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Discharge Room del San Luigi: meno degenze e 1,4 milioni di euro risparmiati

Oltre 1,4 milioni di euro risparmiati, 797 pazienti presi in carico e 3.586 giornate di degenza restituite ai reparti. Sono i numeri che raccontano il successo della Discharge Room del San Luigi Gonzaga di Orbassano, a un anno e mezzo dalla sua attivazione. Si tratta di un modello di reparto a gestione infermieristica – tra i primi in Italia – che ha migliorato la fluidità dei ricoveri e alleggerito il sovraffollamento del Pronto Soccorso.

Avviata nell’aprile 2024 la Discharge Room è un’area di pre-dimissione con 12 posti letto attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ricavato nel primo padiglione al secondo piano della struttura.

Il modello di reparto a gestione infermieristica – tra i primi in Italia – ha migliorato la fluidità dei ricoveri e alleggerito il sovraffollamento del Pronto Soccorso

Si tratta di una nuova area dedicata a tutti i pazienti che, terminato il percorso di cura e in possesso di tutti i requisiti clinici e assistenziali per la dimissione, sono in attesa di rientrare a casa o in una struttura di ricovero extraospedaliera. Sono tutti pazienti già stabilizzati e diagnosticamente inquadrati in Pronto Soccorso o in altro reparto di degenza, spesso non autosufficienti anche solo temporaneamente, che non necessitano di una costante osservazione medica, bensì di assistenza infermieristica per concludere il loro percorso all’interno dell’ospedale. La Direzione delle Professioni Sanitarie – DiPSa sovrintende alla nuova area, in stretta collaborazione con la Direzione Sanitaria e con il Dipartimento di Area Medica del San Luigi: in caso di necessità vengono immediatamente coinvolti gli specialisti del reparto a cui ciascun paziente rimane in carico.

“Il principale valore della Discharge Room – dichiara Davide Minniti, Direttore Generale dell’AOU San Luigi Gonzaga – è aver reso più efficiente e razionale l’organizzazione del flusso di pazienti, migliorando la gestione dei ricoveri e ottimizzando l’impiego del personale sanitario. Si tratta di un modello che dimostra come, attraverso una distribuzione più funzionale delle risorse e un coordinamento efficace tra professioni, sia possibile coniugare efficienza organizzativa e qualità dell’assistenza”.

Questa esperienza integra personalizzazione, continuità delle cure e un ruolo gestionale rafforzato per infermieri e operatori socio-sanitari

“La Discharge Room del San Luigi Gonzaga – ha dichiarato Federico Riboldi, Assessore alla Sanità della Regione Piemonte – è un modello organizzativo che mette al centro il paziente, con una presa in carico delle sue necessità di salute, di cura e assistenziali a 360 gradi. Ringrazio la Direzione Strategica per aver saputo valorizzare le competenze dei nostri professionisti garantendo una assistenza continua e di qualità”.

“Il valore di questa esperienza – aggiunge Salvatore Di Gioia, Direttore Sanitario – sta nella capacità di coniugare la personalizzazione dell’assistenza, la continuità delle cure e la valorizzazione del ruolo gestionale dell’infermiere nell’ambito di un modello organizzativo innovativo e dell’operatore socio sanitario”.

I risultati (aprile 2024 – agosto 2025)

  • 797 pazienti ricoverati in Discharge Room;
  • 3.586 giornate di degenza recuperate negli altri reparti, liberati dai cosiddetti “casi sociali”;
  • utilizzo prevalente da parte di Ortopedia (30%), Medicina Interna (21%), Neurologia (12%) e Pneumologia (10%);
  • 72% dei pazienti provenienti da Pronto Soccorso o 118, con un effetto positivo sui flussi dell’emergenza-urgenza;
  • 40% dei pazienti dimessi al domicilio, 50% trasferiti in strutture riabilitative, CAVS o RSA;
  • 1.430.000 euro risparmiati rispetto al costo medio di degenza ordinaria.

Effetti sull’emergenza-urgenza

Il modello ha contribuito a rendere più fluido il lavoro del Pronto Soccorso:

  • riduzione del tempo medio di permanenza di 5 ore (-30%) per i pazienti ortopedici, grazie alla disponibilità di posti in Discharge Room;
  • oltre 150 ricoveri effettuati nelle ore mattutine (9-11) per effetto della maggiore disponibilità di letti;
  • diminuzione di 4 ore del tempo medio di boarding ortopedico, nonostante un aumento complessivo dei ricoveri.

L’attivazione del nuovo reparto è stata possibile grazie alla copertura finanziaria aggiuntiva garantita dalla Regione Piemonte alle Aziende sanitarie attraverso il Fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC), con il progetto di “Rilancio della Sanità Pubblica”. Grazie a questi fondi l’AOU San Luigi ha assunto 13 nuove risorse da dedicare alla sperimentazione.

Giornata europea degli antibiotici: trend UE, dati italiani e azioni AIFA

Ogni anno nell’Unione Europea (UE) oltre 35.000 persone muoiono a causa di infezioni provocate da microrganismi resistenti agli antimicrobici, un numero superiore alla somma dei decessi per influenza, tubercolosi e HIV/AIDS. Sono 4,3 milioni all’anno i pazienti, nell’UE/Spazio Economico Europeo (SEE), che contraggono almeno un’infezione correlata all’assistenza sanitaria durante la degenza in ospedale: ogni giorno un paziente su 14 viene ricoverato per tale motivo. Molte di queste infezioni sono sempre più difficili da curare: 1 microrganismo su 3 è ormai resistente a importanti antibiotici, limitando così le opzioni di trattamento. Inoltre, il 3% dei residenti nelle strutture di assistenza a lungo termine nell’UE/SEE va incontro ad almeno un’infezione legata all’assistenza sanitaria. Questi i dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), pubblicati oggi in occasione della Giornata europea per l’uso consapevole degli antibiotici 2025. Per richiamare l’attenzione e sensibilizzare sull’antibiotico-resistenza, il 18 novembre la sede dell’Agenzia italiana del farmaco si illumina di blu.

Infezioni provocate da microrganismi resistenti agli antimicrobici: oltre 35.000 morti/anno in UE

Il Report dell’ECDC evidenzia scarsi progressi rispetto agli obiettivi che l’Europa si è data per il 2030 nel contrasto all’antimicrobico-resistenza (AMR).

In particolare, si registrano:

  • un trend in crescita, negli ultimi anni, del consumo di antibiotici sia ad ampio spettro sia “Reserve”, ovvero quelli di ultima linea, secondo la classificazione AWaRe dell’OMS, riservati esclusivamente al trattamento di infezioni multiresistenti, che non rispondono ad altre terapie;
  • un aumento dell’incidenza di infezioni da batteri resistenti e multiresistenti.

