e in diretta sui social, nata dalla consapevolezza che mentre la conoscenza delle patologie rare da parte dei pediatri italiani si può definire buona/alta, non si può dire lo stesso sul tema dei rare sibling.

“Obiettivo dell’incontro, un vero e proprio evento di formazione con crediti ECM (Educazione Continua in Medicina), è stato fornire agli esperti un background di conoscenze di base sui rare sibling grazie alle relazioni di pediatri, psicologi e neuropsichiatri infantili che hanno in cura pazienti con malattia cronica e/o rara, e la testimonianza di alcuni fratelli di questi pazienti, oltre agli interventi di istituzioni e associazioni di pazienti – ha affermato Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttore di Osservatorio Malattie Rare-OMaR – Ciò che si è svolto oggi è sia il proseguimento dell’accordo di collaborazione tra l’Ospedale, Orphanet e OMaR per promuovere l’informazione e i servizi rivolti a famiglie e associazioni, sia delle attività che portiamo avanti da ormai quattro anni con il Progetto Rare Sibling che include studi, survey, pubblicazioni, storytelling e gruppi esperienziali con fratelli e sorelle di persone con patologia rara. La formazione medica era dunque un altro step necessario perché spesso i pediatri sono le figure professionali che hanno in carico tanto il bambino con malattia rara che i relativi sibling”.

“Le malattie croniche in età pediatrica coinvolgono tre generazioni: i nonni che vengono impegnati nell’assistenza al nucleo familiare, i genitori costretti a diventare ‘caregivers’ e, infine, i fratelli che si vedono sottratte risorse economiche e affettive in favore del fratello malato. In questi bambini l’essere ‘in salute’ costituisce di fatto una penalizzazione della piena soddisfazione dei propri bisogni. Tenerne conto e parlarne è un passo necessario per darne consapevolezza a famiglie e sanitari e per prevenire lo sviluppo di disturbi secondari altrimenti evitabili”, ha dichiarato Andrea Bartuli, Responsabile UOC Malattie Rare e Genetica Medica, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma nel corso dell’evento.

“La malattia cronica o la disabilità di un bambino ha degli effetti sulla vita di tutti i componenti della famiglia: cambiano i ritmi, le priorità, gli impegni. Le attenzioni dei genitori sono più frequentemente concentrate sul bambino che ha più bisogno di cure e i sentimenti e i bisogni dei suoi fratelli (siblings) rischiano di passare inascoltati. Ciò potrebbe costituire un fattore di rischio per uno sviluppo emotivo equilibrato del fratello ‘sano’ – ha sostenuto Luigi Memo, Segretario del GdS di Qualità delle Cure in Pediatria della Società Italiana di Pediatria – I bambini in realtà provano un’ampia gamma di sentimenti in relazione al fratello disabile, dal senso di protezione a quello di colpa per i propri impulsi negativi nei suoi confronti, dall’invidia (anche della disabilità, che ha il vantaggio di attirare l’attenzione di tutti) alla preoccupazione. Spesso i silbings svolgono dei compiti nella cura del fratello disabile a discapito del loro tempo libero, provando dei sentimenti contrastanti: da un lato l’amore per il fratello e la voglia di aiutarlo, dall’altro l’impulso a soddisfare i propri bisogni. Ma il vivere la disabilità di un pari così emotivamente vicino ha anche un effetto positivo, in quanto sviluppa nei bambini la tolleranza, l’empatia, la capacità di reagire agli eventi difficili della vita, la sensibilità. La malattia/disabilità di un fratellino può quindi diventare un fattore di distress (stress negativo) o una sfida evolutiva serenamente superabile. Molto dipende dalle risorse emotive, cognitive, relazionali dei componenti della famiglia e del sistema stesso in cui la famiglia è compresa e in quest’ottica diventa fondamentale la figura del pediatra”.

“L’esperienza di essere sibling non va patologizzata, minimizzata o enfatizzata, è fondamentale invece che sia adeguatamente monitorata, ponendo particolare attenzione in alcuni passaggi fondamentali dello sviluppo evolutivo e in alcune fasi di vita per offrire il necessario sostegno che possa favorire un percorso sereno ed evitare lo strutturarsi di situazioni di malessere. Il ruolo del pediatra può divenire fondamentale per accendere i riflettori sull’essere sibling invitando la famiglia, i genitori, a offrire spazi di confronto e condivisione adeguati di tutti i vissuti, anche i più difficili, in modo da normalizzare l’ambivalenza dei sentimenti provati dai siblings in uno spazio di ascolto adeguato”, ha detto Laura Gentile, Psicologa e Psicoterapeuta, Responsabile Scientifico Progetto Rare Sibling, intervenuta durante l’incontro.

