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Farmaci e Covid-19: servizi a domicilio e farmacia di comunità sono la risposta per gestire le cronicità

La pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto straordinario sul Servizio Sanitario Nazionale. Uno degli aspetti più interessati da questa emergenza sanitaria è stata la distribuzione dei farmaci.

Durante i mesi di lockdown e nelle fasi successive in cui si sono alternate misure più o meno restrittive, non sempre infatti è stato possibile per i pazienti recarsi in ospedale per ritirare i farmaci o sottoporsi a visite specialistiche per rinnovare i piani terapeutici. Ma questo lo sapevamo già.

Quello che si sa un po’ meno è che molte persone, per paura o a causa di isolamento domiciliare dovuto alla quarantena, hanno cominciato a curarsi da sole, a preferire la farmacia del territorio all’ambulatorio del medico, a richiedere i farmaci etici a domicilio e a buttarsi letteralmente sull’online per comprare qualsiasi altro farmaco da banco. La gente non vuole più uscire di casa. No, finché ci sarà il virus in circolazione. E vuole ricevere tutto direttamente a domicilio o, al massimo, nella farmacia del quartiere.

Un fenomeno favorito anche dalla ricetta dematerializzata che si è rivelata un’autentica rivoluzione, di quelle per cui vale chiedersi come mai non sia stata fatta prima.

Per tutte queste ragioni, la distribuzione dei farmaci dovrà essere ripensata, coinvolgendo le farmacie territoriali che in questi mesi si sono dimostrate non solo centri dispensatori di farmaci, ma presidi territoriali fondamentali per dare ascolto, fornire prestazioni in telemedicina e rimanere vicino ai pazienti. Il tutto mentre i conti faticano a quadrare, con la spesa convenzionata sempre in calo, una remunerazione dei farmaci ferma al palo e una spesa ospedaliera fuori controllo.

Come si possono quindi consolidare e sviluppare le scelte portate avanti nella pandemia? Quali ulteriori cambiamenti si possono implementare a livello regionale per garantire la prossimità del farmaco ma anche il monitoraggio e l’appropriatezza prescrittiva?

A queste e altre domande abbiamo cercato di rispondere nella Diretta Live dello scorso 10 dicembre, intitolata “Distribuzione dei farmaci: quali riflessioni trarre dall’emergenza Covid-19?” e a cui hanno partecipato come relatori Annarosa Racca, Presidente Federfarma Lombardia e Fausto Bartolini, Direttore del Dipartimento Assistenza Farmaceutica, USL Umbria 2, Responsabile SIFO Area Logistica, innovazione e management.

I nuovi canali: a domicilio, sotto casa, online

Il percorso tradizionale per cui un paziente, ad esempio per una patologia cronica, si reca in ospedale per ritirare i farmaci è stato completamente messo in discussione. La pandemia ha fatto saltare tutte le regole: dagli iniziali problemi di approvvigionamento di farmaci e dispositivi si è passati alla difficoltà oggettiva di poter seguire i pazienti nelle strutture ospedaliere, sia per visitarli sia per permettere loro di ritirare i farmaci.

“L’emergenza ha forzato il sistema – ricorda Bartolini – e ha alterato il normale flusso prescrittivo, erogativo, di monitoraggio e gestione dei farmaci. Anche la visita specialistica è stata limitata. In buona sostanza, una parte di popolazione non ha potuto usufruire dell’assistenza sanitaria in termini di visite diagnostiche, ricoveri e prescrizioni”.

Uno dei modi per risolvere in via temporanea il problema è stato quello di rinnovare i piani terapeutici in automatico e in questo hanno aiutato anche le farmacie di comunità. Ma il rinnovo automatico ha limitato l’accesso alle visite di follow up che normalmente si fanno.

“Oltre a queste difficoltà- ricorda il responsabile SIFO – abbiamo notato limitazioni anche nelle consegne a domicilio. In altri casi, invece, non siamo stati pronti come SSN a cogliere le proposte dei fornitori sulle modalità di consegna di alcuni farmaci per terapie importanti e croniche. Il SSN non era pronto a inserire nel canale prescrittivo ed erogativo questo tipo di servizio e quindi non lo abbiamo sfruttato”.

Perché è vero che per i farmaci innovativi occorre seguire il paziente in ospedale, ma per molti altri medicinali, soprattutto quelli più datati, la distribuzione potrebbe essere fatta direttamente in farmacia, potenziando la rete territoriale.

L’emergenza ha modificato il consueto flusso prescrittivo, erogativo, di monitoraggio e gestione dei farmaci

Come ha affermato Annarosa Racca: “La pandemia ha cambiato il nostro lavoro di farmacisti, ma ha cambiato anche le abitudini dei pazienti che per paura, per la quarantena e per altre ragioni, a un certo punto hanno smesso di curarsi, abbandonando le terapie. Noi abbiamo quindi un ruolo importante nel favorire l’aderenza terapeutica e dobbiamo lavorare insieme ai colleghi ospedalieri in questo senso. Anche perché i pazienti non vogliono più muoversi da casa, desiderano avere i farmaci a domicilio o, al massimo, nella farmacia di quartiere”.

Oppure comprarli online. In rete non si possono acquistare farmaci su prescrizione, è vero, ma gli acquisti di medicinali da banco o dispositivi medici come gel alcolico e mascherine sono permessi. A ben vedere i dati delle vendite dei primi mesi del 2020, c’è da credere che la pandemia abbia giocato un ruolo straordinario nella crescita del canale online. Secondo IQVIA – il provider globale di dati e analisi in ambito farmaceutico – il mercato a volumi dei prodotti da farmacia venduti online nei primi nove mesi dell’anno è cresciuto del 76% rispetto al 2019. La classe di prodotti più acquistati è stata quella della cura personale (in cui rientrano gli igienizzanti per le mani) e quella dei dispositivi medici, che hanno quasi raddoppiato le vendite rispetto all’anno precedente (+95% e +94% rispettivamente).

Amazon Pharmacy, attivo negli Stati Uniti anche per la vendita di farmaci su prescrizione, pare ancora lontano, ma non è detto che prima o poi riesca a sbarcare anche nel Bel Paese: “Io penso che la salute sia una cosa seria – ha ribadito la presidente FederFarma Lombardia – e in Italia abbiamo la fortuna di avere validi medici e farmacisti, e una farmacia sotto casa. Non dobbiamo tirarci indietro di fronte alle novità, però la prescrizione deve essere sempre mantenuta in capo al medico. Non per niente in Italia non c’è contraffazione, e questa è una delle grandi ricchezze che dobbiamo preservare. Il farmaco è un bene prezioso e la nostra salute lo è ancora di più, non buttiamo via tutto solo per avere una scatoletta di pillole a casa e a basso costo”.

Un farmaco non è un bene come gli altri

Il servizio di consegna farmaci a domicilio non funziona come quello per ordinare un altro oggetto qualsiasi in un negozio online. Consegnare farmaci a domicilio significa sapere esattamene di cosa ha bisogno la persona, in quali dosi e in quali periodi. Occorre un’organizzazione che non può essere generalizzata, ma personalizzata sulla specifica patologia. E, soprattutto, gestita in modo che il paziente rimanga aderente alla terapia. “Ogni servizio a domicilio – riprende Bartolini- andrebbe pensato non solo in base alle condizioni del paziente, ma anche a quelle del territorio. E nel progetto va compreso anche il ruolo del medico di famiglia e quello delle famose Case della Salute, rimaste sulla carta e mai implementate”.

In questi mesi, oltre al SSN, anche FederFarma insieme alla Croce Rossa Italiana si sono date da fare (e continuano a farlo) per portare i farmaci a casa dei pazienti più fragili. Anche diverse aziende farmaceutiche si sono attivate in questo senso.

La pandemia ha cambiato il lavoro dei farmacisti, ma anche le abitudini dei pazienti

L’assistenza farmaceutica, sia ospedaliera sia territoriale, dovrà quindi lavorare per offrire un percorso nuovo e integrato con tutte le professioni sul campo per cercare di andare incontro, consegnando dove possibile il farmaco, a casa o nella vicina farmacia, e riferendosi all’ospedale solo per le criticità e le cure intensive.

Un obbiettivo che in realtà dovrebbe far parte del PHT, Prontuario della distribuzione diretta per la continuità assistenziale H (Ospedale) – T (Territorio), nato con lo spirito di garantire la continuità terapeutica dedicando le cure ospedaliere solo alle acuzie e alle intensive e lasciando al territorio la gestione della cronicità. Ma dalle parole non si è passati ai fatti. E poi è arrivato il coronavirus.

“Occorre rivedere il processo assistenziale sul territorio, a partire proprio dal PHT – sottolinea Bartolini. Noi farmacisti ospedalieri, anche come SIFO, vorremmo coinvolgere FederFarma per pensare a un nuovo modello di gestione territoriale dei farmaci, senza però indietreggiare sugli aspetti che riteniamo punti cardine della nostra professione e professionalità:

  • la dispensazione deve essere fatta dal farmacista, sempre più specializzato;
  • i farmaci ad alto impatto terapeutico necessitano di monitoraggio ospedaliero e periodico.

Su questo ultimo punto il controllo attuale andrebbe addirittura rafforzato e come SIFO stiamo lavorando in questo senso. Rispettando queste condizioni, dobbiamo iniziare a lavorare da un punto di vista logistico e di distribuzione dei farmaci per facilitare la vita ai pazienti”.

Il ruolo strategico delle farmacie del territorio

Nel primo periodo di lockdown le persone si recavano in farmacia non solo per acquistare farmaci, ma anche per ricevere consiglio, o una parola di conforto. “E quello è stato il nostro ruolo principale – commenta Racca – ma oltre a questo, abbiamo consentito ai pazienti di proseguire le terapie grazie alla possibilità di stampare la ricetta in farmacia, un’altra piccola rivoluzione. La gente che non può andare negli ambulatori medici per evitare assembramenti o perché deve rimanere a casa, riceve la ricetta dematerializzata che si può stampare in farmacia”.

