Home Blog Page 250

AGENAS e i numeri del personale del Servizio Sanitario Nazionale

AGENAS pubblica un aggiornamento del documento “Il personale del Servizio Sanitario Nazionale”, un’analisi sul personale del SSN.

L’elaborazione, a cura dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, approfondisce vari aspetti relativi alla dotazione del personale del servizio sanitario nazionale: il numero di personale dipendente, la composizione, il tasso di turnover, la media nel decennio 2010-2019 e la “gobba” pensionistica, i dati sulle Scuole di specializzazione in medicina e il numero di Medici e Infermieri emigrati all’estero.

Nel Report è possibile visionare anche il rapporto tra cittadini assistibili e numero di Medici di medicina generale (MMG) per Regione e un’ipotesi di spesa per personale anno 2022.

In generale emerge che nel 2021 il personale dipendente del SSN ammontava a 670.566 unità di cui 68,7% donne e 31,3% uomini. Rispetto al 2020 il personale del 2021 risultava aumentato di 6.097 unità e di 21.223 rispetto al 2019. Nel 2020 il personale dipendente del SSN ammontava a 664.469 unità di cui 68,4% donne e 31,6% uomini. Rispetto al 2019 il personale del 2020 risultava aumentato di 15.126 unità.

AIFA pubblica il Rapporto “L’uso degli antibiotici in Italia – 2021”

Nel 2021 prosegue il trend in riduzione dell’uso di antibiotici in Italia (-3,3% rispetto al 2020), sebbene i consumi si mantengano ancora superiori a quelli di molti Paesi europei.
Nel confronto europeo emerge inoltre in Italia un maggior ricorso ad antibiotici ad ampio spettro, che hanno un impatto più elevato sullo sviluppo delle resistenze antibiotiche. Si conferma un’ampia variabilità regionale nei consumi, con significativi margini di miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva soprattutto nelle Regioni del Sud. 

Sono alcuni degli elementi che emergono dal Rapporto “L’uso degli antibiotici in Italia – 2021”, a cura dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed) dell’AIFA, pubblicato sul portale dell’Agenzia.

Nell’analisi sull’uso degli antibiotici in regime di assistenza convenzionata sono inclusi anche dei focus sulla prescrizione nella popolazione pediatrica e negli anziani, sulle prescrizioni di fluorochinoloni in sottogruppi specifici di popolazione e sull’uso degli antibiotici nei pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

Il Rapporto prende inoltre in esame l’uso degli antibiotici in ambito ospedaliero, l’acquisto privato di antibiotici di fascia A, il consumo degli antibiotici non sistemici e gli indicatori di appropriatezza prescrittiva nell’ambito della Medicina Generale.

La nuova edizione presenta anche una sezione sulla rete dei laboratori di microbiologia e, in accordo a quanto previsto dal Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico Resistenza (PNCAR) 2022-2025, e una sezione che prende in considerazione l’utilizzo degli antibiotici in ambito veterinario.

Infine, come negli ultimi anni, il Rapporto fornisce una valutazione dell’impatto della pandemia da COVID-19 sul consumo di antibiotici nell’ambito dell’assistenza farmaceutica convenzionata e degli acquisti da parte delle strutture sanitarie pubbliche, che include anche il primo semestre del 2022.

Gli andamenti temporali dei consumi e le importanti differenze nei pattern prescrittivi tra aree geografiche che emergono dai dati del Rapporto evidenziano l’importanza di continuare a monitorare, sia a livello nazionale che regionale o locale, gli indicatori di consumo e di qualità della prescrizione degli antibiotici in Italia, così come raccomandato anche dal nuovo PNCAR 2022-2025.

Highlights

  • Continua il trend in riduzione del consumo di antibiotici in Italia: -3,3% nel 2021 rispetto al 2020
  • Nel 2021 circa 3 cittadini su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici, con una prevalenza che aumenta all’avanzare dell’età, raggiungendo il 50% negli over 85.
  • Nella popolazione pediatrica i maggiori consumi si concentrano nella fascia di età compresa tra 2 e 5 anni, in cui circa 4 bambini su 10 hanno ricevuto nell’anno almeno una prescrizione di antibiotici.
  • Il 76% delle dosi utilizzate è stato erogato dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
  • Quasi il 90% degli antibiotici rimborsati dal SSN viene erogato sul territorio (in regime di assistenza convenzionata).
  • Più di un quarto dei consumi a livello territoriale (26,3%) corrisponde ad acquisti privati di antibiotici rimborsabili dal SSN (classe A).
  • Le penicilline in associazione agli inibitori delle beta-lattamasi si confermano la classe a maggior consumo (36% dei consumi totali), seguita dai macrolidi e dai fluorochinoloni.
  • Permane un’ampia variabilità regionale nei consumi a carico del SSN, che sono maggiori al Sud rispetto al Nord e al Centro. Nelle regioni del Nord si registrano inoltre le riduzioni maggiori (-6,1%), mentre al Sud sono più contenute (-2,2%).
  • Nelle Regioni del Sud si riscontra una predilezione per l’utilizzo di antibiotici di seconda scelta.
  • Complessivamente i consumi in Italia si mantengono superiori a quelli di molti Paesi europei.
  • L’Italia si conferma uno dei Paesi europei con il maggior ricorso a molecole ad ampio spettro, a maggior impatto sulle resistenze antibiotiche e pertanto considerate di seconda linea, con un trend in peggioramento negli ultimi due anni.
  • L’Italia è anche uno dei Paesi con la minor quota di consumo degli antibiotici del gruppo “Access” (47%), considerati antibiotici di prima scelta, che secondo la WHO dovrebbero costituire almeno il 60% dei consumi totali.
  • In ambito ospedaliero si osserva in particolare un incremento del ricorso all’utilizzo di antibiotici indicati per la terapia di infezioni causate da microrganismi multi-resistenti.
  • Sia i consumi in regime di assistenza convenzionata sia gli acquisti da parte delle strutture sanitarie pubbliche sono aumentati nel primo semestre 2022 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Clicca qui per consultare la Scheda di sintesi del rapporto