È evidente che i pediatri rivestano un ruolo determinante nella “presa in carico” di tutti i componenti del nucleo familiare. Ma che ruolo ha la famiglia nelle malattie rare? A raccontarlo è stata la Sen. Paola Binetti, Neuropsichiatra infantile e già Presidente Intergruppo Parlamentare per le Malattie Rare: “La quotidianità non è sempre scorrevole, priva di intoppi, in qualsiasi famiglia, immaginiamoci quella in cui è presente una patologia rara: le difficoltà possono essere numerose e queste, di conseguenza, possono portare a risvolti sia sociali che psicologici. Ma la famiglia è anche un luogo di ‘cura’, di amore e di ritrovo: tanto per i genitori quanto per i rare sibling è importante non isolarsi, non sentirsi esclusi, ma dialogare, sostenersi e confrontarsi internamente. Un confronto e uno scambio che vanno mantenuti anche con l’esterno, con altre famiglie o realtà associative, per trasmettersi esperienze e conoscenze. In questo modo si contribuisce altresì a una maggiore sensibilizzazione della popolazione sul tema fino a ottenere una maggiore attenzione da parte delle istituzioni”.

L’importanza di fare rete tra le famiglie è stata affrontata anche dalle associazioni di pazienti presenti all’evento che hanno ribadito la necessità dell’aiuto reciproco – famiglie, pazienti e sibling. Mitocon – Insieme per lo studio e la cura delle malattie mitocondriali ODV da diverso tempo organizza gruppi esperienziali online dedicati ai genitori, Associazione Gruppo Famiglie Dravet ONLUS ha messo in piedi una community online per fratelli e sorelle di persone con sindrome di Dravet, e Parent Project APS, oltre a realizzare da anni gruppi di confronto per sibling, ha redatto la pubblicazione Siblings: fratelli invisibili. “Inoltre il nostro Centro Ascolto Duchenne affianca le famiglie fin da subito, partendo dalla comunicazione della diagnosi, lungo le fasi successive di evoluzione della patologia e per tutto il percorso di crescita del bambino – ha illustrato Maria Caterina Pugliese, Psicologa Centro Ascolto Duchenne Parent Project APS – Supportiamo i pazienti e le loro famiglie nell’orientamento rispetto a medici specialisti e centri di riferimento, garantiamo un sostegno psicologico globale al nucleo familiare anche durante i trial clinici e le visite ospedaliere, affianchiamo i genitori nel loro interfacciarsi con le istituzioni educative. Per contribuire a diffondere la conoscenza degli aspetti psico-sociali correlati alla patologia, inoltre, organizziamo programmi di formazione e realizziamo materiale informativo specifico”.

Le famiglie hanno bisogno di essere sostenute dal punto di vista emotivo/gestionale attraverso parent training e terapia familiare, ma anche dalle istituzioni come la scuola che dovrebbe fornire strumenti e professionalità adeguate a ogni tipo di patologia, e ancora dal Servizio Sanitario Nazionale che dovrebbe prendersi carico, economicamente, di tipi di terapie più specializzate. A tal proposito l’associazione Io Se Posso Komunico APS ha recentemente svolto un’indagine finalizzata a raccogliere le informazioni sulla qualità di vita e il benessere delle famiglie con uno o più figli con disabilità. Dallo studio è emerso che: solo il 32% del totale ha svolto almeno un incontro di terapia familiare e di questo 32% solo 9 famiglie su 234 totali svolgono attualmente un percorso di parent training/terapia familiare; su 31 bambini con disturbo sensoriale di tipo uditivo, quasi la metà non ha un sostegno alla comunicazione a scuola; solo il 7% del totale degli intervistati ha un aiuto extra familiare (babysitter, educatori, psicologi, infermieri); 26 bambini/ragazzi non seguono nessun tipo di terapia individuale; circa il 50% ha un ritardo gravissimo, grave e medio. Sempre nella survey di Io Se Posso Komunico APS, presentata all’incontro formativo, è stato registrato che le variabili che influiscono di più sul benessere, diminuendo quindi lo stress, sono: la soddisfazione del lavoro dei docenti e l’integrazione scolastica; lo svolgimento di una terapia individuale per il bambino/ragazzo; lo svolgimento di un parent training; un sostegno economico; un sostegno terapeutico adatto e funzionale al tipo di patologia presente.

