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Contratto medici, CIMO: “Improponibile testo Aran su orario di lavoro”

«Proseguono positivamente, in un clima di collaborazione, i confronti tra Aran e organizzazioni sindacali per il rinnovo del Ccnl 2019-2021 della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria. Tuttavia, non ritroviamo nei testi proposti dall’Aran i frutti di tale confronto: la maggior parte delle richieste dei sindacati sulle relazioni sindacali non sono state, per il momento, recepite; mentre, in merito al rapporto di lavoro, la discussione è stata ampia e produttiva, ma aspettiamo di ricevere il testo per capire quante e quali proposte l’Aran sia disponibile ad accogliere», dichiara Guido Quici, Presidente della CIMO, commentando l’andamento della trattativa per il rinnovo del contratto dei medici e dei dirigenti sanitari.

«In ogni caso, l’ultima parte di testo ricevuta, dedicata tra le altre cose all’orario e all’organizzazione del lavoro, è di gran lunga la peggiore – prosegue Quici -. Riteniamo improponibili le principali novità introdotte dall’Aran, poiché peggiorative rispetto al contratto vigente, che la CIMO tra l’altro ha sempre giudicato inaccettabile, tanto da non firmare il pre-accordo».

«Quello dell’orario di lavoro – spiega il Presidente CIMO – è il cuore dei motivi che spingono sempre più medici e dirigenti sanitari ad abbandonare il Servizio sanitario nazionale. E allora non si può pensare di risolvere la carenza di personale coprendo i turni con gli straordinari “programmati”, pagati dunque dai fondi degli stessi medici e non dell’azienda, o di introdurre una formulazione pericolosissima in merito alla pronta disponibilità, che potrebbe indurre le aziende a sentirsi autorizzate ad impiegare lo stesso medico in sedi diverse di una stessa azienda, magari a decine di chilometri di distanza l’una dall’altra; né, d’altro canto, è ipotizzabile vincolare le nuove agevolazioni previste per facilitare la conciliazione dei tempi famiglia-lavoro alle “compatibilità organizzative” delle diverse aziende, quando sappiamo tutti benissimo in quali condizioni di disorganizzazione versano oggi le stesse, a causa della mancata riorganizzazione del lavoro post-pandemia, del mancato adeguamento della rete ospedaliera alle previsioni del DM 70 e alla mancata riorganizzazione dei servizi territoriali».

«Solo il miglioramento delle condizioni di lavoro può frenare la fuga del personale dalla sanità pubblica e rendere il SSN nuovamente attrattivo. E il contratto, in questo senso, rappresenta un’opportunità da non sprecare. Ma se queste sono le premesse – conclude Quici – non arriveremo da nessuna parte».

Per approfondire

Screening neonatali, un investimento prezioso che il SSN non ha ancora compreso

L’Italia, insieme agli Stati Uniti, è il paese dove si effettuano più screening neonatali, test indispensabili per rilevare diverse malattie, tra cui alcune patologie congenite rare. Lo screening andrebbe esteso e dovrebbe essere realizzato in tutte le Regioni, ma non essendoci un’uniformità nazionale, ogni Regione va a velocità diverse, creando disuguaglianze di accesso.

Servirebbe anche un cambio di approccio, per considerare le attività di screening come un investimento e non come costo, perché permettono non solo di diagnosticare le malattie ma anche di attivare per tempo i giusti trattamenti, evitando ospedalizzazioni, visite e altri costi per il Servizio Sanitario Nazionale.

Ne abbiamo parlato con Andrea Pession, direttore dell’unità pediatrica dell’IRCSS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna e presidente SIMMESN, Società Italiana per lo studio delle Malattie Metaboliche Ereditarie e lo Screening Neonatale.

ECDC: campagne di vaccinazione autunnali incentrate su anziani e fragili fondamentali per ridurre l’impatto del Covid

Per ridurre l’impatto del COVID-19 e i relativi ricoveri e mortalità, i paesi dovrebbero pianificare un’introduzione continua dei vaccini COVID nel 2023. Gli sforzi dovrebbero concentrarsi sulla protezione degli anziani e di altri gruppi vulnerabili, come quelli con comorbidità sottostanti e il immunocompromessi, indipendentemente dall’età. Queste considerazioni fanno parte dell’ultimo rapporto del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) sulle considerazioni provvisorie di salute pubblica per l’introduzione della vaccinazione COVID-19 nel 2023.

Secondo i dati di sorveglianza dell’ECDC, con ogni nuova ondata di infezione da COVID-19, le persone nelle fasce di età più anziane hanno maggiori probabilità di essere ricoverate in ospedale. I dati suggeriscono una trasmissione persistente di SARS-CoV-2 nei paesi UE/SEE e quindi un rischio continuo di malattia grave per i gruppi vulnerabili.

Sebbene finora non sia emerso un chiaro modello stagionale della circolazione del virus, i dati mostrano che l’impatto della malattia è stato molto più elevato durante il periodo autunno-inverno, corrispondente alla tradizionale stagione influenzale.

In questo contesto, i modelli matematici dettagliati nel rapporto indicano che un programma di vaccinazione dell’autunno 2023 con un’elevata diffusione del vaccino rivolto a persone di età pari o superiore a 60 anni dovrebbe prevenire fino al 32% dei ricoveri correlati a COVID-19 nell’UE/SEE .

Supponendo una diffusione molto elevata del vaccino, la combinazione di un programma di vaccinazione dell’autunno 2023 per le persone di età pari o superiore a 60 anni con una campagna di vaccinazione della primavera 2023 per le persone di età pari o superiore a 80 anni dovrebbe prevenire fino al 44% dei ricoveri correlati a COVID-19.

Nel condurre la modellazione matematica, gli esperti dell’ECDC hanno preso in considerazione le conoscenze raccolte su una serie di fattori, tra cui la diminuzione dell’efficacia del vaccino, i gruppi di età interessati dalla più recente campagna di richiamo del vaccino autunno/inverno 2022/23 e la situazione epidemiologica del 2022.