In assenza di azioni di sanità pubblica più incisive e rapide e di sforzi per contrastare l’uso non necessario e inappropriato di antimicrobici, secondo l’ECDC è improbabile che l’UE raggiunga gli obiettivi da centrare entro il 2030 per invertire la rotta. La conseguenza sarà un aumento del numero di infezioni da batteri resistenti agli antimicrobici, più difficili da trattare, portando a sfide terapeutiche crescenti e a maggiori decessi correlati all’AMR. E facendo lievitare i costi per i sistemi sanitari.

L’approccio globale One Health

«L’antibiotico-resistenza – ricorda il Presidente dell’Agenzia italiana del farmaco Robert Nisticò – è una pandemia silente che, secondo le ultime stime del Centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC), provoca 12mila morti l’anno nel nostro Paese e ha anche un impatto economico significativo, con un costo di 2,4 miliardi all’anno per l’SSN e 2,7 milioni di posti letto occupati a causa di queste infezioni. Il report dell’ECDC indica un cammino in salita più o meno per tutti i Paesi europei, con l’Italia che, nonostante flebili segnali di miglioramento su alcuni obiettivi specifici, rimane tra le realtà più critiche. I dati europei e nazionali – afferma – sono una ulteriore conferma di quanto sia fondamentale impegnarci tutti per salvaguardare questo prezioso strumento di salute che sono gli antibiotici».

Nonostante flebili miglioramenti, l’Italia rimane tra le realtà più critiche

«È necessario – sottolinea Nisticò – adottare un approccio globale One Health, agendo nella direzione comune di un uso appropriato di questi farmaci in ambito umano, veterinario e zootecnico, e incentivare la ricerca, soprattutto quella indipendente. Una priorità per AIFA. L’Agenzia è impegnata a promuovere e sostenere l’innovazione e a sensibilizzare gli addetti ai lavori e la popolazione attraverso strumenti digitali, come l’app AIFA Firstline, e campagne di comunicazione come quella che prossimamente lanceremo insieme al Ministero della Salute, oltre che con una sempre più proficua collaborazione con i clinici, le Regioni e il territorio». 

L’andamento delle resistenze microbiche in Europa

Il quadro europeo varia a seconda della specie batterica, del gruppo di antimicrobici e della regione geografica considerata, tuttavia i dati della rete di sorveglianza EARS-Net coordinata dall’ECDC mostrano livelli elevati di antibiotico-resistenza nell’UE/SEE anche per il 2024, soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale, centrale e orientale.

Si registrano livelli elevati di antibiotico-resistenza in Europa meridionale, centrale e orientale

Il fenomeno riguarda sia le resistenze su cui l’Europa si è data specifici obiettivi di contenimento, con un target da raggiungere per ciascun Paese UE nel 2030, sia molti altri batteri e gruppi di antimicrobici sotto sorveglianza nel periodo 2020-2024, come E. coli resistente ai carbapenemi, tutte le incidenze di resistenza dello Streptococcus pneumoniae e l’Enterococcus faecium resistente alla vancomicina.

I dati ECDC sul consumo di antibiotici in Italia a confronto con la media europea

Nel 2024 sono state consumate nell’UE, in media, 20,3 dosi giornaliere per mille abitanti, un dato in aumento che varia dalle 9,8 dosi al giorno per mille abitanti nei Paesi Bassi alle 29,9 della Grecia. Con 22,3 dosi giornaliere per mille abitanti, l’Italia presenta livelli di consumi (ospedalieri, territoriali e acquisti privati dei cittadini) superiori del 10% alla media europea, in calo rispetto al +16% del 2023.

Nel nostro Paese si prescrivono più molecole ad ampio spettro (penicilline, cefalosporine, macrolidi, ad eccezione di eritromicina e fluorochinoloni) che hanno un rischio maggiore di indurre resistenze antibiotiche, rispetto a quelle a spettro ristretto (penicilline e cefalosporine a spettro ristretto ed eritromicina). Il rapporto tra i consumi di queste due categorie resta tra i più elevati in Europa (9,3 contro 4,6) e non ha mostrato miglioramenti significativi nel 2024.

In Italia i livelli di consumo degli antibiotici sono superiori del 10% alla media europea

Negli ospedali il consumo di antibiotici è leggermente al di sopra della media europea: 1,91 dosi giornaliere ogni mille abitanti contro 1,67 dosi. In questo contesto, l’aspetto da tenere maggiormente in considerazione è il ricorso agli antibiotici del gruppo “Reserve”. In Italia l’incidenza sui consumi ospedalieri si attesta al 6%, anche se con un andamento lievemente decrescente negli ultimi 3 anni, mentre la media europea è pari al 5,4%.

L’Italia rispetto agli obiettivi per il 2030

Con 22,3 dosi giornaliere per mille abitanti nel 2024, il consumo di antibiotici nel nostro Paese risulta in calo rispetto all’anno precedente (23,1) ma è ancora molto distante dall’obiettivo fissato per il 2030, pari a 17,8 dosi.

L’Italia, inoltre, è lontana dal target del 65% di incidenza di consumi degli antibiotici del gruppo “Access”, ovvero le molecole di prima scelta per trattare le infezioni comuni, grazie al loro spettro d’azione ristretto e al buon profilo di sicurezza. Raggiungiamo appena il 51,3%, nonostante il lieve miglioramento degli ultimi anni (+2,4% rispetto al 2019), mentre la media europea è del 60,3% e diversi Paesi, come Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Olanda e Svezia, hanno già centrato l’obiettivo.

Il consumo di antibiotici in Italia è in calo, ma è molto distante dall’obiettivo fissato per il 2030

Peggiora significativamente nel nostro Paese l’incidenza totale delle infezioni da Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi pari a 9,29 infezioni del sangue per 100mila abitanti (+10,2% rispetto al 2019). Il target 2030 è di 8,01 infezioni per 100mila abitanti.

L’Italia ha raggiunto invece in anticipo il target 2030 di riduzione dell’incidenza totale delle batteriemie da Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (MRSA).

È migliorata l’incidenza totale delle batteriemie da Escherichia coli resistente alle cefalosporine di terza generazione (-3,4% rispetto al 2019), pari a 22,19 infezioni per 100mila abitanti, ma non è ancora stato raggiunto l’obiettivo 2030, cioè 20,20 infezioni per 100mila abitanti.

I dati OsMed sul consumo in Italia

In base a quanto emerso nell’ultima edizione del Rapporto OsMed sull’uso dei medicinali in Italia, nel 2024 il consumo di antibiotici a carico del Servizio Sanitario Nazionale è stato pari a 16,9 dosi giornaliere ogni mille abitanti, registrando un lieve calo dell’1,3% rispetto al 2023.