Per approfondire

Quici (CIMO-FESMED): “Bene Schillaci su depenalizzazione responsabilità medica”

“Apprendiamo con favore l’intenzione del Ministro della Salute Orazio Schillaci di depenalizzare la responsabilità medica. Si tratta di un intervento che chiediamo da tempo e che reputiamo essenziale per ridare maggiore serenità ai medici e per ridurre il ricorso alla medicina difensiva”. Così Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED, commenta la dichiarazione rilasciata dal Ministro questa mattina alla stampa in merito all’intenzione di “agire depenalizzando la responsabilità medica, tranne che per il dolo, e mantenendo solo quella civile”.

“Solo in Italia, in Polonia e in Messico l’errore medico rischia di essere sanzionato penalmente. Ora lavorare rapidamente al provvedimento in modo da superare tale singolarità”, conclude Quici.

Per approfondire

Demenze: semplificati i controlli e l’accesso ai farmaci per i pazienti

La SINDEM insieme alle altre società scientifiche nazionali coinvolte nelle tematiche delle demenze e dei disturbi cognitivi  come la SIN (Società Italiana di Neurologia), l’AIP (Ass. It. Psicogeriatria) e SINeG (Soc. It. Neurogeriatria)], e la SIMMG (Società dei Medici di Medicna generale), si è fatta promotrice di un’iniziativa tesa ad aggiornare e semplificare la nota 85, risalente al 2010, per l’accesso alle terapie da parte degli oltre 800mila pazienti italiani affetti da Demenza di Alzheimer e demenze correlate.

L’audizione con l’AIFA svoltasi nel maggio 2022, ha riscosso interesse e l’Agenzia Italiana del Farmaco, dopo aver coinvolto il Tavolo Nazionale Demenze (che include il Ministero della Salute, l’ISS e le Regioni) ha recepito la necessità di modificare i criteri di rimborsabilità di questi farmaci che risalivano al 2010.

Amalia Cecilia Bruni (Presidente SINDEM quando è stata avviata l’iniziativa) e Camillo Marra (attuale presidente SINDEM) sottolineano che le modifiche alla nota 85 non si limitano alla sola modifica della rimborsabilità ma contengono aggiornamenti anche di altri aspetti, precisando che:

Novità di trattamento

Il monitoraggio delle terapie farmacologiche era legato a vecchi criteri di sicurezza (visite a 1, 3 e 6 mesi) che, dopo 20 anni di pratica clinica, sono stati modificati:

  • La nota ora permette un monitoraggio meno rigido e più personalizzato alle esigenze del singolo paziente.
  • La visita di controllo nei casi stabilizzati può essere distanziata anche a un anno, se il caso lo consente, e ciò permette da un lato una riduzione di visite inutili e dall’altro di lasciare liberi spazi per pazienti meno stabili e che necessitano di monitoraggio più stretto.
  • Anche la durata della cura viene svincolata dai rigidi punteggi del MMSE, il test di valutazione cognitiva generale. Alla luce dei numerosi studi che indicano l’efficacia di questi farmaci anche in fasi molto iniziali e molto più gravi di quanto prima limitato dalla precedente nota il farmaco potrà essere prescritto sulla base del giudizio del medico e nell’ambito di una valutazione clinica complessiva.
  • Da ultimo l’osservazione che i farmaci per malattia di Alzheimer (Memantina e inibitori Colinesterasi) si siano dimostrati più efficaci se dati in combinazione ha portato ad un’ulteriore modifica della nota che ora prevede la possibilità di effettuare la prescrizione combinata in politerapia di tali farmaci.

Sanità pubblica: per un italiano su tre sta peggiorando

Per gli italiani la sanità pubblica resta un baluardo, con il 57% che dice di avere fiducia nel Servizio sanitario nazionale, e il 43% d’accordo nel definirlo ancora uno dei migliori al mondo.  In molti, però, non esitano a denunciarne l’attuale situazione di crisi, probabilmente aggravata dall’impatto della pandemia. A lanciare l’allarme è l’ultima ricerca dell’Osservatorio Sanità[1] di UniSalute, che insieme a Nomisma ha interrogato un campione di 1.200 persone riguardo la loro opinione della sanità pubblica, messa a confronto con la sanità privata.

Secondo il sondaggio, un italiano su tre (34%) ritiene che il Servizio sanitario nazionale sia peggiorato rispetto a 5 anni fa; molto più bassa la percentuale di chi lo trova migliorato (13%), mentre il 52% non ha notato un cambiamento né in positivo né in negativo. La valutazione della sanità privata risulta invece più stabile: in questo caso l’opinione di quasi tre italiani su quattro (72%) è rimasta invariata, con una quota leggermente maggiore che la giudica migliorata (17%) rispetto a peggiorata (11%).

