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Considerazioni sulle linee di indirizzo per l’uso dei biosimilari nei reumatismi cronici dell’adulto in Regione Piemonte

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La terapia con anti-TNF-alfa ha aperto la strada ad una rivoluzione nell’approccio alla cura dei reumatismi infiammatori cronici (artrite reumatoide, artrite psoriasica, spondilite anchilosante, artrite idiopatica giovanile, ecc.). Essi infatti sono stati i primi farmaci biotecnologici utilizzati in reumatologia e per molti anni questo meccanismo di azione è stato l’unico disponibile. Inoltre, sono stati i primi farmaci biotecnologici in cui si è evidenziato un effetto di rallentamento o di arresto del danno radiologico, espressione del danno articolare anatomico a sua volta responsabile della disabilità.

La disponibilità di questi farmaci ha potuto delineare, per le artriti periferiche, un programma terapeutico dopo il fallimento dei farmaci sintetici convenzionali e, per le artriti assiali, un trattamento che fino all’arrivo degli anti-TNF-alfa era limitato ai FANS e alla sulfasalazina.

L’efficacia dei farmaci ha modificato il modello di trattamento, oggi incardinato sulla diagnosi precoce, sul treat to target, sulla gestione delle comorbilità, nonché sulla collaborazione con gli specialisti di riferimento per le varie manifestazioni extra-articolari delle patologie, primi fra tutti dermatologi, gastroenterologi e oculisti.

È stata proprio l’evoluzione della tecnologia farmaceutica che ha focalizzato l’attenzione alla diagnosi precoce e al treat to target: la diagnosi precoce è finalizzata ad un altrettanto precoce accesso alla prima linea terapeutica, con farmaci efficaci per il controllo dell’evoluzione (cDMARDs, conventional Disease Modifying Anti Rheumatic Drugs), di cui il più utilizzato è il metotressato (MTX). Si tratta di un farmaco con un buon profilo di efficacia e sicurezza e con un costo contenuto (270,27-1038,44 euro/anno). Le evidenze hanno dimostrato come un precoce inizio della terapia con MTX riduce la necessità di ricorrere ai farmaci biotecnologici (bDMARDs), con un conseguente controllo dei costi. Altri cDMARDs sono leflunomide e sulfasalazina, di minor utilizzo. La letteratura evidenzia che oltre l’80% dei pazienti è in trattamento con questi farmaci. Ma, essendo la remissione o la bassa attività di malattia il vero obiettivo terapeutico (“treat to target”), è necessario per i restanti pazienti disporre di ulteriori terapie, il che ha favorito lo sviluppo dei farmaci biotecnologici prima e i sintetici target più recentemente (tsDMARDs). Oggi, nonostante i notevoli progressi, esiste ancora un’area di bisogni insoddisfatti, ovvero casi in cui la risposta terapeutica risulti insufficiente oppure in cui vi siano delle specifiche condizioni cliniche del paziente o la necessità di controllare particolari aspetti, specie extra-articolari, della malattia. Questo spiega, da un lato, l’ampia offerta di farmaci disponibili e, dall’altro, l’attenzione delle linee guida di riferimento [1-3] alle specificità del paziente, puntando su una terapia sempre più personalizzata.

La persistenza in terapia è la chiave del controllo della spesa e si sviluppa attraverso il rapporto medico-paziente

Come è noto, la terapia biotecnologica è gravata da elevati costi diretti del farmaco, peraltro bilanciati dalla prevenzione della disabilità, la quale ha elevati costi sociali, diretti e indiretti e costi incalcolabili personali in termini di qualità della vita del paziente.

L’introduzione in commercio dei biosimilari di infliximab, etanercept, rituximab e adalimumab ha provocato un accesso dibattito, sia nazionale sia internazionale, che ha visto confrontarsi diversi atteggiamenti, di minore o maggiore apertura verso questa novità. La materia è stata affrontata dal secondo position paper dell’AIFA [4], in cui è stato enfatizzato l’aspetto del ruolo del medico, unicamente al quale spetta la responsabilità della prescrizione ed ha inserito il concetto dell’intercambiabilità; non vi sono peraltro, non avendone le finalità, istruzioni operative sulla prescrizione nella pratica clinica. Questo aspetto si è pertanto trasferito alle Regioni, che nella loro autonomia hanno affrontato la materia con modalità diverse.

D’altro canto, le più recenti raccomandazioni in materia [5] si sono espresse a favore dell’utilizzo dei biosimilari, sia nel paziente naïve sia nello switch a condizione che il paziente sia adeguatamente informato in merito alla scelta terapeutica e la condivida e, purché monitorato all’interno di registri, anche fra diversi biosimilari dello stesso originator.

In Regione Piemonte si è scelta la linea della condivisione di modalità che permettessero compendiare più esigenze:

  • rispetto della continuità terapeutica, intesa come continuità con la stessa molecola;
  • mantenimento dell’equità di accesso al farmaco;
  • rispetto della libertà prescrittiva del medico;
  • rispetto delle indicazioni da scheda tecnica sull’uso dei farmaci biotecnologici, senza limitazioni regionali;
  • individuazione di situazioni cliniche per le quali non vi fosse ancora un’unanime evidenza di sicurezza nello switch da originatore a biosimilare
  • controllo della spesa e tutela della sostenibilità del sistema.

Sono state pertanto individuate delle linee di indirizzo regionali [6-8], alla cui stesura hanno partecipato reumatologi e rappresentanti del Servizio Farmaceutico Regionale: a titolo esemplificativo si riporta quella più recente, riferita ad adalimumab (Figura 1) [8].

Figura 1. Regione Piemonte – linee di indirizzo per l’uso di adalimumab biosimilare in reumatologia [8]

Nel particolare queste linee di indirizzo consentono, al momento della scelta di un bDMARD o di un tsDMARD, dopo il fallimento della terapia convenzionale, l’utilizzo di tutte le molecole, nel rispetto delle indicazioni da scheda tecnica. Qualora si scegliesse una molecola di cui è disponibile il biosimilare, la scelta deve andare verso il farmaco a minor costo, ma non è obbligatorio iniziare la prima linea biologica con un biosimilare.

Per quanto riguarda lo switch (il passaggio da originatore a biosimilare), argomento maggiormente oggetto di attenzione sia scientifica sia mediatica, le linee di indirizzo concordate individuano delle condizioni in cui lo specialista si riserverà la possibilità di proseguire il trattamento in corso con l’originatore, nel qual caso dovrà produrre una sintetica relazione da allegare al piano terapeutico.

Questo modello non preclude la scelta del farmaco più appropriato per il singolo paziente ma, normando in modo condiviso lo switch, ne ha permesso un’ampia diffusione.

L’esperienza ha insegnato il ruolo determinante, al momento dello switch, del colloquio con il paziente, in quanto aspetti soggettivi, indipendenti dal farmaco, possono avere un significativo ruolo sull’outcome, come sta recentemente emergendo dai dati di letteratura, che sta approfondendo il tema dell’effetto nocebo a sfavore del biosimilare [9]. Inevitabilmente un contributo all’accettazione della terapia è dato anche da fattori esterni, specie dai media e dai social, ma il rapporto di fiducia con il Centro di cura, che trova un suo momento fondamentale nel colloquio, è un fattore determinante.

Nella SC Reumatologia dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino si sono concordati i contenuti del colloquio, in modo che tutti i medici trasmettessero gli stessi concetti:

  • equivalenza biologica del farmaco;
  • evidenze scientifiche a supporto dell’autorizzazione in commercio;
  • sicurezza ed efficacia assicurate dagli enti regolatori EMA e AIFA;
  • contesto regionale (con particolare riferimento alla condivisione delle linee di indirizzo);
  • motivazione dello switch: non sono state nascoste le motivazioni economiche dello switch, supportate dall’opportunità di contenere i costi al fine della sostenibilità del SSN con le attuali prestazioni e al fine di dare opportunità ad altri pazienti di accedere alle cure.

Lo switch è stato accettato in prima istanza da gran parte dei pazienti; alcuni pazienti hanno mostrato delle perplessità per cui si è preferito evitare insistenze e si è concordato di proseguire il trattamento con originatore ancora per un breve periodo, al termine del quale anche questi pazienti hanno accettato. Non vi sono stati pazienti che abbiano posto un rifiuto allo switch a biosimilare.

La persistenza in terapia è la chiave del controllo della spesa e si sviluppa attraverso il rapporto medico-paziente.

Lo switch è un evento puntiforme. Se il paziente non mantiene la terapia si ottiene un effetto economico transitorio, anzi opposto, in quanto un eventuale passaggio ad altra molecola potrebbe avere costi superiori. La nostra esperienza con etanercept evidenzia una percentuale di dropout a 12 mesi dall’inizio dello switch a biosimilare, in linea con altri dati di letteratura e paragonabile alla percentuale di dropout dell’originatore [10]. Dati a 18 mesi ancora non pubblicati confermano risultati simili, così come l’esperienza di adalimumab, più breve, evidenzia dati simili ad etanercept. La persistenza in terapia ha consentito non solo un risparmio rispetto all’originator ma ha prodotto un risparmio che si storicizza negli anni e riteniamo che questo sia il risultato di un efficace colloquio motivazionale al momento dello switch che ha costituito il valore aggiunto per minimizzare l’effetto nocebo e ridurre la pressione mediatica avversa alla diffusione dei biosimilari.

Riconoscendo il valore strategico del colloquio, il Servizio Farmaceutico Regionale si è fatto parte attiva per evitare forzature nello switch, che si è svolto gradualmente ma efficacemente.

Questo ha prodotto un risultato che pone la Regione Piemonte tra le regioni in cui il biosimilare in Reumatologia si è maggiormente diffuso (Figure 2 e 3).

Figura 2. Dati di utilizzo di etanercept 50 mg in Piemonte (esclusa ASL TO3)

Fonte: Monitoraggio Regione Piemonte (ultimo aggiornamento 6 maggio 2019)

Figura 3. Dati di utilizzo di adalimumab 40 mg sc in Piemonte (esclusa ASL TO3)

Fonte: Monitoraggio Regione Piemonte (ultimo aggiornamento 6 maggio 2019)

La collaborazione tra specialisti prescrittori e decisori ha prodotto la condivisione di linee di indirizzo a livello regionale che si sono dimostrate uno strumento efficace per il clinico e per le Istituzioni.

La persistenza in terapia ha consentito non solo un risparmio rispetto all’originator ma ha prodotto un risparmio che si storicizza negli anni

Il colloquio con il paziente è un fattore determinante per il successo dello switch, che si deve concretizzare nella persistenza in terapia.

Rimangono delle questioni ancora aperte, quali la formalizzazione di una Rete regionale della reumatologia, che possa lavorare sull’appropriatezza dell’invio a visita reumatologica, sulla condivisione di percorsi con il medico di medicina generale per quanto riguarda diagnosi precoce e follow up, e l’implementazione di una modalità di raccolta dati gestito dalla Regione Piemonte, che superi il software attualmente esistente e permetta di raccogliere dati sullo switch e su particolari situazioni, quale lo switch multiplo.

Bibliografia

  1. EULAR recommendations for the management of rheumatoid arthritis with synthetic and biological disease-modifying antirheumatic drugs: 2016 update. Ann Rheum Dis 2017; 76: 960-77
  2. Group for Research and Assessment of Psoriasis and Psoriatic Arthritis 2015 Treatment Recommendations for Psoriatic Arthritis. Arthritis & Rheumatology 2016; 68: 1060-71
  3. 2016 update of the ASAS-EULAR management recommendations for axial spondyloarthritis. Ann Rheum Dis 2017; 76: 978-91
  4. Secondo position paper AIFA sui farmaci biosimilari. www.aifa.gov.it/sites/default/files/pp_biosimilari_27.03.2018.pdf
  5. Consensus-based recommendations for the use of biosimilars to treat rheumatological diseases. Ann Rheum Dis 2018; 77: 165-74
  6. Regione Piemonte. Farmaci biosimilari: Linee di indirizzo sull’utilizzo per le malattie reumatiche (Etanercept, 12/5/2017). www.regione.piemonte.it/web/sites/default/files/media/documenti/2019-03/farmaci_biosimilari_linee_indirizzo2.docx.pdf
  7. Regione Piemonte. Farmaci biosimilari di Rituximab. Linee di indirizzo sull’utilizzo in reumatologia (19/6/2018). www.regione.piemonte.it/web/sites/default/files/media/documenti/2019-03/rituximumab_reumatologia.pdf
  8. Regione Piemonte. Farmaci biosimilari di Adalimumab: Linee di indirizzo sull’utilizzo per le malattie reumatiche (16/1/2019). www.regione.piemonte.it/web/sites/default/files/media/documenti/2019-03/adalimumab_farmaci_biosimilari_linee_indirizzo.pdf
  9. Kristensen LE et al. Non-pharmacological effects in switching medication: the nocebo effect in switching from originator to biosimilar agent. BioDrugs 2018; 32: 397-404
  10. Ditto MC et al. Switch da originator a biosimilare: dati preliminari di real life per etanercept. Reumatismo 2018;70(n.spec.2):412

I biosimilari approvati in Europa nel 2018

Il 2018 ha visto un incremento del numero di biosimilari approvati e la scadenza di brevetti su alcuni prodotti “maggiori” che hanno permesso l’approvazione, e in alcuni casi l’ingresso sul mercato, di nuovi biosimilari.

Uno dei principali eventi del 2018 è stata la scadenza del brevetto di Humira (adalimumab). Adalimumab è un anticorpo monoclonare che si lega al fattore di necrosi tumorale (TNF) alfa impedendo l’attivazione dei recettori TNF, responsabili delle reazioni infiammatorie associate alle malattie autoimmuni. Adalimumab è indicato nel trattamento dell’artrite reumatoide, dell’artrite idiopatica giovanile, dell’artrite psoriasica, della spondilite anchilosante, della malattia di Crohn e delle coliti psoriasica e ulcerosa. Humira è un farmaco biologico con un vasto mercato nei paesi europei (quasi 4 miliardi di Euro) e la scadenza del brevetto ha portato con sé un potenziale considerevole in termini di risparmio per i sistemi sanitari e di accesso dei pazienti alle cure. Si stima infatti che con l’ingresso dei biosimilari quasi l’80% dei pazienti in trattamento con Humira effettuerà lo switch.

Nel corso del 2017 il CHMP (Committee for Medicinal Products for Human Use) aveva espresso parere positivo per quattro biosimilari di adalimumab (Amgevita e Solymbic di Amgen Europe B.V., Cyltezo di Boehringer Ingelheim International GmbH e Imraldi di Samsung Bioepsis UK Limited-SBUK), sebbene il farmaco originatore Humira fosse coperto da brevetto fino a ottobre 2018. Nel corso del 2018 quattro nuovi biosimilari sono stati approvati dall’EMA (Halimatoz, Hefiya e Hyrimoz di Sandoz Gmbh a luglio e Hulio di Mylan S.A.S. a settembre) e altri due (Idacio e Kromeya, entrambi di Fresenius Kabi) hanno ottenuto parere positivo nella prima seduta del 2019.

A novembre 2018 i biosimilari di adalimumab presenti in commercio in Europa erano quattro (Hulio, Hyrimoz, Amgevita e Imraldi). In Germania, unico paese europeo in cui sono presenti sul mercato tutti e quattro, Imraldi è quello che ha conquistato più quote di mercato (37% dei pazienti che hanno effettuato switch da Humira), seguito da Hyrimoz (15%), Amgevita (12%) e Hulio (2%) [Dati IQVIA MIDAS MAT Q3 2018].

Principio attivo

Biosimilare (titolare AIC)

Adalimumab (ATC: L04AB04)

Originator: Humira (AbbVie Ltd)

  • Halimatoz (Sandoz GmbH)
  • Hefiya (Sandoz GmbH)
  • Hulio (Mylan S.A.S.)
  • Hyrimoz (Sandoz GmbH)

Bevacizumab (ATC: L01XC07)

Originator: Avastin (Roche Registration GmbH)

  • Mvasi (Amgen Europe B.V.)