Oltre alla stampa della ricetta e alla consegna dei farmaci a domicilio, le farmacie del territorio si sono rivelate preziose anche per il rinnovo dei piani terapeutici, per le autocertificazioni e la dispensazione di ossigeno liquido (fino a prima della pandemia in farmacia si poteva ritirare solo quello gassoso) fondamentale per aiutare i pazienti dimessi dall’ospedale dopo l’infezione da Covid-19.

L’assistenza farmaceutica ospedaliera e territoriale dovrà offrire un percorso nuovo e personalizzato

Ma la partita adesso si gioca sull’aderenza terapeutica, perché il rischio che le persone, per paura o per altri motivi legati alla pandemia, smettano di curarsi è alto.

Un modo per assicurare la continuità dei trattamenti è aumentare la distribuzione dei medicinali in farmacia, almeno per quei medicinali impiegati nella gestione delle patologie croniche, che esistono da tempo e non necessitano più di un monitoraggio costante da parte degli ospedali. “Con SIFO qualche anno fa avevamo iniziato un tavolo di lavoro portato in AIFA proprio per valutare questa possibilità. Credo sia giunto il momento di riprendere quel discorso”, ha concluso la presidente di FederFarma Lombardia.

Farmacista ospedaliero e territoriale insieme per la gestione delle cronicità

In attesa di eventuali aperture da parte di AIFA, come si potrebbe quindi gestire sul territorio un paziente cronico che segue un piano terapeutico? Grazie al farmacista territoriale. In una veste nuova, più competente, più tecnica e integrata nel SSN. Come ha proposto il dottor Bartolini in diretta, durante la Live, alla presidente Racca.

“Noi come farmacisti ospedalieri dobbiamo controllare i farmaci ad alto valore terapeutico – ha sottolineato il responsabile SIFO – e valutarli sotto il profilo del beneficio e della sicurezza in modo da soddisfare le necessità dei pazienti.  Per far questo, le farmacie di comunità ci potrebbero aiutare. Io vedo nella figura del farmacista territoriale un ruolo diverso, più integrato nel Servizio Sanitario Nazionale. Io vorrei proporre a Federfarma un accordo per un servizio più tecnico-professionale che non riguardi solo la competenza nella dispensazione, ma sia in grado anche di verificare l’appropriatezza della prescrizione rispetto al piano terapeutico, alla durata dello stesso, alle indicazioni approvate e alla posologia. Questo non significa che il farmaco vada sempre erogato anche qualora non necessario: la prestazione del farmacista è indipendente dall’erogazione ma è dipendente dalla qualità della prestazione”.

Quindi si andrebbe a prefigurare un nuovo percorso, dove alcune attività si vanno a sostituire, integrandosi, a quelle del Servizio Sanitario Nazionale.

“Credo che questo non sarebbe solo un servizio utile per noi farmacisti ospedalieri – continua Bartolini – ma si prefigurerebbe come nuovo percorso assistenziale, delegando alla farmacia di comunità un ruolo diverso e riservando al servizio sanitario altro ruolo, come quello della verifica dell’allocazione della spesa complessiva: in questo modo, i due servizi di controllo (territoriale e ospedaliero) si integrerebbero in un modello di monitoraggio che includa prescrizione, diagnostica, ricovero, visita specialistica, permettendo così di misurare quale beneficio apporta il farmaco, non solo in termini di terapia e di esito clinico, ma anche dal punto di vista assistenziale”.

Obiettivo è non solo garantire la dispensazione del farmaco ma anche la verifica dell’appropriatezza prescrittiva

Per Racca la proposta non solo è interessante, ma si potrebbe già attuare, perché l’esperienza e gli strumenti non mancano: “I sistemi informatici ci sono, siamo informatizzati in maniera straordinaria quindi penso che si possa veramente lavorare in questo senso: si possono comprare i farmaci più costosi dalle Regioni e distribuirli attraverso i nostri grossisti alle farmacie del territorio, mantenendo tutti gli attori informati. E la stessa cosa si può fare per monitorare la terapia. Noi abbiamo fatto già diversi esperimenti in questo senso sull’ambito cardiologico, sulla BPCO, sul diabete. Ogni volta abbiamo dimostrato come i farmaci fossero assunti con dosaggi sbagliati dai pazienti, quindi questo percorso è assolutamente fattibile e dobbiamo portarlo avanti insieme”.

 

Gli strumenti ci sono, la volontà di lavorare insieme anche. I farmacisti, sia ospedalieri sia territoriali, sono state tra le figure più presenti, attente e coerenti del sistema sanitario in questa emergenza. Il nodo centrale e delicato sulla gestione della cronicità potrebbe quindi essere risolto dall’assistenza farmaceutica, alleggerendo il carico degli ospedali.

Cruscotto Direzionale toscano: un nuovo strumento per monitorare i flussi farmaceutici

Intervista a Giulia Hyeraci, Agenzia Regionale di Sanità Toscana.

SIFO 2020: il farmacista ospedaliero al centro della nuova governance basata sui dati

Il dato sanitario è stato e continuerà ad essere protagonista della nuova governance farmaceutica, di cui il farmacista ospedaliero è uno degli attori principali. La pandemia ha messo in risalto il ruolo di questa figura nel Servizio Sanitario Nazionale e all’ultimo congresso SIFO (Società Italiana Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie), tenutosi in modalità virtuale, si sono approfondite tutte le potenzialità di questa professione: dall’uso dei dati real world alla galenica magistrale che ha sopperito alla carenza di farmaci durante la pandemia, dal ruolo pivotale del farmacista nelle sperimentazioni cliniche, fino alla gestione dei dispostivi medici. Una figura che non può più limitarsi a dispensare farmaci, ma deve saper dare un valore aggiunto al sistema ospedaliero e all’assistenza territoriale.

“Il farmacista ospedaliero – ha affermato Arturo Cavaliere, presidente SIFO – ha assunto un ruolo trasversale tra direzione strategica e assistenza, sviluppando capacità organizzative e manageriali che vanno ben oltre le competenze tecniche. Per questo motivo oggi è chiamato a governare questo cambiamento, partecipando attivamente al governo del sistema dei dati affinché questi si traducano in scelte di salute, in risposte concrete ai bisogni”.

La gestione dei dati sanitari

Nello Martini, presidente della Fondazione Ricerca e Salute, ha approfondito il ruolo del dato come strumento di pianificazione dell’assistenza: “Una società scientifica guida i processi assistenziali se è in grado di produrre dati e conoscenze rilevanti per il SSN: la SIFO, essendo una struttura trasversale a tutti questi processi (ospedalieri e territoriali), è una realtà centrale nella governance del nostro sistema di salute; in questo senso il nostro obiettivo è quello di passare dalla gestione del farmaco alla governance dell’intero processo assistenziale”. Per compiere questa evoluzione occorre lavorare su più fronti. Secondo Martini, il farmacista ospedaliero deve essere riconosciuto come figura centrale nella stratificazione del rischio e della programmazione della presa in carico e la sua professionalità deve essere considerata prioritaria nell’individuazione e monitoraggio delle popolazioni target dei nuovi farmaci e nella valutazione dei costi assistenziali integrati.

Il dato è uno strumento chiave nella pianificazione dell’assistenza

Nicola Magrini, Direttore Generale AIFA, ha aggiunto: “AIFA dispone di una grande quantità di dati sui consumi della farmaceutica che possono essere utili per i decisori di spesa, ma anche per ottimizzare le prescrizioni. La Nota 96 sulla vitamina D ne è stato un esempio.  Sono d’accordo che sia necessaria una revisione complessiva dei registri e dei sistemi di monitoraggio di AIFA: occorre limitarli all’essenziale, al monitoraggio nei primi anni di ingresso nel mercato, e usarli anche in modo epidemiologico e valutativo, non solo come filtro (o limite) all’accesso. In questo senso vanno alcune ultime note AIFA come quella sugli anticoagulanti orali NAO, ora prescrivibili anche dai medici di medicina generale. Per quanto riguarda la gestione dei dati, non va dimenticato (anzi, se ne parla troppo poco) dell’accesso al data base sul consumo dei farmaci che abbiamo fornito ai farmacisti ospedalieri. E la nostra idea è di mettere a disposizione tutti i flussi informativi di AIFA”.

Dispositivi medici, il ruolo centrale dei farmacisti ospedalieri

La gestione dei dispositivi medici è un’attività della farmacia ospedaliera di enorme importanza da un punto di vista clinico ed economico. A dirlo è Marcello Pani, Segretario nazionale SIFO. “Grazie alla professionalità del farmacista ospedaliero, le aziende sanitarie e ospedaliere possono garantire una governance sostenibile attuando una politica integrata di tutti i processi coinvolti, dalla codifica, al repertorio, dalle acquisizioni (gare) con i capitolati tecnici e le valutazioni delle offerte economicamente più vantaggiose per premiare la qualità del prodotto al giusto prezzo”.

Durante il congresso si sono approfonditi diversi aspetti, dalla qualità dei flussi informativi dei dispositivi medici, al management della Supply chain durante l’emergenza Covid-19, fino alle piattaforme per la raccolta dei dati da remoto.

Un altro aspetto da considerare è il Nuovo Regolamento Europeo sui dispositivi medici 745/2017 che diventerà operativo a partire da maggio 2021 e che, tra le sue novità, impone ai fabbricanti di mettere in atto piani di follow-up della sorveglianza post-commercializzazione, produrre relazioni sulla sicurezza e l’aggiornamento delle valutazioni cliniche e delle prestazioni per tutto il ciclo di vita di un dispositivo. Le istituzioni sanitarie, quindi, dovrebbero già oggi iniziare a riflettere su come poter raccogliere le informazioni sulla loro esperienza nel campo dei DM.