Il principale motivo di insoddisfazione, per quanto riguarda la sanità pubblica, sono i tempi di attesa: secondo il 76% si sono allungati, con un 40% che parla addirittura di un “forte aumento”. Il 59% degli intervistati lamenta inoltre un aumento dei costi, e ben due su tre (66%) ritengono insufficiente il numero di medici e infermieri in servizio. Anche nel settore privato, comunque, c’è chi riscontra un allungamento dei tempi (38%), oltre a una crescita dei costi più evidente rispetto al servizio pubblico (72% ha percepito un aumento).

Ma in base a quale criterio, allora, gli italiani scelgono di rivolgersi alla sanità pubblica o a quella privata? In realtà non ci sono sorprese: chi nell’ultimo anno ha effettuato visite o esami in strutture pubbliche, dice di averlo fatto principalmente per il costo ridotto della prestazione (56%), mentre chi si è rivolto a strutture private dà come motivazione soprattutto i tempi di attesa inferiori (72%). Nel complesso, il livello di soddisfazione è più alto per i servizi sanitari privati rispetto a quelli pubblici: nel primo caso si dice soddisfatto delle cure ricevute il 72% degli intervistati, nel secondo solo il 56%.

Questo non vuol dire che gli italiani non credano più nella sanità pubblica, anzi: come detto, la maggioranza (57%) dichiara di avere fiducia nel Servizio sanitario nazionale, e quasi la metà (43%) lo ritiene ancora tra i migliori al mondo. Per ovviare alle lacune evidenziate, il campione intervistato da UniSalute concorda soprattutto su una maggior integrazione tra sanità pubblica e privata (59% è d’accordo) e su un più ampio ricorso a soluzioni tecnologiche per l’assistenza a distanza (55%).

sanità pubblica

[1] Indagine CAWI condotta dall’istituto di ricerca Nomisma a dicembre 2022 su di un campione di 1.200 persone stratificato per età (18-75 anni), sesso ed area geografica con sovracampionamento nelle province di Milano, Torino, Padova, Bologna, Napoli

Per approfondire

Comunicazione pubblica della scienza e fiducia negli scienziati

Italiani e alfabetismo scientifico

Da vent’anni l’Osservatorio scienza Tecnologia e Società di Observa studia l’opinione degli italiani e delle italiane nei confronti della scienza e degli scienziati. Grazie a questa attività di indagine è possibile ricostruire il trend di conoscenza, fruizione dei media e fiducia degli Italiani anche su questioni rilevanti come l’energia, la salute, l’ambiente e tanti altri temi di grande interesse pubblico in cui la scienza e la tecnologia sono implicate.

L’aumentata alfabetizzazione scientifica è dovuta alla crescita del livello di istruzione tra la popolazione italiana

Analizzando il livello di alfabetismo scientifico, di conoscenza cioè di alcuni elementi chiave della conoscenza scientifica, si è notato un incremento rilevante considerando alcuni indicatori utilizzati a livello internazionale per verificare le competenze in materia. Si tratta ovviamente di indicatori semplici e non esaustivi di uno studio accurato sulla conoscenza, ma si può dire che quando questi elementi segnalano una crescente conoscenza essi dimostrano un effettivo miglioramento. Questa aumentata alfabetizzazione scientifica è sicuramente dovuta alla crescita del livello di istruzione tra la popolazione italiana (fig. 1).

Fonte: Annuario Scienza Tecnologia e Società 2023, a cura di G. Pellegrini e A. Rubin, Il Mulino Bologna

Italiani, media e informazione scientifica

L’esposizione degli Italiani ai contenuti mediatici su scienza e tecnologia è variata negli ultimi anni. Sino al 2021 la quota dei fruitori assidui era cresciuta sensibilmente ma, successivamente, sono cambiati i modelli di fruizione. I più giovani e più istruiti sono coloro che si informano maggiormente sui temi scientifici e gli anziani e meno istruiti utilizzano in misura minore i vari canali mediatici (tv, radio, giornali e riviste, social media). Tra i media cosiddetti tradizionali, la televisione rimane il mezzo più utilizzato dagli utilizzatori assidui (fig. 2).

Fonte: Annuario Scienza Tecnologia e Società 2022, a cura di G. Pellegrini e A. Rubin, Il Mulino Bologna

L’uso dei social è cresciuto nel tempo

L’uso dei social è cresciuto nel tempo e, nel 2021, più di metà degli italiani dichiarano di usare qualche volta o spesso Facebook, quasi quattro su dieci YouTube. Cresce sensibilmente l’uso di Instagram (quattro su dieci qualche volta e spesso) e Twitter è utilizzato da tre su dieci (Fig. 3). È cresciuta anche la condivisione di post con una percentuale del 15%, ciò dimostra che i social stanno diventando progressivamente una parte rilevante del consumo mediatico.

Fonte: Annuario Scienza Tecnologia e Società 2022, a cura di G. Pellegrini e A. Rubin, Il Mulino Bologna

Tra gli elementi di maggiore rilevanza si notano le differenze per età e livello di istruzione. L’interesse e l’impegno a seguire un esperto o un’istituzione scientifica nei canali di comunicazione diminuisce all’aumentare dell’età. Questa propensione si aggira attorno al 50% tra i più giovani e più istruiti.

Italiani, pandemia e fiducia nella scienza e negli scienziati

Nel corso dei due anni di pandemia, in modo unico e inedito, si è sviluppato un dibattito con esperti di varie discipline nei principali media. Televisione, radio, giornali, per citare i media tradizionali, hanno dato spazio all’opinione di esperti, in particolare di area medica, che hanno proposto punti di vista, idee e dati di ricerca che potessero essere utili alle varie componenti della società.