In definitiva, le decisioni nazionali sulle migliori strategie adatte al contesto epidemiologico locale dovrebbero essere prese dai paesi, tenendo conto del loro contesto specifico, soprattutto considerando la probabile diffusione in una determinata fascia di età per massimizzare l’impatto. Permangono notevoli incertezze sui futuri sviluppi epidemiologici e ciò potrebbe influenzare le decisioni future. 

Per campagne di successo, le autorità sanitarie pubbliche possono prendere in considerazione lo sviluppo di attività di comunicazione mirate incentrate sul raggiungimento di gruppi ad alta priorità attraverso canali e messaggeri affidabili e fornire informazioni chiare su quali gruppi sono raccomandati per la vaccinazione, il tipo di vaccini disponibili e i tempi.

Per approfondire

“Horizon Scanning: scenario dei medicinali in arrivo”. Il Rapporto di AIFA

In Europa, nel corso del 2022, sono stati autorizzati 89 nuovi medicinali, di cui 48 contenenti nuove sostanze attive, 8 biosimilari, 23 equivalenti e 10 tra medicinali ibridi, sostanze attive note e farmaci autorizzati con la procedura del consenso informato.

Gli antineoplastici e immunomodulatori – destinati al trattamento di alcuni tipi di tumori solidi (quali il tumore del polmone, della prostata e del fegato), del sangue (quali mieloma, linfoma e leucemia) e delle malattie autoimmuni – si confermano le categorie più rappresentate (complessivamente il 37,5%) tra i medicinali contenenti nuovi principi attivi autorizzati dall’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA). Seguono, in ordine decrescente, gli antinfettivi ad uso sistemico, i farmaci dell’apparato gastrointestinale e metabolismo, del sistema nervoso.

Sono alcune delle informazioni contenute nella 5^ edizione del Rapporto “Horizon Scanning: scenario dei medicinali in arrivo”, pubblicato dall’Agenzia Italiana del Farmaco con lo scopo di fornire informazioni sui nuovi medicinali e sulle nuove terapie, che hanno ricevuto un parere positivo dell’EMA o che potrebbero averlo negli anni successivi. L’analisi, in particolare, si concentra su medicinali contenenti nuove sostanze attive, biosimilari ed equivalenti, per un totale di 79 nuovi medicinali autorizzati.

Nel corso del 2022 EMA ha autorizzato 20 medicinali orfani contenenti nuove sostanze attive, 5 dei quali sono medicinali per terapie avanzate (nello specifico, terapie geniche), e espresso parere positivo su 91 nuove indicazioni di 67 medicinali già autorizzati. Il maggior numero di nuove indicazioni terapeutiche riguarda i farmaci antineoplastici e immunomodulatori, che con 43 nuove indicazioni rappresentano il 47,3% del totale.    

Novantadue sono invece i nuovi medicinali in valutazione presso l’EMA all’inizio del 2023, con parere atteso nel corso dell’anno: 61 sono farmaci contenenti nuove sostanze attive (di cui 28 sono medicinali orfani), 17 sono equivalenti e 14 sono biosimilari. I più numerosi sono gli antineoplastici (25), seguiti dagli immunosoppressori (14) e dai medicinali del sistema nervoso (6).  

Sono in valutazione anche 64 nuove indicazioni terapeutiche (per un totale di 58 medicinali già autorizzati), appartenenti a 9 aree principali: tumori solidi, malattie infettive, malattie autoimmuni e allergie, tumori del sangue, malattie neurologiche, neurometaboliche e sensoriali, cardiovascolari e sindromi metaboliche.

Infine sono 111 i medicinali ammessi al programma PRIME, rivolto ai farmaci promettenti e ad elevato interesse per la salute pubblica, destinati a pazienti con esigenze di cura insoddisfatte, per i quali è previsto supporto precoce allo sviluppo. Si tratta, per la maggior parte, di terapie avanzate e l’area oncologica è la più rappresentata, seguita dalle aree di ematologia-emostasiologia, endocrinologia-ginecologia-metabolismo, neurologia e dai vaccini.

Per approfondire

EMA: nuove funzionalità rafforzano il programma Priority Medicines (PRIME)

L’EMA sta introducendo una serie di nuove funzionalità nel programma PRIority Medicines (PRIME) per rafforzare il suo sostegno allo sviluppo di medicinali in aree con esigenze mediche insoddisfatte. Lo schema PRIME consente una disponibilità anticipata di farmaci che cambiano la vita dei pazienti. Entro la fine del 2022, 26 medicinali che hanno beneficiato del sostegno di PRIME avevano ricevuto una raccomandazione positiva per l’approvazione nell’Unione europea (UE).

L’implementazione delle nuove funzionalità segue una revisione dell’esperienza dei primi cinque anni con il sistema, che ha messo in evidenza alcune opportunità per rafforzarlo ulteriormente.

Per ottimizzare il supporto scientifico e normativo iniziale fornito ai medicinali promettenti, verrà stabilita una tabella di marcia per ogni sviluppo PRIME insieme a un tracker dello sviluppo del prodotto. Entrambi gli strumenti faciliteranno il dialogo continuo tra le autorità di regolamentazione e gli sviluppatori poiché l’avanzamento e gli aspetti critici vengono continuamente monitorati e discussi per essere identificati durante il processo di sviluppo.

A partire da un progetto pilota di 12 mesi fino a marzo 2024, è ora possibile fornire una consulenza scientifica accelerata specifica per gli sviluppi PRIME in caso di problemi con un programma di sviluppo specifico che ha già ricevuto una consulenza iniziale completa. Questa impostazione agile per la consulenza scientifica consentirà di rispondere alle domande dei richiedenti PRIME in un lasso di tempo più breve.

L’ultima novità è rappresentata dagli incontri di preparazione alla presentazione, che si terranno circa un anno prima della presentazione di una domanda di autorizzazione all’immissione in commercio con gli sviluppatori dei farmaci PRIME. Lo scopo di questi incontri è quello di discutere lo stato dello sviluppo, compresa l’attuazione della precedente consulenza normativa, e il pacchetto di dati risultante destinato a supportare la domanda di autorizzazione all’immissione in commercio. I potenziali richiedenti dovrebbero inoltre presentare piani maturi per la generazione di prove post-marketing, a seconda dei casi.