Quasi 4 persone su dieci hanno ricevuto nel 2024 almeno una prescrizione di antibiotici, con livelli d’uso più elevati nei bambini fino a 4 anni di età e negli anziani con più di 85 anni. La prevalenza d’uso è maggiore nelle donne rispetto agli uomini (40,3% vs 33,3%), con differenze più marcate tra i 35 e i 54 anni, probabilmente per un maggiore utilizzo di antibiotici nel trattamento delle infezioni delle vie urinarie nelle donne.

Le associazioni di penicilline (compresi gli inibitori delle beta‐lattamasi), quasi interamente rappresentate da amoxicillina/acido clavulanico, rimangono la categoria di antibiotici a maggior prescrizione (6,5 dosi giornaliere ogni mille abitanti), seguiti dai macrolidi e lincosamidi (3,5 dosi) e dalle cefalosporine di III generazione (2,2 dosi). L’amoxicillina+acido clavulanico, antibiotico ad ampio spettro molto utilizzato in ambito pediatrico, è la molecola a maggior consumo, seguita da claritromicina e azitromicina.

In Italia gli antibiotici più prescritti sono le associazioni di penicilline

Per i fluorochinoloni si osserva una riduzione dell’uso a partire dal 2019, per effetto delle raccomandazioni restrittive di EMA e AIFA. Dopo una lieve ripresa tra il 2022 e il 2023, i consumi sono tornati a diminuire nel 2024.

Per le cefalosporine di terza generazione e per le associazioni di penicilline, dopo la riduzione osservata nel 2020 e 2021, gli anni della pandemia, si è registrata una forte ripresa dei consumi nel 2022 e nel 2023, che sembra essersi arrestata: il 2024 mostra un lieve calo, con livelli simili al periodo pre‐pandemico.

La prevalenza d’uso degli antibiotici a livello nazionale è stata del 36,8%, maggiore al Sud e Isole (43,6%) e più bassa al Nord (30,6%) e al Centro (40,1%). Al Sud emerge una maggiore propensione alla prescrizione di antibiotici più costosi, come rivela il costo per utilizzatore più elevato (28,1 euro) rispetto al Centro (26,5 euro) e al Nord (22,7 euro).

Anche in termini di consumo, le Regioni del Sud e Isole mostrano il valore maggiore (19,2 dosi giornaliere ogni mille abitanti) rispetto al Centro (18,4 dosi) e al Nord (14,6 dosi). Rispetto al 2023, tuttavia, registrano una riduzione del 5,1%, mentre nelle altre due aree si nota un aumento di poco superiore all’1%.

Gli antibiotici contro germi multiresistenti (“Reserve”) rimborsati con il Fondo per i farmaci innovativi

Dal 2025 l’AIFA ha individuato gli antimicrobici “Reserve” per trattare le infezioni da germi multiresistenti, che sono entrati nel Fondo per i farmaci innovativi, con uno stanziamento dedicato di 100 milioni di euro, per rafforzare il contrasto all’antibiotico-resistenza.

Gli antibiotici “Reserve” che accedono al Fondo devono essere utilizzati con estrema cautela e il loro impiego risulta appropriato in presenza di infezioni da germi multiresistenti. L’appropriatezza è quindi legata in modo significativo alle procedure di diagnosi microbiologica svolte dalle strutture sanitarie che li utilizzano. Attraverso i registri di monitoraggio, l’Agenzia verifica la frequenza d’uso di questi antibiotici nei trattamenti avviati con una diagnosi specifica, rispetto ai casi in cui vengono impiegati in modo empirico.

L’AIFA nel 2025 ha stanziato 100 milioni di euro per rafforzare il contrasto all’antibiotico-resistenza

A luglio il CdA dell’Agenzia ha autorizzato il primo nuovo antibiotico finanziato attraverso il Fondo. Si tratta dell’associazione cefepime/enmetazobactam, indicata per le infezioni complicate del tratto urinario e per la polmonite acquisita in ospedale. L’elenco degli antinfettivi della classe “Reserve” che accedono al Fondo comprende attualmente 9 molecole o associazioni di molecole ed è pubblicato e aggiornato periodicamente sul portale dell’Agenzia.

L’impegno di AIFA per promuovere studi indipendenti sugli antibiotici

Nell’ottica di un approccio globale One Health indicato anche dal Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico Resistenza (PNCAR) 2022-2025 del Ministero della Salute, la corretta gestione degli antibiotici disponibili e di quelli di nuova introduzione è fondamentale per la prevenzione, la riduzione e il contenimento dell’insorgenza di infezioni farmaco-resistenti. Altrettanto fondamentale è incentivare e sostenere la ricerca, in particolare quella no profit. Per questo AIFA promuove la ricerca indipendente sull’antimicrobico-resistenza, area a cui è dedicato, insieme alla medicina di precisione, il secondo Bando finanziato nel 2025 con 20 milioni di euro, i cui termini per la presentazione dei progetti scadono oggi, 18 novembre, in coincidenza con la Giornata europea degli antibiotici. Con questo bando, l’Agenzia intende valutare nuove combinazioni terapeutiche di antimicrobici; favorire strategie innovative per migliorarne l’efficacia; individuare marcatori predittivi della risposta a questi farmaci e utilizzare nuovi strumenti diagnostici, come i test rapidi, con ricadute positive per i pazienti e il Servizio sanitario nazionale.

Il nuovo Policlinico di Milano: un modello per la sanità pubblica del futuro

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A Milano sta sorgendo il Nuovo Policlinico, un complesso ospedaliero ad alta sostenibilità ambientale che integra assistenza, ricerca, innovazione tecnologica e umanizzazione. Il Padiglione Sforza, cuore del progetto, ospiterà reparti clinici connessi da una piastra centrale alle sale operatorie e alle sale parto e sormontati da un giardino terapeutico pensile di circa 8mila m², concepito secondo principi di biofilia e umanizzazione delle cure. Un modello di sanità pubblica evoluta, autosostenibile e orientata al benessere globale del paziente.  Il nuovo complesso ospedaliero si prevede che sarà ultimato nel marzo 2026.

TrendSanità ha intervistato Marco Giachetti, Presidente della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, per approfondire come l’innovazione, la visione, la sostenibilità e l’integrazione tra ricerca e cura siano la punta di diamante della nuova architettura sanitaria di Milano.

Marco Giachetti

Presidente Giachetti, il Nuovo Policlinico è stato presentato come “l’ospedale del futuro”. Quali sono le innovazioni che lo rendono tale, dal punto di vista tecnologico, organizzativo e culturale?