Il contributo mediatico degli esperti ha sollevato non poche perplessità tra il pubblico

Questo tipo di contributo mediatico ha sollevato non poche perplessità tra il pubblico che ha sottolineato, secondo di dati dell’Osservatorio Scienza tecnologia e Società di Observa 2022, la scarsa efficacia della comunicazione degli esperti.

Tali perplessità sono dovute sicuramente alle inevitabili contraddizioni e posizioni espresse nel corso di trasmissioni e format mediatici. Questo non ci sorprende perché normalmente nelle comunità scientifiche le controversie e i punti di vista opposti si confrontano normalmente. Ciò non si verifica in modo così intenso nell’ambito dell’arena pubblica.

Inoltre, per quanto riguarda temi molto delicati di salute, il pubblico si aspetta normalmente più certezze che dubbi e, nel caso del Sars-Cov19, questo era pressoché impossibile. Ad oggi non sappiamo molto del Sars-Cov19 ed è quindi inevitabile che i diversi punti di vista popolino l’arena pubblica senza offrire certezze sperate.

L’elemento più importante è il confronto tra il livello di fiducia che generalmente il pubblico ha nei confronti degli scienziati e delle loro istituzioni e la comunicazione degli stessi nell’arena pubblica. Il livello di fiducia nella scienza e negli scienziati è molto alto sia in Italia sia in Germania, un paese con cui ci siamo confrontati in questo ultimo anno nell’ambito dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2023.

Nel nostro paese si nota un parere negativo nei confronti degli esperti e della loro comunicazione pubblica

In Italia, però, si riscontra un forte divario tra questi due livelli se si considera la comunicazione pubblica. Nel nostro paese, infatti (vedi fig. 4) si nota un parere negativo nei confronti degli esperti e della loro comunicazione pubblica. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che molto spesso gli scienziati, quando comunicano nei media tradizionali, vengono attirati e in qualche modo trasformati in personaggi mediatici con il rischio di dover intervenire su questioni che non competono loro e accettando ruoli diversi. Inoltre, da un punto di vista comunicativo, non sembra essere molto utile presentare pareri opposti in luoghi mediatici molto seguiti. Un eccesso di comunicazione e voci diverse creano una certa confusione tra il pubblico.

Fig. 4 Esperti, fiducia e comunicazione pubblica


Fonte: Annuario Scienza Tecnologia e Società 2023, a cura di G. Pellegrini e A. Rubin, Il Mulino Bologna

In Germania non si registra questo dislivello e, in generale l’opinione su come gli esperti medici comunicano è generalmente positiva e in linea con quanto in generale si pensa dei ricercatori. Molto probabilmente l’esposizione mediatica degli esperti è stata più limitata e la loro comunicazione più circoscritta, in genere, sui temi riguardanti gli aspetti epidemiologici e sanitari.

Come si può facilmente notare nella figura 5, il livello di fiducia nei confronti del personale sanitario risulta molto alto nelle varie fasi della pandemia.

Fig. 5 Cittadini tedeschi e fiducia negli esperti scientifici nel corso della pandemia

Negli ultimi anni si è verificata una vera e propria mobilitazione degli scienziati e delle istituzioni di ricerca per intervenire nel dibattito pubblico mediante iniziative di informazione, comunicazione e coinvolgimento dei cittadini. Allo stesso tempo, i cittadini sono sempre più interessati e aperti a conoscere e a intervenire in questioni relative alla scienza e alla tecnologia che li riguardano direttamente. Questo doppio movimento può generare processi di chiarimento e comprensione reciproca, ma a volte anche cortocircuiti comunicativi.

Il tema della fiducia è di cruciale importanza

In questo doppio movimento si nota che il tema della fiducia risulti di cruciale importanza. Se da un lato si riconosce alla scienza e alle istituzioni scientifiche la legittimità e l’autorevolezza di comunicare al grande pubblico i risultati e il valore della ricerca, da un altro lato si richiede una comunicazione corretta e responsabile. Questo tipo di richiesta troverà il favore del pubblico se gli scienziati e gli enti di ricerca sapranno proporre i progressi e i risultati scientifici in modo comprensibile e con dati credibili. Ciò sarà possibile se si eviteranno gli eccessi di spettacolarizzazione e protagonismo individuale e si condurrà un’azione comunicativa costante sui fatti scientifici.

Per approfondire

Così le tecnologie informatiche aiutano i ragazzi con autismo

Il 2 aprile è la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo (WAAD, World Autism Awareness Day), istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’ONU per richiamare l’attenzione di tutti sui diritti delle persone nello spettro autistico. La prevalenza del disturbo è stimata essere attualmente di circa 1 su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su 160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran Bretagna. In età adulta i pochi studi effettuati a livello internazionale segnalano una prevalenza di 1 su 100. Concordemente al dato internazionale, in Italia si stima che 1 bambino su 77, nella fascia di età 7-9 anni, presenti un disturbo dello spettro autistico.

Oggi parliamo di un’iniziativa innovativa che mette le tecnologie digitali al servizio dei ragazzi con autismo con Paolo Robutti, presidente dell’associazione Abilitando, che ha l’obiettivo di concorrere a facilitare la vita quotidiana delle persone disabili, arrivando a colmare, anche grazie alla tecnologia, gap fisici e cognitivi.