È necessario rinnovare i processi chiave per introdurre in modo sostenibile i DM innovativi

 

Bisogna inoltre lavorare sulla tracciabilità dei dispositivi, con l’introduzione del sistema di Identificazione unica del dispositivo (UDI) da applicare a tutti i device immessi sul mercato dell’UE, anche per favorire le attività post-commercializzazione legate alla sicurezza.

“L’importanza del settore – ha concluso Pani – rende necessario attuare nuove strategie all’interno dei processi chiave per consentire al SSN di introdurre in modo sostenibile i DM innovativi. In assenza di un ente regolatorio a livello nazionale, la SIFO propone alle Regioni di introdurre meccanismi premianti per i nuovi DM con valore aggiunto (value based health care o value based price) oppure modalità di pagamento MEA (managed entry agreement) basate sui risultati. Un po’ quello che si fa già per i farmaci innovativi”.

L’importanza della galenica nella personalizzazione del farmaco

Il farmacista ospedaliero del futuro deve essere in grado di realizzare farmaci nel laboratorio dell’ospedale tutte le volte che ce ne sia bisogno. Davide Zenoni, farmacista ospedaliero e primario dell’ASST Nord di Milano, già da qualche tempo ha attivato un laboratorio interattivo per farmacisti esperti: “Se ci limitiamo solo a registrare i farmaci e l’applicazione di una terapia, non ha più senso la nostra figura all’interno di un ospedale”. Il laboratorio attivato da Zenoni, chiamato L.I.F.E., è un corso in cui forma colleghi ed approfondisce le tematiche traducendole in attività concrete e in tempo reale. 

Davide Zanon, coordinatore area scientifica galenica clinica di SIFO, ha spiegato l’impatto sociale che può avere la farmacia galenica. “Ad esempio, può risolvere problemi legati ai farmaci orfani, sia perché supplisce alla mancanza di terapie efficaci, sia perché trasferisce l’innovazione tecnologica nella medicina”.

Altrettanto fondamentale è la continuità tra ospedale e territorio, perché il paziente, una volta dimesso, va seguito a casa costruendo un percorso che garantisca l’accesso alla terapia.

SIFO e la SIFAP, ovvero la Società italiana farmacisti preparatori, stanno lavorando su questo aspetto, ma è un processo lungo.

La galenica in questi mesi di pandemia si è dimostrata efficace perché laddove mancava il farmaco, si è cercato di riprodurlo in laboratorio, ma alcuni ospedali erano più attrezzati di altri. “La farmacia galenica ha dei costi – ha concluso Zanon – sia di personale sia di laboratori, e questo non è sempre sostenibile. L’ideale sarebbe avere per ogni Regione dei laboratori di riferimento a cui attingere risorse e know-how: anche questo è fare rete”.

I costi della galenica, per il personale e i laboratori, non sempre sono sostenibili

In tema di carenza di farmaci, Domenico di Giorgio, Dirigente AIFA Area Ispezioni, Certificazioni, Contrasto al Crimine Farmaceutico, ha chiarito quali siano le reali  criticità: “AIFA investe da diversi anni nella promozione di un approccio più scientifico al tema, che distingua tra problemi produttivi, distorsioni distributive, comportamenti lesivi della concorrenza nelle gare ospedaliere, e le difficoltà operative come la carenza di ossigeno, che in realtà rimanda a problemi di organizzazione, perché sul mercato la disponibilità di questo prodotto è dieci volte superiore alla domanda”.  Qual è dunque la strategia AIFA in questo ambito? “Puntiamo sulla collaborazione trasparente e strutturata tra tutti gli stakeholders per definire interventi, condividere interpretazioni normative e limitare l’impatto che una comunicazione spesso sensazionalistica e distorta ha sul fenomeno”. Per gestire la carenza di farmaci, AIFA in questi mesi ha lavorato per garantire l’interfaccia con la rete gestita da Assogenerici/Egualia e Farmindustria, ma dall’altra parte ha fatto sì che i flussi di richieste del territorio passassero per le Regioni, valorizzando e rendendo efficace il ruolo di queste importanti strutture centrali.

Dati misurabili per una governance farmaceutica efficiente

“L’avvento di terapie e dispositivi medici innovativi, come l’oncologia mutazionale o le terapie cellulari – ha affermato Paolo Abrate, membro del Direttivo SIFO e dirigente della S.C. Farmacia Ospedaliera, ASL TO4 – sta spostando l’asticella della rimborsabilità delle tecnologie, rendendo indispensabile un approccio, anche di Health Technology Assessment, basato sulla real world evidence. I farmacisti ospedalieri possono giocare un ruolo chiave nella raccolta e nell’analisi dei dati di real world di cui dispongono quotidianamente”.

Per fare questo, SIFO pensa a un network strutturato di “professionisti del dato” che lavorino non solo in un’ottica di HTA, ma anche e soprattutto di Health Technology Management.

Paolo Serra, esponente del Consiglio direttivo SIFO e Dirigente farmacista dell’Azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari, ha sottolineato: “L’HTA consente di effettuare una valutazione sistematica dei medical device sulla base di funzionalità, sicurezza, efficacia e costi. In questo modo, i prodotti potrebbero essere collocati nel corretto ‘place in therapy’, contribuendo a governare gli impatti organizzativi. L’obbiettivo è scegliere bene i prodotti, conciliando qualità assistenziale e controllo della spesa sanitaria”.

Per gestire l’innovazione di farmaci e DM è indispensabile un approccio basato su real world evidence e HTA

Il tema del processo di acquisto dei dispositivi medici nelle aziende sanitarie è infatti una delle grandi questioni su cui i professionisti lavorano per ottimizzare percorsi e approcci.

L’HTA può essere in questo senso un prezioso supporto che approfondisce la multidimensionalità della valutazione, a partire dai dati e dalle evidenze. “L’Evidence Based Pharmacy, l’EBP – ha proseguito Serra – consente di individuare le migliori evidenze disponibili in termini di prove di efficacia nell’ambito di un percorso di valutazione. Allo stesso modo, vengono analizzate e orientate le prescrizioni mediche in modo da garantire le scelte migliori per il paziente e il miglior rapporto di ‘pay for value’ per il SSN”.

La gestione della sperimentazione clinica negli ospedali

In Italia la sperimentazione clinica presenta alcune criticità: gli iter autorizzativi sono diversi a seconda delle Regioni, dei territori e dei comitati etici presso le aziende sanitarie od ospedaliere in cui sono incardinati. SIFO quest’anno ha deciso di richiamare l’attenzione su questi processi.

Barbara Meini, coordinatrice del comitato scientifico del Congresso SIFO e dirigente farmacista presso l’USL nord-ovest Toscana, ha spiegato: “La sperimentazione permette un accesso molto precoce a farmaci innovativi per pazienti che hanno terminato tutte le opzioni terapeutiche disponibili oppure per quei pazienti, spesso pediatrici, affetti da malattie rare per i quali non è disponibile alcun trattamento. In ragione di ciò, snellire ed armonizzare le procedure a livello nazionale ed europeo avrebbe un impatto economico, sociale ed etico rilevante”.

La sperimentazione consente un accesso molto precoce a terapie innovative ma gli iter sono da armonizzare

Le tecnologie nei trial clinici possono giocare un ruolo strategico: “A titolo di esempio – ha spiegato Meini – il monitoraggio da remoto consente di ridurre le visite dei CRA nei centri sperimentali, con conseguente riduzione dei tempi e dei costi del monitoraggio; altrettanto utile è l’informatizzazione del consenso informato che migliora la comprensione dei pazienti coinvolti negli studi clinici, riducendo così il tasso dei ‘drop-out’. Il ruolo del ricercatore nella farmacia ospedaliera oggi è sempre più importante perché può supportare le decisioni sull’assegnazione dei budget, sviluppare linee guida e strumenti di supporto decisionale da utilizzare nella pratica clinica. Anche nell’ambito della farmacia ospedaliera sono già in uso sistemi di IVRS, di etichettatura elettronica e barcoding utili per la tracciabilità interna attraverso software dedicati”.

In Italia sono stati avviati due progetti: il Voluntary Harmonization Procedure che coinvolge i comitati etici ed AIFA, e il Fast track, del Ministero della Salute e AIFA, per ridurre gli effetti “bottleneck” del sistema sanitario regionalizzato.

 

I temi su cui lavorerà SIFO nei prossimi mesi saranno mirati a rendere sempre più centrale la figura del farmacista ospedaliero nel presente e nel futuro del SSN: promuovere un’interlocuzione  con le Commissioni XII di Camera e Senato e Assessorati Regionali per intercettare nuovi indirizzi legislativi dedicati alla professione; rafforzare la qualità dell’assistenza farmaceutica;definire e creare strumenti di analisi, di indirizzo e programmazione utilizzando strumenti di real world data; implementare nuove tecnologie, metodiche e percorsi assistenziali per l’assistenza integrata ospedale-territorio; avviare programmi di counseling farmacologico e comunicazione al paziente; sviluppare una reale innovazione gestionale nella logistica e nei modelli di erogazione dei prodotti farmaceutici per l’efficienza e tracciabilità del sistema.

 

Rapporto sui farmaci in Toscana 2020: quali risultati nell’anno della pandemia?

Intervista a Rosa Gini, Responsabile Unità di Farmacoepidemiologia, Agenzia Regionale di Sanità Toscana.

 

Maggiori informazioni sul Rapporto sui farmaci in Toscana 2020 sono disponibili sulla pagina dedicata di ARS Toscana.

Terapie innovative: potenziale di cura e sostenibilità in Italia

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Curare malattie “incurabili” attraverso trattamenti “one shot”. Questa è la grande sfida raccolta dalle terapie innovative e avanzate, la nuova frontiera della medicina personalizzata. Ma quanto costano queste cure, sul lungo periodo, per il nostro SSN? Ha senso istituire un unico fondo per questi farmaci per ottimizzare le eventuali compensazioni o è meglio tenerli separati? Alcune terapie sono rimborsate secondo il payment at result. Basteranno meccanismi simili per renderle sostenibili?