«Il primo elemento di innovazione del Nuovo Policlinico è il modello di finanziamento. Diversamente da quasi tutti gli ospedali pubblici italiani, costruiti con risorse statali o regionali, il nostro progetto è stato realizzato per oltre il 70% grazie a fondi propri, senza gravare sulle tasse dei cittadini. Abbiamo valorizzato il patrimonio immobiliare storico del Policlinico, circa 1.700 appartamenti nel centro di Milano, creando un fondo dedicato all’housing sociale. In questo modo abbiamo potuto finanziare 200 milioni di euro del progetto, garantendo, nel contempo, continuità abitativa ai nostri inquilini e mettendo a disposizione del Comune centinaia di alloggi a canone calmierato.
Questo modello, sostenuto anche da Cassa Depositi e Prestiti e Fondazione Cariplo, ha reso possibile la costruzione di un grande ospedale pubblico moderno, sostenibile e inclusivo, senza sacrificare patrimonio né persone».

Entriamo nel merito della struttura: in che modo il Nuovo Policlinico è sostenibile dal punto di vista ambientale e architettonico?

«L’Ospedale nasce al centro di Milano, senza consumare nuovo suolo: abbiamo demolito undici vecchi padiglioni per ricostruirne uno unico e più efficiente. L’edificio è pensato secondo criteri di massima sostenibilità: facciate ad alte prestazioni, impianto di trigenerazione che copre il 70% del fabbisogno energetico, pannelli solari per l’acqua calda, sistema di geotermia e riciclo delle acque piovane per uso sanitario e irrigazione.

L’edificio è pensato secondo criteri di massima sostenibilità

Miriamo alla certificazione internazionale LEED in classe Platinum, un livello rarissimo per un ospedale, grazie anche all’uso esclusivo di illuminazione LED e materiali a basso impatto ambientale».

Lei parla spesso di “umanizzazione degli spazi”. Cosa significa concretamente?

«Significa rimettere la persona, cioè il paziente, il caregiver e l’operatore sanitario al centro.  Il nuovo Policlinico sarà composto da due edifici: uno dedicato alla donna e al bambino, ovvero la Mangiagalli del futuro; il secondo a tutte le altre specialità. I due corpi sono uniti da una piastra centrale dove si trovano le sale operatorie, la radiologia e i servizi comuni, disposti in modo baricentrico per ridurre al minimo i tempi di spostamento.

Umanizzazione degli spazi significa rimettere il paziente, il caregiver e l’operatore sanitario al centro

Sopra questa piastra sorgerà il nostro giardino terapeutico pensile, un tetto verde di circa 8mila m², per farsi un’idea, grande quanto il Duomo di Milano, pensato come spazio di cura e di benessere. Ospiterà aree gioco per bambini, zone di lettura e musica, per le quali ci piacerebbe coinvolgere realtà importanti quali la Biblioteca Sormani, il MUBA (Museo dei Bambini) e il Conservatorio, aree per la pet therapy e perfino orti terapeutici per i pazienti lungodegenti o psichiatrici.
Il verde non è decorativo: è parte integrante della cura. Studi scientifici dimostrano che la vista sul verde riduce i tempi di guarigione fino al 10%. E lo stesso vale per i nostri operatori, che potranno ritrovare equilibrio e serenità dopo turni difficili in un ambiente rigenerante».

Il Policlinico è anche un IRCCS, quindi un centro di ricerca. Come verrà integrata questa componente nella nuova struttura?

«Essendo un IRCCS politematico, uno dei pochi in Italia, abbiamo sette aree di accreditamento ministeriale che spaziano dalla medicina materno-infantile alle neuroscienze, alla trapiantologia e alla genetica.
Accanto all’ospedale clinico, stiamo realizzando, in via Pace, un grande centro di ricerca unificato di 4mila m², che riunirà tutti i laboratori oggi sparsi nei vari padiglioni. Questo permetterà ai ricercatori di lavorare fianco a fianco, condividere strumenti e conoscenze e accelerare le sinergie scientifiche.

Stiamo realizzando un grande centro di ricerca unificato di 4mila m²

Il progetto è autofinanziato grazie ai proventi della nostra Fondazione Patrimonio Ca’ Granda, che gestisce i terreni agricoli e destina gli utili, circa due milioni l’anno, proprio alla ricerca biomedica.
Oggi siamo già il primo IRCCS pubblico italiano per qualità e produttività scientifica: con questo nuovo hub, lo saremo ancora di più».

La progettazione ha tenuto conto di studi scientifici su sostenibilità e benessere?

«Non abbiamo commissionato studi ex novo, ma ci siamo basati su ricerche consolidate, in particolare quelle legate alla biofilia e agli effetti positivi del contatto con la natura nei luoghi di cura. Abbiamo analizzato numerosi casi internazionali di ospedali immersi nel verde e li abbiamo adattati al contesto urbano milanese. Inoltre, per la parte pediatrica, abbiamo lanciato un concorso tra studi di architettura: il progetto vincitore ha ideato la “Città del Bambino”, dove i piccoli pazienti si muovono tra spazi che ricordano strade e case, con colori, luci e arredi pensati per renderli protagonisti attivi della propria degenza. Ogni stanza è personalizzabile, con lavagne digitali, aree di gioco, spazi per i genitori e connessioni dirette al giardino terapeutico».

Parliamo infine di tecnologia e intelligenza artificiale. Che ruolo avranno nel nuovo Policlinico?

«Stiamo già sperimentando sistemi di AI per la refertazione automatica, che ascoltano il medico e redigono il referto secondo i format ministeriali, liberando tempo per le visite e riducendo le liste d’attesa.

Stiamo sperimentando sistemi di AI, avatar digitali e wayfinding digitale

Inoltre, stiamo sviluppando un avatar digitale per i pazienti: una sorta di assistente virtuale che, per mezzo di un’applicazione guida nella preparazione agli esami, nelle prenotazioni, nel follow-up e nel monitoraggio domiciliare dei parametri clinici.
Abbiamo poi un progetto di wayfinding digitale, una specie di “Google Maps del Policlinico”, che orienta pazienti e visitatori tra i reparti.
Infine, in Radiologia stiamo addestrando intelligenze artificiali a interpretare le immagini diagnostiche, in collaborazione con i nostri specialisti, per migliorare precisione e tempestività delle diagnosi».

Quando sarà pienamente operativo il nuovo Policlinico?

«A gennaio 2026 apriremo i primi reparti non chirurgici; a marzo saremo operativi al 100%, con il giardino terapeutico completato e tutte le funzioni attive.
Siamo orgogliosi di portare nel cuore di Milano un grande ospedale pubblico, sostenibile, umanizzato e tecnologicamente avanzato.
Un luogo che, pur non potendo rendere piacevole la malattia, renderà sicuramente più umano e sereno il modo di curarsi».

Presentato il Rapporto 2026 “Salute e Territorio. I servizi sociosanitari dei comuni italiani”

Presentato a Bologna, durante la 42esima Assemblea Anci, il Rapporto 2026 Salute e Territorio. I servizi sociosanitari dei Comuni italiani” realizzato da IFEL – Fondazione ANCI in collaborazione con Federsanità, la Confederazione delle Federsanità ANCI regionali.