All’evento formativo Il pediatra, le malattie rare e i siblings hanno partecipato anche: Luciana Indinnimeo, Professore aggregato in Pediatria, Università degli Studi di Roma “Sapienza” e Direttore Scientifico Area Pediatrica Società Italiana di Pediatria-SIP; Massimiliano Raponi, Direttore Sanitario Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma; Luigi Orfeo, Direttore UOC di Pediatria, Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale (TIN) Ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli – Isola Tiberina di Roma e Presidente Società Italiana di Neonatologia-SIN; Andrea Pession, Direttore UO Pediatria IRCCS AOU di Bologna e Presidente Società Italiana per lo Studio delle Malattie Metaboliche Ereditarie e lo Screening Neonatale-SIMMESN; Giuseppe Zampino, Direttore UOC Pediatria e Coordinatore delle Unità di Malattie Rare della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS – Roma e Presidente Società di Malattie Genetiche Pediatriche e Disabilità Congenite-SIMGePeD; Alberto Villani, Direttore Dipartimento Emergenza, Accettazione e Pediatria Generale, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS di Roma e già Presidente Società Italiana di Pediatria-SIP; Bruno Dallapiccola, Direttore Scientifico Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e Coordinatore di Orphanet Italia; Valentina Colozza, Presidente Associazione Io Se Posso Komunico APS; Marina Macchiaiolo, Responsabile di Alta Specializzazione in Malattie Rare non diagnosticate, Dirigente Medico UO Malattie Rare e Genetica Medica, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma; Laura Reali, Pediatra di base Asl RM/E e Referente per la formazione e la ricerca dell’Associazione Culturale Pediatri ACP; Renato Cutrera, Responsabile UOC di Broncopneumologia Pediatrica, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e Segretario GdS sulle Cure Palliative Pediatriche della Società Italiana di Pediatria-SIP; Carlo Dionisi Vici e Giorgia Olivieri UOC Malattie Metaboliche, Dipartimento di Medicina Pediatrica, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma; Marco Marmotta, Presidente Mitocon – Insieme per lo studio e la cura delle malattie mitocondriali ODV e Vania Zaghi, Consigliere Associazione Gruppo Famiglie Dravet ONLUS.

L’incontro – i cui risultati saranno raccolti in una pubblicazione – ha ricevuto il patrocinio di Alleanza Malattie Rare-AMR, Società Italiana Malattie Genetiche Pediatriche e Disabilità Congenite-SIMGePeD, Società italiana per lo studio delle Malattie Metaboliche Ereditarie e lo Screening Neonatale-SIMMESN, Società Italiana Neonatologia-SIN e Società Italiana di Pediatria-SIP. L’evento è stato realizzato con il contributo non condizionante di PTC Therapeutics.

Silvestro Scotti confermato Segretario Generale Fimmg

Una piena riconferma per il Segretario Generale Silvestro Scotti e il suo Esecutivo Nazionale, con l’ingresso in squadra di una donna sotto i quarant’anni come prevedeva lo statuto nella modifica voluta nel corso del mandato dall’Esecutivo uscente.

È con questo risultato che si è concluso il 79° Congresso Nazionale Fimmg a Villasimius (Sardegna). All’esito delle elezioni, la squadra che supporterà Scotti per i prossimi quattro anni è composta da Pier Luigi Bartoletti, Nicola Calabrese, Fiorenzo Corti, Domenico Crisarà, Alessandro Dabbene e Noemi Lopes. Confermato come Presidente nazionale Giacomo Caudo. Acclamato Malek Mediati nel ruolo di Presidente nazionale onorario. Inoltre, Carlo Curatola ha ricevuto da Scotti la nomina al ruolo di Segretario del Segretario Nazionale.