Queste iniziative mirano a facilitare e accelerare la generazione di prove solide e pertinenti per la valutazione di una domanda di autorizzazione all’immissione in commercio, che offrirà ai pazienti un accesso anticipato a trattamenti che possono fare davvero la differenza.

Contesto: l’analisi quinquennale

L’EMA ha pubblicato un rapporto che presenta i risultati dei primi cinque anni di PRIME nel marzo 2022. Ha esaminato come il programma ha aiutato gli sviluppatori a prepararsi per le valutazioni dell’autorizzazione all’immissione in commercio. La relazione ha dimostrato che il programma PRIME ha avuto un impatto positivo sull’autorizzazione di nuovi farmaci a beneficio di pazienti che non dispongono attualmente di opzioni terapeutiche per la loro malattia o che offrono un importante vantaggio terapeutico rispetto ai trattamenti esistenti. Servono ulteriori miglioramenti come l’aumento della flessibilità della fornitura di consulenza scientifica e l’assistenza ai richiedenti per prepararsi meglio alla fase di valutazione dell’autorizzazione all’immissione in commercio.

Intelligenza artificiale in sanità: l’Università di Genova lancia il progetto Mnesys

“Questo progetto intende sviluppare nuovi approcci per le neuroscienze sperimentali e cliniche in una prospettiva di medicina di precisione, personalizzata e predittiva. Con un impatto trasformativo sulla cura delle patologie del sistema nervoso e del comportamento”. Così Antonio Uccelli, professore ordinario di Neurologia, Dipartimento di Neuroscienze, Riabilitazione, Oftalmologia, Genetica e Scienze Materno-infantili (DINOGMI), Università di Genova e Direttore Scientifico, IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e coordinatore nazionale del progetto Mnesys (“A multiscale integrated approach to the study of the nervous system in health and disease”). Si tratta di un partenariato esteso (costituito da 25 partner tra università, istituti di ricerca privati, istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, imprese) per la tematica “Neuroscienze e Neurofarmacologia”, concepito dall’Università di Genova che ne è il soggetto proponente.

Selezionato con altri 14 progetti dal Ministero dell’Università e della Ricerca, Mnesys è finanziato dall’Unione europea (Next Generation EU) nell’ambito del Pnrr (Missione 4 “Istruzione e ricerca; Componente 2 “Dalla ricerca all’impresa”; Investimento 1.3), con un budget di circa 115 milioni di euro.

Azioni cardine del progetto su neuroscienze e neurofarmacologia

Nel dettaglio, prosegue Uccelli, le azioni previste nell’ambito di Mnesys sono: “Individuare i biomarcatori per la diagnosi precoce e la prognosi delle malattie e la risposta agli interventi di cura. Identificare i bersagli molecolare e cellulari per lo sviluppo di nuovi strumenti farmacologici e di nuove tecnologie a scopo di cura. Mettere a punto i modelli computazionali attraverso l’acquisizione e l’integrazione di dati multi-modali, cioè provenienti da molteplici fonti quali per esempio quelle cliniche, radiologiche, di laboratorio ed elettrofisiologiche”.

Tutto questo con l’obiettivo di disegnare trattamenti “su misura” per le malattie neurologiche e psichiatriche fondati sulla genetica, sul profilo biologico del paziente, sui dati acquisiti dal contesto sociale e dall’ambiente in cui vive.

Calendario alla mano, il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha previsto che il progetto debba avere un orizzonte temporale di tre anni e concludersi, come richiesto dalla Ue, entro il 28 febbraio 2026. In questo lasso di tempo sono in agenda controlli periodici mirati sia ad assicurare una veloce verifica dei risultati ottenuti sia a predisporre eventuali azioni correttive utili a raggiungere i risultati previsti. “Ovviamente siamo consci che questo investimento deve rappresentare un’opportunità per generare conoscenze che offrano ricadute concrete e durature, ben oltre i tre anni, tanto sulla salute dei cittadini quanto per il tessuto socio-economico del paese nonché sulla formazione ed educazione delle nuove generazioni”, circostanzia il coordinatore nazionale del progetto.

Mnesys, l’approccio olistico e multidisciplinare alla base

Il paradigma sottostante al progetto prevede l’integrazione di competenze mediche, biologiche, tecnologiche e computazionali

Il paradigma sottostante al progetto prevede l’integrazione di competenze mediche, biologiche, tecnologiche e computazionali, con l’intento ultimo di comprendere a 360 gradi alcuni degli aspetti fondanti del funzionamento del sistema nervoso in condizioni fisiologiche e nell’ambito delle sue patologie più rilevanti dal punto di vista epidemiologico.

In ottica futura di medicina di precisione, personalizzata e predittiva, con un impatto trasformativo sulla cura delle malattie del sistema nervoso e del comportamento. A tal proposito, Uccelli puntualizza che “per raggiungere questo ambizioso obiettivo, Mnesys adotta un approccio multidisciplinare basato su criteri sperimentali complementari che coprono la fenomenologia del sistema nervoso dal molecolare all’organismo in toto, dalle valutazioni cliniche agli approcci farmacologici innovativi e alle tecniche computazionali basate sulla creazione di modelli virtuali dell’individuo, ovvero i gemelli digitali”.

Si tratta di un progetto contraddistinto da due elementi cardine ben precisi, che Sergio Martinoia, professore ordinario di Bioingegneria dell’Università di Genova e coordinatore del Comitato scientifico, esplicita così: “Una è la tecnologia hardware, approntando una sensoristica capace di studiare il funzionamento del cervello, sia in condizioni fisiologiche sia patologiche. L’altra è quella computazionale che, per merito della potenza dei calcolatori di nuova generazione, consentirà all’intelligenza artificiale di fare analisi sofisticate per arrivare in futuro al digital brain twin, consentendo di acquisire evoluti strumenti di simulazione per comprendere le malattie e affrontare meglio la parte terapeutica”.