I ragazzi con autismo hanno una naturale predisposizione per l’apprendimento delle tecnologie informatiche

I ragazzi con autismo hanno una naturale predisposizione per l’apprendimento delle tecnologie informatiche. Il computer crea un contesto per loro ottimale in quanto esclude la mediazione sociale, è prevedibile, sfrutta le abilità visive, non ha sfumature emotive, non giudica, è ripetitivo e neutrale.

Da queste premesse è nato il progetto Autismo e tecnologie informatiche, che ha come obiettivo una didattica inclusiva che possa supportarli nelle loro difficoltà, preparandoli anche a un possibile inserimento nel mondo del lavoro. L’iniziativa, innovativa sul territorio italiano, ha preso il via a febbraio ad Alessandria con la collaborazione di associazione Il Sole Dentro, Abilitando Onlus e Università del Piemonte Orientale. Partner del progetto la sezione locale dell’Associazione italiana assistenza spastici (Aias). Il finanziamento viene dalla fondazione Social e dalla fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria.

Dottor Robutti, in che modo le tecnologie possono aiutare le persone con disturbi dello spettro autistico?

La tecnologia digitale può essere di grande aiuto per lo sviluppo cognitivo, linguistico e sociale e può diventare un potente alleato per comunicare, imparare e interagire con nuove modalità. Nel caso specifico dell’autismo, l’uso del computer favorisce lo sviluppo delle abilità visuo-spaziali, dell’attenzione e della reattività e potrebbe essere di grande supporto per superare molte delle difficoltà psico-comportamentali frequentemente riscontrate.

In che consa consiste il vostro progetto?

La fase sperimentale, definita “Progetto Pilota”, della durata di tre mesi (fino a maggio), coinvolge una ventina di ragazzi autistici. La maggior parte ha un’età compresa tra i 15 e 18 anni: è stata individuata perché i soggetti con autismo sono perfettamente integrati, frequentano le scuole superiori e poi in tanti vanno all’università, e la nostra idea è proprio di dare loro una marcia in più, che possa essere utile già nel percorso scolastico e poi nel prosieguo degli studi o per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Gli studenti, suddivisi in classi molto piccole (di massimo tre o quattro individui) in base alle loro capacità, seguono due ore di lezione gratuite settimanali all’Università di Alessandria. Le lezioni sono tenute da quattro educatori e quattro tutor che conoscono molto bene i ragazzi, supervisionati e coordinati da un docente del Dipartimento di Scienze e Innovazione Tecnologica dell’Università del Piemonte Orientale (DiSit).

Per gli studenti con particolari capacità si prevede l’insegnamento anche del coding

Per gli studenti con particolari capacità si prevede l’insegnamento anche del coding, ossia della programmazione informatica, e di quelle conoscenze necessarie a un inserimento in ambito lavorativo, dalla navigazione su Internet all’uso della posta elettronica, scrittura di testi e uso dei fogli di calcolo. Ma è solo un inizio: non ci vogliamo fermare qui.

Come procederete?

Oltre a una serie di incontri propedeutici, è previsto un monitoraggio. Si tratta di un progetto pilota, che come tale crescerà insieme all’esperienza. Di certo, il nostro obiettivo è di non fermarsi a un corso di tre mesi l’anno, cercando di strutturarlo e di renderlo fruibile per sette mesi l’anno. Partiamo con 20 studenti, ma vogliamo arrivare a 40 perché siamo stati purtroppo costretti a dire di no a tanti. Ancora, vogliamo arrivare a un percorso più completo: partiamo da 24 ore settimanali ma intendiamo aumentare a 50, sempre con il coinvolgimento delle famiglie e degli insegnanti di sostegno nella più completa condivisione del progetto didattico. Il tutto assolutamente in modo gratuito. Inoltre speriamo di estendere il confronto sul tema anche al di fuori dal contesto cittadino.

Il nostro è un progetto pilota, che ha bisogno di dialogo il più possibile ampio e di altri partner non solo per quanto riguarda i fondi, ma anche le idee e le soluzioni: abbiamo bisogno di persone che ci aiutino a farlo crescere.

In prospettiva, come si potrebbe ulteriormente migliorare un progetto del genere dal vostro punto di vista?

La possibilità di seguire i ragazzi fin dalle scuole primarie significherebbe poter intraprendere un lungo percorso formativo al fine di stimolare al meglio le loro potenzialità. Già oggi sono disponibili e sono usati già in quell’età strumenti come Scratch che stimolano un pensiero computazionale e quindi avvicinano in qualche modo il bambino al mondo dell’informatica.

Per approfondire

Mini cervelli per studiare il Parkinson

L’ingegnera Chiara Magliaro, ricercatrice del Centro Enrico Piaggio dell’Università di Pisa, coordina il progetto europeo NAP (twiN-on-a-chip brAins for monitoring individual sleeP habits), che ha preso il via a marzo, con l’obiettivo di produrre “miniature” del cervello umano “cyborg” che permetteranno una diagnostica avanzata per malattie neurodegenerative come il Parkinson. Con l’esperta facciamo il punto sulle potenzialità dei “mini” cervelli in provetta.

Finanziato con tre milioni di euro dal programma per la ricerca e l’innovazione dell’Unione Europea “Horizon Europe” – di cui 800.000 destinati all’Ateneo pisano –, il progetto NAP ha come obiettivo quello di utilizzare, per la prima volta in questo particolare campo di indagine, degli organoidi cerebrali, ossia dei modelli cellulari tridimensionali avanzati del cervello umano.