«Innanzitutto, un ringraziamento ai componenti uscenti dall’Esecutivo Nazionale per il lavoro svolto – dice Scotti – e ai ruoli statutari elettivi quali Proboviri e Revisori dei conti nazionali, partendo dal Vicesegretario nazionale Renzo Le Pera. Sono felice di questa riconferma prima di tutto perché risponde, per voce di tutti i medici di famiglia che ho l’onore di rappresentare, alle domande che per me più contano e che mi hanno accompagnato in questi 4 anni e mi accompagneranno nei prossimi: “Ho svolto bene il mio compito? Ho indirizzato questa Associazione verso le soluzioni che il contesto richiedeva?”. La riconferma di oggi mi ripaga di ogni sforzo e mi dà nuove energie per affrontare le battaglie sindacali e professionali che ci aspettano. La necessità per il prossimo futuro è di affrontare scelte che poggino su basi sicure e affidabili. Crisi economica, crisi pandemica, crisi internazionale e guerra, crisi energetica non possono rimanere avulse dalla discussione che riguarda la tutela della salute elemento primario di garanzia anche come ammortizzatore del disagio sociale crescente nel Paese». Oltre a sottolineare un forte ringraziamento a tutti i dirigenti del Sindacato, dall’Esecutivo ai Segretari Regionali, Segretari dei Settori e Segretari Provinciali, Scotti ha poi ribadito che «la medicina generale resta un elemento di sicurezza e affidabilità tipica dell’offerta di sanità pubblica del nostro Paese e Fimmg – che ne rappresenta da sempre la maggiore espressione professionale, sindacale, culturale, progettuale – non si sottrarrà, ad un confronto basato su prossimità, fiduciarietà e libera scelta del cittadini, principi fondatori della nostra disciplina».

Un’ottima notizia è, come detto, l’elezione della dottoressa Noemi Lopes. «Sono onorata di essere stata inserita in questa squadra – ha detto – nell’ambito di una professione che sempre più vede la presenza di donne. La mia elezione in Esecutivo, del resto, costituisce un messaggio forte. Denota l’attenzione della Fimmg alle crescenti tutele delle tematiche femminili. Per i prossimi anni porterò avanti il mio compito con il massimo impegno e senza mai dimenticare di essere espressione di una base che è composta da singoli colleghi sempre più giovani nel loro inserimento professionale, che si trovano a operare in uno scenario in continuo cambiamento e caratterizzato da bisogni in rapida evoluzione».

Salute mentale, servono più risorse

0

Prima la pandemia, poi la guerra tra Russia e Ucraina, la crisi economica e quella energetica, senza dimenticare lo spauracchio della minaccia atomica di questi giorni. È evidente che negli ultimi anni il benessere mentale della popolazione mondiale sia stato sottoposto a forti sollecitazioni, confermate dai dati: l’Organizzazione mondiale della Salute (Oms) ha stimato un aumento globale del 25% di ansia e depressione nel 2020. E l’impatto economico di questi disturbi non è banale: si calcola che ogni anno siano 12 miliardi le giornate di lavoro perse a livello mondiale a causa di ansia e depressione, per una spesa superiore a un trilione (un miliardo di miliardi) di dollari. In Europa, i costi complessivi legati alla salute mentale ammontano a più di 600 miliardi di euro (pari al 4% del Pil totale dell’Unione) e si prevede che entro il 2030 i disturbi di salute mentale rappresenteranno più della metà dell’onere economico globale dovuto alle malattie non trasmissibili.

In Italia i sistemi di sorveglianza Passi e Passi d’Argento hanno aggiornato gli indicatori relativi a “depressione” e “insoddisfazione per la propria vita”. Tra il 2020 e il 2021 i sintomi depressivi hanno riguardato circa il 7% degli adulti tra 18 e 69 anni, percentuale che con l’aumentare dell’età raggiunge il 17% (tra gli ultra 85enni).
Inoltre, per il biennio 2020-21, si stima che il 18% delle persone anziane si ritenga poco o per niente soddisfatto della propria vita.

Il 10 ottobre si celebra la Giornata della Salute mentale, per cercare di tenere alta l’attenzione su uno spettro di problemi che interessa moltissime persone: secondo l’ultimo Rapporto mondiale dell’Oms sulla salute mentale, pubblicato nel giugno 2022, su un miliardo di persone che vivevano con un disturbo mentale nel 2019, il 15% degli adulti in età lavorativa presentava un disturbo di salute mentale. E le più recenti linee guida dell’Organizzazione sulla salute mentale sul lavoro raccomandano per la prima volta la formazione dei dirigenti per sviluppare la capacità di prevenire ambienti di lavoro stressanti e per rispondere meglio ai lavoratori in difficoltà.

L’Oms ha inoltre rilevato come le risorse dedicate alla salute mentale siano scarse: nel 2020 i governi di tutto il mondo hanno speso in media poco più del 2% dei loro budget sanitari e molti Paesi a basso reddito hanno dichiarato di avere meno di un operatore di salute mentale ogni 100.000 persone.