Il modello hub & spoke sui cui sono stati centrati i partenariati

Nell’ambito di Mnesys, i partenariati sono stati focalizzati secondo un modello “hub and spoke”.

Gli spoke costituiscono aggregazioni di enti di ricerca ed aziende focalizzati su 7 temi principali (Neurosviluppo, cognizione ed interazione sociale; Neuroplasticità e connettività; Omeostasi neurale e interazioni cervello-ambiente; Percezione, movimento e interazioni cervello-corpo; Umore e psicosi; Neurodegenerazioni, trauma e eventi cerebrovascolari; Neuroimmunologia e neuroinfiammazione) in grado di sviluppare progettualità altamente innovative secondo un approccio multidisciplinare e multiscala in cui medici, biologi, ingegneri, matematici e tecnologi lavorano fianco a fianco.

Al contempo, precisa Uccelli, “le principali difficoltà nascono dall’enorme complessità della struttura amministrativa e scientifica, che coinvolge 350 ricercatori appartenenti a 13 università, 8 enti di ricerca e 4 aziende nel campo delle scienze della vita, diffuse su tutto il territorio nazionale e, soprattutto, dai tempi imposti dal Pnrr che richiede un utilizzo ottimale ma assai rapido delle ingenti risorse messe a disposizione”.

Agevolare la transizione digitale integrando metodi con focus diversi

Uno dei principali obiettivi di Next Generation EU è quello di accelerare la transizione digitale.

“Tuttavia, un’esigenza ancora insoddisfatta nella ricerca biomedica italiana è la modesta integrazione tra approcci con focus differenti quali la ricerca fondamentale, quella clinica e le scienze computazionali, anche a causa delle diverse competenze chiave e figure professionali coinvolte”, riprende Uccelli. Tenendo poi a precisare che “la ricerca in queste aree tende a concentrarsi su categorie di malattie basate sulle principali cause del processo patologico e/o sull’organo bersaglio della malattia. In particolare, ciò è vero per le malattie neurologiche e psichiatriche. Tuttavia, è probabile che fattori fisiopatologici simili, in altre parole i diversi fattori eziologici, si manifestino in diverse malattie complesse ed eterogenee, dando luogo a manifestazioni cliniche diverse a causa della concomitanza di altre componenti sia intrinseche (ad esempio, sviluppo del sistema nervoso, fattori genetici/molecolari) sia estrinseche (ambientali, sociali) e di comorbidità, ovvero di malattie concomitanti”.

L’OMS compie 75 anni e auspica equità nelle cure

Il 7 aprile 2023, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) celebrerà il 75° anniversario della fondazione insieme ai suoi 194 Stati membri e agli altri partner, chiedendo un rinnovato impegno per l’equità.

Settantacinque anni fa, all’indomani della guerra più mortale e distruttiva della storia umana, entrò in vigore la Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: un trattato tra le nazioni del mondo, che riconoscevano che la salute non era solo un bene umano fondamentale giusto, ma anche fondamentale per la pace e la sicurezza.

Negli ultimi sette decenni e mezzo, sono stati compiuti progressi straordinari nella protezione delle persone dalle malattie e dalla distruzione, tra cui l’eradicazione del vaiolo, la riduzione dell’incidenza della poliomielite del 99%, il salvataggio di milioni di vite attraverso l’immunizzazione infantile, il calo della mortalità materna e il miglioramento della salute e benessere per milioni di altri.

“La storia dell’OMS dimostra ciò che è possibile quando le nazioni si uniscono per uno scopo comune”, ha affermato il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS. “Abbiamo molto di cui essere orgogliosi, ma molto lavoro da fare per realizzare la nostra visione fondante del più alto standard di salute raggiungibile per tutte le persone. Continuiamo ad affrontare vaste disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari, gravi lacune nelle difese mondiali contro le emergenze sanitarie e le minacce derivanti dai prodotti dannosi per la salute e dalla crisi climatica. Possiamo affrontare queste sfide globali solo con una cooperazione globale”.

Per far fronte a queste sfide, l’OMS sta esortando i paesi a intraprendere azioni urgenti per proteggere, sostenere ed espandere la forza lavoro sanitaria come priorità strategica. Gli investimenti nell’istruzione, nelle competenze e nei posti di lavoro dignitosi per la salute devono avere la priorità per soddisfare la domanda in rapida crescita di salute ed evitare una prevista carenza di 10 milioni di operatori sanitari entro il 2030; principalmente nei paesi a basso e medio reddito.

Recentemente l’OMS ha anche annunciato un programma di educazione globale sulle cure di emergenza di base rivolto al 25% di infermieri e ostetriche di 25 paesi a basso e medio reddito entro la fine del 2025. Questo programma di assistenza fornirà a infermieri e ostetriche le capacità e le competenze per fare la differenza nel salvare vite umane e ridurre le disabilità.

Guardando avanti ai prossimi 75 anni e verso la fine del prossimo secolo, un rinnovato impegno per l’equità sanitaria sarà la chiave per affrontare le future sfide sanitarie. All’ombra della pandemia di COVID-19, la tabella di marcia dell’OMS per la ripresa include un urgente cambio di paradigma verso la promozione della salute e del benessere e la prevenzione delle malattie, affrontando le sue cause profonde e creando le condizioni affinché la salute possa prosperare. L’OMS esorta i paesi a fornire assistenza sanitaria dando la priorità all’assistenza sanitaria di base come fondamento della copertura sanitaria universale.

La pandemia di COVID-19 ha dimostrato che proteggere la salute è fondamentale per le nostre economie, società, per la sicurezza e la stabilità. Imparando dalla peggiore pandemia della storia recente, l’OMS è pronta a sostenere i paesi del mondo mentre negoziano un accordo pandemico, la revisione del regolamento sanitario internazionale e altre iniziative finanziarie, di governance e operative per preparare il mondo a future pandemie.