Il documento, giunto alla quarta edizione, offre una fotografia aggiornata della spesa sociale e sociosanitaria, analizzando l’evoluzione del welfare locale e il contributo dei Comuni nel garantire prossimità, equità e coesione.

Il Rapporto 2026 conferma il ruolo strategico dei Comuni nel rafforzare il welfare territoriale e nel promuovere equità, prossimità e salute nelle comunità

Il Rapporto approfondisce la domanda crescente di servizi legata a invecchiamento, povertà, fragilità psicologica, non autosufficienza, disabilità e dipendenze, e fa il punto sull’avanzamento dei progetti PNRR legati alle Missioni 5 e 6.

Tra i contenuti chiave, elaborazioni statistiche sulla dinamica della spesa sociale comunale e un focus sul paradigma One Health, che mette in evidenza il ruolo dei Comuni nella promozione della salute delle comunità.

«Il patrimonio della cura. La cura del patrimonio»: una mostra sugli ospedali piemontesi

Locandina della mostra

L’Archivio di Stato di Torino e il Centro Documentazione Storia dell’Assistenza e della Sanità Piemontese (SASP) del Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione Regionale (DAIRI-R) presentano la mostra “Il patrimonio della cura. La cura del patrimonio”, un percorso espositivo pensato per valorizzare e rendere accessibile alla comunità il ricchissimo patrimonio custodito nei luoghi di cura della Regione.

Visitabile dal 25 novembre 2025 al 9 gennaio 2026 nella Sala ipogea dell’Archivio di Stato di Torino (Via Piave, 21), la mostra nasce per celebrare il centenario della trasformazione dell’ex ospedale San Luigi Gonzaga nella sede delle Sezioni Riunite e si inserisce nel più ampio progetto di valorizzazione del patrimonio storico sanitario avviato dal SASP con la collaborazione di tutte le Aziende Sanitarie Regionali (ASR) del Piemonte.

“Le Sezioni Riunite dell’Archivio di Stato di Torino, di cui celebriamo il centenario quale sede archivistica, costituiscono non un mero contenitore, ma parte integrante della mostra: l’edificio fu infatti costruito oltre due secoli fa come prima sede dell’ospedale San Luigi, secondo un progetto all’epoca innovativo e ben presto divenuto un modello internazionalmente imitato”, Stefano Benedetto, Direttore Archivio di Stato di Torino.

In mostra, opere d’arte, documenti, strumenti scientifici, arredi e oggetti devozionali raccontano, attraverso sette sezioni espositive, la storia degli ospedali piemontesi e delle figure che li hanno animati — benefattori, architetti, artisti, farmacisti, religiosi, personale medico e pazienti — dal Medioevo alla contemporaneità.

La mostra è visitabile dal 25 novembre 2025 al 9 gennaio 2026 nella Sala ipogea dell’Archivio di Stato di Torino

“Si tratta di un progetto unico nel suo genere — evidenzia Franco Ripa, Dirigente Responsabile del settore Programmazione dei servizi sanitari e socio-sanitari Regione Piemonte e Presidente SASP — perché per la prima volta, dopo la mappatura realizzata nel 2023 di tutto il patrimonio storico sanitario regionale, confluita nell’e-book ‘Comunità e identità’, viene messo in mostra e valorizzato questo tesoro di storia, arte e cultura che appartiene a tutti i piemontesi”.

La mostra nasce dalla collaborazione attiva dei referenti delle 18 Aziende Sanitarie regionali, che hanno messo a disposizione parte del loro patrimonio con l’obiettivo di valorizzare gli ospedali anche come luoghi di storia e di cultura.

“Il lavoro condotto dal SASP con il supporto del DAIRI-R e delle ASR — sottolinea Antonio Maconi, Direttore DAIRI R e SASPrestituisce alla collettività una memoria condivisa che riafferma il valore dell’ospedale come patrimonio della comunità. La mostra intende far percepire i luoghi di cura non solo come spazi sanitari, ma come parte viva della storia e dell’identità collettiva, in continuità con la grande tradizione europea della sanità nosocomiale, che ha sempre unito assistenza, cultura e solidarietà. Questo percorso espositivo segna non solo un traguardo, ma l’avvio di una nuova stagione di conoscenza e valorizzazione del patrimonio storico sanitario piemontese.”

Si valorizzano gli ospedali come luoghi di storia e cultura grazie alla collaborazione delle 18 Aziende Sanitarie regionali

In particolare, a questa riflessione collettiva delle ASR del Piemonte sul proprio patrimonio materiale e immateriale hanno partecipato: Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino, Azienda Ospedaliera di Cuneo, Azienda Ospedaliero – Universitaria di Alessandria, Azienda Ospedaliero – Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, Azienda Ospedaliero – Universitaria di Novara, Azienda Ospedaliero – Universitaria di Orbassano, ASL di Alessandria, ASL di Asti, ASL di Biella, ASL Città di Torino, ASL Cuneo 1, ASL Cuneo 2, ASL Novara, ASL Torino 3, ASL Torino 4, ASL Torino 5, ASL Vercelli, ASL Verbano-Cusio-Ossola.

L’iniziativa, che ha ricevuto il patrocinio della Regione Piemonte e di ACOSI (Associazione Culturale Ospedali Storici Italiani), è realizzata in collaborazione con il Consiglio Regionale del Piemonte e con la Direzione artistica di Banca Patrimoni Sella & C. e si inserisce nel più ampio progetto di Archivi e Salute promosso dal Cultural Welfare Center (CCW) di Torino.

Orari di apertura della mostra:
lunedì, martedì, giovedì, venerdì: 9-13.30; mercoledì 9-13; 14-18 (ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura).
Aperture straordinarie della mostra: 29 e 30 novembre, 6, 7, 8, 13, 14, 27 e 28 dicembre, 16-19 (ultimo ingresso 18.30), 23 dicembre 19-22 (ultimo ingresso 21.30)  

SIMEU al Parlamento: riconoscere il lavoro usurante nell’Emergenza-Urgenza

Durante l’esame della legge di bilancio, la Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza (SIMEU) rivolge al Parlamento un appello affinché venga riconosciuto lo status di lavoro usurante per medici, infermieri e operatori socio-sanitari del Pronto Soccorso e del 118.

Secondo SIMEU, le attività svolte nei servizi di Emergenza-Urgenza corrispondono pienamente ai requisiti previsti dal decreto legislativo 67/2011, alla luce del carico fisico e psicologico documentato da ampia letteratura scientifica. L’assenza di tale riconoscimento, sottolinea la Società, rappresenta un’anomalia che penalizza professionisti fondamentali per la tenuta del sistema.

Secondo SIMEU, le attività svolte nei servizi di Emergenza-Urgenza corrispondono pienamente ai requisiti previsti dal decreto legislativo 67/2011

L’inserimento della Medicina d’Emergenza-Urgenza tra le attività usuranti è definito da SIMEU non solo un atto di giustizia verso gli operatori, ma anche una misura necessaria per garantire qualità, sostenibilità e maggiore attrattività della disciplina per i giovani professionisti.