Ne abbiamo parlato in una Diretta Live dedicata.

In questo Ebook abbiamo raccolto le principali domande emerse nella diretta, con le risposte degli esperti:

  • Giuseppe Curigliano, Direttore Divisione Sviluppo Nuovi Farmaci per Terapie Innovative, IEO
  • Francesco Macchia, Coordinatore Osservatorio Terapie Avanzate.

Terapie innovative: cure straordinarie, ma per renderle accessibili ci vuole partnership tra pubblico e privato

Le terapie avanzate sono il presente e il futuro della medicina personalizzata. Perché curano malattie incurabili e lo fanno in modalità “one shot”, con un’unica somministrazione. L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) al momento ha approvato 9 terapie e 5 di queste sono state immesse in commercio anche in Italia. Ma queste cure costano. Tanto. E per renderle davvero accessibili occorre ottimizzare i sistemi di pagamento (come i payment by o at result), superare la logica dei silos tra spesa ospedaliera e farmaceutica, implementare studi di HTA per valutare il costo di una terapia considerando anche i costi che non si sosterranno grazie a essa (meno ospedalizzazioni, rientro a lavoro per chi si è curato, etc.) e dotare il paese di centri di eccellenza che non solo studino queste terapie, ma abbiano le competenze per somministrarle. Una terapia avanzata, infatti, non si assume come una compressa di paracetamolo. Nel tempo le popolazioni target potrebbero essere molto più numerose, ponendo importanti quesiti di accesso: una cura che non si può somministrare, perché mancano centri specifici, serve a poco.

Di questo e molto altro abbiamo parlato nel corso della Diretta Live intitolata “Terapie innovative: potenziale di cura e sostenibilità in Italia” con due esperti del settore, Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione di Sviluppo di Nuovi Farmaci per Terapie Innovative dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e Francesco Macchia, Osservatorio Terapie Avanzate. Vi proponiamo qui un focus sul tema.

Che cosa si intende per terapie avanzate?

Con il termine di terapie avanzate (Advanced Therapy Medicinal Product, ATMP), si indica l’insieme delle terapie o farmaci innovativi che non si basano, come i farmaci classici, su molecole chimiche, ma su DNA o RNA, cellule e tessuti. Rappresentano un settore della biomedicina nonché la nuova frontiera per curare patologie gravi che non hanno alternative terapeutiche, come malattie genetiche, malattie croniche e tumori.

Le terapie avanzate si possono suddividere in quattro tipologie:

  • Terapia genica: usata per trattare malattie causate da geni difettosi. In questo caso il “farmaco” è il DNA o RNA (si parla quindi di terapie a RNA), molecole con le quali si mira a correggere il difetto genetico direttamente all’interno delle cellule del paziente inserendo una copia corretta del gene o modificandone la sua funzione. In questo settore sono incluse anche le tecniche di editing genomico, come la CRISPR- Cas che ha recentemente vinto il premio Nobel per la Chimica. Di recente l’Ospedale Bambin Gesù di Roma ha presentato risultati interessanti alla Società Americana di Ematologia sull’uso di questa tecnica per correggere i difetti genetici alla base di talassemia e anemia falciforme.
  • Terapia cellulare: utilizza una preparazione contenente cellule vive per ottenere un effetto terapeutico, diagnostico o preventivo. Un esempio di terapia cellulare è la Car-T, Chimeric Antigen Receptor (cellule T con recettore chimerico dell’antigene) che è un trattamento in cui i linfociti T prelevati da un paziente sono reinfusi nel suo organismo dopo essere stati modificati geneticamente in laboratorio, per aumentarne l’azione contro il tumore.
  • Ingegneria tissutale: si basa su cellule o tessuti ottenuti in laboratorio per rigenerare, riparare o sostituire un tessuto umano, come la cute, le ossa e la cartilagine.
  • Terapie avanzate combinate, che contengono uno o più dispositivi medici come parte integrante del farmaco.

Nel 2009 è entrato in vigore in Europa il regolamento CE n. 1394/2007 per disciplinare l’autorizzazione all’immissione in commercio di queste terapie innovative. L’approvazione di un ATMP passa attraverso il Comitato per le Terapie Avanzate (CAT) dell’EMA. Ma si tratta di terapie costose, che in alcuni casi superano il milione di euro a dose. La domanda è semplice, la risposta meno: tutto questo è sostenibile?

Potenzialità di cura

Per rispondere al quesito, cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando. Nei prossimi anni arriveranno decine di nuove terapie avanzate, utili soprattutto per curare malattie orfane o rare per le quali non ci sono delle risorse terapeutiche appropriate, ad esempio per determinate patologie pediatriche che spesso sono legate a rischi congeniti oppure patologie oncologiche di vario tipo: ad esempio, le Car-T potrebbero essere impiegate anche per curare neoplasie dove attualmente non c’’è un’indicazione, inclusi alcuni tumori solidi, soprattutto se si riesce a identificare un antigene specifico.  “Il Consiglio Superiore di Sanità presieduto dal professor Locatelli  – ha spiegato il professor Curigliano – ha istituito un tavolo di lavoro su questi temi, al quale sono seduti tutti gli stakeholders interessati: i rappresentanti di aziende leader nel campo della terapie avanzate, componenti dell’’Istituto Superiore di Sanità e rappresentanti del mondo accademico che si occupano di terapie geniche avanzate.  L’obiettivo di questo tavolo di lavoro è duplice: aumentare l’awareness delle istituzioni nei confronti di questi nuovi approcci terapeutici, e accelerare l’accesso all’innovazione soprattutto per patologie dove c’è un elevato medical need, coinvolgendo chiaramente quei centri in Italia dove c’è maggiore esperienza nella gestione di queste terapie avanzate”.

Un aspetto chiave riguarda l’accessibilità non solo in termini economici ma dei centri di somministrazione

Uno degli aspetti di cui si discute poco quando si parla di terapie avanzate è la loro accessibilità, e non solo in termini di disponibilità economica, ma anche di somministrazione. Per dispensare queste terapie, che vanno somministrate in ambienti dedicati e da professionisti preparati, occorre istituire centri specializzati in tutto il paese. Centri che somministrino e che siano coinvolti anche nella sperimentazione clinica. Nei prossimi 20 anni, quindi, molte più terapie saranno disponibili ma ci dovranno essere da parte del Ministero della Salute delle specifiche identificazioni di centri dove queste terapie possono essere somministrate.

Pagamenti, centri di somministrazione e mercato: le maggiori criticità da affrontare

Il problema dei costi è uno degli aspetti più complessi che si trovano ad affrontare tutti gli Stati. Perché ci si ritrova ad autorizzare terapie costose per le quali le evidenze scientifiche sono poche. Questo perché si riferiscono a popolazioni molto piccole e in molti casi non si hanno analisi sugli effetti a lungo termine. EMA per molte di queste terapie ha autorizzato un early access program per velocizzarne l’uso, ha ridotto le coorti di analisi e chiesto meno evidenze. Poi ha passato la palla ai Paesi Ue che sono quelli che devono pagare questi farmaci. Ecco allora che si è pensato a meccanismi come payment by e at result per cercare di pagare la cura secondo le performance e non a scatola chiusa.

“Questi meccanismi aiutano – ha affermato il dottor Macchia – perché si paga solo laddove si dimostra un’efficacia terapeutica, però non risolvono uno dei grandi problemi della nostra sanità ovvero quello dei silos. Le risorse per la farmaceutica rimangono nella farmaceutica, le risorse sanitarie rimangono nella sanità e quindi, quando acquisto una  terapia costosa, ho un alto costo sull’ambito farmaceutico che mi comporta, di conseguenza, una riduzione della spesa sanitaria, ma questa riduzione non viene usata per compensare il costo farmaceutico. Quindi il payment for result che sicuramente dal punto di vista tecnico è una risorsa straordinaria, dal punto di vista dell’applicazione pratica qualche problema lo può dare. Un altro problema è il dilazionamento di questi pagamenti. Di fatto spalmare il pagamento negli anni significa che prima o poi quel costo lo devo affrontare e quindi si genera un effetto nel medio-lungo termine invece che nel breve. Infine, c’è un problema di contabilizzazione perché le aziende sanitarie non possono qualificare la spesa per terapie avanzate come spesa per investimenti e quindi sono costrette a quantificare la spesa di quella terapia avanzata nell’anno in cui si utilizza. Su questo c’è una questione aperta con il Ministero dell’Economia e fino a che non si risolve, questi meccanismi di payment by result rimangono un po’ nel limbo”.

Il payment by result è uno strumento importante ma si scontra con la logica a silos della sanità italiana

Un’altra questione da considerare sono le analisi che si effettuano per valutare il costo della terapia: al di là del costo vivo del farmaco, occorrerebbe capire, con report come l’Health Technology Assessment (HTA), quali siano i costi nel caso si decidesse di non usare questo farmaco, oppure quali costi si potrebbero risparmiare in termini di ospedalizzazione, riacutizzazione, etc.

“Si sta lavorando a nuovi modelli di analisi in questo senso – prosegue Macchia – ma non c’è ancora una convergenza tra tutti gli esperti su come utilizzarli,  sia per impostare la valutazione economica sia per l’HTA. Le criticità sono diverse: occorrerebbe infatti usare HTA in uno scenario di incertezza come quello delle terapie innovative che, come abbiamo visto, sono studiate su piccole popolazioni di pazienti e con scarsa evidenza sugli effetti a lungo termine; vanno inoltre considerati l’organizzazione che ci vuole per somministrarle e l’impatto economico generale che non può basarsi su un orizzonte di 3 o 4 anni ma almeno arrivare a 10 anni, vedendo l’effetto su chi ha ricevuto le cure, chi è tornato a lavorare, etc.”.