Negli ultimi cinque anni, l’OMS ha investito nella scienza e nella salute digitale, creando una divisione scientifica guidata dal primo scienziato capo dell’Organizzazione. Ciò è avvenuto in un momento in cui la scienza è costantemente sotto attacco ogni giorno. I paesi devono proteggere il pubblico dalla cattiva informazione e dalla disinformazione. Il futuro della salute dipende da quanto bene alimentiamo la salute attraverso la scienza, la ricerca, l’innovazione, i dati, le tecnologie digitali e le partnership.

Per approfondire

Diritto all’oblio oncologico, CNEL presenta il disegno di legge

Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) ha presentato un disegno di legge per il Diritto all’oblio oncologico. Oggetto della campagna di comunicazione #iononsonoilmiotumore promossa da Fondazione AIOM, questa norma, una volta approvata, permetterebbe alle persone guarite da un tumore, che in Italia sono più di un milione, di riprendere la propria vita senza subire discriminazioni. Oggi, infatti, per richiedere molti servizi, come la stipula di assicurazioni e l’ottenimento di mutui, è necessario dichiarare  di aver avuto il cancro, anche se si è già guariti, con conseguenti  difficoltà (rifiuti, premio incrementato). La campagna ha visto la realizzazione della prima guida sul tema, un portale web (dirittoallobliotumori.org), due camminate a Pescara e Modena e una forte campagna social per promuovere una raccolta firme che ha superato le 100mila adesioni.

“Siamo molto soddisfatti dell’alto numero di persone raggiunte con la campagna e ringraziamo il CNEL per l’attenzione che ha dedicato a questo bisogno, molto sentito in tutta la popolazione di malati, ex pazienti, famigliari e caregiver – afferma Giordano Beretta, Presidente Fondazione AIOM –. Ora che questa legge è arrivata in Parlamento non è più solo una speranza, ma può e deve diventare realtà: per questo chiediamo ai Presidenti di Camera e Senato e alla Presidente del Consiglio di approvare questa norma, in un gesto di cura e ascolto verso un milione di italiani. Dobbiamo seguire l’esempio virtuoso di Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Portogallo e Romania, che hanno già emanato una legge a tutela dei cittadini guariti dal cancro. Ogni neoplasia richiede un tempo diverso perché chi ne soffre sia definito ‘guarito’: per il cancro della tiroide sono necessari meno di 5 anni dalla conclusione delle cure, per il melanoma e il tumore del colon meno di 10. Molti linfomi, mielomi e leucemie e i tumori della vescica e del rene richiedono 15 anni. Per essere guariti dalle malattie della mammella e della prostata ne servono fino a 20. Il riconoscimento del diritto rappresenta la condizione essenziale per il ritorno a una vita dignitosa.”

“Grazie alla ricerca e all’innovazione tecnologica, il numero di persone che guariranno dal cancro aumenterà nel prossimo futuro – spiega Francesco Riva, Consigliere CNEL e autore della proposta –. Per questo abbiamo ritenuto necessario portare questo progetto in Parlamento, perché se ne parli e si proceda a un’iniziativa legislativa in grado di offrire supporto e tutela a tutti i pazienti di oggi e domani. È fondamentale riempire questo vuoto normativo in tempi stretti, perché dopo 5 anni da un tumore pediatrico e 10 da una malattia dell’età adulta si possa essere finalmente considerati guariti anche dalla burocrazia.”

“Esprimiamo tutta la nostra gratitudine a Tiziano Treu, Presidente CNEL, e Francesco Riva, Consigliere – aggiunge Saverio Cinieri, Presidente AIOM –. Il loro sostegno è stato decisivo per permettere a questa richiesta di arrivare ai grandi organi istituzionali. Ora a loro non resta che approvarla, in un gesto di civiltà, per farla diventare legge a tutti gli effetti. Chiediamo che questo avvenga rapidamente, perché non si affievolisca la luce su questa importante iniziativa e perché gli ex pazienti non debbano più aspettare per vivere la vita che meritano.”

Payback: Confindustria DM chiede un incontro al governo

“Siamo consapevoli che il Governo Meloni stia cercando di risolvere il problema del payback, ma si era impegnato a costituire un tavolo dove trovare di concerto con l’industria una soluzione per il superamento dei tetti di spesa e discutere contestualmente di come chiudere il passato sul payback. Ribadiamo che l’idea di sciogliere la questione con uno sconto, lasciando ancora in vigore il meccanismo è una via non percorribile per le nostre imprese. Significherebbe accettare una norma assurda, che aprirebbe la strada alla compartecipazione delle aziende alla spesa pubblica e che non ha precedenti nella storia del nostro Paese e di nessun altro Stato al mondo. Inoltre, come abbiamo più volte sottolineato questo decreto determinerebbe il fallimento di molte imprese e la fuga dall’Italia dei grandi gruppi globali. Confindustria Dispositivi Medici rappresenta l’80% del mercato in Italia raggruppando dalle startup alle PMI alle grandi aziende multinazionali italiane ed estere di produzione e di distribuzione. Per questo chiediamo al Governo un incontro urgente per trovare soluzioni costituzionali e che preservino la tenuta del nostro Servizio sanitario nazionale e di un’industria che offre soluzioni di salute e genera Pil”. Lo ha dichiarato il Presidente di Confindustria Dispositivi Medici, Massimiliano Boggetti, in riferimento alla norma, che impone alle imprese di pagare di sforamenti dei tetti di spesa regionale dal 2015 in poi.

“In assenza di un percorso negoziale e considerando il payback ingiusto ed illegittimo – ha continuato Boggetti – non solo continuiamo con la nostra battaglia legale, ma abbiamo depositato un esposto alla Commissione Europea affinché valuti l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia perché il payback viola le norme comunitarie in materia di concorrenza ed accesso al mercato. La norma sul payback è, infatti, in palese violazione del diritto europeo, con particolare riferimento alla libera circolazione delle merci all’interno del mercato unico, alla normativa sugli appalti pubblici nonché allo sviluppo delle imprese sul territorio unionale, come abbiamo denunciato nell’esposto inviato nei giorni scorsi”.