Il contesto ambientale

A fine settembre sono stati presentati a Bruxelles i risultati dell’indagine “Headway – Mental Health Index” condotta da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Angelini Pharma.

“Headway” è un’iniziativa sulla Salute mentale lanciata nel 2017 con l’obiettivo di creare una piattaforma multidisciplinare per la riflessione strategica, l’analisi, il dialogo e il confronto tra le diverse esperienze europee nella gestione delle persone affette da disturbi di salute mentale. Nel 2022 è stato prodotto un report con l’indice di salute mentale aggiornato per i vari Paesi dell’Unione (più il Regno Unito). Per la prima volta l’analisi ha considerato anche il contesto ambientale.

Daniela Bianco

“Questo determinante è inteso in tre dimensioni – rileva Daniela Bianco, partner e responsabile dell’area Healthcare per The European House – Ambrosetti – l’ambiente fisico, quello naturale e il contesto socio-economico e di stabilità politica. Quest’ultimo, in particolare, è molto d’attualità: nel 2021 è stato rilevato un forte aumento dell’incertezza, che ha conseguenze dirette sulla salute mentale delle persone. Il benessere mentale dipende non solo da fattori individuali o genetici, ma anche del contesto in cui viviamo”.

Altri indicatori (sono 55 quelli presi in analisi) hanno poi evidenziato che elementi che hanno a che fare con il cambiamento climatico, come disastri naturali, l’aumento delle temperature e l’inquinamento atmosferico, hanno un impatto sullo stato di salute mentale delle persone, soprattutto per quanto riguarda gli stati d’ansia e di depressione. Da queste considerazioni deriva “un grande warning alle istituzioni europee, che dovrebbero considerare anche questi determinanti quando discutono di strategie salute mentale a livello europeo”, osserva Bianco.

A livello europeo il report ha evidenziato un peggioramento generalizzato di molti indicatori relativi a instabilità politica e recessione economica.

Oltre al determinante ambientale, nel documento sono stati considerati tre altri pilastri: lo stato di salute mentale della popolazione, la reattività del sistema ai bisogni di salute mentale in ambito sanitario e quella sul posto di lavoro, a scuola e nella società.

“In generale i Paesi del Nord Europa sono più avanzati in questo tipo di politiche – afferma Bianco – Mentre su alcuni indicatori, come le ore di sole o il clima, queste Nazioni possono avere valori più bassi, a livello di policy e welfare a supporto del benessere mentale hanno da anni attivato una serie di interventi”.

In coda alla classifica troviamo invece Bulgaria, Romania e Slovacchia.

L’Italia a metà classifica

L’Italia si colloca a metà classifica: “È positivo il fatto che la pandemia abbia innalzato i livelli di attenzione sul tema della sulla salute mentale – riflette Bianco. Le categorie più colpite dalle conseguenze del lockdown e dell’isolamento risultano essere le donne e gli adolescenti”.

Tra i punti di forza del nostro Paese, la capacità di gestire in modo integrato, con il modello community care, le persone affette da disturbi di salute mentale. “L’Italia ha una grande tradizione in questo, dalla legge Basaglia in poi”, ricorda Bianco.

Ce la caviamo meno bene invece quando si tratta di promuovere la salute mentale e prevenire episodi depressivi o attacchi d’ansia. “Dobbiamo lavorare nelle scuole, negli ambienti di lavoro e in generale nella società per migliorare questi aspetti”, continua Bianco.

Una recente ricerca nazionale sulla salute mentale realizzata da Bva Doxa per il Festival della Salute Mentale RO.MENS per l’inclusione sociale e il pregiudizio, organizzato dal Dsm dell’Asl Roma 2, ha evidenziato come nel nostro Paese, sebbene persista un sentimento di vergogna a parlare delle proprie difficoltà quando hanno a che fare con la salute mentale, andare dallo psicologo non sia più un tabù. Il 78% del campione preferirebbe parlarne solo in famiglia, non con amici e conoscenti. Il 22% preferirebbe non farlo con nessuno. Per il 76%, però, andare dallo psicologo non è qualcosa da tenere nascosto.

L’analisi ha evidenziato come siano i ragazzi tra i 14 e i 24 anni a essere più a rischio di sviluppare disturbi di salute mentale, anche in seguito della pandemia.

Un’indagine realizzata dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e l’Istituto Superiore di Sanità per capire gli effetti della pandemia sul neurosviluppo e sulla salute mentale dei minori ha riportato quella che viene definita “una vera e propria emergenza della salute mentale”.