Il fatto che l’Italia sia un mercato interessante e possa sviluppare eccellenze nel campo delle terapie innovative è fuor di dubbio, ma il governo deve prendere una decisione su come affrontare questa enorme opportunità: da una parte c’è la strada del mercato sostenibile, dall’altra c’è quella di sfruttare questo mercato per far diventare l’Italia, che è già all’avanguardia nel mondo sul tema dei farmaci orfani e delle malattie rare, un Paese in grado di esportare innovazione, tecnologia,  produzione.

L’Italia è all’avanguardia sui farmaci orfani e potrebbe diventare un Paese che esposta innovazione e produzione

“Per raggiungere questo obbiettivo – conclude Macchia – occorre puntare sul rapporto tra pubblico privato: se riusciamo a credere davvero in una collaborazione costruttiva tra aziende e Stato, allora possiamo veramente sfruttare questa opportunità, altrimenti limitiamoci a rendere il mercato sostenibile usando meccanismi di pagamento secondo i risultati”.

Partnership tra aziende, istituzioni e mondo accademico: la via per rendere le terapie sostenibili

Le terapie innovative hanno costi molto alti, ma se la popolazione di riferimento è molto ampia, il costo per dose si può abbassare. Un vaccino a RNA (come quelli anti Covid di Pfizer e Moderna), dai costi notevoli, può arrivare a costare 2-3 euro a paziente, perché parliamo di miliardi di persone. Se invece per certe terapie ci sono piccole popolazioni, allora i costi sono difficilmente contenibili perché l’azienda sostiene spese enormi per produrle. Una soluzione può essere quella della collaborazione tra privati e pubblico.

Se c’è stata una situazione che ha messo in luce il successo di una partnership del genere per questioni di salute, è quella che stiamo vivendo. Le aziende che entro le prossime settimane probabilmente ci forniranno vaccini anti Covid sono state aiutate dagli Stati.

“Credo fortemente nella ricerca sostenuta dalle aziende – sottolinea Curigliano – perché è illusorio pensare che noi come mondo accademico possiamo sviluppare dei farmaci, servono degli investimenti economici alti e solo con questa collaborazione si possono avere risultati. Se siamo arrivati in così poco tempo ai vaccini per il Coronavirus è grazie alla partnership tra il mondo delle aziende farmaceutiche, il mondo accademico e anche gli Stati perché non dimentichiamoci che Europa e Stati Uniti d’America hanno investito ingenti cifre su queste aziende per accelerare lo sviluppo del farmaco”.

Se i vaccini per il Coronavirus stanno arrivando in breve tempo è grazie alla partnership tra aziende, accademia e Stati

Tornando invece a quello che si potrebbe fare nell’immediato, un modo per ottimizzare la spesa per i farmaci innovativi potrebbe passare da una rivisitazione dei due fondi a disposizione per l’acquisto di queste terapie. Si tratta del fondo per farmaci innovativi oncologici e per altri farmaci innovativi, entrambi di 500 milioni di euro, istituti per la prima volta con la legge di Bilancio del 2017. Si è parlato di fondo unico, ma non tutti sono concordi: “Credo che questa scelta – spiega Macchia – rischierebbe di avere una terapia che fagocita poi tutte le altre, e questo lo vedo come un elemento rischioso sia sul tema dei fondi ospedalieri e territoriali sia per i fondi innovativi e oncologici. Quello che si potrebbe fare è una compensazione dei fondi, cioè laddove io non arrivo a utilizzarne una parte, quel fondo viene automaticamente (per quell’anno) spostato su quello che al momento è meno capiente. Questo si potrebbe fare subito, il problema è che andrebbe ad impattare su alcune risorse che poi vengono redistribuite a livello regionale e quindi c’è una contrarietà da parte delle Regioni”.

I fondi per i farmaci innovativi, oncologici e non, necessitano di una revisione?

Il fatto che i vaccini in dirittura d’arrivo per il SARS-COV-2 siano di fatto delle terapie geniche, sviluppate anche grazie all’aiuto degli Stati, potrebbe far compiere quel salto culturale che permetterebbe di rendere le terapie innovative davvero accessibili, attraverso accordi tra privati e governi che inizino fin dallo sviluppo dei farmaci e non si limitino a una semplice negoziazione sul prezzo finale. In questo modo, più che un mercato sostenibile, l’Italia potrebbe diventare volano di innovazione per queste terapie.

Rapporto Oasi 2020: quali criticità per l’SSN di ieri e quali prospettive per il futuro?

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Quali sono le lezioni apprese dallo tsunami Covid? E come usare in modo intelligente in conto capitale le risorse che stanno arrivando attraverso il Recovery Fund? Ma anche come impiegare in futuro le risorse aggiuntive arrivate in conto corrente? Sono alcune delle domande emerse durante la presentazione del Rapporto Oasi 2020 curato dal Cergas dell’Università Bocconi di Milano.

Le risposte non sono semplici, soprattutto alla luce del vaso di Pandora scoperchiato dalla pandemia, che ha messo a nudo una volta per tutte le molte criticità che interessano il Servizio sanitario nazionale (SSN) da molti anni. Ma su cui, per tutto questo tempo, si è chiuso un occhio.

Ed è proprio a partire dall’analisi dello stato del SSN ex-ante l’emergenza sanitaria e dalla comprensione delle rivoluzioni che l’hanno accompagnata che “si possono individuare le proposte evolutive per avere un SSN capace di valorizzare le risorse aggiuntive sia in conto capitale che in conto corrente che sono arrivate o che arriveranno”, ha spiegato il professor Francesco Longo, coordinatore del Rapporto insieme ad Alberto Ricci.

Le criticità del SSN di ieri

Come hanno confermato i dati presentati dagli esperti, le dinamiche storiche evidenziano che il SSN italiano è sobrio e molto sotto-finanziato. Soprattutto se paragonato a quello di altri Paesi: la Germania spende il doppio rispetto all’Italia; anche una nazione più frugale come il Regno Unito spende il 25%in più per la Sanità. Questo anche perché “per riuscire a sopportare la pressione degli ultimi anni sul contenimento del finanziamento si è invertita la relazione tra make or buy. E l’acquisizione per beni e servizi vale il 35%della spesa a fronte del 30% riservato al personale”, ha illustrato Longo.

Non si tratta però solo di finanziamenti mancanti. “Un altro dato acquisito è che la forte tendenza all’ingegneria istituzionale si è fermata e da due-tre anni, fortunatamente, ci si sta occupando di più dei contenuti rispetto alla cornice”, ha aggiunto.

A questo fenomeno si associano altri due processi importanti. Da un lato un peso sempre maggiore dato al livello regionale e centrale, e quindi alla visione dei sistemi regionali come dei sistemi unitari dove si riserva meno spazio alla singola azienda e più spazio al coordinamento complessivo. Dall’altro un tentativo iniziale di alcune Regioni di prendere in carico la cronicità, consapevoli del fatto che il 38%degli italiani è affetto da patologie croniche e consuma il 70%delle risorse. Insomma il quadro è quello di un sistema istituzionalmente più stabile che ha cercato di consolidare le funzioni centrali e di investire sulla cronicità.

Il SSN è stato molto sotto-finanziato, negli ultimi decenni

Il livello nazionale ha messo a fuoco alcuni obiettivi di esito o di esito intermedio. “Si è avverata la teoria dell’economia aziendale secondo la quale quando una cosa viene misurata diventa pubblica”, ha commentato il professor Longo. Che cosa significa in pratica? Che l’attenzione degli stakeholder del sistema si è concentrata su questi indicatori messi sotto sorveglianza. E che, dai tagli cesarei alle fratture del femore, si è avuto un miglioramento significativo degli standard. Così, se oltre al contenimento della spesa, si è riusciti a migliorare anche le performance di esito significa che si sono poste le basi per un percorso evolutivo positivo dalle buone prospettive.

Il dato più triste è invece l’aumento delle disuguaglianze nel Paese. “Il nostro SSN si dimentica spesso della sua ‘n’, che significa “nazionale”, ha rimarcato Longo. Succede infatti che anche se le Regioni meridionali stanno debolmente migliorando le proprie performance, lo fanno a una velocità nettamente inferiore rispetto a quelle settentrionali, andando così a incrementare le distanze tra Nord e Sud. Ne è prova ad esempio che a fronte di una riduzione media italiana dei ricoveri, l’incidenza dei ricoveri in mobilità sta aumentando.

 Sono migliorate le performance di esito, ma è cresciuta la disuguaglianza tra le Regioni

Esiste poi un problema notevole nella demografia della Pubblica amministrazione italiana, anche nel caso del SSN: oltre la metà dei medici ha più di 55 anni. “È un fenomeno che pone problemi organizzativi, ma anche in termini processi di innovazione dei processi. Non fosse altro che per l’adesione e la condivisione della trasformazione digitale della Sanità. Il debito sommerso che affligge il nostro Sistema Sanitario è proprio l’età dei suoi dipendenti. Non è un caso che tutti gli stakeholder di settore abbiano percepito come una boccata di ossigeno le 36mila nuove assunzioni”.

Le fratture generate dal Covid

Sono fratture profonde e radicali e avvenute in tempi rapidissimi. È accaduto l’opposto di quanto avvenuto negli ultimi 10 anni: l’aumento della spesa (+5 miliardi di euro), l’ingresso di 36mila nuovi operatori della salute, recuperando in pochi mesi il 75-80% del personale perso in un decennio. Un processo così fortemente accelerato che può comportare anche delle criticità, perché non è detto che si riesca a inserire così tanto personale in tempi così brevi in modo efficiente e soprattutto valorizzandone le professionalità, avvertono gli esperti dell’ateneo milanese. Come è il caso di USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) e infermieri di comunità: novità importanti dal punto di vista della geografia professionale del SSN, ma che potrebbero rischiare di trasformarsi nell’ennesimo silos che va a frammentare ulteriormente il territorio. Viceversa, se sono messi a sistema come parte dialogante della filiera dell’assistenza territoriale, potrebbero esprimere il loro massimo valore.