Infliximab (ATC: L04AB02)

Originator: Remicade (Janssen Biologics B.V.)

  • Zessly (Sandoz GmbH)

Insulina glargine (ATC: A10AE04)

Originator: Lantus (Sanofi-Aventis Deutschland GmbH)

  • Semglee (Mylan S.A.S)

Pegfilgrastim (ATC: L03AA13)

Originator: Neulasta (Amgen Europe B.V.)

  • Fulphila (Mylan S.A.S)
  • Pelgraz (Accord Healthcare Limited)
  • Pelmeg (Cinfa Biotech S.L.)
  • Udenyca (ERA Consulting GmbH)
  • Ziextenzo (Sandoz GmbH)

Trastuzumab (ATC: L01XC03)

Originator: Herceptin (Roche Registration GmbH)

  • Herzuma (Celltrion Healthcare Hungary Kft.)
  • Kanjinti (Amgen Europe B.V., Breda)
  • Ogivri (Mylan S.A.S)
  • Trazimera (Pfizer Europe MA EEIG)

Biosimilari approvati in Europa nel 2018 e relativi farmaci originator

Fonte: EMA (ultima consultazione febbraio 2019)

Un altro evento importante avvenuto nel 2018 nel campo dei biosimilari riguarda l’ingresso sul mercato dei primi biosimilari di trastuzumab (Ontruzant di Samsung Bioepis NL B.V., Kanjinti di Amgen Europe B.V., Breda e Herzuma di Celltrion Healthcare Hungary Kft.) e l’approvazione di altri due biosimilari (Ogivri di Mylan S.A.S e Trazimera di Pfizer Europe MA EEIG). Trastuzumab è un anticorpo monoclonale IgG1 umanizzato ricombinante contro il recettore 2 del fattore di crescita epiteliale umano (HER2) indicato nel trattamento del carcinoma mammario metastatico e in fase iniziale e del carcinoma gastrico metastatico.

Nel 2018 è anche stato approvato Mvasi (Amgen Europe B.V.), il primo biosimilare di bevacizumab, un anticorpo monoclonale umanizzato che inibisce l’angiogenesi tumorale indicato nel trattamento di diversi tumori, inclusi quello del colon-retto, del seno, del polmone, del rene, delle ovaie e il glioblastoma. L’originatore di Mvasi, Avastin (Roche), è un blockbuster nella sua categoria e si stima che l’ingresso in Europa dei suoi biosimilari possa portare a un potenziale risparmio di circa 2 miliardi di Euro. In Europa la scadenza del brevetto di Avastin è prevista per gennaio 2022 e sono circa 15 i biosimilari attualmente in sviluppo.

Il 2018 ha quindi segnato l’ingresso ufficiale di biosimilari per il trattamento di tumori solidi e l’inizio dell’erosione del mercato di Herceptin e Avastin che cumulativamente vale circa 3 miliardi di Euro [Dati IQVIA MAT Q2 2018].

Infine, nel 2018 sono stati approvati dall’EMA anche i primi biosimilari di pegfilgrastim (Fulphila, Pelgraz, Udenyca e Ziextenzo), sebbene il farmaco originator Neulasta (Amgen Europe B.V.) avesse perso la copertura brevettuale ad agosto 2017. Pegfilgrastim è l’analogo pegilato a durata prolungata di filgastim, un fattore umano stimolante le colonie di granulociti (G-CSF), indicato per ridurre la durata della neutropenia in corso di chemioterapia antitumorale.

Con l’approvazione di un nuovo biosimilare di infliximab (Zessly, Sandoz GmbH) e uno di insulina glargine (Semglee, Mylan S.A.S) in totale nel 2018 sono stati approvati 16 nuovi biosimilari, portando a un totale di 53 prodotti (da 16 originatori) e confermando un trend costante di crescita del mercato. Come più volte evidenziato, l’introduzione dei biosimilari è salutare per le risorse dei sistemi sanitari in quanto viene stimolata la concorrenza, con conseguente riduzione dei prezzi; inoltre, la disponibilità di biosimilari fornisce al medico nuove opzioni terapeutiche migliorando l’accesso dei pazienti ai farmaci biologici.

La riduzione dei prezzi generata dall’aumentata competizione sul mercato non è però l’unico fattore determinante l’aumento dei consumi di biologici, in quanto vi sono alcuni paesi in cui la diffusione era già elevata prima dell’ingresso dei biosimilari e che hanno in seguito mostrato un ulteriore incremento nell’utilizzo. Un esempio è la Norvegia, in cui l’ingresso dei biosimilari dei farmaci anti-TNF ha incrementato del 71% (nel 2017) il consumo di questa classe di biologici (che era già pari a 1,07 giorni di trattamento pro capite prima dell’ingresso dei biosimilari), a fronte di una riduzione di prezzo del solo 1% (2017/anno precedente l’ingresso dei biomisilari). Analogamente, in Italia il consumo di epoetina, che era pari a 0,82 giorni di trattamento pro capite prima dell’ingresso dei biosimilari, nel 2017 era ulteriormente aumentato del 41%, con una riduzione di prezzo dell’8%, rispetto all’anno precedente l’avvento dei primi biosimilari. Ciò sta a significare che sicuramente l’abbassamento dei prezzi ha un impatto sull’uso dei biologici, ma vi sono anche altri fattori da tenere in considerazione nell’adozioni di nuove policy per stimolare la penetrazione dei biosimilari (es. nuove indicazioni, variazioni nella diagnosi e della prevalenza della malattia, ecc.). È inoltre importante sottolineare che la disponibilità di farmaci biosimilari migliora l’accesso dei pazienti ai farmaci biologici in quanto la competizione generata dal loro ingresso influenza il prezzo e i consumi non solo dell’originator di riferimento, ma dell’intera classe di farmaci (Figura 1 e Figura 2).

Figura 1. Variazione di prezzo di biosimilare e originator e dell’intero mercato europeo

Fonte: IQVIA. The impact of biosimilar competition in Europe (settembre 2018)

Figura 2. Variazione del volume di consumo di biosimilare e originator e dell’intero mercato europeo

Fonte: IQVIA. The impact of biosimilar competition in Europe (maggio 2017)

* 2016/anno precedente all’ingresso del biosimilare

Fonte

  • European Medicine Agency (EMA). European public assessment reports (EPAR). Disponibile online su: www.ema.europa.eu

Determinazione delle basi d’asta nelle gare per l’acquisto di farmaci: quali sono gli aspetti critici?

Quadro di riferimento sull’idoneità della base d’asta negli appalti pubblici

La determinazione di una corretta base d’asta rappresenta per la stazione appaltante uno degli aspetti più importanti nella preparazione degli atti di una gara d’appalto. Il motivo è che ciò presuppone una profonda comprensione dello stato del mercato, non soltanto in relazione al numero e alle caratteristiche dei prodotti commercializzati che rispondono alle caratteristiche richieste dall’oggetto della gara, ma anche e soprattutto per la determinazione dell’intrinseco valore di mercato del bene oggetto della gara.

La distinzione non è meramente terminologica e corrisponde a quella che, in economia, viene spiegata ricorrendo ai diversi concetti di valore di mercato (market value) e di prezzo di vendita. In una gara d’appalto, la base d’asta corrisponde idealmente al primo dei due concetti, mentre il prezzo di aggiudicazione rappresenta il secondo.

Sempre dal punto di vista delle definizioni preliminari, è bene chiarire che la base d’asta esprime il valore di mercato non già del bene oggetto di aggiudicazione, ma più semplicemente dell’utilità ricercata dalla P.A. e posta in gara. Con ciò si vuol dire che l’intrinseco valore di mercato di beni funzionalmente equivalenti può variare a seconda delle caratteristiche tecniche dei vari prodotti e delle tecnologie impiegate; di conseguenza, il valore di mercato di ciascuno dei prodotti che possono essere offerti in quella gara potrebbe differire sensibilmente, e ciò accade spesso per esempio nelle gare per la fornitura di dispositivi medici con tecnologie differenti e aggiudicate con valutazione anche qualitativa delle offerte. La base d’asta, invece, deve essere unitaria e dunque deve esprimere il valore dell’utilità che la P.A. intende conseguire.

La corretta base d’asta è dunque quella che si pone in prossimità dell’effettivo valore di mercato e che al contempo consente alle imprese di differenziare le proprie politiche commerciali sul prezzo. Perciò la base d’asta deve essere determinata prevedendo una certa flessibilità ed elasticità nelle possibili, e anzi normali, differenze nel prezzo dei vari prodotti equivalenti presenti sul mercato.

Queste complessità sono tradizionalmente riassunte dalla giurisprudenza nel principio secondo il quale la determinazione della base d’asta appartiene al novero delle valutazioni tecniche caratterizzate da discrezionalità dell’amministrazione, e per tale ragione sono sottratte al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, se non per manifesta illogicità, irrazionalità, irragionevolezza ovvero se siano fondate su di un palese travisamento dei fatti (Per tutte, si faccia riferimento al Consiglio di Stato sez. V, n. 6006 del 22 ottobre 2018).

La base d’asta non rappresenta un prezzo ma un ipotetico valore di mercato

Nella casistica, la base d’asta è stata ritenuta sproporzionata e irragionevole, e perciò illegittima, sia quando essa è elevata in modo abnorme rispetto al valore della prestazione sia quando essa è troppo bassa, in questo caso però a condizione che la base d’asta renda impossibile la concorrenza (vedi più avanti, nel paragrafo: Il “giusto” prezzo di mercato).

Per la base d’asta elevata in modo abnorme, si faccia riferimento alla sentenza del Consiglio di Stato, sez. V, n. 4081 del 28 agosto 2017, nella quale le tre offerte pervenute in gara contenevano, tutte, un ribasso di circa il 50% rispetto al valore a base d’asta, ritenuto elemento sintomatico di un non corretto esercizio della discrezionalità nella determinazione del valore da porre a base d’asta. La questione di una base d’asta elevata in modo abnorme appare fonte di problemi particolarmente gravi specialmente quando la gara deve aggiudicarsi all’offerta economicamente più vantaggiosa e la formula che traduce il prezzo in punteggio economico si fonda non già sul rapporto tra i prezzi offerti in gara dalle concorrenti nei loro valori assoluti (che rimangono cioè comunque svincolati dalla base d’asta) ma sulla percentuale di ribasso offerta dai concorrenti, finendo quindi per appiattire i punteggi economici pur in corrispondenza di prezzi significativamente differenti.

Normativa sulla determinazione del prezzo al pubblico ed ex factory del farmaco e posizione del problema rispetto alle gare d’appalto

Come sovente accade, le gare per l’acquisto di farmaci richiedono il rispetto non soltanto delle norme del codice degli appalti e dei principi generali sulle gare per come elaborati dalla giurisprudenza, ma anche la compatibilità con le norme che regolano specificamente questo prodotto, il cui mercato è ampiamente regolamentato.

Le norme speciali relative ai farmaci non mancano neppure per ciò che concerne la determinazione dei prezzi. Si tratta in particolare di quell’insieme di norme, relative ai profili regolatori del farmaco, che guidano AIFA nel procedimento di negoziazione del prezzo, al pubblico ed ex factory, del farmaco in fase di post-AIC, e in particolare dell’art. 48, comma 33, della legge n. 263/2003, conv. in legge n. 326/2003, che richiama e attribuisce validità alla delibera CIPE n. 3 del 1 febbraio 2001. In base a queste norme, la negoziazione del prezzo dei farmaci tiene conto di vari elementi, tra cui il rapporto costo/efficacia, la capacità terapeutica, la presenza di prodotti simili sul mercato, l’innovatività, il prezzo sul mercato internazionale. È vero che tali i criteri indicati nella delibera CIPE richiamata furono pensati in un momento nel quale il procedimento di determinazione del prezzo del farmaco era ancora largamente amministrato; tuttavia, questi criteri di valutazione permangono validi anche in un contesto come quello attuale, nel quale AIFA e l’industria farmaceutica negoziano su base paritetica il prezzo del farmaco.

In quale misura la stazione appaltante deve tenere in considerazione il prezzo ex factory determinato da AIFA?

A loro volta, poi, i prezzi dei farmaci negoziati da AIFA tengono conto delle varie componenti della filiera di distribuzione, e in particolare delle percentuali spettanti ai grossisti e ai farmacisti, nella misura prevista dall’art. 11, comma 6, d.l. n. 78/2010 conv. in legge n. 122/2010 [Garattini L, et al. Prices and distribution margins of in-patent drugs in pharmacy: a comparison in seven European countries. Health Policy 2008; 85:305-13].

Il punto è allora quello di stabilire se, e in quale misura, questo impianto normativo interferisca con il prezzo di mercato del farmaco, nella determinazione della base d’asta in una gara d’appalto. In altri termini, si tratta di comprendere in quale misura la stazione appaltante debba tenere in considerazione il prezzo al pubblico e, trattandosi di acquisto da parte di una P.A., soprattutto il prezzo ex factory determinato da AIFA al fine della corretta individuazione dell’importo da porre a base d’asta.

Il problema si pone, in effetti, perché vi sono una serie di riferimenti, sebbene non direttamente nelle norme di legge ma solo nella normativa secondaria, al prezzo negoziato con AIFA anche e proprio in relazione alla base d’asta nelle gare d’appalto.

Ad esempio, nella stessa delibera CIPE richiamata si afferma che il prezzo contrattato con AIFA rappresenta il parametro di negoziazione degli sconti nelle procedure di acquisto del farmaco. In modo ancor più esplicito, il documento pubblicato da ANAC all’esito di una indagine conoscitiva del 2011 sulle gare per la fornitura di farmaci ha affermato che nella definizione della base d’asta nelle gare d’appalto le amministrazioni appaltanti dovrebbero tenere conto, tra gli altri elementi, anche del prezzo ex factory negoziato con AIFA.

Il “giusto” prezzo di mercato da porre a base d’asta

In realtà, a mio parere, il tema in questi termini è mal posto, proprio perché confonde il concetto di prezzo con quello di valore di mercato. La base d’asta non rappresenta un prezzo (ex factory, negoziato con AIFA) ma un ipotetico valore di mercato del farmaco. Non è dunque operazione metodologicamente corretta quella di individuare la base d’asta di una gara d’appalto senza attribuire un ruolo preponderante al valore di mercato del bene: il prezzo negoziato con AIFA, infatti, sebbene possa essere sottoposto a successive revisioni, è un prezzo che cristallizza una determinata situazione di mercato in un determinato momento storico, ma che ovviamente non può tenere conto del dinamismo che caratterizza, oggi, il mercato dei farmaci.

Non diversamente da ogni altro bene, quindi, anche il prezzo dei farmaci viene determinato in maniera principale dalle condizioni di mercato. Il prezzo ex factory finisce pertanto per rappresentare solo l’elemento di partenza dell’indagine della stazione appaltante; tuttavia, e proprio per questa ragione, esso è null’altro che un punto di partenza, che può anche divenire inutile se le condizioni di mercato restituiscono un prezzo non più in linea con il prezzo negoziato.

Il vero fulcro del problema è la tutela della concorrenza effettiva

Il ragionamento è, in sintesi, molto semplice: se il prezzo ex factory negoziato in un dato momento con AIFA viene derogato, al ribasso, da molti operatori di mercato, ciò significa che il valore di mercato del bene si è ridotto rispetto al prezzo originariamente pattuito. Di conseguenza, o l’impresa segue il mercato, riposizionando il proprio prodotto in un prezzo competitivo, oppure non può esigere che la base d’asta sia obbligatoriamente uguale al prezzo ex factory.