Il potenziale della musica in età avanzata e nel contesto delle case anziani

Prosegue la collaborazione con il Cultural Welfare Center (CCW) sulla base di un progetto comune di diffusione della conoscenza sul valore delle arti e della cultura per il benessere e la salute

I benefici offerti dalla musica alla popolazione anziana sono ampiamente dimostrati da una letteratura vasta e diversificata. Oltre agli studi in ambito musicoterapico che dimostrano significativi effetti su pazienti affetti da demenza, ictus e malattia di Parkinson, negli ultimi anni si sono moltiplicate evidenze anche rispetto ai benefici offerti dalla partecipazione culturale e da attività incentrate sui contenuti artistici della musica. Cantare, suonare con altre persone o studiare uno strumento musicale può incrementare autostima, motivazione, energia e relazioni interpersonali, offrendo agli anziani benefìci a livello cognitivo e fisico. Anche ascoltare musica fa bene, in quanto può aiutare gli over 65 a mantenere contatti con la propria identità, offrendo emozioni appaganti e supporto psicologico e spirituale, mentre assistere regolarmente a concerti può ridurre ansia e solitudine, generando sensazioni di felicità, stupore e gratitudine. Questi risultati sono in linea con il concetto di invecchiamento attivo proposto dall’OMS nel 2002, secondo cui è necessario aiutare la persona anziana a realizzare il proprio potenziale in termini di benessere fisico, sociale e mentale considerando attentamente i suoi desideri, bisogni e capacità.

Il progetto Art for Ages (A4A) è partito da queste premesse concentrandosi sulle case anziani, un contesto in cui la ricerca si è focalizzata soprattutto su interventi di musicoterapia e dove l’impatto della partecipazione culturale non è stato indagato a fondo. La necessità di affrontare questa lacuna appare evidente se osserviamo l’incremento demografico della popolazione anziana e dell’aspettativa di vita in molti paesi, ed è sottolineata dalla raccomandazione dell’OMS di sostituire il needs-based approach con il rights-based approach, considerando anche le preferenze individuali, l’indipendenza, l’autonomia, la partecipazione nella collettività, la realizzazione personale e la dignità dell’anziano. La nostra ricerca, finanziata dalla fondazione Gebert Rüf e sviluppata dalla Divisione Ricerca e Sviluppo del Conservatorio della Svizzera italiana (Lugano) in collaborazione con il Royal College of Music (Londra), il Centro competenze anziani della SUPSI e il Dipartimento Economia Aziendale Sociale e Salute della SUPSI (Manno), si è concentrata su due grandi ambiti. Con uno studio preliminare abbiamo investigato il ruolo della musica nella vita dei residenti, considerando sia la loro quotidianità in struttura che il loro percorso di vita, e cercando di chiarire modalità, preferenze e desideri riguardo alle diverse forme di coinvolgimento con la musica. Nel secondo studio abbiamo cercato di ricostruire l’esperienza vissuta prendendo parte ad un programma musicale di dieci settimane in cui i residenti hanno potuto suonare e cantare insieme a studenti del conservatorio.

Il ruolo della musica nella vita dei residenti

Nel nostro primo studio abbiamo coinvolto 20 partecipanti di età compresa tra 71 e 99 anni ospitati in sei residenze dell’area luganese (Casa Serena, Residenza Gemmo, Piazzetta, Orizzonte, Castagneto e Meridiana) e reclutati dal personale di ogni struttura in modo da offrire eterogeneità in termini di profilo socio-economico e di preferenze musicali.

La musica ricopre un ruolo rilevante lungo tutta la vita dei residenti

Dall’analisi delle interviste è emerso che la musica ricopre un ruolo rilevante lungo tutta la vita dei residenti e che il coinvolgimento con essa può essere ancora molto importante. Come evidenziano i seguenti estratti, la musica rappresenta un supporto per mantenere un senso di continuità con il proprio passato e la propria identità, in quanto aiuta a ricordare persone importanti e momenti e periodi della vita significativi.

Per me è un piacere la musica, assolutamente un piacere. […] La prima volta che mi hanno portato all’opera in famiglia avevo 4 anni e ho visto l’Aida. Mi aveva portato mio nonno, e quando c’è stato il finale mi sono messa a piangere. E devo ammettere che quasi 90 anni dopo, quando sento il finale dell’Aida, io mi ritrovo con le lacrime (ridendo).  (Sonia, 86 anni)

Io ho quella canzone napoletana, “Anema e core’’… quella lì mi ricorda il mio ragazzo, guarda. Non è stato mio marito il mio amore, il mio amore è stato quel ragazzo. E quando io sento “Anema e core”…mi viene la pelle d’oca. […] Perché una canzone ti può ricordare una vita, ti può ricordare un periodo della tua vita. (Grazia, 83 anni)

A casa mia cantavamo sempre. Mio papà aveva una bella voce, cantava e mi ha insegnato lui. […] A scuola abbiamo imparato, tanti anni fa, il Nabucco. Era bravo quel maestro lì! Avevo 14 anni, e deve pensare che quando cantano il Nabucco lo canto sempre anche io. Mi piace, è molto bello. (Olga, 79)

La musica è considerata una risorsa preziosa anche per il suo forte impatto in termini di emozioni e benessere. Essa è infatti in grado di provocare emozioni intense e per lo più positive come gioia, svago, energia, sostegno spirituale e appagamento estetico. In questo modo essa costituisce una risorsa in grado di migliorare l’umore e offrire supporto nei momenti di tristezza. Le dichiarazioni di alcuni intervistati suggeriscono che l’importanza della musica sia aumentata con il passare degli anni, perché aiuta ad affrontare le difficoltà collegate ai processi di invecchiamento e risulta più accessibile rispetto ad altre forme creative.