La pandemia ha innescato un cambio di marcia sugli investimenti e sul personale sanitario

Una cosa da non dimenticare, emerge dal Rapporto, è che è successo un piccolo miracolo: la cultura istituzionale, amministrativa e procedurale del SSN è diventata mission-driven. Si sono riscoperti ovunque i motivi per cui ci si occupa di Sanità e lo spirito pro-sociale che guida il personale sanitario, così come quello amministrativo e direttivo, rompendo gli argini delle burocrazie con l’unico obiettivo di rispondere alla priorità sociali del sistema. A cambiare è stata anche la governance, in molte aziende sanitarie, nelle aree vaste e nelle Regioni. Gli attori del sistema hanno creato comitati di crisi che hanno accorciato di colpo la governance mettendo insieme l’expertise di panel di clinici e manager che quasi giornalmente prendevano le decisioni che normalmente avrebbero richiesto uno o più anni.

Molto interessante il fatto che nelle Regioni più colpite durante la prima ondata c’è stata una modifica radicale nella geografia dei servizi in sole tre settimane. “I dati parlano da soli: in Lombardia, ad esempio il 42%dei posti letto sono stati trasformati in posti letto (Pl) Covid. Così come a livello nazionale il 20%dei Pl sono stati convertiti in Pl Covid, a riprova di una flessibilità del sistema del tutto inattesa”, ha illustrato Ricci. Un’operazione incredibilmente mission-driven.

“Mi ha molto colpito”, ha rivelato Longo, “il superamento degli steccati disciplinari dei professionisti. Come il dogma assoluto della divisione per materie e discipline è  ‘saltato‘ dalla sera alla mattina e anche i medici più blasonati si sono adoperati come terzo livello a supporto dei pazienti Covid, riscoprendo il vero spirito della missione dell’essere medico. Il tasso di superamento degli steccati è stato diverso da azienda ad azienda – in alcune fino al 95% – consegnando nelle mani dei manager un capitale plastico per misurare il capitale istituzionale della singola azienda”.

La geografia dei servizi è stata modificata radicalmente e in tempi brevi

Quanto alla digitalizzazione, essa ha toccato tutti i setting di cura e tutti i livelli professionali, con un processo di accelerazione davvero interessante. Senza dimenticare la novità principale che ha portato il Covid: che improvvisamente l’ospedale non è più il centro della Sanità, ma la popolazione tutta chiede la medicina del territorio.

Il futuro non è anteriore, ma semplice

Come guardare al futuro e cosa fare per mettere a posto le tessere di un puzzle che ha cambiato forma?

“Il primo grande bivio riguarda i 209 miliardi del Recovery Fund e la quota da allocare per la Sanità. Avendo come vincolo posto dall’Ue la spesa di questi fondi nell’arco di cinque anni, pena la loro restituzione”, ha puntualizzato Longo. La domanda quindi si trasforma in qual è la capacità di spesa del Sistema sanitario in conto capitale nel prossimo quinquennio?

Competenza e capacità delle Regioni saranno fondamentali per gestire i fondi europei

Un quesito a cui si accompagnano anche gli interrogativi riguardanti la competence e la capacity di alcuni assessorati regionali della Sanità. “Il driver di spesa sarà peculiarmente regionale e dipenderà da competence e capacity degli assessorati”, ha spiegato Longo aggiungendo che per una quota importante delle Regioni queste due caratteristiche sono molto carenti. A causa dello storico disallineamento tra l’investimento del Sistema sanitario e quello relativo alle funzioni centrali del suo governo, perché i fondi del SSN non possono essere spesi per rafforzare gli assessorati regionali. I dati del Rapporto, in effetti, segnalano che la distribuzione di personale degli assessorati rispetto al numero di abitanti è casuale. Senza contare che il personale degli assessorati è in media in là con gli anni e con competenze e background formativi spesso non allineati ai fabbisogni.

Quindi, dal momento che la capacità di spesa dipende dalla competenza e dalla capacità degli assessorati, nascono ulteriori interrogativi su come fare a utilizzare al massimo l’ingente quantità di fondi in arrivo dall’Ue.

Otto proposte per un SSN evoluto

Le organizzazioni complesse necessitano di tanti sistemi operativi di governo quante sono le dimensioni da presidiare. Se devo presidiare contemporaneamente la saturazione dei fattori produttivi, l’efficacia clinica e la ricomposizione dei percorsi per i pazienti devo attivare tre sistemi operativi di governo.

Secondo i ricercatori del Cergas, guardando ai bisogni degli assessorati, se ne individuano tre: controllo della spesa, controllo dell’evoluzione della programmazione sanitaria e della geografia dei servizi, controllo dello sviluppo di competenze e capacità.

Tre i potenziali tensori istituzionali a disposizione: il Mef che tradizionalmente controlla l’equilibrio economico e finanziario, il Ministero della Salute che definisce e controlla i Lea, e Agenas che contribuisce allo sviluppo delle competenze e delle capacità delle Regioni. “Se a queste tre distinte funzioni abbinassimo incentivi distinti, il gioco istituzionale potrebbe essere sofisticato e sosterrebbe l’evoluzione dei sistemi regionali. Potrebbe quindi entrare in gioco il fondino di conto corrente del Mef, le risorse in conto capitale che arriveranno al MinSal, mentre l’allentamento di alcuni vincoli amministrativi potrebbero essere la moneta di scambio per le Regioni che investono in competenze e capacità”, ha ipotizzato Longo.

In altre parole si tratta di far compiere un passo avanti al SSN, grazie al fatto che finora siamo stati forti sul primo tensore istituzionale e abbastanza attrezzati sul secondo. Resta da porre maggiore attenzione al sistema nel suo complesso.

Ecco quindi sul piatto otto proposte (Box) per arrivare a un SSN evoluto e rispondente alle richieste di salute di un futuro già presente. Naturalmente, ha chiosato Longo, “avendo sullo sfondo i cinque miliardi in più in conto corrente a disposizione per l’SSN e la cifra tra i 20 e i 70 miliardi in conto capitale che potrebbe arrivare dai fondi europei”.

Box. Otto proposte per un SSN evoluto e adeguato alle nuove richieste di salute

  1. Potrebbe essere il momento giusto per definire un livello stabile di investimenti tra SSN e PIL, 7,5%, incrementandolo dall’attuale 6,8%. Un obiettivo sfidante, ma non impossibile. Tra qualche anno, quando terminerà l’afflusso di queste risorse, riscopriremo di essere un Paese fortemente indebitato e dovremo aver investito avendo ottimizzato il beneficio sociale derivante dalla nostra spesa corrente.
  2. Investire in una capacità produttiva installata occupata sempre al 100%, ma flessibile. Così sarà possibile gestire le emergenze strategiche. La potenza produttiva installata, ma vuota, serve a poco.
  3. Diversificare le logiche di approvvigionamento, contrattualizzando una pluralità di fornitori, capaci di garantire vantaggi competitivi diversi, per costo, qualità e innovazione. E soprattutto localizzandoli in Italia così da sostenere la filiera life science nazionale che vale il 10%dell’economia del Paese. Senza dimenticare l’introduzione di criteri di selezione che non tengano conto solamente della componente “costo”.
  4. Trovare un nuovo modo di rinnovare le infrastrutture del SSN. Rinnovando gli ospedali che hanno già una casistica sufficiente e, viceversa, accorpando le strutture più piccole prive di questa caratteristica fondamentale per un’innovazione efficace. Gli stessi criteri del DM 70 dovrebbero valere anche per il territorio, dove ci sino molti ambulatori dispersi aperti poche ore alla settimana che non sono in grado di garantire la sicurezza clinica, la clinical competence e l’efficienza produttiva.
  5. Aumentare la produttività dei dipendenti del SN, riscoprendo il gusto di istituire logiche e strumenti di motivazione, incentivazione e diversificazione salariale pagando più e meglio chi produce maggiore valore per la collettività.
  6. Dato che ci si trova in una fase espansiva della forza lavoro del SSN, si deve riflettere sullo skill-mix. Su quanti medici e quanti infermieri in più sono necessari per rendere più efficiente l’assistenza sanitaria. Una domanda a cui rispondere interrogandosi sulla medicina di domani, sul concetto di standardizzazione e sulla digitalizzazione dei processi. Con l’obiettivo di spostare i camici bianchi sui processi a maggior valore aggiunto e gratificazione professionale.
  7. Destinare il 30%dei fondi europei al processo di trasformazione digitale della Sanità, ripensando i processi in ottica digitale.
  8. Istituzionalizzare la caratteristica del SSN mission-driven che si è resa evidente in fase di crisi. Partendo da una migliore definizione dei confini dell’autonomia del management e il ruolo della magistratura ex-post.

Riflessioni dal passato prossimo… per il prossimo futuro. Sanità in epoca Covid

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L’emergenza sanitaria legata alla pandemia di Covid-19 ha messo fortemente sotto stress il Servizio Sanitario Nazionale: come si può ripensare il sistema, accogliendo quanto di buono stiamo sperimentando in questi mesi e interrogandoci sulle possibilità di una “nuova normalità”?

Hanno risposto alle nostre domande diversi stakeholder della sanità:

  • Domenico Crisarà
    Il valore del territorio e delle sinergie consolidate
  • Francesco Gabbrielli
    Le sfide della telemedicina per un sistema stabile e sicuro
  • Francesco Saverio Mennini
    È ora di dare vita ad un “nuovo rinascimento” del nostro sistema sanitario
  • Gianluca Postiglione
    Una crisi che arriva da lontano e una scommessa per il futuro
  • Fausto Bartolini
    Come ripensare il percorso complessivo di logistica del farmaco?
  • Claudio Amoroso
    Servono nuovi modelli per il territorio, procurement strategico e valorizzazione della qualità nelle gare
  • Roberto Bonatti
    Su quali binari si sono mossi gli interventi normativi nel periodo della pandemia?

Distribuzione dei farmaci: quali riflessioni trarre dall’emergenza Covid-19?