I professionisti hanno osservato un aggravamento dei disturbi già diagnosticati e l’esordio di nuovi problemi in soggetti vulnerabili. Sono aumentati i casi di alterazione del ritmo sonno-veglia, discontrollo degli impulsi, disturbi del comportamento alimentare, ideazione suicidaria, tentato suicidio, autolesionismo e ritiro sociale.

Progressi troppo lenti

L’Oms ha evidenziato come i progressi nell’ambito della salute mentale siano stati lenti. Per esempio, nel 2013 il 45% dei Paesi dichiarava di avere politiche e piani per la salute mentale. Questa percentuale nel 2021 è salita al 51%, mentre l’obiettivo fissato entro il 2020 sarebbe stato l’80%. Il tasso globale di mortalità per suicidio nel 2019 è sceso del 10% rispetto al 2013, ma resta lontano dal traguardo del 33% fissato per il 2030.

Per colmare le lacune dei servizi di salute mentale e affrontare gli effetti della pandemia, l’Oms ha lanciato, nel settembre 2021, la nuova Coalizione paneuropea per la salute mentale.

Quattro gli obiettivi principali:

  • la creazione di una piattaforma per lo scambio di informazioni e l’advocacy;
  • la creazione di buone pratiche e prospettive a livello regionale per la gestione e l’attuazione delle politiche;
  • lo stimolo per la ricerca sulla salute mentale, le sue componenti e i modi per fornire assistenza e prevenzione;
  • la creazione di un facilitatore del dialogo sulla salute mentale per determinare politiche e piani nazionali.

La Coalizione è uno strumento operativo all’interno del Quadro d’azione europeo per la salute mentale 2021-2025.  L’obiettivo è promuovere e implementare un approccio globale alle riforme che riguardano salute mentale, consentendo agli Stati membri di mantenere la propria diversità.

In questo periodo, infatti, sono diverse le iniziative attuate dalle varie Nazioni per promuovere la salute mentale.

La Svezia nel 2021 ha attuato una formazione sulla salute mentale rivolta a 270.000 dipendenti pubblici il cui carico di lavoro è stato influenzato dalla pandemia. Il programma fa parte di un approccio globale a livello nazionale per la promozione di una vita lavorativa sostenibile.

Nel 2022, il Regno Unito ha elaborato un nuovo piano decennale intergovernativo per la salute mentale e il benessere, aprendo una consultazione pubblica. Gli obiettivi sono prevenire le malattie mentali, migliorare il supporto alla salute mentale in tutto il Paese e mettere sullo stesso piano salute mentale e fisica.

A partire da aprile 2022, i cittadini francesi con più di 3 anni possono beneficiare, a determinate condizioni, di un pacchetto di 8 sedute gratuite all’anno da uno psicologo rimborsato dal servizio sanitario nazionale. L’iniziativa è stata finanziata con 50 milioni di euro per il 2022 (per circa 200.000 pazienti).

A dicembre 2021, invece, la Spagna ha annunciato un nuovo piano da 100 milioni di euro per migliorare i servizi di salute mentale (si tratta del primo in 12 anni). Le misure comprendono una linea telefonica diretta per la prevenzione dei suicidi, attiva 24 ore su 24.

Infine, in Italia il Governo ha varato nel luglio 2022 il “bonus psicologo”, destinato ad aiutare le persone alle prese con gli effetti della pandemia ad accedere ai servizi di salute mentale. Nel mese di agosto sono state stanziate ulteriori risorse, arrivando alla quota complessiva di 25 milioni di euro.

Che cosa si può dire, guardando al futuro? “È sempre difficile fare previsioni quando le variabili sono molteplici e interrelate – premette Bianco – Dalla nostra e da altre analisi, però, appare chiaro che lo scenario attuale è destinato a peggiorare se non si interviene con misure strutturali. Il problema è che se mancano le risorse economiche non si possono immaginare, né tantomeno attuare, gli interventi necessari per la salute mentale. L’auspicio è che si possa capire che la salute mentale e fisica sono elementi fondamentali per la crescita economica e sociale, oltre che per la tenuta sociale di un Paese”.

PNRR, 610 milioni di euro a Regioni e Province autonome per il Fascicolo Sanitario Elettronico

Il Governo ha stanziato oltre 610 milioni di euro per l’adozione e l’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) nelle Regioni e nelle Province Autonome, con Decreto interministeriale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 ottobre 2022.