“Riuscire ad individuare per tempo il morbo di Parkinson, anche prima che inizino i tremori tipici, è fondamentale per controllare la malattia, gestirne l’evoluzione e garantire al paziente una miglior qualità della vita – spiega Magliaro – Con la tecnologia che intendiamo sviluppare grazie al progetto NAP, sarà possibile farlo in maniera personalizzata”.

Una diagnosi precoce, quella a cui punta l’Ateneo pisano, resa ancor più importante dall’attuale mancanza di una cura efficace contro il Parkinson. Ad oggi, infatti, il paziente si rende conto di avere questo morbo solo all’insorgere dei primi tremori quando, però, circa il 90% dei suoi neuroni è ormai già compromesso.

“A differenza delle classiche tecniche di diagnosi – prosegue Magliaro – quella che stiamo approntando non è invasiva e permetterà di individuare il morbo di Parkinson attraverso screening precoci e di capire la predisposizione o meno di un soggetto a questa malattia che, come altre di tipo neurodegenerativo, ha un’incidenza crescente in una società come la nostra, che invecchia sempre di più”.

Dott.ssa Magliaro, in che cosa consiste lo studio?

Il progetto, che è partito il 1° marzo, coinvolge un consorzio internazionale multidisciplinare, con competenze che spaziano dall’ingegneria biomedica alle biotecnologie, dalla microfabbricazione all’analisi dei segnali. Tale consorzio, coordinato dall’Università di Pisa, è composto da altri due enti di ricerca, l’Università di Friburgo (Germania) e l’Università di Amsterdam (Olanda) e da tre imprese, Organotherapeutics Gmbh (Lussemburgo), Atlas Neuroengineering (Belgio) e SleepActa (spin-off dell’Università di Pisa).

NAP ha l’obiettivo quello di utilizzare per la prima volta gli organoidi cerebrali per studiare il sonno e i suoi disturbi

NAP ha come obiettivo quello di utilizzare per la prima volta gli organoidi cerebrali, per studiare il sonno e i suoi disturbi. Gli organoidi si presentano come delle palline biancastre di pochi millimetri di diametro: sono costrutti cellulari avanzati fatti da cellule staminali che differenziano sotto opportuni stimoli per ricreare l’anatomia e le funzionalità salienti del cervello umano. Grazie all’utilizzo delle cellule pluripotenti indotte di specifici individui, gli organoidi permetteranno lo studio del sonno in maniera personalizzata. Durante il progetto, si misurerà in laboratorio il metabolismo e la massa degli organoidi cerebrali, poiché tali parametri, in tutti gli esseri viventi, sono intimamente legati ai ritmi di sonno e veglia. Si utilizzeranno tali informazioni per “svegliare” gli organoidi ciclicamente seguendo ritmi fisiologici o simulando la privazione di sonno. Grazie a un nuovo dispositivo, realizzato durante il progetto, si potrà per la prima volta valutare la funzionalità di tutti i neuroni negli organoidi cerebrali.

Quanto è importante la componente tecnologica nel progetto?

Sviluppare il cervello cyborg è fondamentale

Sviluppare il cervello cyborg è fondamentale. Abbiamo la necessità di registrare l’attività elettrofisiologica di tutte le cellule che compongono l’organoide, perché il sonno (ma anche la veglia!) coinvolge tutte le aree del cervello. Per questo, durante il progetto svilupperemo una camerina di coltura particolare, con all’interno tantissimi elettrodi sottilissimi: questi elettrodi ci permetteranno di ‘ascoltare’ le conversazioni tra tutti i neuroni, senza però disturbarli. In questo modo, avremo delle informazioni mai ottenute prima d’ora su questi costrutti avanzati del cervello umano, che ci aiuteranno non solo all’interno del progetto.

Quali prospettive apre questo tipo di ricerche?

Utilizzando la tecnologia sviluppata grazie al progetto NAP, si identificheranno gli effetti della deprivazione del sonno e si individueranno precocemente sintomi del morbo di Parkinson, legati ai disturbi del sonno, in maniera personalizzata.

A più ampio respiro, si spera che tutta la comunità scientifica gioverà di uno strumento per lo studio di nuovi trattamenti farmacologici e nuove strategie di diagnosi di neuropatie.

Per approfondire

Biosimilari: risparmio economico e vantaggi per i pazienti

Sulla sicurezza ed efficacia dei biosimilari non ci sono dubbi: sono del tutto sovrapponibili agli originatori. Ma oltre a un migliore accesso al farmaco per i pazienti, i biosimilari garantiscono anche un significativo risparmio per il Servizio Sanitario. Ne parliamo con Emanuela Foglia, ricercatrice della Scuola di Ingegneria Industriale, Core Faculty LIUC Business School e HD LAB dell’Università Carlo Cattaneo LIUC.

Quale potrebbe essere la causa della bassa penetrazione dei biosimilari all’interno della pratica clinica italiana, per il trattamento delle patologie dermatologiche, reumatologiche e gastroenterologiche?

Emanuela Foglia

Prima di tutto occorre considerare come LIUC BS, in collaborazione con SIFO, abbia condotto una valutazione circa l’utilizzo dei biosimilari all’interno di 5 strutture italiane, reperendo informazioni, relativamente alla prescrizione del farmaco, di 1.885 pazienti che, nel corso dell’intervallo temporale 1° gennaio 2018 – 30 giugno 2019, hanno ricevuto diagnosi di patologia, necessitando trattamento con farmaco originator o farmaco biosimilare. Di fatto, in tale orizzonte temporale, il tasso di utilizzo dei biosimilari, focalizzando l’attenzione sulla prima linea di trattamento, è stato pari al 20% per la reumatologia, 50% per la gastroenterologia e poco più del 5% all’interno del contesto della dermatologia.