L’emergenza sanitaria legata al Covid-19 ha messo in evidenza la necessità di una nuova riorganizzazione dell’offerta sanitaria fra ospedale e territorio che coinvolge anche i modelli di dispensazione dei farmaci. Nei mesi del lockdown sono stati messi in atto notevoli cambiamenti, e in tempi molto brevi. Basti pensare all’introduzione della ricetta dematerializzata o all’incremento del ricorso alla distribuzione per conto, che hanno contribuito in maniera significativa a ridurre gli accessi non necessari presso le strutture ospedaliere, salvaguardando i pazienti più fragili.
Alla prova dei fatti, si è verificato che questi cambiamenti sono tra quelli che possono migliorare l’assistenza territoriale ai pazienti, soprattutto in caso di patologie croniche. Come si possono consolidare e sviluppare le scelte portate avanti nella pandemia? Quali ulteriori cambiamenti si possono implementare a livello regionale per garantire la prossimità del farmaco ma anche il monitoraggio e l’appropriatezza prescrittiva? Con quali obiettivi e con quale impatto sulla spesa farmaceutica? Le istituzioni e i soggetti coinvolti sono pronti?

Ne parliamo con:

  • Annarosa Racca
    Presidente Federfarma Lombardia
  • Fausto Bartolini
    Direttore del Dipartimento Assistenza Farmaceutica, USL Umbria 2. Responsabile SIFO Area Logistica, innovazione e management

Modera:

  • Angelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Osteoporosi e Fracture Liaison Service (FLS): un innovativo modello di presa in carico del paziente cronico

Le fratture da fragilità rappresentano un importante problema di salute pubblica: sono infatti associate ad una maggiore morbilità e mortalità, con una riduzione in termini di qualità e aspettativa di vita.

Per ridurre l’impatto economico e sociale delle fratture da fragilità sono stati pensati e implementati diversi modelli multidisciplinari di presa in carico, gestione e monitoraggio dei soggetti con prima frattura osteoporotica, con l’obiettivo di prevenire le successive rifratture: i risultati di questi modelli ne stanno dimostrando la validità.

I Fracture Liaison Service (FLS) rappresentano il modello coordinato di prevenzione secondaria delle fratture più comune ed economicamente e clinicamente efficace. I FLS sono percorsi diagnostico-terapeutici, implementati all’interno delle strutture sanitarie, con l’obiettivo di ridurre il treatment gap nei pazienti con fratture osteoporotiche e migliorare la comunicazione tra le diverse figure sanitarie coinvolte.

 

A livello nazionale e internazionale esistono diversi modelli di FLS che differiscono per i servizi offerti: tra i diversi modelli messi in atto, quelli che prevedono percorsi specifici per l’identificazione, la valutazione, il trattamento e il follow-up dei pazienti supervisionati da un coordinatore forniscono i migliori outcome.

Elaborati per la prima volta nel mondo anglosassone alla fine degli anni ’90, si stanno diffondendo anche in Italia, con alcune esperienze già attive e altre in via di definizione e implementazione. Presentiamo qui il contributo di alcune realtà italiane che hanno scelto questo modello, raccogliendo il punto di vista sia dei clinici sia delle istituzioni.

Intervista ad Andrea Giusti

Dirigente Medico Struttura Complessa di Reumatologia, ASL3 Genovese

Andrea Giusti

Come è organizzato il vostro percorso e perché avete scelto il modello FLS per la presa in carico del paziente?

Il percorso FLS comprende due ortopedie non universitarie e un ospedale riabilitativo nell’area metropolitana di Genova: Villa Scassi, San Martino, e La Colletta (Arenzano). Per motivi di risorse, ci siamo concentrati sulla frattura di femore, che rappresenta anche la frattura più drammatica. Una volta implementato un percorso sulla frattura di femore, sarà più semplice estenderlo alla gestione di altre fratture.

Tutti i pazienti con frattura di femore dimessi dalle tre ortopedie vengono presi in carico da un team multidisciplinare molto ampio, composto da geriatri, reumatologi, ortopedici e relativo personale infermieristico. Il team valuta per ogni paziente le condizioni per l’avvio ad un percorso terapeutico-riabilitativo e indirizza i pazienti selezionati a questo percorso, suddiviso in vari momenti: la valutazione, la diagnosi e il trattamento.

Il trattamento consta di due fasi: innanzitutto la normalizzazione dei valori di vitamina D, che rappresenta un obiettivo assolutamente strategico, e successivamente, altrettanto importante, la prescrizione di un farmaco specifico per prevenire la rifrattura.

Obiettivo chiave del percorso FLS è la prevenzione delle rifratture

A questo punto i pazienti possono seguire varie vie, e qui si valorizza lo spirito creativo di noi italiani.  Rispetto agli altri Paesi noi abbiamo trasformato questo modello con creatività: in Inghilterra, dove il modello FLS è nato, adottano un approccio lineare e a tutti i pazienti viene prescritta la stessa terapia; noi invece personalizziamo la terapia sul paziente e la affianchiamo con altri interventi, di vario tipo. Ad esempio, da gennaio 2020 è attivo un ambulatorio per la prevenzione delle cadute, dedicato ai pazienti più anziani, più fragili e maggiormente a rischio di caduta. In un anno come questo, nel quale siamo stati costretti dal lockdown a interrompere l’attività da marzo a luglio, abbiamo già arruolato 80 pazienti, e non è poco.

Oltre a questo, sono previsti altri percorsi meno intensivi, che coinvolgono pazienti indirizzati a programmi di attività fisica adattata (AFA) sul territorio: in questo caso non si tratta di attività motoria riabilitativa ma di mantenimento e prevenzione. Infine, ci sono percorsi ancora meno intensivi dedicati a pazienti che vengono presi in carico nell’FLS, valutati, diagnosticati, avviati a terapia con vitamina D e farmaco e successivamente rimandati alle cure del medico curante e ad un iter ospedale-territorio che prevede il coinvolgimento di un infermiere case manager con il compito di contattarli periodicamente per verificare che siano aderenti alla terapia.

Perché il terzo target, oltre alla normalizzazione della vitamina D e alla prescrizione di un trattamento per la prevenzione secondaria, riguarda proprio l’aderenza, uno dei grandi talloni d’Achille della medicina moderna: nelle malattie croniche la questione più critica non è tanto avere a disposizione i farmaci efficaci quanto piuttosto che i pazienti li assumano con regolarità. Nell’osteoporosi questo costituisce un problema enorme, e l’aderenza è il terzo obiettivo del nostro percorso: monitorarla e quando il paziente riferisca una interruzione, cercarne le cause e intervenire prontamente.

«Nel nostro modello FLS la terapia è personalizzata sul paziente e prevede interventi di vario tipo e di diversa intensità»

 Avete già dei risultati?

I risultati per il momento sono ancora preliminari ma possiamo vedere un trend positivo per quanto riguarda la riduzione delle rifratture che, considerando il dato storico relativo all’anno 2017 (ultimo anno prima dell’attivazione del percorso FLS) e il numero atteso di rifratture, si attesta intorno a circa -30%. Un dato rilevante, anche se sappiamo che è sicuramente necessario ampliare il raggio di osservazione ad almeno 3 anni.

Molto positivo è il dato relativo alla prescrizione di vitamina D: prima del nostro intervento, la vitamina D veniva prescritta circa al 25% dei pazienti, mentre ora la percentuale è del 100%, quindi abbiamo raggiunto il target. È anche aumentata di circa il 25% la prescrizione dei farmaci per l’osteoporosi specifici per prevenire la rifrattura, e anche questo rappresenta un buon risultato.

Questo modello di presa in carico complessiva del paziente fragile e anziano può darci degli spunti per la gestione del paziente cronico in questa pandemia?

Sicuramente sì, anche se questo periodo non è stato semplice e abbiamo sofferto tanto. Siamo però riusciti a superare i tanti ostacoli attraverso due strumenti: la fantasia e l’intraprendenza.

Innanzitutto ci siamo posti l’obiettivo di entrare in contatto telefonicamente con tutti i pazienti per offrire un supporto psicologico (non va dimenticato che l’anziano fragile è colui che ha sofferto maggiormente del lockdown, insieme ai bambini) e garantire un’assistenza, seppure a distanza, per le problematiche connesse con la nostra specificità, cioè le malattie muscoloscheletriche e reumatologiche, ma non solo: ad esempio, se un paziente con il Parkison non può accedere al servizio neurologico, aumenta il suo rischio di cadere ed è necessario suggerirgli tutte le strategie per evitare che cada per via del Parkinson.

Inoltre abbiamo fornito un servizio di gestione territoriale per supportare i medici di base dei singoli pazienti e, nel caso in cui il paziente aveva la possibilità di disporre di una tecnologia più moderna, abbiamo utilizzato anche i sistemi di videochiamata, spesso coinvolgendo i nipoti. In questo modo, con una chiamata tramite Skype, ad esempio è stato possibile diagnosticare due fratture omerali in pazienti che sicuramente non si sarebbero recati al Pronto Soccorso per paura del Covid.

Questa pandemia è stata un test importante per il nostro FLS perché è stato sottoposto ad un forte stress e, nonostante tutte le difficoltà, il sistema ha retto molto bene, anche se probabilmente ci sarà un rebound dal punto di vista clinico nel follow up del prossimo anno. Ma se, sul piano organizzativo, il modello regge con un’emergenza del genere, significa che è veramente valido.

Intervista a Carlo Cisari

Primario Emerito, già Direttore del Dipartimento Interaziendale di Riabilitazione, Ospedale Maggiore della Carità, Novara

Carlo Cisari

Perché avete scelto il modello dell’FLS e come è organizzato il vostro centro?