Gli investimenti sono il risultato della fruttuosa e positiva collaborazione tra Regioni, Province Autonome e Governo. Le risorse sono destinate al potenziamento dell’infrastruttura digitale dei sistemi e all’incremento delle competenze dei professionisti del sistema sanitario.

Il Decreto, firmato dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao, il Ministro della Salute Roberto Speranza e il Ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco, rappresenta un tassello fondamentale per attuare gli investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che al Fascicolo Sanitario Elettronico dedicano 1,38 miliardi di euro.

Dei 610 milioni di euro allocati, 311 milioni saranno destinati al rafforzamento delle competenze digitali dei professionisti del sistema sanitario e quasi 300 milioni al potenziamento tecnologico dell’infrastruttura digitale. Le risorse saranno impiegate nelle attività definite nei piani operativi che saranno predisposti dalle Regioni e dalle Province Autonome e che dovranno essere approvati dal Ministero della Salute e dal Dipartimento per la trasformazione digitale.

L’erogazione dei fondi, subordinata al raggiungimento di obiettivi specifici di alimentazione del FSE, avverrà su base annuale, fatta salva l’erogazione dell’anticipo previsto per l’anno 2022.

Prosegue così il percorso verso la digitalizzazione di servizi di alta qualità e omogenei su tutto il territorio nazionale, reso possibile dalla condivisione di obiettivi, modelli operativi e strategie attuative tra Regioni, Province Autonome e Governo.

Consulta

  • Decreto interministeriale 08 agosto 2022. Assegnazione di risorse territorializzabili riconducibili alla linea di attività M6C2 1.3.1(b) «Adozione e utilizzo FSE da parte delle regioni» nell’ambito dell’investimento PNRR M6C2 1.3. (22A05591)

Medicina di laboratorio e uso di droghe. Ecco come sono cambiati i consumi durante la pandemia

Meno eroina e cocaina, derivati da materie prime difficili da trasportare in periodi di restrizioni di movimento per uomini e merci. Calo nel consumo di hashish per lo stesso motivo ma un vero e proprio boom  di nuovi oppioidi sintetici e benzodiazepine. Con la pandemia è cambiato anche il modo per procurarsi le sostanze, sempre meno spacciatori in strada e più acquisti sul web. Sono alcuni dei dati emersi dalla relazione presentata al 54° Congresso di SIBioC (Società Italiana di Biochimica Clinica e Medicina di Laboratorio) dai ricercatori del Centro Nazionale per le Dipendenze e il Doping dell’Istituto Superiore di Sanità.

La pandemia ha influito anche sul consumo di stupefacenti? La risposta è sì. “Abbiamo voluto  capire se si fossero determinati  cambiamenti nell’utilizzo di droghe in Italia  partendo dai sequestri operati da Polizia e Guardia di Finanza nel periodo della pandemia – spiega la dott.ssa. Simona Pichini dell’ISS  –  abbiamo così scoperto oltre 200 nuove  sostanze psicoattive dopo un maxi sequestro avvenuto lo scorso anno in Sardegna, dove sono stati trovati barili di sostanze di tipo diverso pronte per lo spaccio.  Ma il dato più eclatante che abbiamo osservato è stato l’aumento del 500% nell’uso di GBL (gamma butirro lattone), il precursore del GHB, nota come droga dello stupro o del festino a sfondo sessuale – continua la dr. Pichini –  Si tratta di un solvente usato nelle concerie e in molte lavorazioni industriali: un liquido inodore e incolore che –  se assunto – si trasforma subito in GHB. Facile da procurare, a basso costo, il GBL è sempre  più consumato a scopo ricreativo. Così come la nuova ecstasy (MDMA) potenziata di 3-4 volte rispetto a quella che già circolava in Europa da decenni.”