Per riprendere allora il punto iniziale del nostro esame, che chiarisce come la determinazione della base d’asta sia operazione tecnico discrezionale della stazione appaltante, dovremo necessariamente concludere che la base d’asta va determinata in base al prezzo di mercato; essa può essere sindacata, perché arbitraria o sproporzionata, soltanto se sia talmente bassa da determinare un’effettiva alterazione della concorrenza.

Ecco così chiarito qual è il vero fulcro del problema: la tutela della concorrenza effettiva.

Per ottenere questo risultato, la base d’asta deve essere determinata partendo non già dal prezzo AIFA, ma dal prezzo di aggiudicazione di altre gare concorrenziali aventi ad oggetto il medesimo farmaco. Si tratta però ancora soltanto di un dato di partenza, perché naturalmente il prezzo di aggiudicazione di altre gare non può essere posto a base d’asta: per definizione, infatti, solo una impresa – quella aggiudicataria – è in grado di proporre quel prezzo.

Il prezzo di aggiudicazione di un’altra gara non può essere posto a base d’asta perché, per definizione, solo l’impresa aggiudicataria è in grado di sostenerlo

È allora necessaria un’operazione aggiuntiva, volta a stabilire qual è il margine di flessibilità e di elasticità necessario per assicurare una concorrenza effettiva in gara. Questa operazione richiede, ad esempio, un’istruttoria non soltanto sui prezzi di aggiudicazione di altre gare, ma anche sui prezzi proposti dagli altri concorrenti non aggiudicatari in quelle gare. La base d’asta dovrà dunque posizionarsi su di un livello sufficiente da includere almeno due, ma preferibilmente tre, potenziali concorrenti.

Questa posizione è stata ad esempio condivisa dal T.A.R. per l’Emilia Romagna, Bologna, sez. II, nella sentenza n. 868 del 16 novembre 2018, che appunto ha dichiarato legittima una base d’asta, largamente al di sotto del prezzo ex factory, per il fatto che essa era comunque superiore al prezzo offerto da almeno due concorrenti in altre recenti gare, oltreché al prezzo di aggiudicazione della gara a suo tempo indetta dalla medesima stazione appaltante, il cui contratto ha esaurito la sua durata. Al contrario, ma in modo compatibile con il principio ivi enunciato, il T.A.R. per la Campania, Napoli, sez. I, n. 3600 del 4 luglio 2017, che aveva annullato la gara impugnata, per essere la base d’asta troppo bassa, in ragione del fatto che essa si posizionava esattamente sul prezzo più basso di aggiudicazione del medesimo prodotto nelle recenti gare italiane.

Anticorpi contro prezzi di aggiudicazione troppo bassi: la verifica di anomalia

Dal punto di vista della P.A., e più in generale del SSN, riuscire a “spuntare” prezzi di aggiudicazione molto convenienti è chiaramente un obiettivo auspicabile. Da più parti si fa notare, infatti, come la spesa farmaceutica complessiva sia in aumento, soprattutto per effetto di nuovi farmaci frutto di tecniche e di ricerche fortemente innovative, il cui costo è tuttavia molto rilevante. Chiaro, allora, che poter risparmiare considerevolmente in alcune circostanze può liberare risorse pubbliche da indirizzare verso queste nuove cure farmacologiche.

Il prezzo di aggiudicazione deve essere giustificabile in modo credibile, dimostrando concretamente la sostenibilità dell’offerta

Anche dal lato dell’industria farmaceutica, in alcuni casi, un notevole e rapido abbassamento del prezzo di vendita di alcuni farmaci può inserirsi nell’ambito di una strategia commerciale su larga scala, fors’anche su scala internazionale, con l’effetto di ridurre la marginalità sulle vendite di farmaci non più core business, le cui vendite possano tuttavia svolgere una funzione di volano per le vendite di altri prodotti, siano o meno correlati ai primi.

Per queste ragioni, si assiste talvolta a gare d’appalto in cui le percentuali di sconto sulle basi d’asta sono comunque molto alte, anche prossime o addirittura superiori al 90%; e ciò non perché la base d’asta sia stata determinata in modo abnormemente elevato ma solo perché il prezzo offerto in gara è prossimo allo zero.

Non va però trascurato che un prezzo troppo basso, anche quando il prodotto è un farmaco, deve comunque essere remunerativo. La procedura di verifica di anomalia dell’offerta, prevista in via generale dall’art. 97 del codice degli appalti, è applicabile anche agli appalti aggiudicati al prezzo più basso (comma 2) e anche ovviamente agli appalti di farmaci, non essendovi alcuna norma che deroghi per tali prodotti alle disposizioni del codice. Ancora sulla stessa tipologia di farmaci delle sentenze sopra citate, in tal senso si veda T.A.R. Abruzzo, Pescara, sez. I, sentenza n. 168 del 26 maggio 2017.

La remuneratività dell’offerta deve essere oggettiva e interna, cioè riferita solo all’appalto aggiudicato

Il prezzo di aggiudicazione deve perciò poter essere giustificabile dall’aggiudicataria, e lo deve essere in modo credibile dimostrando concretamente la sostenibilità dell’offerta.

È bene precisare che, per giurisprudenza costante, l’aggiudicataria non può giustificare un prezzo troppo basso facendo riferimento alla possibilità di ottenere ricavi da altre commesse collegate, o comunque a particolari situazioni produttive che non si riflettano nello specifico appalto. Ciò vuol dire che la remuneratività dell’offerta dev’essere: a) oggettiva, quindi verificabile in base ad elementi chiari; b) interna, ossia riferita allo specifico appalto che viene aggiudicato e non ad elementi esterni ad esso.

Procedure di gara centralizzate e accordo quadro

Il commento di Anna Maria Marata

Coordinatore della Commissione Regionale del Farmaco, Regione Emilia Romagna. Direzione generale Cura della persona, Salute e Welfare

Negli ultimi anni si ricorre sempre più alle procedure di gara centralizzate, anche a livello nazionale. Qual è la sua esperienza in questo senso? Per la sua Regione, quali pensa che possano essere le opportunità di una gara a livello nazionale rispetto a una gara regionale (e viceversa)?

In Regione Emilia Romagna abbiamo a volte aderito ad accordi quadro per l’acquisto dei farmaci stipulati da CONSIP a livello nazionale, in base anche a quanto previsto dalla normativa in merito alle categorie di beni e servizi da centralizzare e alle relative soglie. Non sempre però la nostra adesione ad accordi quadro nazionali è stata confermata dopo aver visto i risultati, soprattutto in termini economici: in teoria, è possibile che a livello nazionale si riesca a contrattare una scontistica maggiore rispetto a quanto si potrebbe fare a livello regionale, anche in relazione ai volumi, ma non è sempre così, è una situazione variabile. I prezzi ottenuti da CONSIP non sono quindi sempre così vantaggiosi.

Ha avuto modo di riscontrare qualche criticità in particolare, nell’esecuzione di convenzioni nazionali o regionali stipulate a seguito di procedura d’acquisto tramite accordo quadro?

Anna Maria Marata

Il ricorso all’accordo quadro è diventato più frequente da quando è stato reso obbligatorio per i farmaci biosimilari, con la Legge di Bilancio 2017, e fonte di confusione. Ad esempio il “tam tam” mediatico che si è innescato recentemente sugli acquisti dei biosimilari di adalimumab, e il susseguirsi sulla stampa di notizie in merito ai fortissimi sconti ottenuti da alcune Regioni, come ad esempio il Piemonte o la Toscana (che sono state le prime ad attivarsi) ne è un esempio. In realtà, questi acquisti così vantaggiosi non sono stati il frutto di un accordo quadro, perché, al momento della gara, non erano presenti sul mercato almeno 4 prodotti a base del principio attivo adalimumab, dunque non era obbligatorio per legge impiegare questa tipologia di procedura. In questi casi perciò le amministrazioni aggiudicatrici hanno indetto in realtà una gara senza accordo quadro e hanno acquisito non i primi 3 farmaci con la migliore offerta economica , come accade con accordo quadro, ma un solo farmaco, quello che ha fatto l’offerta più favorevole e mediamente stipulando un contratto a breve termine. In questo modo, quando diventano disponibili sul mercato altri biosimilari dello stesso principio attivo e si supera il numero di 3, è necessario, secondo la normativa vigente, prevedere una nuova gara, questa volta sì con un accordo quadro garantendo la disponibilità di 3 biosimilari diversi. Questo può avere importanti ricadute anche a livello clinico/organizzativo, perché i medici possono trovarsi nella condizione di dover sostituire le terapie appena prescritte ai pazienti a causa dei risultati della nuova gara: lo switch da un farmaco biosimilare ad un altro, anche se credo non costituisca un problema in termini di efficacia e sicurezza della terapia può però creare problemi perché i clinici debbono, ad ogni cambio di farmaco, informare il paziente, e se è presente un device per la somministrazione (come ad esempio una diversa penna) fornire le informazioni necessarie al suo corretto utilizzo, con un importante consumo di tempo. Tutto ciò ovviamente non favorisce l’uso del biosimilare. Non dimentichiamo che il reale risparmio di tale operazione non si realizza con l’acquisto, ma con la realizzazione degli switch.

Per tali ragioni, nella mia Regione è stata fatta una scelta diversa: non abbiamo ancora predisposto la procedura di acquisto per l’adalimumab in attesa che siano disponibili almeno quattro prodotti a base di tale principio attivo e in questo modo si possa indire la gara una volta sola e tramite l’accordo quadro. Ora che tale condizione si è verificata [intervista rilasciata a febbraio 2019, NdR], sarà quindi possibile indire rapidamente la gara tramite la nostra centrale d’acquisto. Si procederà quindi con un’unica gara tramite accordo quadro, verranno resi disponibili 3 prodotti evitando così ai clinici di fare switch di terapia ripetuti in breve tempo. Avremo così rispettato la legge senza ostacolare il lavoro dei clinici e senza causare un aggravio di impegno per loro e per i pazienti. Mi auguro che tale scelta aumenterà la loro collaborazione per raggiungere l’obiettivo di risparmio programmato. Vorrei inoltre ribadire che credo fermamente che dai dati disponibili e dall’esperienza ormai decennale sull’uso dei biosimilari, il passaggio da un biosimilare all’altro non determina un rischio di minore efficacia e/o sicurezza per il paziente.

L’arrivo sul mercato di nuovi biosimilari ha innescato una serie di gare in tempi molto brevi: a suo parere, è un sistema sostenibile per le pubbliche amministrazioni?

Questo susseguirsi di gare costituisce a mio parere una criticità e, secondo me, bisognerebbe trovare il modo, a livello nazionale, di normare l’arrivo di questi farmaci, che vengono immessi sul mercato in ordine sparso, scaglionati anche di molti mesi o anni. Per fare l’esempio di adalimumab, che in questo momento è sulla bocca di tutti, ma il discorso vale in generale, adesso in Italia sono autorizzati al commercio quattro biosimilari (fino a 10 giorni fa erano 2), ma l’EMA (European Medicines Agency) ne ha approvati a gennaio altri due, che quindi saranno presto disponibili. Anche se è evidente che l’introduzione dei biosimilari ha il solo scopo di creare una concorrenza sul mercato e attraverso questa una significativa riduzione dei prezzi, mi chiedo se non si possa pensare di fare ciò in un modo più ordinato e rispettoso della pratica clinica.

Bisogna poi fare i conti anche con la durata dei contratti e la sostenibilità delle forniture. Un contratto valido per un periodo limitato di tempo può prevedere scontistiche maggiori non sostenibili sul lungo periodo. Mi chiedo se una gara di lunga durata, ad esempio di 5 anni, quindi in grado di rassicurare i clinici sui rischi di continui switch sia in grado di garantire gli stessi prezzi di una gara a breve scadenza. C’è quindi il problema di definire una strategia di gara (rispetto al momento in cui effettuarla, alla modalità della sua attuazione, alla scelta della base d’asta più opportuna ecc.) che sia efficace rispetto al risparmio e che garantisca il minor disagio organizzativo per i pazienti e per i professionisti coinvolti nella prescrizione. C’è poi la criticità legata alla sostenibilità della fornitura: le aziende che garantiscono una certa disponibilità di farmaco al momento della gara devono essere in grado di rispettare la fornitura senza incorrere in rotture di stock. E questo non sempre succede. Purtroppo questo è un altro elemento che dovrebbe essere organizzato e gestito uniformemente nell’intero paese.

Questo sistema di gare all’impazzata, di offerte per contratti di breve periodo non è, a mio parere, il modo giusto per affrontare il tema dei biosimilari: si crea caos, si fa notizia sulla stampa di grandi risparmi; in realtà, come affermato in precedenza, si tratta di risparmi potenziali perché per realizzarli è indispensabile sostituire i trattamenti più costosi in corso con quelli meno costosi, ma di pari efficacia e sicurezza. Tale operazione ovviamente è da portare a termine, in collaborazione con i clinici, informando i pazienti e nel modo più efficiente possibile.

Vorrei in fine soffermarmi brevemente su alcune criticità insite nella modalità di acquisto attraverso l’accordo quadro. Mi riferisco al problema dell’attribuzione o meno delle quote di utilizzo dei 3 farmaci vincitori della gara.

Un’ulteriore criticità su cui vorrei soffermarmi è quella legata agli aggravi gestionali a livello delle farmacie ospedaliere creati dalla gestione di tre prodotti contenenti lo stesso principio attivo, ma non sostituibili automaticamente e dal conseguente aumentato rischio di errori nella somministrazione.

Il commento di Maurizio Pastorello

Direttore del Dipartimento Farmaceutico dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo

Negli ultimi anni si ricorre sempre più alle procedure di gara centralizzate, anche a livello nazionale. Qual è la sua esperienza in questo senso? Per la sua Regione, quali pensa che possano essere le opportunità di una gara a livello nazionale rispetto a una gara regionale (e viceversa)?

Maurizio Pastorello

In Regione Sicilia abbiamo attivato alcune convenzioni tramite CONSIP ma non abbiamo mai effettuato gare aggregate per più Regioni. Le gare per l’acquisto di farmaci sono state effettuate sempre a livello regionale, tramite la Centrale Unica di Committenza (CUC).

A mio parere, in generale, maggiori volumi di acquisto, cumulati tra più Regioni, in alcuni casi potrebbero portare a maggiori risparmi ma vedo anche un importante limite, costituito dalle carenze di prodotto atteso che difficilmente una sola azienda potrebbe garantire, come unico aggiudicatario, i volumi richiesti, con possibili interruzioni del servizio. Per sopperire alla carenza di farmaci, bisogna che ciascuna azienda attivi singole procedure di acquisto in danno ricorrendo al secondo aggiudicatario.

Penso però che sia importante distinguere tra i diversi farmaci da acquistare. In determinati casi, ad esempio per i farmaci esclusivi, io andrei anche oltre la gara nazionale e proporrei addirittura un portale nazionale che consenta alle farmacie ospedaliere di effettuare, per il tramite degli uffici dei Provveditori Aziendali, direttamente gli ordini, nell’immediatezza a seguito di richiesta da parte del medico prescrittore, anche in assenza di convenzioni già stipulate, per fabbisogni precedentemente espressi. I Farmacisti infatti si trovano quotidianamente ad affrontare situazioni molto complesse: ad esempio, quando devono erogare a un paziente, sia esso ricoverato in un presidio ospedaliero o che afferisca alle strutture territoriali, un farmaco per cui non sia già stata effettuata una gara. In questi casi, è necessario mettere in atto una procedura molto lunga, che prevede il coinvolgimento del Provveditorato, il lancio della Richiesta di Offerta (RDO) e tutta una serie di altri passaggi, per cui i tempi, nella mia Azienda, non sono mai inferiori a 1-2 mesi. Il portale porterebbe ad una semplificazione sostanziale del processo. Penserei ad un portale dove siano caricate le schede dei farmaci nonché tutta la documentazione necessaria per l’espletamento dell’aggiudicazione compreso un link che si collega all’ANAC per generare il codice identificativo di gara (CIG). Quando si tratta di farmaci esclusivi, inoltre, il ricorso ad una gara ad hoc per singola Regione o struttura non consentirebbe comunque sostanziali risparmi perché il prezzo di cessione al servizio sanitario è concordato a livello centrale con AIFA, compresi eventuali sconti non presenti nei singoli provvedimenti di autorizzazione all’immissione in commercio e, pertanto, non sono possibili scostamenti significativi. Nell’ambito dell’esclusività, eventualmente un meccanismo di risparmio potrebbe generarsi nel caso in cui una Regione decidesse di indire una gara inserendo un determinato principio attivo in una più ampia contrattazione che preveda anche servizi o sconti non sul farmaco ma sul ciclo di processo o su altre prestazioni che possono essere fornite dalle aziende farmaceutiche. Per l’acquisto del solo farmaco esclusivo, secondo me, non è conveniente impegnare risorse, di personale e di tempo, in ogni singola Azienda Sanitaria o stazione appaltante di ciascuna Regione, per effettuare gare apposite ma sarebbe più utile poter avere a disposizione un portale nazionale per gli acquisti.