Adesso non posso più scrivere come una volta, e sono contento di poter ascoltare la musica. La musica fa parte della mia vita, proprio come disegnare e scrivere…è qualcosa di fondamentale. […] Forse questo legame cresce ancora di più invecchiando. (Carlo, 82)

La musica mi aiuta molto a vivere qui […] ascolto la mia mia musica e sono tranquilla. […] Ho perso la memoria ma ancora mi ricordo la musica […]: la musica mi tiene compagnia […] mi piace molto perché è un arricchimento, una cosa intima ma non triste… per me la musica è vita. Ascolto un brano musicale, forse sono stanca o triste, ma il mio morale si risolleva. (Giovanna, 94)

Il coinvolgimento con la musica è rilevante sia sul piano individuale che collettivo

Le interviste rivelano anche che il coinvolgimento con la musica è rilevante sia sul piano individuale che collettivo. Per alcuni residenti l’ascolto individuale o l’abitudine a cantare privatamente restano, in linea con le proprie abitudini nel passato, l’opzione preferita. Allo stesso tempo, per non poche persone le compromissioni a livello visivo e di motricità rendono difficile o impossibile utilizzare la radio e altri dispositivi. Per questo motivo, le iniziative organizzate dalle strutture, solitamente incentrate sul canto di canzoni popolari, vengono generalmente apprezzate e offrono come valore aggiunto preziosi momenti di condivisione e socialità. A ogni modo, dalla nostra ricerca emerge una generale diminuzione di ascolto, pratica musicale e frequentazione di concerti dopo il trasferimento in struttura. I seguenti estratti evidenziano i principali ostacoli incontrati a questo riguardo:

Da quando mi sono trasferita qui, non ascolto più musica. A casa, invece, avevo più opportunità […] Pensi che avevo 70 e più dischi di canzoni di una volta. E dopo li ho dati via tutti perché qua non posso fare niente. (Simona, 91)

Prima di essere qui in casa per anziani, posso dire che se c’era un bel concerto, con mia moglie non lo perdevamo mai. […] E adesso anche qui, per esempio: la domenica mattina non perdo mai, alle 10 e mezzo, quella trasmissione che fa la televisione della Svizzera italiana sulla musica. Fanno dei concerti bellissimi. […] La televisione fa il grande sbaglio di mettere le parti più belle della cultura e della musica dopo le 11 di sera. Io alle 11 di sera dormo già da due ore. (Pietro, 91 anni)

Ascolto la radio pochissimo perché mi fanno male le mani e non riesco a farla funzionare. […] e poi, la sera non ci vedo (Paola, 99)

L’esperienza vissuta dai residenti suonando insieme agli studenti del Conservatorio

Il nostro secondo studio si è focalizzato su un programma di dieci settimane in cui i residenti di quattro strutture dell’area luganese (Casa Serena, Residenza Gemmo, Piazzetta e Cigno Bianco) hanno avuto la possibilità di cantare e suonare insieme a nove studenti del Conservatorio della Svizzera italiana di età compresa tra 19 e 26 anni. I partecipanti hanno avuto la possibilità di usare strumenti a percussione di uso intuitivo, maneggevoli e di sonorità contenuta in modo da non arrecare disturbo alle altre persone presenti in struttura. Per rendere il clima più informale e incoraggiare a partecipare i residenti più timidi, abbiamo incluso tra gli strumenti impiegati oggetti di uso comune come cucchiai, grattugie e bidoni di plastica. Il repertorio eseguito, definito con i residenti di ciascuna struttura sulla base delle loro preferenze, comprendeva brani di musica classica, lirica, jazz, etnica, leggera e popolare, e gli studenti, preparati attraverso un training specifico, hanno offerto in ogni sessione anche brevi performance dal vivo.

La possibilità di prendere parte alle sessioni è stata aperta a tutti i residenti interessati, e circa 90 di loro hanno partecipato con regolarità lungo le dieci settimane. Per questo studio sono stati intervistati 22 partecipanti di età compresa tra 72 e 95 anni, reclutati sulla base della partecipazione ad almeno otto sessioni e la capacità di sostenere un’intervista. In questo modo abbiamo cercato di ricostruire l’esperienza vissuta dai residenti e di chiarire gli effetti percepiti prendendo parte al programma.

La figura 1 illustra il quadro ricostruito attraverso la nostra procedura di analisi e rivela che suonare e cantare insieme agli studenti ha rappresentato un’esperienza significativa in grado di generare in maniera pressocché unanime emozioni positive. Il programma è stato accolto con interesse e gratitudine e le dichiarazioni dei partecipanti sono molto chiare in questo senso:

Arrivavate qui e ci facevate trascorre un’ora in allegria, con qualcosa di diverso da ciò che facciamo tutti i giorni. È meraviglioso avere qualcosa di coinvolgente da fare, ti cambia la giornata. (Rosa, 83)

Noi aspettavamo solo il venerdì! Perché c’era la lezione! Perché per noi era una cosa piacevole. E quando una cosa ti piace, aspetti che passano i giorni perché arriva quel giorno lì. (Lucia, 75)

Ciò sembra essere dovuto a tre dimensioni principali. La prima, in linea con i risultati dello studio precedente, ha a che fare con l’importanza attribuita alla musica, come rivelano i seguenti estratti:

Tutto quello che ha rapporto con l’arte e che è qualcosa che ti parla al cuore, è sempre ben ricevuto. Se togliamo l’arte alla vita, cosa ci rimane? Posso dire che la musica è una parte rilevante della mia vita, sicuramente, anche se non ho mai suonato uno strumento (Tina, 86)

Quando canti una canzone, anche se non l’hai composta tu, la canti con gioia perché è qualcosa che ti risveglia. Risveglia il corpo e l’anima. E poi, tiene lontani certi pensieri, come “Devo solo aspettare di morire”… no! (Alba, 83)

La seconda dimensione si riferisce alle opportunità di apprendimento offerte dal programma. Esplorare gli strumenti e gli oggetti proposti, scoprendone le sonorità e le possibilità espressive con la guida dei giovani musicisti in un contesto inclusivo, è stato divertente e coinvolgente. Come emerge dai seguenti estratti, i residenti hanno manifestato soddisfazione e appagamento sia per i progressi percepiti nel suonare che nel comprendere e apprezzare generi e autori che non conoscevano.