Si legge nella nota diffusa da SIMEU: “Da tempo apprezziamo le iniziative del Governo tese a valorizzare e premiare il particolare impegno necessario per garantire il funzionamento dei servizi di Emergenza Urgenza. È un impegno gravoso, sia fisico che psicologico, che produce pesanti conseguenze sulla qualità di vita e sulla salute degli stessi operatori, come dimostrato da una robusta e inconfutabile letteratura scientifica. Il fatto che ancora oggi, nonostante la quotidiana evidenza della fatica profusa dai professionisti dell’Emergenza Urgenza, il loro lavoro non sia inserito tra le categorie che godono dei benefici della legge, costituisce un’assurdità anacronistica e penalizzante”.

La Società si allinea alle recenti dichiarazioni del Ministro della Salute sulla necessità di valorizzare il capitale umano del SSN e chiede che il riconoscimento giuridico non venga ulteriormente rimandato.

Svolta sulle terapie ormonali per la menopausa: FDA rimuove gli alert su alcuni rischi

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La Food and Drug Administration rimuove le avvertenze più severe dai farmaci utilizzati nella Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS) per la menopausa, lasciando in evidenza soltanto il richiamo al rischio di carcinoma endometriale. L’annuncio arriva dopo una valutazione approfondita delle prove scientifiche, il confronto con un panel di specialisti e una consultazione pubblica.

Le “black box” introdotte nei primi anni 2000, che segnalavano un possibile aumento di tumore della mammella, ictus, infarto e demenza nelle persone più anziane in trattamento, avevano inciso profondamente sulle scelte terapeutiche, contribuendo a un drastico calo nell’impiego della TOS.

Si apre quindi un nuovo scenario regolatorio e sulla salute al femminile: ne parla a TrendSanità Alessandro Messina, Dirigente Medico S.C Ostetricia e Ginecologia e Referente Ambulatorio Menopausa del Nuovo Ospedale degli Infermi, ASL Biella.

Dottor Messina, quali evidenze scientifiche hanno portato la FDA a rimuovere gli alert sui rischi oncologici e cardiovascolari dalla terapia ormonale sostitutiva?

«La decisione di rimuovere gli “alert” principali, ovvero i cosiddetti black-box warnings, relativi ai rischi oncologici e cardiovascolari nei trattamenti con terapia ormonale sostitutiva in menopausa si basa essenzialmente sulle evidenze scientifiche che hanno modificato profondamente il rapporto rischio/beneficio di questi trattamenti. Poi ci sono i limiti e il contesto delle prime evidenze: negli anni 2000, a seguito dei dati dello studio Women’s Health Initiative – WHI (uno studio randomizzato su larga scala che valutava estrogeni ± progestinici in donne post-menopausa, con età media superiore ai 60 anni, per la prevenzione di malattie cardiovascolari e tumori) emerse un incremento, nel gruppo in studio, di alcuni rischi significativi. Ad esempio, un aumento delle diagnosi di tumore alla mammella nel braccio combinato estrogeni-progestinici, un aumento degli eventi cardiovascolari nel braccio estrogeni-soli. Queste evidenze, sebbene importanti, avevano delle limitazioni: la popolazione era anziana rispetto all’età in cui tipicamente si avvia la TOS, la formulazione ormonale era molto diversa da quella che si usa attualmente e l’inizio della terapia era avvenuto, in molti casi, molti anni dopo la menopausa. Quindi, i warnings che la FDA impose allora, con un linguaggio molto restrittivo, riflettevano una situazione generale di cautela basata su queste evidenze».

In che modo le evidenze più recenti hanno cambiato la valutazione del rapporto rischio/beneficio della TOS?

«Negli ultimi anni c’è stata una mole crescente di studi, revisioni sistematiche e meta-analisi che hanno rivisto questi rischi in modo più dettagliato, in particolare considerando il momento di inizio della TOS (cioè entro i primi 10 anni dalla menopausa oppure prima dei 60 anni, la cosiddetta “finestra di opportunità”) e quale formulazione è usata (via topica vs sistemica e con utilizzo di diversi tipi di progestinico ). Ad esempio, una recente revisione pubblicata sulla rivista JAMA sottolinea che, in donne più giovani (50-59 anni) che avviano la TOS entro 10 anni dalla menopausa, non si osserva un aumento significativo delle malattie cardiovascolari, anzi, alcuni studi mostrano in realtà una riduzione fino al 25-50% degli eventi fatali cardiovascolari, oltre a una riduzione delle fratture ossee.

La decisione della FDA non significa “zero rischio” ma piuttosto un riconoscimento che i rischi sono più bassi e più modulati di quanto si pensasse

Infine, la FDA ha considerato che molte donne con sintomi menopausali (vampate, sudorazioni notturne, disturbi del sonno) non venivano trattate per paura dei rischi e che questa mancata terapia aveva un impatto negativo sulla qualità della vita e non solo. Ricordiamo, infatti, che le vampate di calore, soprattutto quando intense e molto frequenti durante le 24 ore, aumentano il rischio di incidenti cardiovascolari maggiori».

Quali passaggi hanno portato la FDA alla decisione finale di aggiornare le etichette della TOS?

«Alla luce di queste evidenze, la FDA ha realizzato un’analisi completa della letteratura, ha convocato un panel di esperti nel luglio 2025 e ha aperto un periodo di consultazione pubblica. Sulla base di questa revisione, ha annunciato la richiesta alle aziende produttrici di aggiornare le etichette dei prodotti con TOS: rimuovere dai black-box warnings le diciture riguardanti malattie cardiovascolari, tumore della mammella e demenza probabile, mantenendo però l’avvertenza sul rischio di tumore dell’endometrio per i prodotti con solo estrogeno sistemico in donne con utero. In altre parole, la decisione non significa “zero rischio” ma piuttosto un riconoscimento che i rischi sono più bassi e più modulati di quanto si pensasse, che l’inizio precoce della terapia nella finestra di opportunità migliora molto il profilo beneficio/rischio, e che la scelta della TOS deve essere sempre personalizzata in funzione della paziente che abbiamo di fronte».

Cosa cambia per chi valuta di iniziare un trattamento?

«La rimozione dei principali alert da parte della FDA cambia soprattutto l’approccio con cui le donne e i clinici possono valutare l’inizio della TOS. Non significa banalizzare i rischi, ma riportare la decisione in un contesto più realistico e personalizzato. In pratica, ciò comporta almeno tre cambiamenti importanti. Per molti anni, il linguaggio molto restrittivo dei black-box warnings ha indotto molte donne ad evitare la TOS anche quando sarebbe stata indicata per migliorare sintomi importanti come vampate, insonnia, ansia, disturbi dell’umore o dolore articolare. Con l’aggiornamento dell’etichettatura la conversazione medico-paziente può svolgersi senza il peso di avvertenze che oggi sappiamo essere basate su dati non più attuali. Questo consente di valutare la terapia con maggiore serenità e meno stigma.