Diverso è il caso dei farmaci che hanno perso la copertura brevettuale e per il quale il discorso del mercato concorrenziale è significativo: in questo ambito però il livello più appropriato per la gestione delle gare e degli acquisti è, a mio parere, quello regionale, e non quello nazionale. In caso di aggiudicazione ad una sola azienda per tutto il territorio nazionale, io vedo alcune criticità importanti, relative soprattutto al rischio di rottura di stock e alla chiusura del mercato, con l’esclusione delle aziende non aggiudicatarie. D’altro canto, la prospettiva regionale nella gestione delle gare comporta alcuni vantaggi da non sottovalutare, correlati alle peculiarità della Regione, ai fabbisogni locali e alle logiche, anche normative, proprie delle diverse realtà. Le gare centralizzate a livello nazionale potrebbero essere maggiormente utili se nella normativa nazionale fosse presente in maniera stringente un’indicazione precisa verso l’utilizzo del farmaco a minor costo: in assenza di tale indicazione da parte di AIFA, la gestione deve essere, secondo me, demandata in toto alle Regioni. Ad esempio, anche la gara CONSIP per i farmaci biologici ha risentito dei diversi provvedimenti presenti nelle Regioni.

Ha avuto modo di riscontrare qualche criticità in particolare, nell’esecuzione di convenzioni nazionali o regionali stipulate a seguito di procedura d’acquisto tramite accordo quadro?

A mio parere il ricorso all’accordo quadro può comportare alcune difficoltà, in particolare per quanto riguarda l’individuazione di un unico fornitore, le percentuali di attribuzione e la definizione della base d’asta. Ad esempio, chi deve gestire le percentuali di attribuzione? Non è una questione semplice, dal momento che la Centrale Unica di Committenza può stabilire determinate percentuali di attribuzione ma poi ogni Azienda può accedere alla gara con il CIG derivato e, pertanto, nessun controllo viene posto in essere.

Inoltre io penso che al di sotto di determinati prezzi non sia possibile scendere, che ci sia il biosimilare o meno: in questo periodo, con le gare di acquisto per l’adalimumab (l’ultimo principio attivo biologico, in ordine di tempo, che ha perso la copertura brevettuale) l’abbassamento di prezzo da parte delle aziende è stato molto consistente e probabilmente, nelle future contrattazioni, non sarà possibile acquisire offerte più convenienti.

Quindi la mia proposta per quanto riguarda la definizione della base d’asta va in una direzione diversa: a mio parere, dovrebbe essere la Regione a stabilire un prezzo equo di acquisto di un determinato farmaco, aggiudicando la fornitura a tutte le aziende che accettano tale proposta, siano esse di biosimilari o di farmaci branded. Tengo a precisare che il prezzo fissato dalla Regione dovrebbe essere un prezzo equo, per garantire non solo la spesa farmaceutica regionale e l’accesso alle cure per i pazienti, ma anche la sostenibilità del mercato. Con questa procedura si incentiverebbe il ricorso al farmaco al minor costo e si garantirebbe la libertà di scelta del medico, che avrebbe a disposizione diverse alternative terapeutiche allo stesso prezzo. Inoltre non si obbligherebbero i pazienti a continui switch.

Questi meccanismi di incentivo verso l’utilizzo dei biosimilari e, in genere, dei farmaci a minor costo sono un argomento molto sentito. Infatti, sono stato il pioniere in Sicilia a promuovere l’utilizzo dei farmaci biosimilari e la Regione Sicilia, che lavora in questo senso da anni, ha emanato numerosi provvedimenti specifici, raggiungendo il terzo posto in Italia per consumo dei farmaci biologici a brevetto scaduto (dato IQVIA gen-set 2018).

L’approccio “value-based” come strumento per remunerare le tecnologie che massimizzano l’esito clinico. ALLEGATO A

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Nel percorso di valutazione delle reti addominali, il prezzo a base d’asta viene stabilito in 1100 euro / dmq (che corrisponde a 11 euro / cmq). L’entità del beneficio minimo accettabile viene fatta coincidere con una rete ipotetica che determina 30% di infezioni entro 1 mese e 30% di recidive entro 2 anni.

Presupponendo di mantenere identici tra le varie reti i parametri sopra indicati (cioè la base d’asta e il beneficio minimo accettabile), i punteggi di gara (suddivisi in qualità 70% vs prezzo 30%) vengono calcolati secondo il procedimento matematico indicato in questo documento.

Per meglio spiegare i vari passaggi matematici, si è fatto dapprima riferimento ad una prima rete ipotetica che rappresenta il beneficio minimo accettabile (30% di infezioni e 30% di recidive; punteggio qualità pari a 0 per definizione; inoltre vedasi più avanti la definizione del parametro MAMBumv) e poi riferimento ad una seconda rete ipotetica (10% di infezioni e 10% di recidive; prezzo offerto, 550 euro / dmq) scegliendo quest’ultima come esempio di calcolo dei punteggi.

Calcolo dei punteggi

Parametri “invariabili” riferiti a tutti i dispositivi

COSTOinf = Extra-costo per infezione; viene calcolato come differenza tra media pesata del DRG con CC 159 e 150 (fonte ARS 2017, comunicazione riservata) e la media pesata del DRG senza CC 160 e 151 (fonte ARS 2017, comunicazione riservata) da cui COSTOinf = €5.962,25 – €2.340,01 = €3.662,24

COSTOric = Costo per recidiva; viene calcolato come media pesata dei DRG 150 / 151 / 159 e 160 (fonte ARS 2017, comunicazione riservata) = € 3003,12

Orizzonte temporale: 3650 giorni

WTP = (soglia willingness to pay). Il valore della soglia WTP corrisponde a quanto viene riconosciuto a tale parametro a livello internazionale e / o nazionale; ad esempio: €40mila in Europa (estendibili fino a €60mila), $50mila negli U.S. (da estendersi a $100mila fino addirittura a $200mila) e £20-30mila nel Regno Unito. In questa sede si usa WTP = €60.000.

Base d’asta = 1100 euro / dmq

Unità monetaria virtuale (UMV): è definita come segue

UMV = (base d’asta) / 30 = 1100 / 30 = 36.67

Nel definire la base d’asta (1100 euro per rete), il bando di gara definisce l’unità di misura monetaria (o “unità monetaria virtuale”) della gara in riferimento ad una scala da 0 a 30, laddove questo intervallo di 30 punti corrisponde a l’intervallo tra 0 e la base d’asta (in questo caso, 1100 euro). Quindi, ogni punto vale un trentesimo della base d’asta. Per rendere coerente l’unità monetaria utilizzata per la qualità con quella utilizzata per il prezzo (ossia la UMV), si rende necessario convertire da euro a UMV il valore di NMB calcolato inizialmente in euro; in altre parole, si determina il parametro NMBumv (come indicato più avanti)

Utilità in assenza di eventi quali infezione o recidiva: si assume il valore di 0.70 (approssimando a 0.70 i valori riportati da Fischer et al. 2016; 137:647-59, che variano tra 0.694, pag.649, colonna 2, terzo paragrafo, e 0.707, pag.653, Tab.3).

Utilità in presenza di infezione: si assume il valore di 0.451 per 14 giorni (vedasi Fischer et al. 2016).

Utilità in presenza di recidiva: si assume il valore di 0.528 (vedasi Fischer et al. 2016) per 90 giorni; questa durata di 90 giorni corrisponde ad una cosiddetta “opinione esperta” non essendo tale valore riportato esplicitamente da Fischer et al. (2016).

Beneficio minimo accettabile monetizzato (espresso in UMV): è definito come segue

MAMBumv = valore del NMB espresso in UMV presupponendo incidenza 30% sia per le infezioni che per la recidiva

Parametri “variabili” riferiti a ciascun dispositivo

Indiceinf = Percentuale* di infezioni a 30 giorni post-intervento

Indicerec = Percentuale* di recidive a 24 mesi dopo l’intervento

QALYs = quality-adjusted life years§

*NOTA 1: Questi valori derivano dalla tabella presentata dall’Operatore Economico nella busta tecnica con elencazione delle incidenze di infezioni e di recidive rilevate in studi pubblicati su riviste recensite su Medline. Quando un operatore economico presenta separatamente tali indici in altrettanti studi clinici separati, il valore complessivo si ottiene dalla somma dei numeratori divisa per la somma dei denominatori.

§NOTA 2: QALY (quality-adjusted life year): corrisponde ad un “anno di vita guadagnato aggiustato per la qualità della vita” (Testa & Simonson 1996) ed è l’indicatore che quantifica il beneficio nelle analisi costo / utilità. Ad un QALY viene riconosciuto un controvalore economico massimo di €60.000 (vedasi definizione di WTP). A puro titolo esemplificativo il QALY viene determinato sulla base degli anni di vita guadagnati moltiplicati per un coefficiente, che esprime la qualità della vita (o utilità) e che è compreso tra 0 ed 1. Una utilità pari ad 1 corrisponde ad uno stato clinico di “completo benessere”, mentre una utilità pari a 0 corrisponde alla morte (o a situazioni di vita con totale compromissione clinica e per questo assimilabili alla morte). A seconda di quale sia il suo stato clinico del momento, un paziente può oscillare, nel corso della sua vita, tra valori anche molto diversi di utilità. Se supponiamo ad esempio che un paziente epilettico con totale controllo delle crisi abbia una utilità pari a 0,90 mentre un paziente con crisi scarsamente controllate abbia una utilità di 0,50, 10 anni di vita del primo paziente (che corrispondono al beneficio clinico di un ipotetico trattamento) corrispondono a 9 QALYs (10 × 0,90 = 9) mentre 10 anni di vita del secondo paziente corrispondono a 5 QALYs (10 × 0,50 = 5).

1. Calcolo del punteggio di gara riguardante la qualità§

Avendo premesso che disutilità = 1 – utilità e che il parametro QALD rappresenta i quality-adjusted life days e che l’utilità baseline è 0.7 si procede come segue:

a. Calcolo dei QALD (senza includere infezioni e recidive):

QALD = 3650 × 0.70 = 2555

b. Calcolo del DELTA-disutilità (DELTAdi) per infezione (in riferimento alla utilità baseline):

DELTAdi = 14 × (0.70 – 0.451) = 3.4860

c. Calcolo del DELTA-disutilità (DELTAdr) per recidiva (in riferimento alla utilità baseline):

DELTAdr = 90 × (0.70 – 0.528) = 15.48

d. Sottrazione dal valore di QALD dei “delta” di disutilità per infezioni e recidive:

QALD = 2555 – (DELTAdi × Indiceinf / 100) – (DELTAdr × Indicerec / 100) = 2553,10

e. Monetizzazione dei QALD in base alla soglia WTP (in euro):

NMB “parziale” per QALD = 60000 × QALD / 365 = 419.688,23

f. Sottrazione dal NMBparziale del costo delle infezioni e delle recidive (in euro), assumendo 10% per infezioni e 10% per recidive:

NMB = NMBparziale – (COSTOinf × Indiceinf / 100) – (COSTOric × Indicerec / 100) = 419.021,73

g. Conversione del NMB dalla espressione in euro alla espressione in UMV:

NMBumv = NMB / UMV = 419.021.73 / 36.67 = 11,427.87

h. Beneficio minimo accettabile (assumendo 30% per infezioni e 30% per recidive):

MAMBumv = 11.374,51*

* Valore precalcolato attraverso i passaggi a-b-c-d-e-f-g laddove il passaggio “f” presuppone le frequenze del 30% vs 30%.

i. Calcolo del punteggio di gara per la qualità:

Punteggio qualità = NMBumv – MAMBmv = 11.427,87 – 11.374,51 = 53,36

Essendo il punteggio-qualità inferiore a 70, non è necessaria la riparametrizzazione.

§ Posto che la disutilità è definita come disutilità = 1 – utilità, i parametri DELTAinf e DELTAric (espressi ambedue come disability-adjusted life days, DALDs) rappresentano la perdita espressa in DALDs che deriva da ogni evento di infezione o ricaduta, rispettivamente. Da notare, infine, che il percorso sopra illustrato di calcolo va ripetuto “i” volte, cioè tante volte quante sono le offerte pervenute per il lotto in esame.

Riparametrizzazione a posteriori.

Se uno qualsiasi dei valori di punteggioqualità supera 70, viene applicata (su tutti i valori di punteggioqualità) la seguente riparametrizzazione:

(a) si calcola dapprima il seguente parametro:

sottraendoriparametrizzazione = (punteggioqualità massimo) – 70

in cui punteggioqualità massimo, espresso in VMU, è dato dal punteggioqualità che è risultato più alto tra tutti valori presi in esame;

(b) tutti i valori di punteggioqualità vengono poi ricalcolati come segue:

punteggioqualità – ricalcolato = punteggioqualità – sottraendoriparametrizzazione

Il razionale di questa riparametrizzazione è il seguente. Se il medesimo numero viene sottratto indistintamente da tutti i valori di punteggioqualità, ciò non determina alcun cambiamento nelle differenze “testa a testa” tra i valori dei vari punteggi; al tempo stesso, ciò consente di rispettare il vincolo per cui tutti i punteggi debbono essere ≤70.

2. Calcolo del punteggio di gara per il prezzo offerto

Punteggioprezzo = 30 × [ 1 – (offertaiesima di prezzo in euro) / (1100 euro come base d’asta) ]

NOTA: si tratta di un calcolo da ripetere i-volte, cioè tante quante sono le offerte pervenute per il lotto in esame.

3. Calcolo del punteggio finale

Il punteggio finale è la somma del punteggio per la qualità e del punteggio per il prezzo offerto.

Punteggiofinale = punteggioqualità + punteggioprezzo = 53,36 + 15 = 68,36

Bibliografia di riferimento

  • Fischer JP, Basta MN, Krishnan NM, Wink JD, Kovach SJ. A Cost-Utility Assessment of Mesh Selection in Clean Contaminated Ventral Hernia Repair. Plast Reconstr Surg. 2016 Feb;137(2):647-59. doi: 10.1097 / 01.prs.0000475775.44891.56.
  • Testa MA, Simonson DC. Assessment of quality-of-life outcomes. N Engl J Med.1996 Mar 28;334(13):835-40.

L’approccio “value-based” come strumento per remunerare le tecnologie che massimizzano l’esito clinico

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Introduzione

È noto che il settore dei dispositivi medici (DM), a differenza di quello dei farmaci, è caratterizzato dalla scarsità dei dati di esito clinico e di costo-efficacia [1]. Infatti, mentre i farmaci, soprattutto quelli innovativi, vengono rimborsati applicando il cosiddetto “value-based pricing” [2,3], i dispositivi medici non sono sottoposti a tale criterio di contrattazione del prezzo [1]. Si ricorda che sono sempre più numerosi i paesi, europei (Inghilterra, Scozia, e recentemente Germania e Francia) ed extra-europei (Canada, Australia, Nuova Zelanda), che adottano il criterio del “value-based pricing”, quale modello decisionale per stabilire la rimborsabilità dei farmaci e anche dei dispositivi medici [2,3]. In estrema sintesi, l’approccio “value-based” si caratterizza perché il prezzo di rimborsabilità dell’intervento terapeutico in esame viene legato quantitativamente all’entità del beneficio clinico osservato negli studi clinici (il cosiddetto “valore” clinico).