Non ci è dato sapere la motivazione circa il basso utilizzo dei biosimilari, che potrebbero essere stati utilizzati con cautela dal medico prescrittore, nonostante le indicazioni fornite da parte di AIFA nel secondo position paper del 2018.

La valutazione di possibili switch da originator a biosimilare è affidata al medico

Difatti, nonostante le azioni intraprese per promuoverne l’utilizzo, va ricordato che la valutazione di possibili switch da originator a biosimilare è affidata al medico, che deve ovviamente tener conto delle condizioni cliniche del paziente, ma deve garantire anche l’ottimale allocazione delle risorse, così come ricordato nel secondo position paper emanato da AIFA: fatte salve le necessità terapeutiche del paziente, “al medico prescrittore è anche affidato il compito di contribuire a un utilizzo appropriato delle risorse ai fini della sostenibilità del sistema sanitario e alla corretta informazione del paziente sull’uso dei biosimilari”.

Molto importante è sottolineare comunque come l’ingresso dei biosimilari nel contesto italiano sia avvenuto gradualmente e con modalità diverse nelle varie Regioni italiane, che hanno potuto avvalersi anche di strumenti di acquisto dei farmaci biologici e biosimilari in “accordo quadro”.

Quale il risparmio potrebbe essere generato da una maggiore penetrazioni dei biosimilari?

Sicuramente un utilizzo maggiore dei farmaci biosimilari, per natura meno costosi rispetto ai relativi originator, generebbe un risparmio significativo sia considerando il punto di vista ospedaliero aziendale, sia considerando il punto di vista istituzionale, in questo specifico contesto del SSR di Regione Lombardia, generando un processo di liberazione di risorse per gli operatori del sistema.

Nella valutazione condotta da LIUC BS, si è operato in un’ottica di natura conservativa, andando a stimare il potenziale risparmio correlato a un utilizzo maggiore di biosimilari, costruendo uno scenario innovativo che prevede però, un potenziale switch terapeutico solo per quei principi attivi che presentano sia l’originator sia il/i relativo/i biosimilare/i, senza quindi ipotizzare uno switch verso altri principi attivi/meccanismi di azione.

Da questo punto di vista, circoscrivendo il vantaggio economico solo a tali principi attivi, emerge un significativo beneficio pari al 47% per quanto concerne le patologie reumatologiche, 34% per il setting della gastroenterologia, e 58% nel contesto della dermatologia.

Perché gli studi di farmaco-utilizzo sono importanti ai fini di una corretta pianificazione/programmazione sanitaria?

Gli studi di farmaco-utilizzo forniscono informazioni utili sulla prescrizione, l’uso e la distribuzione dei farmaci in una determinata popolazione

Gli studi di farmaco-utilizzo sono importanti perché forniscono informazioni utili sulla prescrizione, l’uso e la distribuzione dei farmaci in una determinata popolazione, così da supportare la pianificazione sanitaria, fornendo pertanto indicazioni preziose per l’ottimizzazione delle risorse, il controllo dei costi, la sicurezza dei pazienti e il monitoraggio dell’efficacia dei trattamenti.

In termini proprio di ottimizzazione delle risorse, gli studi di farmaco-utilizzo possono aiutare a identificare le necessità di una determinata popolazione in termini di farmaci, consentendo una programmazione più precisa dell’offerta dei farmaci e una maggiore ottimizzazione delle risorse a disposizione.

Controllo dei costi: una programmazione corretta può aiutare a ridurre i costi inutili dovuti alla prescrizione e all’uso inappropriato dei farmaci, consentendo una maggiore efficienza delle risorse.

Sicurezza dei pazienti: gli studi di farmaco-utilizzo, se correlati a indicazioni non solo economiche di costo, ma anche di outcome e di rilevazione di eventi avversi, possono aiutare a identificare i rischi per la salute dei pazienti, come l’uso inappropriato o la prescrizione di farmaci con effetti collaterali pericolosi, permettendo quindi di stratificare la popolazione.

Correlato a quanto sopra, gli studi di farmaco-utilizzo possono aiutare a monitorare l’efficacia dei trattamenti, consentendo una maggiore consapevolezza sui risultati e sulla qualità della cura fornita, rispetto alla letteratura di riferimento, permettendo quindi una comparazione tra il cosiddetto dato di efficacy (dato di outcome derivante dagli studi clinici registrativi o comunque dalla letteratura di riferimento), con il dato di effectiveness, ossia il dato di outcome derivante, però, da reale pratica clinica.

Ci può spiegare l’importanza delle Real World Evidence all’interno di tale contesto?

In letteratura esistono numerosi studi di real-world evidence. Si tratta, nello specifico, di studi che utilizzano dati raccolti al di fuori degli studi clinici randomizzati (RCT), per fornire informazioni sull’efficacia, la sicurezza e l’utilizzo di interventi sanitari in un ambiente clinico che possiamo chiamare reale, quindi di reale pratica clinica.

In linea generale, tali studi, unitamente ai risultati derivanti dagli RCT, possono aiutare a migliorare la qualità della cura fornita ai pazienti, a ridurre i costi del trattamento e a migliorare la salute pubblica. Tuttavia, è importante sottolineare che questi studi devono essere condotti con attenzione per garantire che i dati siano affidabili e rappresentativi della popolazione di interesse.

Difatti, questa domanda è strettamente correlata alla precedente. Le valutazioni di farmaco-utilizzo si basano appunto sui dati di RWE.