Oggi sappiamo che il momento in cui si inizia la TOS è essenziale. Una donna che valuta il trattamento entro i primi 10 anni dalla menopausa, o comunque sotto i 60 anni, ha un profilo rischio/beneficio molto diverso rispetto allo scenario che aveva ispirato gli avvertimenti iniziali. Inoltre, la scelta della formulazione (transdermica vs orale), del tipo di progestinico, della dose minima efficace e dell’obiettivo terapeutico consente di modulare ulteriormente il rischio. L’aggiornamento della FDA favorisce proprio questo tipo di decisione “su misura”, anziché un approccio “valido per tutte”.

La TOS non è più vista solo come un trattamento potenzialmente rischioso, ma come una terapia efficace per sintomi che incidono pesantemente sulla vita quotidiana

La FDA ha riconosciuto che evitare la terapia per timori non fondati può avere un costo elevato in termini di sonno, benessere psicologico, salute sessuale e capacità funzionale. Senza black-box warnings generici, il medico può costruire una decisione più equilibrata, basata sul profilo personale: familiarità per tumori, fattori cardiovascolari, peso, pressione, storia ginecologica. L’obiettivo non è “prescrivere di più”, ma prescrivere meglio, per le donne che realmente possono beneficiarne».

Come sta reagendo la comunità clinica alla revisione delle etichette e al nuovo orientamento della FDA sulla sicurezza della TOS?

«La comunità clinica sta reagendo in modo nel complesso positivo. Molti ginecologi ed endocrinologi vedono la revisione della FDA come una conferma ufficiale di ciò che la ricerca degli ultimi anni aveva già chiarito: la TOS, iniziata nella finestra giusta e con le formulazioni moderne, ha un profilo di sicurezza molto migliore di quanto suggerissero i vecchi avvertimenti. Ciò che è certo è che il cambio di prospettiva dopo vent’anni di black-box warnings richiede tempo e aggiornamento. Per questo, tutte le principali società scientifiche stanno investendo molto in formazione e comunicazione, per aiutare i clinici a integrare le nuove evidenze nella pratica quotidiana».

Ora quali sono i pro e contro della TOS?

«Oggi il bilancio tra pro e contro della terapia ormonale sostitutiva è molto diverso rispetto a quello che veniva descritto vent’anni fa. I benefici sono ormai tanti e ben riconosciuti e la TOS resta il trattamento più efficace per ridurre vampate, sudorazioni notturne, disturbi del sonno e sintomi che incidono pesantemente sulla qualità di vita. Migliora la salute vaginale e sessuale, protegge la densità ossea e riduce il rischio di fratture. E quando è iniziata entro la cosiddetta “finestra di opportunità”, cioè nei primi anni dalla menopausa, mostra un profilo cardiovascolare molto più favorevole, con alcuni studi che suggeriscono addirittura una riduzione di eventi maggiori cardiovascolari rispetto alle donne non trattate. Dall’altra parte, ci sono ancora aspetti da valutare con attenzione.

La terapia non è adatta a tutte: per esempio tumori ormono-sensibili, trombosi o condizioni cardiovascolari specifiche rimangono controindicazioni a questo tipo di terapie

Esiste ancora il rischio di tumore dell’endometrio per le donne che assumono solo estrogeni e hanno l’utero, motivo per cui è necessario aggiungere alla terapia un progestinico. Per il tumore della mammella, oggi il rischio appare molto più contenuto rispetto alle stime storiche, ma non è nullo e questo perché dipende dal tipo di ormone, dalla durata del trattamento, dall’età di inizio della terapia e da fattori individuali come familiarità e stile di vita. Inoltre, anche la via di somministrazione conta: formulazioni transdermiche tendono a ridurre alcuni rischi rispetto a quelle orali.

I pro della TOS sono oggi più solidi e meglio documentati, mentre i contro sono diventati più sfumati e dipendenti dal profilo individuale. La vera differenza oggi è che, grazie alle evidenze aggiornate, la TOS può essere valutata come una terapia moderna e personalizzabile, non come un trattamento da temere a priori»

La medicina di genere nell’era digitale: appuntamento a Roma il 18 novembre

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Il 18 novembre, alla Sala Istituto S. Maria in Aquiro (Piazza Capranica 72, Roma) si tiene il convegno «La medicina di genere nell’era digitale: nuove sfide e opportunità», promosso dall’onorevole Sandra Zampa e organizzato da ASSD (Associazione Scientifica per la Sanità Digitale) con la sua Commissione Donne.

L’evento, aperto dall’on. Zampa e dalla presidente ASSD, Laura Patrucco, vedrà la partecipazione di Giovannella Baggio (Presidente del Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere) ed Elena Ortona (Direttrice del Centro di Riferimento per la Medicina di Genere, ISS) con una lectio magistralis dedicata all’evoluzione della medicina di genere in Italia, tra istituzioni e roadmap verso l’equità.

Nella medicina di genere 5.0 tecnologia, cultura e clinica si integrano per superare i bias di genere nella cura

Nel corso della giornata verrà presentato il volume “La Medicina di Genere: Fondamenti, Pratiche e Prospettive Future”, a cura della Commissione Donne ASSD, con coordinamento scientifico di Marisa De Rosa. Il testo rappresenta un punto di sintesi tra ricerca scientifica, esperienze cliniche e innovazione digitale, raccogliendo contributi multidisciplinari sul ruolo del genere nella salute e sull’integrazione dei dati e delle tecnologie per una medicina più equa e personalizzata.

La pubblicazione e il convegno affrontano in modo complementare i principali pilastri della medicina di genere 5.0, un approccio che unisce tecnologia, cultura e pratica clinica per superare i bias di genere ancora presenti nella ricerca e nella cura.

Temi centrali del libro e del convegno

Equità e personalizzazione delle cure: analisi delle differenze biologiche, ormonali, sociali e culturali che influenzano la salute e la risposta ai trattamenti.

Digitalizzazione e intelligenza artificiale in sanità: come i big data, le cartelle cliniche elettroniche e gli algoritmi predittivi possano supportare una medicina più precisa e inclusiva, a condizione di essere progettati senza distorsioni di genere.

Politiche pubbliche e governance: dalla Legge 3/2018 al Piano Nazionale per la Medicina di Genere, fino ai piani regionali (come il modello Piemonte), esempi concreti di applicazione delle politiche di genere nella sanità.

Ricerca e formazione: l’importanza di dati disaggregati per sesso e genere, di protocolli di studio equi e di una formazione continua degli operatori sanitari.