In Italia, il procurement dei DM si basa generalmente sulla valutazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa attraverso l’assegnazione del punteggio riguardante l’offerta di prezzo (primo parametro) e di quello riguardante la qualità (secondo parametro) che viene calcolato tenendo conto delle qualità intrinseche dei singoli prodotti di uno stesso lotto di gara. Per qualità intrinseche si intendono soprattutto le caratteristiche tecniche del dispositivo, ma non la sua efficacia clinica. Proprio per questo, il beneficio clinico (leggasi: “value” secondo la terminologia anglosassone, ossia il valore terapeutico) non viene mai preso in considerazione come elemento prioritario ai fini dell’aggiudicazione del DM vincitore.

L’efficacia clinica e il valore terapeutico, invece, rappresentano un parametro importante anche nel campo dei DM, sia per decidere se rendere o meno disponibile il dispositivo nel SSN, sia per valutare comparativamente DM diversi tra loro, ma al tempo stesso caratterizzati da una sovrapponibilità terapeutica.

Si pone pertanto l’esigenza di intraprendere un percorso di acquisto dei DM che incorpori l’approccio “value-based”, e che quindi comprenda la valutazione del beneficio clinico [1]. Questo comporta il passaggio dalla fase attuale, nella quale il dispositivo medico è considerato come un “oggetto” dotato di certe caratteristiche tecniche, ad una fase nuova in cui il dispositivo medico è considerato come uno strumento che genera salute e che perciò determina un beneficio clinico.

In Italia, questo approccio può rappresentare un’innovazione profonda nel percorso di acquisto dei DM, e si possono utilizzare (per esprimere le informazioni di efficacia clinica) i tipici indicatori “evidence-based”, ormai largamente riconosciuti internazionalmente. Tra l’altro il concetto di procurement correlato al rapporto costo-efficacia è più volte richiamato anche nel nuovo codice sugli appalti (Decreto legislativo n. 50/2016) [4].

Da un punto di vista operativo l’applicazione dell’approccio “value-based” per l’acquisto dei DM può essere eseguita attraverso il calcolo dei seguenti parametri per ciascun dispositivo oggetto di gara:

  • il Net Monetary Benefit (NMB) [5-20];
  • il punteggio di gara legato alla qualità [16-20]:
  • il punteggio di gara dell’offerta economica.

Per quanto riguarda il NMB, esso utilizza parametri scientifici largamente utilizzati in campo biomedico e, in particolare, in campo farmacologico, i quali rappresentano tuttavia un’innovazione metodologica quando applicati al procurement dei DM in Italia.

Metodologia “value-based” e sua applicazione tramite Net Monetary Benefit (NMB)

Equazione 1

NMB per paziente = Valore soglia WTP × QALYs per paziente – Costo del trattamento per paziente

Il NMB è un parametro dell’analisi costo-efficacia e come tale valuta sia il costo che l’efficacia di un determinato intervento terapeutico [5,16-20].

Per ciascun dispositivo medico appartenente ad un determinato lotto di gara, il NMB viene calcolato usando l’equazione 1 [5,6].

Nella formula, le sigle hanno il seguente significato:

  • WTP (Willingness To Pay). Il valore della soglia WTP corrisponde a quanto viene riconosciuto a tale parametro a livello internazionale e/o nazionale; ad esempio, circa € 60.000 in Europa, $ 50.000 negli U.S. (da estendersi a $ 100.000 o addirittura fino a $ 200.000 e £ 20-30.000 nel Regno Unito.
  • QALYs (Quality-Adjusted Life Years). I QALYs [5-20] sono definiti come il prodotto del tempo trascorso (misurato in anni) per la cosiddetta “utilità” (la quale esprime la qualità della vita rilevata nei pazienti ed espressa su scala da 0 a 1). I QALYs per paziente devono essere coerenti con la prospettiva temporale prescelta che corrisponde alla durata dell’ipotetico follow-up del paziente. L’utilità può derivare da informazioni di letteratura oppure da misurazioni dirette eseguite sui singoli pazienti. I QALYs in genere si calcolano attraverso l’uso di modelli di simulazione, spesso improntati alla massima semplicità matematica.
  • Costo del trattamento per paziente. Si tratta di un parametro che dipende dalla prospettiva dell’analisi e che si caratterizza per i vari addendi da cui esso risulta essere composto (costo del prodotto più i restanti costi/risparmi eventualmente legati all’utilizzo del Dispositivo). Laddove le informazioni sui costi sono oggetto di discussione, è possibile usare, al loro posto, le tariffe (in particolare i DRG).

Componenti del Net Monetary Benefit

In riferimento allo schema riportato nella Figura 1, il beneficio (ovvero i QALYs convertiti in unità monetarie) sono raffigurati con la prima freccia a sinistra rivolta verso l’alto (valori algebricamente positivi); i costi assistenziali escluso il costo del DM sono raffigurati con la seconda freccia rivolta verso il basso (valori algebricamente negativi). Come meglio spiegato più avanti, nella operatività della gara si calcolano (separatamente) tanti valori di NMB quanti sono i dispositivi inclusi in nello specifico lotto (ad esempio, se 5 sono i DM da confrontare, 5 sono anche i valori di NMB che vengono calcolati). A questo proposito va osservato che il concetto di risparmio, utilizzato – come si sa – assai frequentemente nella valutazioni sulla spesa, non fa parte del calcolo dei singoli valori di NMB, ma emerge solo dopo aver completato tali calcoli. Il risparmio cioè emerge quando si eseguono i confronti ex post, rilevando ad esempio che il Dispositivo 1 determina un costo complessivo maggiore rispetto al costo complessivo del Dispositivo 2; solo in questa fase, essendovi un costo maggiore per il Dispositivo 1 rispetto al Dispositivo 2, si potrà affermare che il Dispositivo 2 consente un risparmio rispetto al Dispositivo 1 (pari, ovviamente, alla differenza dei due costi).

Il prezzo offerto del DM è raffigurato con la terza freccia rivolta anch’essa verso il basso (valore algebricamente negativo). Sommando algebricamente, per ciascun dispositivo, queste tre componenti si ottiene il risultato finale (“overall result”, quarta freccia). La gara viene aggiudicata al DM che produce il più alto valore di “overall result”, fermo restando che, nei calcoli dell’aggiudicazione, viene applicata una riparametrizzazione per rendere questi dati coerenti alla normativa in essere per la valutazione delle offerte economicamente più vantaggiose.

Sempre in riferimento alla Figura 1, la qualità comprende la componente del beneficio e la componente degli altri costi (cioè prima e seconda freccia); il prezzo comprende la terza freccia. Riassumendo: l’overall result incorpora sia le informazioni sulla qualità (con punteggio 0-70 generatocon la “riparametrizzazione”) sia quelle sul prezzo (con punteggio 0-30 anch’esso generato con la “riparametrizzazione”) e, pertanto, determina il risultato della gara con aggiudicazione della gara stessa al DM che ha raggiunto il punteggio più alto.

Figura 1. Le tre componenti che costituiscono il NMB

Applicare il NMB secondo le raccomandazioni del Nuovo Codice degli Appalti

Come precedentemente sottolineato, il costo del device (secondo la tradizionale impostazione farmacoeconomica dei calcoli riguardanti il NMB) dovrebbe essere compreso nella somma dei costi (sopra descritta come ultimo termine algebrico alla fine dell’equazione 1). Tuttavia, nelle procedure di gara è possibile tenere separato il punteggio sul prezzo dal punteggio sulla qualità con la messa a punto di un algoritmo standard. Più precisamente, tutti i benefici, i QALYs e tutti i costi (escluso il prezzo offerto per il device) partecipano al calcolo del punteggio qualità, mentre invece solo il prezzo del device partecipa al calcolo del punteggio sul prezzo (vedi Figura 1). Questa separazione dei calcoli è prevista dal Nuovo Codice degli Appalti [4]. La raccomandazione di attribuire fino a un massimo di 30 punti al prezzo e di conseguenza 70 punti alla qualità (criterio 30% prezzo vs 70% qualità), non modifica però il percorso logico del NMB che attribuisce una maggiore remunerazione ai trattamenti che dimostrano un maggior beneficio (come descritto nell’algoritmo riportato nell’Allegato A, disponibile sul sito della rivista: www.pphc.it).

Un’ultima considerazione riguarda l’obbligo di inserire, nel percorso di assegnazione dei punteggi, un valore di base d’asta individuato accuratamente in base alle informazioni di contesto. Il principale riferimento per il valore di base d’asta è costituito dall’importo del rimborso DRG della procedura in questione oltre che dallo storico delle aggiudicazioni per device similari. Orientativamente, la base d’asta non dovrebbe superare il valore del DRG altrimenti tanto più numerose sono le procedure eseguite e tanto maggiore è la perdita economica dell’azienda sanitaria In questi casi, può essere riconsiderata l’istruttoria HTA con lo scopo di verificare meglio i costi sanitari evitati con il DM oppure possono essere intraprese azioni per aggiornare il valore del DRG riconosciuto dalle istituzioni.

Un esempio di applicazione tratto dalla letteratura internazionale

Questo esempio fa riferimento ad una tesi sperimentale di laurea in Farmacia svolta presso l’Università di Firenze [22].

L’argomento è la riparazione dell’ernia addominale usando una rete biologica. I DM messi a confronto sulla base del NMB sono tre (Mesh A, Mesh, B e Mesh C). L’esito clinico dei pazienti è stato modellizzato sul lungo termine (10 anni) per mezzo dei QALYs prendendo in considerazione due end-point principali: [a] la percentuale di infezioni nei 30 giorni post-impianto; [b] la percentuale di recidive dell’ernia entro 24 mesi. L’analisi dei costi si è limitata ai soli costi diretti (principalmente, il costo delle ospedalizzazioni, oltre al costo della protesi impiantate).

Un presupposto richiesto dall’analisi è quello di dichiarare il “peggior risultato clinico accettabile” (oltre al quale il DM viene escluso senza valutazione), che è stato collocato ad un’incidenza massima del 30% sia per l’infezione che per la recidiva. Un altro presupposto è il prezzo massimo di base d’asta, collocato a 2.000 euro per rete. Da notare che sia il concetto del “peggior risultato clinico accettabile” sia il prezzo massimo accettabile rappresentano due parametri largamente utilizzati nelle attività di procurement sotto forma di qualità minima e base d’asta.

Valorizzando il QALY nella misura di 60.000 euro/anno per QALY, i risultati delle 3 protesi, espressi attraverso il NMB, sono descritti nella Tabella I. Viene anzitutto esclusa la Mesh A, caratterizzata da una performance clinica ben peggiore rispetto al minimo accettabile. Le altre due reti si attestano su una differenza di NMB attorno a poche centinaia di euro. Esaminando la penultima colonna e la terzultima colonna della Tabella I, si rileva che la rete più costosa (Mesh C, prezzo 1.400 euro) vince la gara rispetto alla Mesh B (prezzo 1.200 euro). Questo perché la percentuale di infezioni delle Mesh C (21%), in confronto con il dato della Mesh B (29%), conferisce alla prima un incremento di beneficio, il cui valore supera il sovraprezzo di 200 euro (che la Mesh C dimostra rispetto alla Mesh B).

Rete*

Infezioni a 30 giorni (%)

Ricadute a 24 mesi (%)

NMB** (€)

[colonna A]

Aumento del NMB nel confronto con una rete ipotetica corrispondente al MAMB (€)

Prezzo offerto (€)§

[colonna B]

Risultato finale (€)§§

Ranking finale

Rete A

41%

19 / 44

54,2%§

415.257

Escluso perché il NMB è inferiore al MAMB

Non applicabile

Non applicabile

Non applicabile

Rete ipotetica con il 30% di infezioni e il 30% di ricadute

30%

30%

417.065 assunto come MAMB

0

1.000

416.065

Ultimo

(esempio terzo)

Rete B

29%

19 / 59

26,4%§

417.307

242

1.200

416.107

Secondo

Rete C

21%

17 / 85

28,0%

417.557

492

1.400

416.157

Primo

Tabella I. Confronto tra 4 diverse reti: la vincitrice della gara è la rete C che è più costosa ma anche più efficace

* Dati estratti dalla referenza [2]

** I valori del NMB presentati nella tabella incorporano tutti i parametri dell’equazione 1, con l’eccezione del prezzo

§ Tutti i valori sono ipotetici

§§ Calcolato come [colonna A] – [colonna B]

Prospettive per la prosecuzione del progetto

Il percorso metodologico qui descritto comprende la definizione di tutti i calcoli matematici e descrive, nella bibliografia, una serie limitata di applicazioni realizzate su dati retrospettivi già pubblicati nella letteratura scientifica. Questo primo passaggio metodologico è fondamentale [6-22],perché testimonia l’avvenuta accettazione del metodo da parte della letteratura scientifica internazionale. Esso quindi garantisce che l’uso qui proposto dei dati clinici e dei QALYs è in linea con gli attuali standard della evidence-based medicine. Inoltre ESTAR ha redatto un primo capitolato di gara con la metodologia descritta per l’acquisto di reti chirurgiche biologiche.

La tappa successiva, che si prevede di realizzare nei prossimi mesi, corrisponde all’applicazione di questo metodo ad alcune gare sui DM (prevalentemente di classe III e impiantabili) inserite nella programmazione di ESTAR in condivisione con l’HTA regionale. L’ambito dell’HTA regionale è inoltre funzionale all’engagement di Clinici di riferimento rispetto ai device oggetto di gara con questa metodologia, allo scopo di definire gli end point più rilevanti per la valutazione del NMB e quindi in definitiva per la valutazione del valore clinico.