Un altro fenomeno preoccupante giunto all’osservazione degli esperti del Sistema  di Allarme Precoce sulle Nuove Sostanze Psicoattive dell’ISS  è dato dalla diffusione di sostanze chiamate ‘catinoni sintetici’. “Sono polveri che mimano gli effetti della cocaina – spiega la Direttrice dott.ssa Roberta Pacifici – “Prodotti in laboratori  casalinghi – detti Kitchen Laboratories –  specie in Scandinavia e Inghilterra,  costano poco e non prevedono spostamenti via mare o aereo di materie prime: la cocaina è cara,  per ottenere 1 kg. di polvere bianca servono 75 litri di benzina, tra generatori ed estrazione degli alcaloidi. I catinoni, invece, si producono in casa”. E gli effetti di queste droghe sintetiche sono ancora più devastanti di quelle ‘tradizionali’.  “Si tratta di un problema in continua espansione, che necessita di aggiornamento e ricerca anche da parte di noi biochimici e medici di laboratorio – spiega il presidente SIBioC Tommaso Trenti – per questo abbiamo voluto dedicare una sessione del nostro congresso annuale a questa tematica. Nei campioni analizzati durante e dopo il periodo del lockdown abbiamo rilevato l’aumento nell’uso di droghe  ad azione narcotica, analgesica e tranquillizzante, nuove benzodiazepine e oppioidi.  Il fenomeno del consumo di oppioidi sintetici è ben noto da tempo,  negli Stati Uniti dal 2015 c’è stata una vera e propria epidemia da sostanze come il fentanyl sbarcata poi in Europa nel 2019 e in progressione da allora. Il docufilm vincitore di Venezia 2022 “All the Beauty and the Bloodshed” documenta proprio la lotta contro l’epidemia di oppioidi negli Stati Uniti.  E crediamo che anche nel settore delle nuove sostanze di abuso si evidenzi lo straordinario ruolo della diagnostica di laboratorio”.

Gravidanza e allattamento: vaccinazione anti COVID-19, aggiornate le indicazioni dell’ISS

L’Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS) – Istituto Superiore di Sanità ha aggiornato le indicazioni sulla vaccinazione contro il COVID-19 in gravidanza e allattamento, alla luce dei nuovi vaccini disponibili e dell’introduzione della seconda dose booster (quarta dose) anche per questa categoria di persone. Ecco le principali indicazioni, a supporto di quanto previsto dalla circolare del Ministero della Salute del 7 settembre 2022.

 

Donne in gravidanza

  • La vaccinazione primaria anti COVID-19 e le dosi di richiamo (terza e quarta dose) con vaccini a mRNA sono raccomandate a tutte le donne in gravidanza in qualsiasi momento della gestazione, specialmente in caso di maggior rischio di sviluppare una malattia grave da COVID-19 (donne con fattori di rischio come età ≥30 anni, BMI >30 kg/m2, comorbidità, cittadinanza di Paesi ad alta pressione migratoria).
  • La dose di richiamo con formulazione bivalente dei vaccini a mRNA Comirnaty Original/Omicron e Spikevax Original/Omicron (quarta dose) è raccomandata in gravidanza nei dosaggi autorizzati allo scopo.
  • Tra la somministrazione della dose di richiamo e l’ultima dose precedente di un vaccino anti-COVID-19 o la precedente infezione da SARS-CoV-2 deve trascorrere un intervallo di almeno 120 giorni.
  • La vaccinazione primaria e le dosi di richiamo (terza e quarta dose) possono essere somministrate contestualmente alle vaccinazioni raccomandate in gravidanza contro l’influenza e la pertosse.

Donne che allattano

  • La vaccinazione primaria anti COVID-19 e le dosi di richiamo (terza e quarta dose) con vaccini a mRNA sono raccomandate a tutte le donne che allattano, senza necessità di interrompere l’allattamento.
  • La dose di richiamo con formulazione bivalente dei vaccini a mRNA Comirnaty Original/Omicron e Spikevax Original/Omicron (quarta dose) è raccomandata in allattamento nei dosaggi autorizzati allo scopo.
  • Tra la somministrazione della dose di richiamo e l’ultima dose precedente di un vaccino anti-COVID-19 o la precedente infezione da SARS-CoV-2 deve trascorrere un intervallo di almeno 120 giorni.
  • La vaccinazione primaria e le dosi di richiamo (terza e quarta dose) con vaccini a mRNA non espongono il lattante a rischi e gli permettono di assumere anticorpi contro SARS-CoV-2 tramite il latte.
  • Il calendario vaccinale di un neonato allattato da madre vaccinata non prevede alcuna modifica.

“Come per la popolazione generale, anche per le donne in gravidanza i vaccini a mRNA sono risultati particolarmente efficaci nel prevenire la malattia grave da COVID-19. Grazie all’attuale disponibilità di dati numericamente consistenti – ricordano gli autori-, le agenzie internazionali di salute pubblica sostengono che la vaccinazione, con ciclo primario e richiamo (terza e quarta dose), sia il modo più sicuro ed efficace per proteggere dal COVID-19 le donne in gravidanza e i loro bambini”.