  1. Supportano la sicurezza e l’efficacia dei farmaci biosimilari, qualora tali informazioni siano disponibili, così da rafforzare la fiducia di medici e pazienti circa l’utilizzo di farmaci biosimilari. Qualora, infatti, tali studi fossero integrati anche da attività di monitoraggio della sicurezza, gli studi di RWE potrebbero aiutare a monitorare la sicurezza a lungo termine di questi farmaci in una popolazione più ampia rispetto ai trial clinici.
  2. Potrebbero essere in grado di influenzare l’aderenza al trattamento

Da un punto di vista manageriale le informazioni generate derivanti dalle real-world evidence, potrebbero rivestire un duplice ruolo.

Da un lato, potrebbero rappresentare un’ulteriore conferma per i key-opinion leader circa l’utilizzo sicuro, efficace e costo-efficace dei biosimilari all’interno della pratica clinica, anche costruendo degli indicatori di monitoraggio nelle diverse fasi del processo di presa in carico e cura del paziente che necessita la prescrizione di un farmaco biosimilare.

Dall’altro lato, tali dati potrebbero supportare un’adeguata comprensione dei flussi regionali e nazionali dei farmaci, integrandoli con informazioni importanti, quali diagnosi, modifica di linea terapeutica e follow-up clinico del paziente, elementi tutti che potrebbero garantire una maggiore granularità, non solo nelle informazioni, ma anche nelle azioni concrete di monitoraggio della popolazione.

È molto importante la possibilità di lettura trasversale con riferimento alle aree terapeutiche

Molto importante risulta essere soprattutto la possibilità di lettura trasversale con riferimento alle aree terapeutiche, in quanto suggerisce azioni che possono essere svolte con riguardo alle differenti specialità e pertanto essere differenziali anche in ragione degli specifici prescrittori.

Tale informazione, se integrata all’interno del flusso del File F, potrebbe supportare delle analisi più settoriali che, in questo momento, non possono essere condotte per carenza centrale delle informazioni di riferimento.

Per approfondire

Incontro SMI – Ministro Schillaci, il sindacato: “Occorrono nuove misure per salvare il SSN”

“Si è tenuto  oggi a Roma, in Lungotevere Ripa, l’incontro tra il Ministro della Salute, Orazio Schillaci e una delegazione dello SMI  composta da Pina Onotri, Segretario Generale e dai due Vice Segretari Nazionali Fabiola Fini e Liliana Lora”. Così una nota dello SMI nazionale.

“Un osservatorio per la riduzione del carico burocratico delle professioni sanitarie, sia in ambito della dirigenza sanitaria sia nell’ambito della medicina convenzionata  è stata  la prima stringente richiesta messa sul tavolo della discussione. Occorrono iniziative urgenti  per migliorare le condizioni di lavoro dei medici ormai divenute assolutamente insostenibili. In questo senso riteniamo molto utile promuovere un osservatorio nazionale per la riduzione del carico burocratico delle professioni sanitarie. Bisogna ridurre i compiti burocratici che sono cresciuti in maniera inversamente esponenziale con la riduzione delle risorse ed i tagli di posti letto, di strutture e personale.

Abbiamo posto, poi,  la necessità di estendere la certificazione di genere prevista dalla Missione 5 del PNRR anche al mondo dei  medici, tenuto conto della crescente femminilizzazione della professione medica. Riteniamo non più rinviabili provvedimenti legislativi che conciliano i tempi di lavoro delle donne medico con quelli di vita, a partire dalle tutele in materia di gravidanza e maternità, per la fruizione dei permessi per  malattia. Abbiamo posto, inoltre, il tema di una parità nelle retribuzioni per le donne medico. Si tratta, in definitiva, di estendere le tutele già previste per i medici dipendenti del SSN ai medici della medicina convenzionata, uniformando, in questo modo, le aree contrattuali con attenzione particolare ai medici dell’ emergenza urgenza/118, attualmente confinati, insieme ai medici dei servizi, in un limbo contrattuale.

Davanti  alla carenza drammatica in tutta Italia di medici di famiglia, di quelli del Pronto Soccorso, dei dipartimenti di Emergenza- Urgenza e delle specializzazioni a più intensità di lavoro abbiamo sottolineato la necessità che si adottino provvedimenti che assicurino  al Servizio Sanitario Nazionale le risorse umane necessarie. Bisogna permettere alle Regioni di derogare al tetto di spesa per il personale sanitario e medico superando l’odioso principio del blocco della spesa. Allo stesso tempo occorre rendere attrattivo il lavoro dei medici con misure a sostegno delle retribuzioni come una detassazione delle voci legate al salario accessorio. Alla crisi di vocazione per la professione medica occorre rispondere con riforme strutturali a partire dalla risoluzione dell’imbuto formativo e l’istituzione del corso universitario di specializzazione di medicina generale.

Nel Paese, per di più, è urgente far crescere una nuova cultura della sicurezza sanitaria, come il Covid 19 ha dimostrato. Occorre, per questo, rilanciare una seria politica di prevenzione sanitaria e istituire in tutta Italia i servizi di medicina scolastica che rappresentano  degli straordinari presidi sanitari.

Infine, abbiamo chiesto al Ministro Schillaci una circolare chiarificatrice per le regioni sulle immissioni in graduatoria degli odontoiatri in quanto l’odontoiatria è già una specializzazione e non vi possono esseri ostacoli di sorta per l’esercizio della professione”.

Per approfondire