Alla base della nostra scelta ci sono state motivazioni cliniche ed epidemiologiche: ci siamo resi conto, sia dall’esperienza del nostro centro sia dai dati presenti in letteratura, che solo una minima percentuale di pazienti con frattura di femore (inferiore al 20%) intraprendeva successivamente un percorso terapeutico adeguato per prevenire una rifrattura. Partendo da questa considerazione, abbiamo esaminato il modello classico di FLS, per verificarne l’applicabilità nel nostro quadrante, costituito dall’area del Piemonte Nord-Est, che comprende quasi 1 milione di abitanti. E abbiamo scoperto che il modello classico di FLS, dove la segnalazione del paziente per l’inserimento nel percorso dedicato avviene direttamente dal reparto di ortopedia, non avrebbe funzionato in maniera efficace nella nostra realtà, dove i reparti di ortopedia sono ormai pressati da molte incombenze, dalla necessità di ricoveri veloci e di dimissioni precoci. L’inserimento del paziente in un percorso virtuoso di FLS non sarebbe quindi stato prioritario. Pertanto, con il professor Marco Invernizzi, che ha attualmente la responsabilità di farsi carico del percorso FLS, abbiamo cercato di fare un’operazione di “sartoria” adattando la metodologia dell’FLS alla nostra realtà organizzativa. Che cosa abbiamo visto? Che quasi la maggioranza dei pazienti con frattura di femore dimessi dai reparti di ortopedia effettuavano un transito in un centro di riabilitazione nel quale la degenza è più tranquilla e più lunga (da 20 giorni a 1 mese), con meno problemi e il personale medico può dedicarsi meglio all’impostazione di un trattamento per la prevenzione della rifrattura. Abbiamo quindi pensato che potessero essere questi centri di riabilitazione ad indirizzare il paziente al percorso FLS, nominando anche quello che noi abbiamo chiamato un “custode di percorso” che si fa carico di controllare tutti i passaggi burocratici e di verificare l’aderenza del paziente al suo iter.

Il modello classico di FLS può essere adattato con creatività alle esigenze organizzative e cliniche delle singole realtà

Ogni centro di riabilitazione è collegato ad una serie di ambulatori sul territorio specializzati nel metabolismo osseo. In base alla provenienza geografica e al desiderio del paziente, il centro di riabilitazione provvede, all’atto della dimissione, a prenotare la visita presso un ambulatorio del metabolismo osseo, e il paziente non deve far altro che presentarsi alla visita già prenotata.

Compito del custode del percorso è anche quello di accertarsi che il paziente all’atto della dimissione abbia capito bene che cosa deve fare e successivamente contattarlo in prossimità della visita presso l’ambulatorio per verificare che il paziente si presenti. In alcuni casi, se il paziente non ha già effettuato gli esami indicati dalle linee guida della SIOMMMS, provvede ad eseguirli nel mese di tempo che solitamente intercorre tra la dimissione dal centro di riabilitazione e la visita presso l’ambulatorio del metabolismo osseo. Sarà successivamente l’ambulatorio del metabolismo osseo a farsi carico del paziente e della prosecuzione del percorso.

«Nel nostro modello FLS una figura chiave è il custode del percorso che affianca il paziente per migliorarne l’aderenza»

Quali sono le peculiarità del vostro modello di FLS e qual è stato l’impatto della pandemia di Covid-19?

Le peculiarità del nostro percorso organizzativo rispetto al modello di FLS classico sono due. Innanzitutto l’attivazione del percorso attraverso i centri di riabilitazione, dove passa circa il 60-70% dei pazienti con frattura di femore e che, per i motivi menzionati prima, sono molto motivati all’impostazione di un trattamento per la prevenzione della rifrattura. E non meno importante è la presenza del custode del percorso, che supporta il paziente nel seguire le indicazioni e ne garantisce la compliance. Personalmente ho molto stressato il ruolo del custode di percorso perché in alcune nostre esperienze passate abbiamo registrato che circa i 2/3 dei pazienti che venivano prenotati all’atto della dimissione poi non seguivano correttamente le indicazioni e abbandonavano il percorso, per i motivi più vari.

Inoltre abbiamo avuto il vantaggio che la rete dei centri di riabilitazione era già coesa e che il nostro territorio, che comprende un’area molto popolosa, non presenta particolari problemi di trasporto.

Purtroppo la pandemia di Covid-19 ci ha costretto a sospendere l’avvio del progetto, ma in questi mesi abbiamo avuto la possibilità di lavorare per costruire un database comune tra tutti i centri che rappresenta un elemento chiave in quanto ci permette da un lato di raccogliere il dato clinico e dall’altro di costruire degli indicatori di percorso per verificare l’efficacia.

Intervista a Ugo Trama

Dirigente Politica del Farmaco e Dispositivi, Direzione Generale per la Tutela della Salute e Coordinamento del Sistema Sanitario Regionale, Campania

Ugo Trama

Quali motivazioni vi hanno condotto a supportare il modello FLS in Regione Campania?

Il Sistema Sanitario Regionale è fortemente impegnato nel risolvere le problematiche sanitarie generate dall’emergenza pandemica, che hanno richiesto nuovi e sempre più ingenti sforzi di assistenza sia territoriale che ospedaliera, ma allo stesso tempo la Regione ha posto in essere diverse azioni finalizzate a garantire assistenza ai pazienti affetti da altre patologie gravi.

Tra le problematiche affrontate con particolare attenzione c’è l’osteoporosi, patologia silente e fortemente invalidante che può portare a fratture da fragilità ossea soprattutto nelle donne anziane e non solo.

Da una analisi effettuata è emerso che solo il 20% dei pazienti che hanno avuto un primo accesso presso un pronto soccorso a causa di una frattura viene dimesso dai reparti di Ortopedia e Traumatologia con una prescrizione farmaceutica antiosteoporosi appropriata che potrebbe ridurre la possibilità di rifrattura anche a fronte delle numerose terapie farmacologiche presenti sul mercato con tale indicazione terapeutica.

Il progetto “Frattura da Fragilità: prevenzione, gestione e presa in carico del paziente” nasce proprio dalla necessità di stabilire un percorso formativo finalizzato all’identificazione di ruoli ed azioni che competono alle figure multidisciplinari che interagiscono con un paziente complesso come quello affetto da osteoporosi che, spesso, presenta, oltre alla frattura, altre comorbilità.

Quali miglioramenti organizzativi e di processo può comportare l’adozione di questo modello?

Tale approccio consente un’adeguata prevenzione nella ricomparsa di fratture e l’individuazione precoce di pazienti a rischio di osteoporosi riconoscendo anche quelle forme patologiche di difficile diagnosi.

È stato realizzato e proposto un algoritmo e una scheda di ammissione ospedaliera per registrare in tempo reale i casi di fratture che accedono ai pronto soccorso di tutte le Aziende Sanitarie allo scopo di ottenere un’assistenza standardizzata e uniforme su tutto il territorio regionale.

Inoltre, nello specifico dell’applicazione della Nota 79, è stato ottimizzato il protocollo diagnostico, prevedendo esami ematici specifici e altri controlli, al fine di migliorare le metodiche di valutazione dei fattori di rischio per le fratture da fragilità.

L’istituzione di un team multidisciplinare, che vede coinvolte figure professionali diverse, in particolare chirurgo ortopedico e fisiatra, garantirà una migliore qualità dell’assistenza sanitaria al paziente.

È stato emanato un atto di indirizzo regionale che fornisce un protocollo comportamentale e gestionale del paziente fragile

Quali provvedimenti regionali sono stati adottati e quali criticità avete dovuto affrontare?

È stato emanato, in piena emergenza Covid-19, un atto di indirizzo regionale, creato grazie all’impegno di un Comitato scientifico multidisciplinare.

Con questo documento, unico nel suo genere sul territorio nazionale, viene fornito un protocollo comportamentale e gestionale del paziente fragile che, in ottemperanza alle linee guida scientifiche nazionali ed internazionali, alle regole della buona pratica clinica ed in linea con gli obiettivi aziendali delle AA.SS. regionali, ha come obiettivi migliorare il percorso ospedaliero, la presa in carico territoriale e monitorare il paziente post dimissione a medio e lungo termine.

Il documento ha messo in luce quale difficoltà principale l’attuazione di un protocollo condiviso tra tutti gli attori coinvolti. È quindi fondamentale l’aiuto sinergico e il coinvolgimento di tutti i professionisti presenti nel percorso assistenziale per promuovere ed implementare una rete di coordinamento e cooperazione interdisciplinare che vede in prima linea gli specialisti ambulatoriali e i medici di medicina generale del territorio quali figure incaricate di fornire giuste informazioni al paziente affetto da osteoporosi ma anche al paziente a rischio.

Gli organi istituzionali sentono molto la responsabilità delle scelte organizzative per contrastare l’emergenza pandemica e accolgono con grande interesse il supporto di professionisti che perseguono progettualità finalizzate alla cura di pazienti affetti da patologie croniche, in particolar modo se accompagnate da proposte concrete come la stesura di percorsi diagnostico terapeutici assistenziali.

In questo momento più che mai la costruzione di percorsi diagnostico terapeutici assistenziali sarà di grande supporto logistico all’attività di organizzazione e riorganizzazione delle attività sanitarie, in particolare per allocare nel modo giusto le risorse strutturali e umane previste.

In questo momento più che mai la costruzione di PDTA è fondamentale per la riorganizzazione delle attività sanitarie

Nell’ambito della osteoporosi, patologia di grande rilevanza sociale, la realizzazione di un percorso diagnostico terapeutico assistenziale PDTA che prenda in esame sia la prevenzione primaria che secondaria consentirebbe di avviare un processo di miglioramento della qualità dell’assistenza e di pari opportunità di accesso ai trattamenti sul territorio regionale attraverso la presa in carico del paziente, la diagnosi precoce e una valutazione multidimensionale del bisogno di salute anche attraverso il monitoraggio dell’appropriatezza delle prestazioni.

L’obiettivo sarà quello di ottimizzare il processo di gestione del paziente riducendo così le importanti complicanze legate al pericolo di frattura o di nuova frattura, eventi che necessitano di interventi di pronto soccorso e di chirurgia di urgenza.