Bibliografia di riferimento

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  2. Mühlbacher AC, et al. The probabilistic efficiency frontier: a framework for cost-effectiveness analysis in germany put into practice for hepatitis C treatment options. Value Health 2017; 20: 266-72
  3. Stollenwerk B, et al. Communicating the parameter uncertainty in the IQWiG efficiency frontier to decision-makers. Health Econ 2015; 24: 481-90
  4. Decreto Legislativo 18 aprile 2016, n. 50.Gazzetta Ufficiale n. 91 del 19 aprile 2016
  5. University of York. Net Monetary Benefit (online). York Health Economics Consortium, 2016. Disponibile su www.yhec.co.uk/glossary/net-monetary-benefit
  6. Hirst M, et al. Cost-effectiveness modeling for neuropathic pain treatments: investigating the relative importance of parameters using an open-source model. J Med Econ 2018; 21: 930-5
  7. Leppert MH, et al. Cost-effectiveness of patent foramen ovale closure versus medical therapy for secondary stroke prevention. Stroke 2018; 49: 1443-50
  8. Maredza M, et al. A comparison of the cost-effectiveness of intramedullary nail fixation and locking plate fixation in the treatment of adult patients with an extra-articular fracture of the distal tibia. Bone Joint J 2018;100-B(5): 624-33
  9. Patel R, et al. Lifetime cost-effectiveness analysis of intraoperative radiation therapy versus external beam radiation therapy for early stage breast cancer. Cost Eff Resour Alloc 2017; 15: 22
  10. Simpson AN, et al. A cost-utility analysis of nonsurgical treatments for stress urinary incontinence in women. Female Pelvic Med Reconstr Surg 2019; 25: 49-55
  11. Whitty JA, et al. The cost-effectiveness of a patient centred pressure ulcer prevention care bundle: Findings from the INTACT cluster randomised trial. Int J Nurs Stud 2017; 75: 35-42
  12. Yue WW, et al. Quality of life and cost-effectiveness of radiofrequency ablation versus open surgery for benign thyroid nodules: a retrospective cohort study. Sci Rep 2016; 6: 37838
  13. Morris S, et al; International Carotid Stenting Study investigators. Cost-utility analysis of stenting versus endarterectomy in the International Carotid Stenting Study. Int J Stroke 2016; 11: 446-53
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  15. Kumar K, et al. Cost-effectiveness of spinal cord stimulation therapy in management of chronic pain. Pain Med 2013; 14: 1631-49
  16. Messori A, et al. Handling the procurement of prostheses for total hip replacement: description of an original value-based approach and application to a real-life data-set reported in the UK. BMJ Open 2017; 7: e018603
  17. Messori A, et al. The results of a pharmacoeconomic study: incremental cost-effectiveness ratio versus net monetary benefit. Heart 2017; 103: 1746
  18. Trippoli S. Incremental cost-effectiveness ratio and net monetary benefit: current use in pharmacoeconomics and future perspectives. Eur J Int Med 2017; 43: e36
  19. Trippoli S. L’analisi costo-efficacia come base per il procurement dei dispositivi medici. Recenti Progressi in Medicina 2017; 108: 374-8
  20. ESTAR 3-minuti. Uso delle reti biologiche per il trattamento dell’ernia ventrale primaria e incisionale. Numero 18, settembre 2017. Disponibile online su http://ps.estav-centro.toscana.it/index.php/component/content/article/2-non-categorizzato/16-estavc-3-minuti
  21. Messori A, et al. Value-based procurement of prostheses for total knee replacement. Orthopedic Reviews 2017; 9: 7488-92
  22. Craciun N. I dispositivi medici innovativi nella regione Toscana: percorso valutativo, acquisizione con metodi value-based e risultati dell’utilizzo clinico. College of Pharmacy, University of Firenze, Graduation Thesis, 15 ottobre 2018

Le principali forme di acquisto a supporto dei biosimilari

Stato dell’arte sul contesto legislativo e il Codice degli appalti

Nella strategia “Europa 2020” gli appalti pubblici svolgono un ruolo fondamentale in quanto costituiscono uno degli strumenti del mercato necessari alla realizzazione di una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, e, contemporaneamente, garantiscono l’uso più efficiente possibile dei finanziamenti pubblici.

Il contesto legislativo relativo agli appalti pubblici nel quale si muovono le amministrazioni in Italia è costituito, da una parte, dalla Direttiva europea 2014/24/UE, fortemente connotata da elementi derivanti dai principi di sostenibilità sociale ed ambientale, e dall’altra dal Decreto legislativo 50/2016 (Codice degli appalti), che ha apportato modifiche importanti al settore dei contratti pubblici. In particolare, il Codice degli appalti ha incentivato l’aggregazione dei fabbisogni e della responsabilità degli affidamenti, partendo dalla programmazione per poi affrontare gli affidamenti. Nell’ottica del miglioramento dell’efficacia del procurement pubblico sono risultate particolarmente significative le disposizioni contenute nel Codice relative all’esplicita introduzione della programmazione degli appalti anche per forniture e servizi; alla considerazione del costo totale sul ciclo di vita, non solo del prezzo; all’estensione dell’applicazione del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa (OEPV) per l’aggiudicazione; alla regolamentazione delle centrali di committenza e delle stazioni appaltanti, con la riduzione del numero e l’introduzione della loro qualificazione.

Nella programmazione e nell’esecuzione di un appalto pubblico, la decisione della procedura da impiegare riveste un ruolo critico e può influenzare non solo il risultato, e di conseguenza la disponibilità di un determinato bene o servizio per la comunità, ma anche il mercato, il sistema concorrenziale e i gravami derivanti dai possibili reclami o ricorsi.

Nella programmazione di un appalto pubblico, la scelta della procedura da adottare può rivestire un ruolo critico

A febbraio 2018 la Commissione Europea ha pubblicato la versione aggiornata del documento dal titolo “Orientamenti in materia di Appalti pubblici” dedicato ai professionisti che, operando nelle amministrazioni aggiudicatrici, «sono incaricati di pianificare ed effettuare l’approvvigionamento di lavori, forniture o servizi pubblici in maniera conforme alle norme, efficiente ed economicamente vantaggiosa». Di particolare interesse risulta il capitolo sulla scelta della procedura, al quale facciamo riferimento per tracciare una sintesi delle peculiarità delle procedure di gara maggiormente utilizzate nell’acquisto di farmaci, e cioè la procedura aperta, la procedura ristretta e quella negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara.

La procedura aperta è utilizzabile in tutte le tipologie di acquisti e si svolge in un’unica fase (selezione e valutazione). Tutti i candidati interessati possono presentare un’offerta, anche da paesi esteri. Si caratterizza per un alto livello di concorrenza, un basso rischio di reclami e un’alta trasparenza. Secondo la Commissione Europea, la percentuale di procedure aperte rappresenta un indicatore chiave del livello di concorrenza di un sistema di appalti pubblici.

Anche la procedura ristretta è utilizzabile in tutte le tipologie di acquisto; in particolare il Codice degli appalti (art. 61) la indica nel Sistema Dinamico di Acquisizione. In base alle indicazioni della Commissione Europea, può essere vantaggioso, per gli enti appaltanti, ricorrere a questa tipologia di procedura quando sono presenti sul mercato molti potenziali offerenti e risulta pertanto necessario elaborare un elenco ristretto. Infatti, questa tipologia di procedura prevede 2 fasi: durante la fase di preselezione, e a seguito della pubblicazione del bando, tutti i soggetti operanti sul mercato possono presentare una manifestazione di interesse che l’amministrazione aggiudicatrice vaglia esaminando i livelli richiesti di competenza e capacità professionale, tecnica e finanziaria, al fine di selezionare i soggetti da invitare alla gara. Data la maggiore discrezionalità in capo all’amministrazione aggiudicatrice, il rischio di corruzione o collusione è giudicato medio.

Il ricorso alla procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara è invece possibile solo in casi particolari (urgenza, beni e servizi esclusivi o infungibili), debitamente giustificati dall’amministrazione aggiudicatrice. È prevista solo la fase di selezione e valutazione, con possibilità di limitare il numero di partecipanti fino a uno solo. Di conseguenza, è molto ridotto il livello di concorrenza, mentre aumentano notevolmente il rischio di ricorsi e quello di collusione/corruzione.

La normativa UE considera gli accordi quadro uno strumento per gli appalti aggregati e, negli orientamenti della Commissione europea, vengono consigliati «per esigenze consolidate e ripetitive, quando l’amministrazione aggiudicatrice non conosce preventivamente l’importo del contratto o non sa esattamente quando si verificherà l’esigenza rilevata».

L’accordo quadro consente un elevato grado di flessibilità in contesti con esigenze consolidate e ripetitive

L’articolo 54 del Codice degli appalti illustra le principali caratteristiche dell’accordo quadro, stabilendone la durata (massimo 4 anni per i settori ordinari e 8 anni per i settori speciali) ed evidenziando le modalità di esecuzione dell’ordine distinguendo tra due tipologie di accordo: quello concluso con un solo operatore economico e quello concluso con più operatori economici. Nel primo caso, il soggetto che si aggiudica la gara è chiamato ad eseguire il contratto entro i limiti delle condizioni fissate dall’accordo e l’amministrazione può, se necessario, chiedergli di completare la sua offerta. Nel secondo caso, l’articolo 54 specifica i termini di affidamento dell’incarico e le modalità con cui l’amministrazione può riaprire eventualmente il confronto competitivo tra gli operatori economici e richiedere una proposta migliorativa in base alla presenza o meno, nell’accordo quadro stesso, di tutti i termini che disciplinano la prestazione dei lavori, dei servizi o delle forniture.

Lo strumento dell’accordo quadro consente alle amministrazioni pubbliche di ottenere un elevato grado di flessibilità nell’affidamento ed esecuzione di appalti con caratteristiche di ripetitività e di adattabilità per gestire gli appalti di manutenzione e fornitura ordinaria.

Come noto, la Legge di Bilancio 2017 (L. 11 dicembre 2016 n. 232) ha specificato ulteriormente le modalità di ricorso all’accordo quadro, in particolare per l’acquisto di farmaci biologici a brevetto scaduto e per i quali siano presenti sul mercato i relativi farmaci biosimilari.

In Tabella I si riporta un confronto dell’accordo quadro così come definito dal Codice degli appalti e dalla Legge di Bilancio 2017.

Decreto Legislativo n. 50/2016 – Art. 54

Legge n. 232/2016 – Art. 11 quater D.L. 95/2012

Comma 3-4

Le stazioni appaltanti possono concludere accordi quadro con un solo operatore economico o con più operatori economici

Nel caso di più operatori secondo i termini e le condizioni dell’accordo quadro, senza riaprire il confronto competitivo, se l’accordo quadro contiene tutti i termini, nonché le condizioni oggettive per determinare quale degli operatori economici parti dell’accordo quadro effettuerà la prestazione (da indicare nei documenti di gara).

L’individuazione dell’operatore economico parte dell’accordo quadro che effettuerà la prestazione avviene sulla base di decisione motivata in relazione alle specifiche esigenze dell’amministrazione

11-Quater

Per l’acquisto di farmaci biologici a brevetto scaduto e per i quali siano presenti sul mercato i relativi farmaci biosimilari, si applicano le seguenti disposizioni:

  1. le procedure pubbliche di acquisto devono svolgersi mediante utilizzo di accordi-quadro con tutti gli operatori economici quando i medicinali sono più di tre a base del medesimo principio attivo. Lotto unico con lo specifico principio attivo (ATC di V livello), i medesimi dosaggio e via di somministrazione
  2. i pazienti devono essere trattati con uno dei primi tre farmaci nella graduatoria dell’accordo-quadro, classificati secondo il criterio del minor prezzo o dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Il medico è comunque libero di prescrivere il farmaco, tra quelli inclusi nella procedura di cui alla lettera a), ritenuto idoneo a garantire la continuità terapeutica ai pazienti

Comma 4 c)

Riaprendo il confronto competitivo se l’accordo quadro non contiene tutti i termini che disciplinano la prestazione dei lavori, dei servizi e delle forniture

Tabella I. L’accordo quadro nelle previsioni del Codice degli appalti (D. Lgs. n. 50/2016) e della Legge di Bilancio 2017 (Legge n. 232/2016)

I vantaggi dell’accordo quadro rispetto a forme monopolistiche di acquisto

Nel corso del 2018 abbiamo assistito ad un notevole aumento nel numero delle gare indette, da diverse amministrazioni, sia a livello regionale sia a livello nazionale, per l’acquisto di farmaci biologici. Tra le motivazioni principali di questo aumento la disponibilità sul mercato di un numero crescente di farmaci biosimilari, conseguenza della perdita di brevetto di farmaci biologici originator dall’importante impatto clinico ed economico, che ha rappresentato un’opportunità per ampliare l’accesso ai pazienti e generare risparmi sulla spesa farmaceutica pubblica.

Con la scadenza dei brevetti dei primi originator, i soggetti responsabili della stesura dei bandi di gara e dei capitolati hanno dovuto affrontare la questione della composizione dei lotti di gara. Inizialmente la decisione è stata quella di prevedere lotti separati per farmaci originator e biosimilari, che sono stati però al centro di molteplici ricorsi da parte delle case produttrici. Si è generata così una significativa giurisprudenza in merito, anche se non sempre univoca.

La composizione dei lotti di gara rimane un elemento controverso

In questo senso, importante è risultato il parere AS 1049/2013 dell’Autorità Garante della Concorrenza e del mercato che, oltre a ribadire le considerazioni già espresse in una precedente segnalazione (AS 819 del 16 marzo 2011) circa l’illegittimità nell’esclusione di un principio di equivalenza terapeutica tra le due tipologie di farmaci e la piena riconducibilità delle stesse a un unico mercato rilevante del prodotto, considera come l’eventuale previsione di esclusive di acquisto di farmaci biologici originator debba sempre risultare parametrata a criteri oggettivi (es. percentuale di pazienti già in trattamento vs. pazienti naïve) e per quanto possibile sempre assoggettabile a successive revisioni, in vista dello sviluppo di un più ampio confronto concorrenziale con i farmaci biosimilari.

Simili raccomandazioni risultano del resto in linea, da un lato, con le previsioni dell’art. 1 della Legge di Bilancio 2017 (comma 407: «Le centrali regionali d’acquisto predispongono un lotto unico per la costituzione del quale si devono considerare lo specifico principio attivo (ATC di V livello), i medesimi dosaggio e via di somministrazione»), e dall’altro con la posizione espressa in sede comunitaria, secondo cui «la disponibilità di biosimilari migliora la concorrenza e può contribuire ad ampliare la platea dei pazienti che possono accedere ai farmaci biologici, contribuendo alla sostenibilità dei sistemi sanitari europei» (Commissione UE, 2013), oltre al secondo Position Paper di AIFA del 20 aprile 2018.

Più recentemente la sentenza 627/2018 del TAR Marche, non appellata, ha accolto il ricorso contro un bando di gara che aveva previsto, per il principio attivo epoetina (classe ATC di V livello: B03XA01) non un unico lotto ma tre distinti (epoetina alfa originator, epoetina beta originator, epoetina alfa-zeta). In questo caso i giudici hanno ritenuto che non esiste differenziazione tra i lotti, trattandosi di stesso ATC, dosaggio e via di somministrazione, per cui hanno dato ragione alla società ricorrente in quanto le modalità di esecuzione dell’accordo quadro garantiscono la continuità terapeutica e non risulta pertanto necessario prevedere lotti specifici dedicati ai singoli farmaci già utilizzati dai pazienti in terapia.

Di contrario avviso, seppur per diversa implicazione, si è espressa la Sezione III del Consiglio di Stato con recente sentenza del 5 febbraio 2019, n. 871 che afferma che epoetina zeta si basa su un principio attivo “analogo” ma non identico a quello del farmaco originator, per cui sulla base della relazione di AIFA del 2 maggio 2018 i medicinali in commercio a base di epoetina alfa sono tre, ovvero un originator e due biosimilari alfa (Binocrit e Abseamed).

La classica procedura aperta o ristretta, in mancanza di lotti distinti, mal si addice ad acquisti personalizzati: infatti l’aggiudicazione è unica, spesso a livello regionale e quindi non consente al clinico di scegliere il prodotto che meglio si addice al paziente, come nel caso di diversi farmaci da somministrare.

Lo strumento che maggiormente rende fruibile l’utilizzo di prodotti diversi di una stessa tipologia merceologica è l’accordo quadro che, per le sue specifiche, presenta una serie di vantaggi e risulta ampiamente utilizzato dalle amministrazioni pubbliche, in particolare per mediare tra farmaci biologici originator e biosimilari, anche in accordo con le previsioni della Legge di Bilancio 2017.

Lo strumento che maggiormente rende fruibile l’utilizzo di prodotti diversi di una stessa tipologia merceologica è l’accordo quadro

Innanzitutto, l’accordo quadro può presentare il vantaggio di “ri-personalizzare” gli acquisti nella fase applicativa, andando a bilanciare quella “spersonalizzazione” della domanda correlata inevitabilmente alla centralizzazione della procedura e alla conseguente necessità di standardizzazione che potrebbe comportare qualche criticità in merito all’aderenza al bisogno clinico dei beni aggiudicati tramite gara.

L’accordo quadro può inoltre ritenersi flessibile per quanto riguarda i soggetti beneficiari della fornitura da esso veicolata in quanto prevede, come evidenziato dal Consiglio di Stato, sezione III, nella pronuncia n. 5489 del 21 settembre 2018, la possibilità di subire modifiche durante il periodo di efficacia dell’accordo quadro nei limiti di natura quantitativa fissati negli atti di gara. Tali modifiche, sempre secondo la pronuncia del Consiglio di Stato, possono essere quantificate con il limite del 20% del valore previsto dall’articolo 106 del Codice degli appalti.

Occorre precisare che ci si potrà attendere un ridimensionamento della portata di tale decisione a seguito della recente sentenza emessa il 19 dicembre 2018 dall’Ottava Sezione della Corte di Giustizia Europea (Causa C-216/2017) a fronte dell’ordinanza n. 1690 del 9 marzo 2017 da parte del Consiglio di Stato sui quantitativi assegnabili nell’accordo quadro. La Corte ha sancito che i principi di trasparenza e di parità di trattamento degli operatori economici interessati alla conclusione dell’accordo quadro, previsti, in particolare, dall’articolo 2 della Direttiva 2004/18, sarebbero compromessi se l’amministrazione aggiudicatrice inizialmente parte dell’accordo quadro non specificasse la quantità complessiva oggetto di un tale accordo.

Come accennato in precedenza, l’aggiudicazione di una gara tramite accordo quadro con più operatori economici consente una maggiore disponibilità di farmaci per garantire le terapie farmacologiche già in atto, salvaguardando la continuità terapeutica e le esigenze cliniche dei pazienti.

L’accordo quadro multifornitore favorisce una maggiore apertura concorrenziale

L’accordo quadro multifornitore può comportare dei vantaggi anche a livello di sistema poiché favorisce una maggiore apertura concorrenziale assicurando ai fornitori una maggiore garanzia per competere. In questo senso, la funzione concorrenziale del mercato viene massimizzata con l’ottenimento di un abbassamento dei prezzi e di una maggiore sostenibilità, anche per le terapie innovative. Può innescarsi così un ulteriore meccanismo di incentivazione che, in presenza di un mercato appetibile, stimoli un sempre maggiore interesse delle aziende nella produzione e commercializzazione dei biosimilari.

L’alto livello di concorrenza e trasparenza assicurato dall’accordo quadro può contribuire inoltre a limitare il rischio di ricorsi e reclami rispetto alla procedura di gara.

Un altro vantaggio dell’accordo quadro riguarda la limitazione del rischio di rottura di stock, a fronte del lotto unico.

Infine l’applicazione dell’accordo quadro permette di evitare la diserzione delle gare e di ridurre il numero di procedure da attivare dal momento che permette di disporre da subito di una serie di farmaci per rispondere a tutte le diverse esigenze che possono presentarsi per assicurare differenti terapie non solo nei confronti dei pazienti naïve ma di quelli già sottoposti a cura.

Dalla lettura del grafico in Figura 1 si evidenzia che l’utilizzo dell’accordo quadro risulta consigliato quando si prevede la presenza di un numero di potenziali fornitori partecipanti superiore all’unità a fronte di un grado di eterogeneità della domanda da soddisfare rivolta a pazienti destinatari di farmaci originator e biosimilari. Di conseguenza scarso risulterà l’utilizzo dell’accordo quadro in presenza di un monofornitore.

Figura 1. Accordo quadro (AQ): opzioni di scelta

Conclusioni

L’adozione dei biosimilari può avvenire solo in un ambiente che tenga conto dei bisogni di tutti gli stakeholders per garantire informazione adeguata, un sano livello di competizione e una fornitura continua.

La valorizzazione della competizione nelle gare contribuisce a creare un mercato sostenibile

Una recente indagine di Kpmg sull’acquisto di farmaci ospedalieri a brevetto scaduto in 8 paesi europei, inclusa l’Italia, ha messo in luce alcuni ostacoli per l’accesso al mercato di farmaci generici e biosimilari. In particolare, per il nostro Paese, i maggiori disincentivi sono stati identificati in: eccessiva burocratizzazione degli appalti, meccanismi di aggiudicazione troppo lunghi, alto grado di incertezza (su tempi e quantitativi di ordine), aggiudicazione al massimo ribasso. L’analisi di Kpmg è corredata inoltre da una serie di indicazioni che potrebbero contribuire a creare un sistema di mercato maggiormente sostenibile, valorizzando la competizione nelle gare: privilegiare il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa rispetto al prezzo più basso, considerando anche altri elementi di valore, laddove presenti; riaprire le gare quando viene introdotto sul mercato un nuovo biosimilare o generico, anziché richiedere una riduzione del prezzo; prevedere una quantità minima e massima per lotto; alleggerire e semplificare le procedure di gara; ottimizzare il prezzo di base d’asta.

L’alto livello di concorrenza e trasparenza comporta un minore rischio di ricorsi e reclami

La presenza di un mercato maggiormente sostenibile può contribuire a garantire un elevato tasso di partecipazione alle offerte da parte delle aziende produttrici, per evitare l’aumento dei lotti deserti che si sta già verificando, a livello nazionale e internazionale, nell’ambito dei farmaci generici: secondo il rapporto Nomisma 2016 in Italia, nel periodo 2011-2015, il numero di lotti deserti nelle gare per i generici è cresciuto dal 22% al 27%, determinando una minore concorrenza nel mercato con possibili risvolti anche a livello economico. A livello internazionale, un caso importante si è verificato nel Regno Unito per un farmaco generico: nel 2017 il mercato vedeva protagoniste tre aziende competitor, mentre nel 2018 ne era rimasta una sola, a causa della cessazione della produzione da parte delle altre due; tale situazione ha comportato un aumento del prezzo a confezione da 1,59 sterline a 113,10 sterline, con un incremento di 70 volte e un esborso complessivo per il National Health Service di 315 milioni di sterline in più.

In conclusione, per creare un sistema sostenibile, l’accordo quadro appare come uno degli strumenti più efficaci per evitare derive monopolistiche o distorsive.

Bibliografia

  • Commissione Europea. What you need to know about biosimilar medicinal products, Consensus Information Document. 19 aprile 2013
  • Commissione Europea. Orientamenti in materia di Appalti pubblici per professionisti. Febbraio 2018
  • Kpmg. Improving healthcare delivery in hospitals by optimized utilization of medicines. QuotidianoSanità, 19 ottobre 2018
  • Nomisma. Il sistema dei farmaci generici in Italia. Spesa ospedaliera, effetti delle gare e sostenibilità. 2016
  • House of Commons. Committee of Public Accounts. Price increases for generic medications. HC 1184. Sixty-Second Report of Session 2017-19. 12 ottobre 2018

La centralizzazione degli acquisti: riflessioni sulle performance del sistema

La centralizzazione degli acquisti pubblici, in particolar modo in sanità, è ormai un dato di fatto. La definizione delle categorie merceologiche da acquistare obbligatoriamente attraverso iniziative dei soggetti aggregatori (vedi DPCM 24 Dicembre 2015 e DPCM 11 Luglio 2018) ha impresso un notevole impulso all’aggregazione della committenza. Le Regioni d’altro canto hanno visto negli acquisti un driver importante di efficientamento. L’assunto base della centralizzazione è che a una maggiore dimensione della gara, corrisponda necessariamente un maggior potere di acquisto e quindi la possibilità di ottenere condizioni più vantaggiose.

Prescindendo per un momento da considerazioni di merito sull’opportunità di orientare gli acquisti al prezzo, anziché al valore generato per il sistema e per il paziente, come dimostrano i risultati dell’analisi qui presentata, in realtà la relazione tra dimensione dell’acquisto e prezzo di aggiudicazione non è così immediata. A pesare, come si dirà in seguito, sono soprattutto le modalità con cui si costruiscono i lotti e il grado di competitività della procedura di selezione adottata.

I farmaci sono stati, per il loro peso relativo sulla spesa (37% dell’acquisto di beni e servizi non sanitari nel 2018) e supposta facilità di aggregazione, al centro delle iniziative di centralizzazione. Dall’analisi dei dati disponibili sul portale dei soggetti aggregatori risulta, infatti, che i farmaci rappresentano circa il 50% delle iniziative chiuse, in corso e programmate dei soggetti aggregatori e il 63% in termini di valore stimato (Figura 1).

Figura 1. Numero e valore delle iniziative dei soggetti aggregatori

Fonte: www.acquistinretepa.it – dati estratti in data 1/03/2019

I soggetti aggregatori fanno (e faranno nel caso di iniziative programmate) ricorso a diversi strumenti (Tabella I) per l’acquisto di farmaci. Se in termini di numero di iniziative la convenzione è lo strumento più diffuso, i sistemi dinamici d’acquisto (SDA) hanno via via assunto maggiore importanza in termini di valore. Dai dati disponibili il valore delle convenzioni censite è pari a 36 miliardi di euro, quello dei SDA è pari a 39,6 a cui aggiungendo lo SDA Farmaci del 2017 di ARCA Lombardia non figurante nel database, si arriva a 45 miliardi di euro. La durata media delle iniziative è di circa 28 mesi, quella dei contratti di 31, per complessivi 5 anni. Gli accordi quadro (AQ) valgono 3,8 miliardi di euro. È bene ricordare che gli accordi quadro sono obbligatori per le gare di farmaci biotecnologici quando i prodotti in concorrenza sono più di tre, ovvero un originatore e almeno tre biosimilari.

Anno

ND

Altro*

AQ

Convenzione

Gara su delega

SDA

Totale

2014

20

2

22

2015

19

26

1

2

48

2016

48

2

112

12

4

178

2017

40

6

87

1

5

139

2018

9

28

14

171

4

1

227

2019

15

14

37

60

126

2020

7

4

4

12

27

2021

2

1

1

4

Totale

31

155

63

489

20

12

771

Tabella I. Strumenti utilizzati dai soggetti aggregatori

Fonte: www.acquistinretepa.it – dati estratti in data 1/03/2019

* Procedure negoziate e alcuni appalti specifici all’interno degli SDA (per cui di fatto si ha un double counting di alcune iniziative)

Il ricorso a strumenti diversi dalla classica convenzione e appalto ha un impatto sul mercato. Un sistema dinamico di acquisizione, infatti, consente, accorciando i tempi di pubblicazione, di tornare più frequentemente sul mercato lanciando confronti competitivi frequenti per l’aggiudicazione degli appalti specifici. Questo permette alle stazioni appaltanti di stringere contratti più brevi e approfittare dell’uscita di biosimilari e generici in tempi più rapidi. La conseguenza è potenzialmente quella di accrescere le pressioni competitive con conseguenti ricadute in termini di prezzi di aggiudicazione. Oltre agli strumenti, occorre inoltre considerare le modalità con cui vengono definiti i lotti, con un passaggio da lotti merceologici a lotti funzionali in cui poter mettere in competizione farmaci per cui è dimostrata l’equivalenza terapeutica.

Questi dati tuttavia ci mostrano soltanto gli input del processo, occorre, infatti domandarsi quali siano gli esiti, quindi gli impatti effettivi sui prezzi. A questo proposito uno studio recente (Armeni et al. OASI 2018) ha approfondito la performance del sistema di acquisto di specialità medicinali da parte dei soggetti pubblici del SSN, in termini di concorrenza generata nel mercato dei farmaci (numero di offerte per lotto, sconto aggiudicato rispetto al prezzo ex-factory, fattori che influenzano la non aggiudicazione). L’analisi ha considerato tutte le procedure di acquisto pubblicate dal 2006 al 2016 (fonte IHS) ed è stata strutturata al livello dell’ambito competitivo rilevante (tipicamente il singolo lotto o sub-lotto).

Dai risultati emerge, innanzitutto, una diffusa riduzione del numero di lotti per gara che potrebbe essere interpretata come lo specchio di una sempre più marcata aggregazione dei lotti e di acquisti di prodotti specialistici, il che spiega anche la crescente proporzione di lotti semplici. D’altro canto, questo potrebbe anche essere frutto del crescente ricorso nel tempo ai sistemi dinamici di acquisizione per cui a grandi gare multi-lotto si sostituiscono appalti specifici. Dallo studio, sorprendentemente, non emergono rilevanti risultati legati alla tipologia di lotto. Intuitivamente un lotto più aperto (unico) dovrebbe portare a più offerte. Questo è confermato solo in parte, dato che le gare per lotti unici hanno una probabilità di andare deserte minore rispetto a quelle per lotti semplici, ma solo se la gara è regionale o di area vasta, mentre nel caso di gare aziendali o di network, il lotto unico è associato a probabilità di non aggiudicazione maggiori.

In merito al fenomeno della mancata aggiudicazione lo studio osserva un numero crescente di lotti andati deserti. Questo potrebbe dipendere da requisiti di partecipazione sproporzionati, da basi d’asta inadeguate, ancora da condizioni di fornitura giudicate inappropriate dalle imprese. D’altro canto si potrebbe trattare di comportamenti deliberati da parte delle imprese con il risultato di generare proroghe di contratti in essere o ancora forzare le singole aziende a ricorrere a procedure negoziate con la motivazione di gara deserta. Questo fenomeno, oltre a comportare costi amministrativi non indifferenti, nei casi peggiori può condurre a indisponibilità di farmaci con una riduzione dell’accesso dei pazienti alle terapie farmacologiche.

Le analisi hanno rilevato una riduzione dell’aggiudicazione di gare da parte dei generici, indice di un sistema concorrenziale sempre più maturo, in cui anche i farmaci branded offrono condizioni di prezzo vantaggiose per il SSN. Tuttavia, in merito agli sconti in gara, emerge che la scontistica risulta più elevata quando la gara viene aggiudicata a generici o biosimilari. Aumentano in modo rilevante le aggiudicazioni di biosimilari, grazie alle prime scadenze di brevetti di molecole biotecnologiche.

Riguardo agli effetti della centralizzazione lo studio giunge ad alcune considerazioni interessanti. Se si guarda al livello di competizione, ovvero al numero di offerte ricevute per ogni lotto, si osserva una crescita del numero di offerte nel caso di procedure aperte e dinamiche di acquisto/accordi quadro. In particolare, nel caso di farmaci biotecnologici, un lotto aperto a originatore e biosimilare si traduce in un numero maggiore di offerte riducendo sensibilmente la probabilità che il lotto non venga aggiudicato, oltre che a generare uno sconto più consistente. Gli effetti totali però non sono univoci, a testimonianza di due dinamiche contrapposte: da una parte il maggiore effetto competitivo presunto sui prezzi può rappresentare un’importante barriera all’entrata, dall’altra non partecipare ad una gara regionale significa non cogliere rilevanti opportunità di mercato.

In merito alla dimensione del lotto e all’ente aggiudicatario, la ricerca ha mostrato effetti statisticamente significativi nonostante un’entità dell’effetto piuttosto contenuta. Non emerge chiaramente, infatti, che il processo di centralizzazione degli acquisti (ovvero le gare pubblicate dalle centrali) porti ad uno sconto maggiore. Nonostante le due limitazioni riportate nello studio e cioè: i) la valutazione della performance delle gare si è basata sugli effetti diretti (esito delle gare stesse) e non ha indagato le conseguenze indirette come ad esempio la disponibilità effettiva dei prodotti; e ii) i lotti non sono stati distinti tra lotti con una molecola e lotti con più molecole (equivalenza terapeutica), le evidenze emerse sono abbastanza chiare. Dai risultati della ricerca condotta da Armeni e colleghi risulta infatti che le procedure e la modalità di definizione dei lotti (per alcuni aspetti) sembrano pesare di più rispetto al livello di centralizzazione. In altre parole, il potere contrattuale non è il risultato della mera forza bruta, misurata in dimensione della gara, quanto della capacità delle stazioni appaltanti, centrali di committenza o singole aziende, di adottare una strategia di acquisto efficace.

A livello internazionale Toulemon (2018) osserva come l’appartenenza a un gruppo di acquisto comporti un impatto sui prezzi di acquisto dei medicinali, con una diminuzione media del 2% del prezzo di acquisto rispetto agli acquisti individuali. Occorre però distinguere tra tipologie di medicinali. Se da un lato non vi è alcun impatto significativo dell’acquisto di gruppo per i farmaci in esclusiva, per quanto riguarda i farmaci in cui vi è presenza sul mercato di biosimilari/generici, i prezzi medi sono inferiori del 9% quando gli ospedali fanno parte di un gruppo di acquisto rispetto a quando acquistano singolarmente.

Entrambi i risultati sembrano confermare che in questo caso la centralizzazione non alteri dinamiche di mercato già presenti, ma le possa rafforzare accrescendo i costi di non partecipazione alla gara perché un fornitore si troverebbe tagliato fuori non solo da un’azienda, ma da un’intera regione.

La domanda che resta per certi versi irrisolta è come si misuri l’efficacia di un acquisto. Riprendendo quanto detto in precedenza non è detto che il prezzo sia espressione del valore. I temi della disponibilità dei prodotti, dell’innovazione, dell’orientamento agli outcome, necessariamente devono essere presi in considerazione laddove si parli di acquisti che impattano direttamente sulla salute dei pazienti. La centralizzazione è nata principalmente per generare risparmi in un momento di forte stress finanziario dell’SSN. La capacità di risposta del sistema ai fabbisogni, tuttavia, richiederà in futuro di concentrarsi effettivamente sulla creazione di valore. Questo richiede siano prese scelte politiche e strategiche chiare su qual è il livello di cure che il sistema sanitario è disposto a offrire e quali risorse impegnare.

Parere positivo in Danimarca per il biosimilare di adalimumab in dermatologia, gastroenterologia e reumatologia

Il Medicinrådet, il consiglio danese che si occupa di valutare l’introduzione di nuovi farmaci ospedalieri e di verificare la consistenza dei benefici per i pazienti, ha valutato positivamente l’utilizzo del biosimilare di adalimumab in dermatologia, gastroenterologia e reumatologia, in tutte le indicazioni già autorizzate per il farmaco originator e per le seguenti categorie di pazienti:

  • pazienti che non sono mai stati in terapia con adalimumab;
  • pazienti già trattati in precedenza con adalimumab e che, per una recidiva di malattia, necessitano di riprendere il trattamento;
  • pazienti sottoposti a trattamento con adalimumab.

Inoltre, ha confermato l’assenza di motivazioni tecniche che giustifichino una limitazione del numero di switch tra i biosimilari di adalimumab, pur suggerendo che il numero di switch dovrebbe essere ridotto al minimo, anche per evitare un eventuale aumento di risorse correlate alla necessità di informare correttamente il paziente sulle diverse modalità di somministrazione e utilizzo dei farmaci. È sottolineata quindi l’importanza di supportare il paziente, al momento della decisione sullo switch, con informazioni scritte e orali, e si ricorda come sia l’agenzia del farmaco danese (Lægemiddelstyrelsen) sia l’EMA abbiano predisposto materiali ad hoc.

Nelle conclusioni del documento rilasciato dal Medicinrådet si affronta un ulteriore aspetto di interesse: il gruppo di lavoro interdisciplinare ha infatti stabilito che le differenze in termini di volume ed eccipienti riscontrabili nelle diverse formulazioni di adalimumab (originator e biosimilare) non ne compromettono la parificazione. Una base importante anche ai fini dell’approvvigionamento dei farmaci e della costituzione dei lotti di gara.

Fonte

  • Medicinrådet, documento 24889 del 15 agosto 2018

Quali sono i progetti di HTA in Europa?

Health Technology Assessment

Secondo la definizione del Ministero della Salute italiano, l’Health Technology Assessment (HTA) è «un approccio multidimensionale e multidisciplinare per l’analisi delle implicazioni medico-cliniche, sociali, organizzative, economiche, etiche e legali di una tecnologia attraverso la valutazione di più dimensioni quali l’efficacia, la sicurezza, i costi, l’impatto sociale e organizzativo. L’obiettivo è quello di valutare gli effetti reali e/o potenziali della tecnologia, sia a priori che durante l’intero ciclo di vita, nonché le conseguenze che l’introduzione o l’esclusione di un intervento ha per il sistema sanitario, l’economia e la società».

L’HTA è nata nel 1976 negli Stati Uniti e in seguito si è diffusa in Europa, in America Latina e in Asia.

Lo sviluppo di molti nuovi farmaci negli ultimi anni è stato caratterizzato da un aumento di costi senza precedenti, che ha costretto i sistemi sanitari nazionali a ottimizzare ancora meglio le risorse a disposizione, nel tentativo di garantire il più possibile equità e universalità.

L’HTA completa e la Relative Effectiveness Assessment (REA) rapida, che valuta meno aspetti, sono entrate sempre più a far parte della procedura adottata dalle autorità nazionali per stabilire il prezzo e il rimborso delle tecnologie sanitarie. Vengono inoltre adottate dai policy maker per formulare politiche sanitarie che rispondano ai requisiti di sicurezza, efficacia, focus sul paziente e costo-efficacia.

La cooperazione sull’HTA a livello europeo

Le aziende che producono tecnologie sanitarie si trovano nella situazione di dover soddisfare i requisiti di ogni Paese, che variano notevolmente. Innanzitutto la costo-efficacia varia a seconda dei setting, così come il contesto politico e sanitario, le priorità nazionali e sociali. Inoltre i contenuti e la metodologia adottata per redigere l’HTA o la REA variano a seconda del sistema sanitario, dei processi di rimborso, della struttura socio-culturale e del PIL pro-capite.

Diversi Paesi europei hanno pertanto intrapreso un percorso per collaborare in merito all’HTA, al fine di incrementarne la qualità, l’efficienza e l’uso nei processi decisionali, ma sempre in accordo alle procedure e al quadro legislativo di ogni stato, secondo il motto “Evidence is global, decision is local”.

L’Unione Europea ha iniziato a dare impulso a progetti riguardanti la collaborazione sull’HTA a livello europeo nel 1993, arrivando a definirla una priorità nel 2004 e continuando tuttora a promuoverli e finanziarli.

Due enti sono responsabili di condurre la cooperazione sull’HTA:

  • l’HTA network, a cui partecipano tutti gli stati membri dell’Unione Europea, oltre a Islanda e Norvegia. Si tratta della “testa pensante” dell’organismo, che ha il compito di produrre policy paper e discutere sulle potenziali aree di collaborazione;
  • EUnetHTA Joint Action, a cui prendono parte Norvegia, Svizzera e tutti gli stati membri dell’UE ad eccezione del Lussemburgo. È il “braccio”, la componente scientifica e tecnica che esegue quanto deciso dall’HTA network.

Box. Articolo 15

Direttiva 2011/24/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 9 marzo 2011 concernente l’applicazione dei diritti dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera

Sinteticamente, afferma che:

  • l’UE promuove lo scambio di informazioni tra stati relativamente all’HTA
  • i principi della HTA network sono: trasparenza, obiettività, indipendenza delle perizie, correttezza procedurale e opportune consultazioni degli stakeholder
  • uno degli obiettivi è evitare la duplicazione delle valutazioni
  • l’Unione Europea contribuisce a finanziare gli aspetti amministrativi e tecnici, lo sviluppo e la condivisione dei metodi di valutazione dell’HTA, la condivisione delle informazioni, anche da parte di tutti gli stakeholder, la comunicazione tra l’HTA network e l’UE
  • le misure intraprese dall’HTA network non devono interferire con i poteri decisionali dei singoli stati membri in tema sanitario

L’HTA network

L’HTA network prende le mosse dalla Decisione di Esecuzione della Commissione nel 2013 per dare attuazione all’articolo 15 della direttiva europea del 2011 concernente l’applicazione dei diritti dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera (Box).

Si tratta di una rete che connette gli enti che si occupano di HTA. Comprende anche un network di stakeholder (HTA Network Stakeholder Pool) in qualità di osservatori, tra cui pazienti, health provider (come Società medico-scientifiche), payer e industrie. Beneficia del supporto scientifico e tecnico dell’EUnetHTA Joint Action.

L’HTA Network ha il compito di fornire raccomandazioni sui meccanismi scientifici e tecnici di cooperazione.

In un reflection paper sui prodotti farmaceutici del 2016, suggeriva diverse aree di possibile collaborazione, successivamente sviluppate, almeno in parte, dalla EUnetHTA Joint Action 3:

  • fase premarketing:
    • early dialogues/consulenza scientifica tra aziende produttrici, enti regolatori e di HTA;
    • definizione e descrizione dell’applicazione di unmet medical need e innovazioni terapeutiche;
    • sviluppo di piani per aumentare i livelli di evidenza;
    • programmi di horizon scanning per identificare terapie emergenti con potenziale valore aggiunto;
    • promozione di ricerca e dialogo con gli stakeholder;
    • promozione della cooperazione sulle metodologie di HTA usate;
  • ingresso sul mercato:
    • condivisione delle informazioni tra enti regolatori e di HTA per identificare la popolazione eleggibile per un dato trattamento;
    • condivisione precoce delle informazioni tra enti regolatori e di HTA per accelerare l’accesso a nuovi farmaci da parte dei pazienti;
    • standardizzazione dei report di valutazione;
  • fase post-marketing:
    • stilare linee guida per il disegno degli studi post-marketing;
    • sviluppare dei late dialogues con l’azienda produttrice;
    • collaborazione sulla generazione di dati di real world;
  • altre aree di possibile cooperazione:
    • farmaci orfani;
    • medicina personalizzata;
    • vaccini;
    • coinvolgimento dei pazienti e del personale sanitario;
    • Patient Reported Outcome/qualità di vita;
    • esplorazione dei possibili canali di comunicazione tra EUnetHTA, enti che si occupano di HTA, autorità nazionali competenti ed EMA;
    • definizione delle modalità di partecipazione di tutti gli stakeholder nell’interazione tra enti regolatori e di HTA;
    • garanzia di trasparenza da parte di tutti gli stakeholder.

EUnetHTA

Su proposta della Commissione europea e del Consiglio dei ministri, nel 2005 è stato avviato il progetto European Network for Health Technology Assessment 1 (EUnetHTA 1). Esso connette organizzazioni nominate dai governi, agenzie regionali e organizzazioni no-profit che producono o contribuiscono all’HTA. Inizialmente costituita da 35 organizzazioni con un orizzonte temporale di azione previsto sino al 2008, si è in seguito espansa sino a comprendere 81 organizzazioni facenti parte di 29 diversi Paesi europei. Al primo progetto sono seguiti altri 4, come illustrato in tabella.

Nome progetto

Orizzonte temporale

Budget investito

Obiettivi

EUnetHTA Project

2006-2008

n.r.

Esaminare possibilità, vantaggi e svantaggi di una collaborazione tra più Paesi

EUnetHTA Collaboration

2009

n.r.

Implementare la collaborazione permanente dei Paesi europei sull’HTA ponendo le basi per una Joint Action

EUnetHTA JA1

2010-2012

6.000.000 €

Realizzare una cooperazione efficace e sostenibile sulla valutazione delle tecnologie sanitarie in Europa

EUnetHTA JA2

2012-2015

9.500.000 €

Rafforzare l’applicazione pratica mediante lo sviluppo di strumenti e approcci alla collaborazione tra stati europei sull’HTA

Definire meglio i modi per creare una struttura sostenibile per l’HTA in Europa

Sviluppare una strategia generale, corredata da proposte di principi e di maniere per l’implementazione, per una collaborazione europea sull’HTA sostenibile, secondo i requisiti definiti nell’articolo 15 della direttiva europea del 2011 concernente l’applicazione dei diritti dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera (Box)

EUnetHTA JA3

2016-2020

20.000.000 €

Sulla base dei risultati ottenuti nelle precedenti Joint Action, sviluppare una collaborazione europea volontaria e sostenibile fornendo informazioni sull’HTA in modo obiettivo, affidabile, tempestivo e confrontabile

Preparare il terreno agli sviluppi successivi al 2020

Storia di EUnetHTA

JA = Joint Action; n.r. = non riportato

EUnetHTA si basa sui principi di universalità delle cure, accesso alle cure di buona qualità, equità, solidarietà e sussidiarietà nell’Unione Europea. Intende inoltre raggiungere una buona efficienza nella produzione di HTA per poter garantire la sostenibilità ai sistemi sanitari, e usare come metodi la miglior evidenza, standard metodologici comuni, fiducia e trasparenza.

Si occupa, inoltre, di favorire la produzione e il corretto uso di HTA. EUnetHTA, fungendo da piattaforma indipendente basata sull’evidenza, consente alle agenzie di HTA di condividere informazioni e metodi sull’HTA, gestendo al contempo la comunicazione con tutti gli stakeholder. Sviluppa infine alleanze per rafforzare le evidenze alla base dell’HTA e usare le migliori competenze scientifiche disponibili.

Aggiornamenti: conferenza del 9 luglio 2018

Il 9 luglio 2018 si è tenuta a Bruxelles una conferenza sul tema “The way forward for HTA cooperation – the views of stakeholders”. Si sono riuniti più di 300 policy maker, healthcare provider, rappresentanti di associazioni di pazienti e altri esperti. In tale occasione gli stakeholder hanno confermato il loro supporto alla cooperazione europea nell’ambito dell’HTA, auspicandone una crescita a livello di strutturazione, sostenibilità ed efficienza. L’obiettivo è consentire ai pazienti di accedere il più in fretta possibile alle migliori cure disponibili, ma anche risparmiare, consentendo una maggior sostenibilità dei sistemi sanitari. Parallelamente si andrebbero anche a ottenere maggiori qualità, potere predittivo e trasparenza.

Sono state fornite raccomandazioni in merito alla necessità di:

  • coinvolgere pazienti e medici, per garantire maggiore trasparenza e maggior attenzione al paziente. Per aumentare l’utilità dei loro interventi, potrebbe essere utile investire nella loro formazione;
  • generare evidenze che tengano conto dei bisogni dei pazienti e dei decision maker dei sistemi sanitari, obiettivi raggiungibili mediante il mantenimento della trasparenza;
  • gestire l’incertezza della fase post-marketing, traendo le evidenze dai registri e dai dati di real world.

Il lavoro di tutti gli stakeholder sarà particolarmente importante anche per la fase che della cooperazione HTA europea che inizierà dal 2020.

Il rafforzamento della cooperazione a partire dal 2020

A gennaio 2018 la Commissione Europea ha presentato una proposta per rafforzare ulteriormente la cooperazione sull’HTA dopo il 2020 in merito a:

  1. valutazioni cliniche congiunte dei farmaci (joint clinical assessment);
  2. consultazioni scientifiche congiunte fornite dagli organismi di HTA alle aziende produttrici (joint scientific consultations o early dialogues o dialoghi precoci);
  3. identificazione delle tecnologie sanitarie emergenti più promettenti (horizon scanning o esercizio di allerta precoce);
  4. cooperazione volontaria su altri aspetti.

Rimarrebbero appannaggio dei singoli stati le valutazioni di aspetti non clinici (economici, sociali ed etici) e le attribuzioni di prezzi e rimborsi.

Nell’ottica della riduzione dei tempi e degli sprechi, i singoli stati non potrebbero più effettuare le valutazioni cliniche dei farmaci, ma dovrebbero basarsi unicamente sui report derivanti dai joint clinical assessment.

Gli stakeholder verrebbero coinvolti in tutte le forme di cooperazione sopra descritte e verrebbero riuniti in un network.

Queste proposte, benché ispirate da principi condivisi, non incontrano il favore di tutti, in quanto i vari stati presentano notevoli differenze nella scelta degli elementi da considerare nelle valutazioni cliniche (endpoint, ruolo degli stakeholder, qualità delle evidenze, metodi, ecc.). Inoltre, anche se gli aspetti clinici verrebbero considerati una volta sola a livello europeo, rimarrebbero comunque da eseguire le singole valutazioni degli aspetti non clinici e dunque non potrebbe essere garantita quella tempestività nell’accesso alle cure che ci si auspicava.

Tale proposta deve ancora essere vagliata dal Parlamento e dal Consiglio.

Bibliografia di riferimento