Per noi era una specie di imparare giocando. Nel senso: come si insegna ai bambini come giocare, si può anche insegnare agli anziani come giocare […] All’inizio si prendeva più sullo scherzo, sul ridere. Invece, piano piano, abbiamo capito che oltre ad essere divertente si imparava qualcosa. (Luciana, 75)

Ho scoperto anche musica che non conoscevo! Musica russa, spagnola…specialmente la musica russa: per me era sconosciuta e mi è piaciuta molto. (Marcello, 95)

Ora ascolto la musica con più attenzione… cerco di ascoltarla un po’ più da vicino, e ritrovo un po’ quello che mi hanno insegnato a scuola. (Paolo, 72)           

La terza dimensione si riferisce alle relazioni interpersonali.  Da un lato, trovarsi ogni settimana a fare musica insieme ha facilitato o rafforzato i legami tra i residenti, offrendo argomenti di conversazione e stimolando il supporto reciproco, come emerge dai seguenti estratti:

Io parlavo [del programma] con gli altri residenti! Anche venerdì scorso, con la signora lì vicino. Abbiamo parlato di musica, di pezzi d’opera. (Amelia, 79)

Ho parlato tanto con la mia amica e noi siamo soddisfatte, veramente […] Ci si conosce meglio, facendo musica! Si condivide una complicità del suono. (Carmela, 75)

Una persona con cui sono diventata amica, che anche ha partecipato al programma, lo ha apprezzato molto. Lei ha alcuni problemi con la memoria, e mi diceva: “Ricordami quando c’è la sessione di musica così ti raggiungo”, e l’ultima volta è arrivata prima di me e ha tenuto il posto per me (Sarah, 90)

Dall’altro lato, le interazioni con gli studenti del Conservatorio hanno avuto effetti positivi, rendendo i residenti felici di vedere visi nuovi, generando empatia e rievocando nei residenti momenti e sensazioni legate alla propria giovinezza o agli anni in cui i propri figli avevano l’età degli studenti.

Ho trovato i ragazzi molto simpatici! Si impegnavano per farci fare un bel lavoro e ci sono riusciti! Proprio cari, sì. Belli e cari. (ridendo) Eh, la gioventù che sprizzava, lì! (Elisabetta, 80)

Mi è piaciuto stare a contatto con i ragazzi. Mi ricordava gli anni in cui mio figlio era all’università, e avevo la sensazione di poter comprendere i loro problemi e condividere con loro i miei. (Maria, 77)

La rilevanza del programma nel suo complesso è sottolineata dalle riflessioni di alcuni residenti, da cui emerge che il programma ha aiutato a contrastare isolamento, dubbi sulle proprie capacità cognitive e mancanza di stimoli.

La vostra idea è buona, così non ci sentiamo completamente persi, vediamo più persone e abbiamo più contatti. […] Qui molti residenti non riescono nemmeno a muoversi dalle loro sedie. (Emilia, 88)

[Il programma] è stato positivo soprattutto perché si impara a fare attenzione, che è qualcosa che noi qui non dobbiamo fare spesso (Carla, 75)

In conclusione

La presenza di studenti provenienti da una scuola universitaria di musica ha avuto un ruolo chiave

I nostri studi rivelano che la musica ricopre un ruolo importante nella vita dei residenti delle case anziani e che può offrire importanti benefici in termini di salute e benessere. La nostra ricerca evidenzia inoltre che fare musica in gruppo ha offerto in ampia misura emozioni positive, che le attività proposte sono state coinvolgenti e che le sessioni hanno facilitato le relazioni interpersonali. I partecipanti hanno vissuto esperienze significative, in quanto il programma ha risposto al desiderio di novità e di stimoli proponendo contenuti in grado di evocare ricordi, rafforzare legami con la propria identità e offrire esperienze estetiche gratificanti. Infine, grazie alla sua componente pratico-interattiva e alle opportunità di apprendimento offerte, il programma ha avuto effetti in termini di appagamento, dovuti ai progressi percepiti dai partecipanti riguardo alle proprie capacità e conoscenze musicali. La presenza di studenti provenienti da una scuola universitaria di musica ha avuto un ruolo chiave, sia in termini di qualità dei contenuti musicali che di incontro intergenerazionale. Un ulteriore studio del progetto A4A ha analizzato proprio la prospettiva dei giovani musicisti, rivelando effetti positivi sia sulla sfera personale che professionale e supportando l’ipotesi che l’incontro tra queste due popolazioni possa dare luogo a benefici reciproci. 

La consapevolezza dell’impatto della musica su salute e benessere non è ancora adeguatamente diffusa né tra gli operatori socio-sanitari né tra quelli culturali

Se consideriamo l’incremento della popolazione over 65 e dell’aspettativa di vita in molte nazioni, la necessità di favorire il benessere e la partecipazione attiva degli anziani nella società è innegabile, e la nostra ricerca evidenzia la necessità di promuovere collaborazioni tra istituzioni di ambiti socio-sanitari e artistici. Garantire la sostenibilità e la continuità nel tempo di interventi efficaci e sistematicamente monitorati resta una grande sfida, e investire nella ricerca e nella formazione costituisce un passo fondamentale in questo senso. La consapevolezza riguardo all’impatto della musica su salute e benessere non è ancora adeguatamente diffusa né tra gli operatori socio-sanitari né tra quelli culturali. Coinvolgere concretamente gli studenti di queste discipline in progetti collaborativi e offrire loro competenze idonee ad interpretare scenari complessi e monitorare l’impatto del proprio operato potrebbe favorire il moltiplicarsi di buone pratiche basate sulla partecipazione culturale, a vantaggio di tutti gli attori coinvolti. Recenti studi, infatti, suggeriscono che prendere parte ad attività musicali offre benefici anche a infermieri e operatori, in termini di riduzione dello stress e miglioramenti sul piano della motivazione, della comunicazione e dell’empatia.

Promuovere il dialogo tra il mondo sanitario e quello musicale appare dunque estremamente importante. Questa visione trova riscontro in due recenti contributi provenienti dalla Baring Foundation e l’Associazione Europea dei Conservatori, che invitano ad impegnarsi nel favorire l’integrazione di pratiche artistiche nei contesti di cura e a rendere consapevoli i giovani musicisti dell’importante contributo che possono offrire alla società attraverso le loro competenze artistiche.