Ruolo delle donne nella leadership sanitaria: valorizzazione delle competenze femminili e costruzione di reti professionali per una medicina senza bias.

Tavola rotonda e prospettive future

La giornata si concluderà con la tavola rotonda “Costruire una medicina senza bias: agenda per il futuro” moderata da Annabella Amatulli (Past President HBA Milano – Head Regulatory Office-Enterprise Therapeutics) e la partecipazione di:

  • Monica Calamai – Coordinatrice Community – Donne protagoniste in Sanità
  • Giulia Capelli – Dirigente Medico in Chirurgia Generale ASST Bergamo Est – Women in Surgery
  • Fabiana Cecere – Dirigente Medico Oncologa presso l’IFO Regina Elena, direttivo Women 4 Oncology Italia
  • Sabrina Scarpati – Donne 4.0 Commissione Sanità Digitale – Community Leader Femtech Italy.        
  • Manuela Tamburo De Bella – Direttrice UOS Reti Cliniche Ospedaliere – Agenas

Il convegno rappresenta un momento di sintesi tra la riflessione culturale e l’azione concreta: promuovere una sanità “di genere” significa costruire un sistema più equo, intelligente e rivolto alla persona, capace di integrare la scienza con la dimensione sociale e digitale della cura.

Per informazioni e iscrizioni, contattare: segreteria@assd.it

XV Congresso SIMMESN: la situazione dello screening neonatale in Italia e i nuovi LEA

«Il Rapporto tecnico SIMMESN sullo stato di programmazione ed esecuzione dei programmi di screening neonatali – che è l’unico dato di riferimento esistente oggi nel nostro Paese – ci dice che noi siamo perfettamente capaci di controllare minuziosamente il 100% dei nati in Italia, con il risultato di poter identificare precocemente il rischio di una malattia congenita. E questo è un grandissimo risultato che ci porta ad assicurare terapie, salute e vita quotidiana a migliaia di cittadini»: lo ha detto Andrea Pession, Presidente della della Società Italiana per lo Studio delle Malattie Metaboliche Ereditarie e lo Screening Neonatale (SIMMESN), durante la giornata inaugurale del XV Congresso in corso di svolgimento a Sorrento. Unica criticità sensibile da rilevare, in un contesto positivo, è quella che riguarda i minori provenienti da flussi migratori incontrollati: «Purtroppo sappiamo – precisa Pession – che nel nostro Paese i neonati e i minori che arrivano in viaggi di fortuna e in situazioni disagiate di clandestinità non sono screenati né diagnosticati e quindi rappresentano una problematica che i nostri Centri screening debbono affrontare. Attenzione: i Centri sarebbero in grado di provvedere anche a loro, ma ovviamente, perché questo accada, sono necessarie scelte di sanità, prevenzione e assistenza territoriale che permettano una presa in carico di una popolazione che purtroppo ad oggi è quasi invisibile».

L’Italia è in grado di screenare il 100% dei nuovi nati, ma è difficile raggiungere i minori provenienti dai flussi migratori

Andrea Pession

Al Congresso di Sorrento si è dialogato e discusso anche del Documento sui Nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, appena approvato in Conferenza Stato-Regioni. Nel testo viene ampliato lo Screening Neonatale Esteso (SNE) – che grazie alla Legge 167/2016 riguarda oltre 40 malattie genetiche – introducendo nuove patologie metaboliche rare, che sono proprio oggetto del lavoro dei soci SIMMESN (mucopolisaccaridosi di tipo 1, malattia di Gaucher, malattia di Pompe, malattia di Fabry, immunodeficienze severe combinate, sindrome adreno-genitale, adrenoleucodistrofia legata al cromosoma X), oltre al passaggio fondamentale degli screening per atrofia muscolare spinale (SMA) da fase sperimentale a fase a regime. Su questa rilevante decisione, il Presidente SIMMESN sottolinea che «i nuovi LEA sono un deciso passo avanti di tutto il sistema salute del nostro Paese e daranno la possibilità alle regioni di pianificare meglio questo intervento di prevenzione secondaria. Tante famiglie, oltre alla nostra Società scientifica e a tanti Centri e specialisti sul territorio, attendevano queste decisioni. Oggi alcune malattie lisosomiali, due immunodeficienze importanti e altre patologie gravi troveranno finalmente una collocazione attenta nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale».

Il nuovo Screening Neonatale Esteso previsto dai più recenti LEA copre oltre 40 malattie genetiche

Ma SIMMESN coglie l’occasione del suo Congresso anche per lanciare un messaggio alle governance della sanità nazionale e regionale: «Noi tutti che rappresentiamo l’ambito delle malattie metaboliche e degli screening – e ci mettiamo dentro le famiglie, i caregiver, gli specialisti dei centri e dei laboratori – ora chiediamo tempestività. Abbiamo uno strumento efficace e aggiornato come i nuovi Lea: non possiamo perdere tempo. Con i nuovi LEA abbiamo suscitato grandi aspettative e le famiglie sono in attesa di risposte concrete in tempi brevi. Abbiamo terapie efficaci, competenze certificate e confermate dall’esperienza e dalla professionalità. Gli esperti di SIMMESN – conclude Pession – sono disponibili a una interlocuzione nelle sedi opportune per poter consigliare e suggerire da un punto di vista tecnico l’attuazione più tempestiva ed efficace di questo allargamento, per evitare quelle differenze applicative territoriali che spesso rappresentano un vulnus nella realizzazione dell’art. 32 della Costituzione. Inoltre la nostra Società scientifica conferma la propria disponibilità a una collaborazione continua con le autorità, tenendo conto che ci sono già altre dieci patologie – come già comunicato all’Istituto Superiore di Sanità e al Ministero – che potrebbero entrare nel sistema degli screening del nostro Paese».

Status PNRR, tra telemedicina e sanità territoriale

A quattro anni dall’avvio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la sanità italiana si trova a un punto di snodo cruciale. La Missione 6, dedicata alla salute, ha posto le basi per una riforma strutturale del Servizio sanitario nazionale, con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza territoriale e rendere la telemedicina una componente stabile e integrata dei percorsi di cura.
Ma qual è oggi lo stato di avanzamento dei progetti finanziati dal PNRR? Quali risultati si intravedono sul fronte dell’organizzazione dei servizi territoriali e dell’attuazione della telemedicina? E quali criticità, normative e operative, restano da affrontare per garantire una reale trasformazione del sistema?

Ne parliamo con:

  • Davide Minniti
    Direttore Generale AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano e Coordinatore nazionale del Forum Permanente dei Direttori Generali, Federsanità
  • Silvia Stefanelli
    Avvocato ed esperta di diritto sanitario, Studio Legale Stefanelli & Stefanelli, Bologna
  • Paolo Ursillo
    Responsabile Area Organizzazione Modelli Sanitari Territoriali, Agenas

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità