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Negli ospedali italiani Tac, mammografi e risonanze magnetiche sempre più vecchi

Sono quasi 37mila le apparecchiature di diagnostica per immagini presenti in Italia non più in linea con l’attuale livello di innovazione. Tra quelle più vecchie di 10 anni il 92% dei mammografi convenzionali, il 96% delle Tac (meno di 16 slice), il 91% dei sistemi radiografici fissi convenzionali, l’80,8% delle unità mobili radiografiche convenzionali, il 30,5% delle risonanze magnetiche chiuse (1-1,5 tesla). A fotografare lo stato di vetustà del parco tecnologie di diagnostica per immagini in uso presso le strutture sanitarie italiane pubbliche e private sono i dati 2021 presentati a Roma dall’Osservatorio parco installato (Opi) di Confindustria dispositivi medici in collaborazione con SIRM (Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica) e AIIC (Associazione Italiana Ingegneri Clinici). Per ogni tipologia tecnologica sono stati specificati: l’età del parco installato, la classificazione per fasce d’età, oltre ad approfondimenti di raffronto tra lo stato dell’arte della tecnologia esistente e le caratteristiche del parco installato.

“Nel corso degli anni il parco istallato – ha dichiarato Aniello Aliberti, Presidente Elettromedicali & Servizi Integrati di Confindustria Dispositivi Medici – ha certamente risentito di una serie di fattori come la limitatezza degli investimenti e dei finanziamenti dedicati alla sanità; l’assenza di attenzione all’innovazione nelle politiche pubbliche di acquisto; il permanere di livelli e logiche di rimborso delle prestazioni non incentivanti l’ammodernamento tecnologico. Questi fattori hanno contribuito al permanere di un quadro di significativa vetustà delle apparecchiature di diagnostica per immagini. Ci auguriamo che questo studio sia utile per arrivare a definire programmazioni sostenibili e aperte all’innovazione. Inoltre, può essere un utile riferimento per individuare le tecnologie su cui è prioritario intervenire con gli investimenti previsti dal PNRR e per valutarne poi gli effetti.

“Il PNRR – ha dichiarato Antonio Orlacchio della SIRM, società italiana di radiologia medica – ha previsto l’ammodernamento del parco tecnologico con la sostituzione di 3.133 apparecchiature installate da oltre cinque anni. Le risorse del PNRR non appaiono, però, completamente sufficienti a sopperire alle criticità emerse dallo studio di Confindustria Dispositivi Medici e si prevede serviranno altre risorse per mettere il sistema sanitario e i radiologi in condizione di operare al meglio. Tuttavia investire nelle sole apparecchiature non è sufficiente. C’è bisogno di un adeguato reclutamento e valorizzazione economica dei radiologi, del personale tecnico e infermieristico per assicurare il più efficace e completo funzionamento delle apparecchiature, per cui è necessario prevedere investimenti anche in tale ambito altrimenti si corre il rischio di sottoutilizzare le apparecchiature di Imaging. Lo studio OPI potrà offrire spunti utili per individuare soluzioni che consentano di razionalizzare le risorse e prevedere il costante aggiornamento del parco tecnologico. Inoltre, una puntuale e continua sorveglianza dello stato di reale funzionalità delle apparecchiature, affiancato da un programma di aggiornamento e di sostituzione periodica delle attrezzature inidonee, possono garantire la sostenibilità e la migliore funzionalità del sistema sanitario. SIRM – ha concluso Orlacchio – sta producendo uno sforzo epocale su questo fronte mettendo a disposizione le proprie competenze e articolazioni organizzative più periferiche per giungere ad un traguardo condiviso con le Istituzioni e i Partner industriali.

“La disponibilità di dati completi sulle grandi apparecchiature diagnostiche – ha dichiarato Giovanni Guizzetti di AIIC, Associazione italiana degli ingegneri clinici – ci permetterà, alla fine del 2024, di valutare l’impatto della Mission 6 c. 2 del PNRR, che prevede la sostituzione di 2.200 grandi apparecchiature (più 900 ecografi). Rimangono aperte due questioni fondamentali: l’obsolescenza di un’apparecchiatura comporta automaticamente la necessità di una sua sostituzione? E quando un’apparecchiatura può essere definita obsoleta? È evidente, infatti, che un piano di sostituzione basato solo sull’età anagrafica dell’apparecchiatura, senza prevedere quale uso se ne faccia, in termini di quali e quante prestazioni, sia a forte rischio di inappropriatezza. L’obiettivo che ci dobbiamo porre, quindi, è di arrivare ad una condivisione, tra aziende produttrici/distributrici, utilizzatori ed esperti di tecnologia, di criteri che individuino quale complessità tecnologica sia davvero necessaria per produrre una determinata prestazione e quante prestazioni rendano appropriata la disponibilità di una grande apparecchiatura”.

Testamento biologico, solo lo 0,4% degli italiani lo conosce

A 5 anni dalla entrata in vigore della legge 219 del 2017 sul Testamento Biologico, come scoperto da una indagine interna condotta dall’Associazione Luca Coscioni solo lo 0,4% degli italiani (185.500) è a conoscenza dello strumento e ha depositato le proprie DAT. Un vuoto determinato innanzitutto dal fatto che tale diritto civile fondamentale non è mai stato reso noto alla popolazione attraverso una adeguata campagna informativa istituzionale ma anche dalla mancata disponibilità di materiale esplicativo presso medici di base, cliniche e ospedali.

Così l’Associazione Luca Coscioni, fortemente attiva nel percorso che portò alla legge, in tema di fine vita si è nuovamente sostituita allo stato lanciando una campagna attraverso i propri strumenti di comunicazione, azione divulgativa suddivisa in due azioni principali:  la creazione e diffusione del video “Maramiao perché sei morto – Il biotestamento spiegato agli adulti” narrato da Giobbe Covatta e a supporto la consulenza gratuita offerta dal dottor Mario Riccio attraverso la linea telefonica del Numero Bianco sul fine vita 06 9931 3409, un servizio coordinato da Valeria Imbrogno, compagna di Dj Fabo, che ogni giorno risponde grazie a un team di volontari a decine di domande su DAT, cure palliative, suicidio assistito.

Riccio – noto all’opinione pubblica per esser stato il medico che staccò la spina a Piergiorgio Welby e curò la parte tecnica del primo suicidio assistito in Italia, quello di Federico Carboni – per una settimana in via straordinaria ha risposto alle domande, che hanno evidenziato la scarsa informazione degli italiani sul tema. 

“Il contatto diretto con gli utenti – commenta il medico al termine dell’esperienza – ha mostrato molto interesse sugli aspetti pratici-clinici applicativo delle DAT, informazioni ritenute non disponibili o facilmente reperibili. In particolare gli utenti temono il rischio di trovarsi non più in grado di governare su se stessi, in una condizione magari ancora capaci di intendere e volere ma non più capaci di riuscire ad esprimersi o di totale incapacità. 

In tale condizione la prima preoccupazione emersa è quella di non poter essere sedati e quindi di trovarsi in una condizione di dolore terminale non gestito o mal gestito. Altro motivo di interesse è stata la possibilità dell’interruzione delle terapie con domande specifiche su alimentazione artificiale, ventilazione ed altre terapie ma anche per il ruolo del fiduciario; come indicarlo, i suoi limiti. Infine alcuni hanno domandato se fosse possibile inserire richieste di morte medicalmente assistita in una DAT, ma gli è stato chiarito che questo non è possibile”.

Highlights: cosa chiedono gli italiani sulle DAT

Come garantire l’esecutività delle proprie volontà_ La legge sulle DAT garantisce che i sanitari applichino quanto disposto dal paziente, anche tramite in confronto diretto con il fiduciario che il paziente ha indicato.

Rianimazione cardio polmonare è l’insieme delle manovre invasive messe in atto nel tentativo di far ripartire la funzione cardiaca e polmonare, tra queste ci sono il massaggio cardiaco, l’intubazione orotracheale, l’utilizzo di farmaci cardioattivi.

Chi è il fiduciario, nomina e ruolo_ Il fiduciario è la persona che il soggetto indica quale suo rappresentante al fine che le sue volontà siano messe in pratica anche qualora dovesse non essere più in grado di esprimersi.

Sedazione palliativa continua profonda_ La sedazione palliativa continua profonda è una pratica – vera novità contenuta nella legge delle DAT – che garantisce al paziente che si trova in condizioni terminali e completamente sedato di abolire completamente il dolore. Tale condizione si raggiunge a mezzo di infusione di farmaci sedativi, solitamente si accompagna alla sospensione di ogni terapia accessoria.

PEG_ Acronimo (gastrostomia endoscopica percutanea) che indica la manovra chirurgica con la quale si pone un sondino, per alimentare il paziente, direttamente nello stomaco attraverso la parete addominale. Serve a mantenere permanente tale via di accesso ed evitare le complicanze del sondino per via nasofaringea.

Tracheotomia_ sostanzialmente l’analogo della PEG, ma riferito alle vie aeree. Permette – tramite l’inserimento chirurgico di una cannula direttamente nella trachea – di portare l’ossigeno ai polmoni, sia attraverso l’atto respiratorio spontaneo che con un collegamento ad un ventilatore meccanico. Sia la PEG che la tracheotomia si rendono necessari nelle fasi avanzate di molte condizioni cliniche, tra cui le malattie neurodegenerative come la sclerosi laterale amiotrofica o la sclerosi multipla.

Indagine Anaao su medici e dirigenti sanitari: 1 su 3 è disposto a cambiare lavoro

Più della metà (56,1%) tra medici e dirigenti sanitari è insoddisfatta delle condizioni del proprio lavoro e 1 su 4 (26,1%) anche della qualità della propria vita di relazione o familiare. Un sintomo inequivocabile di quanto il lavoro ospedaliero sia divenuto causa di sofferenza e di alienazione. Una insoddisfazione che cresce con l’aumentare della anzianità di servizio e delle responsabilità, tanto che i giovani medici in formazione (24,6%) si dichiarano meno insoddisfatti dei colleghi di età più avanzata (36,5%), tra i quali si raggiunge l’apice nella fascia di età tra i 45 e i 55 anni, un periodo della vita lavorativa in cui si aspetta quel riconoscimento professionale che il nostro sistema, però, non riesce a garantire.

Questi i principali risultati della survey condotta dall’Anaao Assomed cui hanno risposto 2130 tra medici e dirigenti sanitari.

Possono sembrare risultati scontati, ma oggi più che mai è importante controllare e misurare la temperatura dell’insoddisfazione che serpeggia nelle corsie ospedaliere fra i colleghi riguardo alle condizioni del loro lavoro, anche perchè dal CCNL ai nastri di partenza attendiamo risposte alle necessità e alle aspirazioni dei medici e dirigenti sanitari del nostro Paese. Comprendere i motivi di un disagio diffuso, e prospettare possibili soluzioni, può contribuire a rallentare l’esodo dei medici ospedalieri verso il settore convenzionato o privato o verso l’estero, nonchè a evitare forme di ‘uberizzazione’ dell’attività medica che contribuisce a generare contratti a cottimo tanto ricchi quanto poco chiari sulle norme e sulla sicurezza. 

Per quanto riguarda i cambiamenti desiderati nel lavoro, il podio è occupato da incrementi delle retribuzioni con il 63,9 % delle risposte, e da una maggiore disponibilità di tempo con il 55,2%, con una prevalenza del fattore tempo per le donne (39,5%) sugli uomini (47,56%) che invece mirano, in maggiore misura, a retribuzioni più adeguate. Si evidenzia anche come per gli over 65 (15,8%) sia prioritaria una maggiore sicurezza rispetto ai colleghi più giovani (6,3%). Al contrario, l’esigenza dei giovani di una maggior disponibilità di tempo per la famiglia e il tempo libero è più alta (37,9 %) rispetto ai colleghi con maggior anzianità di servizio (27,6%). In generale aumento delle retribuzioni e del tempo libero hanno un peso maggiore nelle aspettative rispetto alla progressione di carriera.

La domanda finale sul futuro del proprio lavoro registra risposte che rappresentano il segnale più inquietante della crisi della più antica professione di cura.

Il 36%, ovvero quasi 1 su 3, specie nelle classi di età tra i 45 e i 55 anni, appare disposta a cambiare il lavoro attuale. Il 20% degli intervistati si dichiara ancora indeciso, segno del fatto che almeno una volta si è interrogato sul futuro della professione e sul suo ruolo all’interno del sistema. Forte è il rischio che, procedendo la sanità pubblica per la impervia strada del definanziamento e della privatizzazione, vadano ad accrescere le fila delle migliaia di desaparecidos che già oggi abbandonano la professione in cerca di altri lidi o, perché no, di altri lavori.

Domanda: “vorresti cambiare lavoro?” in base a classe d’età

Se guardiamo alla collocazione geografica, non sorprende che la crisi della professione sia più sentita al sud rispetto al nord: si va dal 53,6% del nord, passando al 56,3% del Centro per finire al Sud e Isole con ben il 64,2% di insoddisfatti. Ma il dato appare talmente diffuso da configurare quasi una patologia endemica con la quale convivere e per la quale non esiste vaccino o terapia.

Invece la terapia esiste, e non è solo di carattere economico, anche se pesa il fatto che l’Italia spenda solo il 6.1% del Pil per la sanità, la cifra più bassa tra i paesi del G7, ben al di sotto della media europea di 11.3% con il costo della sanità privata pari al 2.3%, poco sopra la media europea. Per recuperare il gap accumulato con le altre nazioni occorrerebbe un incremento annuo del FSN di 10 miliardi di euro. Ma pesano anche questioni di organizzazione e di scelte politiche, se il sistema di cure universalistico non appare in grado, per come oggi è, di reggere l’onda d’urto di nuove patologie infettive o della epidemia delle patologie croniche che accompagnano il sensibile aumento della aspettativa di vita.

Occorre immaginare – propone l’Anaao Assomed – un nuovo modello che tenga nella dovuta attenzione la presa in carico del paziente, sia cronico che in acuzie, aumentando posti letto e personale, e implementando quella medicina di prossimità che appare oggi sempre più teorica, liberando i professionisti dalla medicina di carta che sottrae tempo alla cura.

Ma, soffrire, e morire, sul lavoro non è un destino, tantomeno stare male può essere accettato come fatto “normale”. Per uscire dalla attuale crisi professionale, il lavoro deve essere vissuto come fattore di cambiamento, mezzo per recuperare la autonomia nel leggere le necessità del paziente, evitando la riduzione a macchina ubbidiente. Al quale riconoscere un diverso valore, sociale e salariale, diverse collocazioni giuridiche e diversi modelli organizzativi che riportino i medici e i dirigenti sanitari, e non chi governa il sistema campando sul lavoro altrui, a decidere sulle necessità del malato.

Serve una profonda riprogrammazione strategica delle politiche sanitarie, un cambio di paradigma che realizzi un netto investimento sul lavoro professionale, che nella sanità pubblica rappresenta il capitale più prezioso. Altrimenti anche il Pnrr rappresenterà la ennesima occasione perduta.

Intelligenza artificiale in Gastroenterologia: progressi e risparmi nella tecnica diagnostica

L’applicazione dell’intelligenza artificiale anche in gastroenterologia è senza dubbio tra gli strumenti più interessanti degli ultimi anni. Si tratta di software che, grazie al continuo apprendimento, sono in grado di rendere l’esame endoscopico sia del tratto digestivo inferiore (colonscopia) che di quello superiore (esofagogastroduodenoscopia) sempre più accurato, segnalando al gastroenterologo la presenza di tumori o lesioni vascolari che, per differenti motivi, possono altrimenti non essere sempre visualizzati anche da operatori esperti.

“La maggiore precisione delle indagini portata dalla intelligenza artificiale – spiega Marco Soncini, Presidente AIGO e direttore dipartimento scienze mediche ASST Lecco – permette al medico una diagnosi più accurata e anche di caratterizzare le lesioni, consentendogli così di identificare subito quelle meritevoli di analisi dopo la loro asportazione. In studi preliminari di videoendoscopia capsulare, – prosegue – l’intelligenza artificiale consente, per esempio, una lettura non solo accurata ma anche più rapida dei filmati che studiano il piccolo intestino, ricercando in questo lungo tratto di circa 6,5 metri la presenza di tumori, ulcere, lesioni vascolari che possono essere responsabili di un sanguinamento altrimenti non documentabile con la gastroscopia e colonscopia. Per il paziente che si sottopone all’esame diagnostico non vi è alcuna differenza rispetto a una classica colonscopia. Cambia invece molto per il medico, che riceve anche alert, sia visivi che sonori, sulla presenza di lesioni difficilmente diagnosticabili, senza una strumentazione specifica”.

Il tema è di estrema importanza poiché rilevare nel corso di una colonscopia un numero superiore di lesioni, consente di ridurre il rischio di un cancro del colon. Recenti studi effettuati nel 2020 (su 4354 pazienti) hanno dimostrato un incremento dei rilevamenti di polipi e lesioni tra il 44 e il 70%, confermando pertanto l’importanza dell’incorporazione dell’intelligenza artificiale nella diagnostica.

intelligenza artificiale gastroenterologia

“Gli esami – ribadisce però il Presidente AIGO – dovranno essere eseguiti sempre con estrema attenzione e con il miglior grado possibile di pulizia intestinale e condotti con endoscopi aggiornati di alta definizione come quando si esegue una colonscopia nel corso di uno screening del colon, ma saranno sempre più focalizzati e precisi nei responsi. Pur non potendo comunque, nè oggi nè in futuro, sostituirsi al medico e ad una buona preparazione del tubo digerente esaminato, certamente nel prossimo futuro l’intelligenza artificiale potrà costituire uno strumento costantemente presente in tutte le piattaforme endoscopiche delle gastroenterologie italiane per agevolare e affinare il lavoro del clinico”.

Resta aperto il problema poi della sostenibilità dei costi di queste pratiche e, soprattutto, di una sempre più accurata e costante formazione degli operatori. “L’innovazione tecnologica riveste sicuramente un grande interesse per i Gastroenterologi italiani, – conclude quindi il Presidente dell’AIGO – tuttavia per rendere più efficaci e sostenibili le cure delle malattie dell’apparato digerente occorre proseguire con progetti formativi che coinvolgano sia gli specialisti che i medici delle cure primarie. Questo per migliorare una appropriatezza che in endoscopia digestiva non appare così evidente in almeno un quarto dei 2,5 milioni di gastroscopie e colonscopie effettuate ogni anno in Italia”.

Al momento le nuove tecnologie sono utilizzate in maniera sperimentale in alcune strutture ospedaliere italiane: AIGO auspica una diffusione sempre più importante in tutta la penisola, per migliorare l’appropriatezza delle cure e agevolare il benessere del paziente.

Autonomia differenziata: facoltativa e reversibile, ma rischia di aumentare il divario interregionale

Saranno le Regioni a poterla chiedere allo Stato su base volontaria e su tutte o solo alcune delle “materie di competenza concorrente”, sanità inclusa. Ottenerla significherà essere responsabili di gestire il finanziamento diretto per far funzionare meglio le cose. Sotto il controllo della Cabina di regia interministeriale. È l’opzione, non obbligata, a cui potranno ricorrere le Regioni. Ecco come spiega in modo semplice l’autonomia differenziata, tra opportunità e rischi, l’Avvocato Vincenzo Salvatore (Of Counsel e Leader del Focus Team Healthcare & Life Sciences di BonelliErede).

Avvocato Salvatore, l’autonomia differenziata è uno dei temi caldi che tiene banco in questi giorni nelle stanze della politica e nei talk show. Ci aiuta a capire di che si tratta esattamente?

Si tratta dell’attuazione di una norma della nostra Costituzione, che definisce tra l’altro le competenze dello Stato e quelle delle Regioni. L’articolo 116 indica che per le Regioni a statuto ordinario (restano quindi escluse quelle a statuto speciale Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige/Südtirol, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna, ndg) possono essere definite ulteriori forme di autonomia, chiarendo anche quali sono le modalità.

Significa che nelle materie di ‘competenza concorrente’ – trasporti, scuola, sanità – possono essere consentite alle Regioni che ne fanno richiesta forme di autonomia maggiore. Ciò si traduce nella possibilità di disporre direttamente delle risorse finanziarie ed economiche per gestire queste modalità di autonomia.

Attualmente le Regioni su queste materie ricevono risorse trasferite dallo Stato. Nel momento in cui alle Regioni viene riconosciuta la maggiore autonomia, esse gestiscono autonomamente le risorse.

Non è possibile attuare interventi discriminatori che penalizzino determinate categorie di cittadini

In sostanza si tratta dell’attuazione del Titolo V?

Sì. È il compimento di una norma che era rimasta inattuata. Il Titolo V indica quali sono le materie di competenza dello Stato e quelle di competenza concorrente sulle quali si può dare alle Regioni una maggiore autonomia. Un’autonomia di carattere organizzativo, che non deve attendere l’intervento dello Stato.

I fondi che vengono assegnati alle Regioni per la gestione autonoma delle materie concorrenti devono essere spesi in un certo modo? Ci sono forme di controllo?

Autonomia significa riconoscere la possibilità di diversificare l’organizzazione di servizi come i trasporti e la sanità. Il bilancio dello Stato avrà meno risorse perché le risorse restano alle Regioni che hanno richiesto e poi ottenuto la maggiore autonomia. Naturalmente bisogna assicurare che vengano garantiti i livelli essenziali di erogazione delle prestazioni (Lep), nel rispetto del vincolo istituzionale di solidarietà economica e sociale e di perequazione sociale.

Non è quindi possibile attuare interventi discriminatori che penalizzino determinate categorie di cittadini. La verifica dei Lep spetta alla Cabina di Regia istituita dall’ultima Legge di Bilancio, composta dai ministri dell’Economia, degli Affari Regionali, degli Affari Europei, delle Riforme e di quelli che per competenza riguardano le singole materie di competenza concorrente per le quali ciascuna Regione ha fatto richiesta.

Lei citava pocanzi i Lep (Livelli essenziali di prestazione). C’è differenza rispetto ai Lea (Livelli essenziali di assistenza) o la sanità ha fatto da apripista sin dalla loro istituzione nel 2001?

La sanità era già avanti. I Lea sono stati introdotti molto prima del Ddl sull’autonomia differenziata. I Lea rappresentano il modello per i Lep.

Anche se le Regioni hanno la volontà di organizzare autonomamente le modalità di erogazione dei servizi sanitari, ci sono alcuni principi essenziali che vanno garantiti a tutti. In sanità oggi si potrebbe parlare di Leps (Livelli essenziali di prestazioni sanitarie). Si tratta nientemeno che dei fabbisogni standard minimi che vanno garantiti nell’erogazione dei servizi. Anche sanitari.

L’autonomia delle Regioni nell’organizzazione dei servizi in base ai Lep non potrà giustificare un incremento di spesa

L’articolo 8 di questo Disegno di legge indica che l’autonomia differenziata non dovrà determinare alcun nuovo onere per la finanza pubblica. Che cosa significa esattamente?

Oggi il gettito tributario è legato all’espletamento di queste mansioni. Il gettito è dello Stato, che poi lo trasferisce alle Regioni. In futuro, con l’autonomia differenziata, il gettito resterà nelle casse delle Regioni. Ma l’autonomia delle Regioni nell’organizzazione dei servizi nel rispetto dei Lep non potrà giustificare un incremento di spesa

Abbiamo capito che aderire all’autonomia differenziata sarà quindi una scelta delle singole Regioni (a statuto ordinario) e per tutte o solo alcune delle materie di competenza concorrente.  In relazione alle funzioni in ambito sanitario, a suo avviso ci saranno Regioni che aderiranno e altre che non lo faranno? E con quali motivazioni?

A oggi le Regioni che hanno fatto richiesta di autonomia differenziata sono poche. In particolare quelle che hanno una maggiore capacità organizzativa: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Campania ci sta riflettendo.

Desidero precisare anche un altro aspetto importante: ottenere l’autonomia differenziata non è un processo irreversibile. È uno status che dura 10 anni. E si può tornare indietro nel caso ci si accorga che non si è raggiunta l’efficienza sperata nell’erogazione dei servizi. Difficilmente le Regioni che la otterranno sceglieranno di fare retromarcia. Ma lo Stato potrebbe contestare la maggiore autonomia alla luce del non raggiungimento dei Lep.

In altri termini, è presumibile che saranno poche le Regioni a chiedere l’autonomia differenziata perché sono poche quelle che storicamente possono contare su sistemi sanitari “virtuosi” e che ritengono di poter fare ancora meglio, organizzandosi autonomamente?

Esatto. Probabilmente non cambierà moltissimo in queste Regioni. Perché di fatto il servizio sanitario è già gestito a livello regionale.

Tuttavia, esperti di politica sanitaria e sindacati proprio in questi giorni lamentano il fatto che la potenziale adesione regionale all’autonomia differenziata accentuerà la distanza tra Regioni tradizionalmente più organizzate e quelle in cui la sanità continua a rappresentare una grande criticità politica e sociale. Secondo lei sarà così?

Astenendomi da valutazioni politiche, resta vero il fatto che l’autonomia differenziata crea un sistema diversificato. C’è il rischio reale che attraverso l’autonomia differenziata i cittadini che vivono in determinate Regioni siano avvantaggiati rispetto ad altri.

Conseguentemente, le Regioni più organizzate saranno sempre più attrattive per i cittadini che non vedono soddisfatti i propri bisogni di cure nella Regione di appartenenza, favorendo il fenomeno della mobilità sanitaria?

Sì. Le divergenze interregionali rischiano di aumentare, rafforzando le Regioni più ricche e capaci di organizzare i servizi in maniera moderna rispetto ad altre Regioni che rischiano di rimanere indietro e di accumulare ulteriori ritardi e inefficienze.

Lo status di autonomia differenziata dura 10 anni e può essere ridiscussa, dalla Regione che l’ha ottenuta o dallo Stato

Quali sono i prossimi passi e le relative tempistiche perché il Ddl diventi legge dello Stato?

Il Ddl è la conclusione di una procedura complessa. L’autonomia differenziata deve essere prima deliberata dalla Regione interessata. La deliberazione deve essere trasmessa al presidente del Consiglio e al ministro per gli Affari Regionali e poi valutata da tutti i ministri competenti compreso quello delle Finanze. Successivamente inizia il negoziato con la Regione, al termine del quale ci deve essere l’Ok del Consiglio dei ministri e la sua trasmissione alla Conferenza Stato-Regioni che deve emettere il suo parere. Se è favorevole il Ddl passa alle Camere. L’approvazione deve avvenire da entrambi i rami del Parlamento a maggioranza assoluta dei componenti: almeno 201 deputati alla Camera e almeno 101 senatori a Palazzo Madama.

I tempi per percorrere tutto questo iter dipendono dalla calendarizzazione parlamentare. Le maggioranze di Camera e Senato paiono abbastanza solide. Potrebbe arrivare a compimento in poco tempo, nell’ordine di poche settimane o pochi mesi. Il lavoro più impegnativo è quello che ha portato al Ddl di cui stiamo parlando.

Altra novità relativa all’iter approvativo riguarda il fatto che lo schema di intesa debba essere trasmesso immediatamente alla Conferenza unificata, e non dopo la sottoscrizione.

A quel punto lo schema di intesa preliminare viene trasmesso alle Camere per l’esame da parte dei competenti organi parlamentari, entro sessanta giorni dalla data di trasmissione dello schema di intesa preliminare, udito il Presidente della Giunta regionale. Viene quindi raddoppiata la tempistica rispetto ai 30 giorni previsti dalla precedente bozza. Lo schema di intesa definitivo dovrà quindi essere approvato dalla Regione; a quel punto, entro trenta giorni, sarà deliberato dal Consiglio dei ministri.

Vaccinazione antinfluenzale, in Italia manca una visione d’insieme

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In Italia le persone a cui è fortemente raccomandata la vaccinazione antinfluenzale sono oltre 24 milioni. Il nostro Paese per la stagione 2022-2023 ha acquistato circa 16 milioni di dosi.

Sono questi i risultati di uno studio condotto da Sda Bocconi e curato da Francesca Lecci (Associate Professor of Practice e Direttore Emmas -Executive Master in Management delle Aziende Sanitarie e Socio-Assistenziali), Niccolò Cusumano (Associate Professor of Practice e Osservatorio Masan) e Laura Giudice (Junior Lecturer).

Il lavoro è partito dall’osservazione che, ad eccezione della campagna 2020-21, i tassi di copertura vaccinale non sono cresciuti come sarebbe raccomandato.

“Ci siamo concentrati sull’aspetto dell’organizzazione delle campagne vaccinali dall’acquisto fino alla somministrazione, provando a cercare dei dati che aiutassero a spiegare la crescita molto limitata dei tassi di copertura vaccinali”, afferma Francesca Lecci, che ha coordinato lo studio.

Due i presupposti di partenza:

  • non vaccinarsi costa, non solo in giorni di lavori persi, ma anche di vite umane, ricoveri e in generale effetti a medio e lungo termine che l’influenza genera soprattutto nei pazienti cronici;
  • cosa succede in altri Paesi, dove si definisce meglio il target di popolazione che ha bisogno del vaccino.

E, di conseguenza, due le domande a cui il lavoro ha cercato di rispondere:

  1. l’Italia compra un numero di vaccini sufficienti a raggiungere i tassi raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Ministero della Salute?
  2. al di là dei volumi, il mix di vaccini è coerente con il tipo di fabbisogno?

Frammentazione della somministrazione

L’Organizzazione mondiale della Sanità stabilisce come obiettivo minimo di copertura il 75% della popolazione target

L’Organizzazione mondiale della Sanità stabilisce come obiettivo minimo di copertura il 75% della popolazione target. Il traguardo ottimale sarebbe raggiungere il 95%. In Italia la vaccinazione antinfluenzale è fortemente raccomandata agli over60, ai malati cronici, alle donne incinte, ai bambini con meno di sei anni d’età e ad alcune categorie professionali (sanitari, vigili del fuoco, polizia), oltre che ai donatori di sangue. Il vaccino è comunque a disposizione di chiunque desideri proteggersi contro l’influenza, che ogni anno è responsabile in Europa di un numero di decessi che oscilla tra i 15.000 e i 70.000.

In Italia dal 2000 esiste InfluNet, un sistema di sorveglianza epidemiologica e virologica dell’influenza a cura dell’Istituto superiore di sanità con il sostegno del Ministero della Salute. La Rete si avvale del contributo dei medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, dei referenti presso le Asl e le Regioni e della rete dei Laboratori di riferimento regionale per l’influenza. Sul portale è possibile accedere ai report periodici che monitorano l’andamento dei contagi per la stagione in corso.

Le informazioni sui vaccini acquistati e sulle modalità di somministrazione, invece, sono meno trasparenti.

Negli anni abbiamo moltiplicato i canali di somministrazione – osserva Lecci – Oggi possiamo vaccinarci nelle farmacie, nei vecchi hub vaccinali anti-Covid, nei centri vaccinali delle Asl, dai medici di medicina generale, nelle Rsa… Però non abbiamo a disposizione i dati sul canale preferito dalla popolazione target. Sarebbero informazioni preziosissime per capire per esempio se gli anziani cercano la prossimità, si fidano del medico di famiglia anche se meno vicino rispetto alla farmacia, oppure se hanno bisogno del centro vaccinale dove possono per esempio ricevere anche l’antipneumococcico”.

Dal 2013 a oggi il tasso vaccinale medio della popolazione generale in Italia è stato tra il 15% e il 20%

Il dato certo riguarda l’andamento delle coperture negli anni scorsi: dal 2013 ad oggi, il tasso vaccinale medio della popolazione generale in Italia è stato tra il 15% e il 20% circa della popolazione. È stato registrato un miglioramento nelle ultime nove stagioni per quanto riguarda i soggetti anziani, con tassi di copertura che vanno dal 50% al 60% della coorte over-65 (con l’eccezione della stagione 2020-21, che ha raggiunto un picco del 69%)

Anche a livello regionale, sono poche le aree che si sono avvicinate al 30% di copertura della popolazione generale, risultato raggiunto solo nel corso della stagione 2020-2021 per poi registrare – in tutte le Regioni – performance meno brillanti nella stagione 2021-2022.

Mancano i dati in tempo reale

Ogni anno, nel mese di febbraio, l’Oms stima quali saranno i ceppi che circoleranno di più durante la stagione influenzale successiva nell’emisfero Nord. Il Ministero della Salute fa proprie queste informazioni e produce a sua volta un documento con le raccomandazioni per quanto riguarda il nostro Paese.

Per le ultime 13 stagioni è stato necessario attendere in media 149 giorni (quasi 5 mesi) per la pubblicazione della Circolare contenente le raccomandazioni del Ministero della Salute – riassume Lecci – La stagione 2021-2022 costituisce un caso eccezionale, in quanto si è atteso solo poco più di un mese (41 giorni); per la stagione attualmente in corso, l’attesa è stata di 131 giorni (4 mesi circa)”.

Prima del Covid le Regioni indicevano le gare per l’acquisto dei vaccini antinfluenzali a maggio o giugno, basandosi sullo storico degli anni precedenti. Stessa cosa faceva l’industria, che non aveva più il tempo necessario per produrre quantitativi diversi da quelli che aveva in casa e che si basavano a loro volta sulle richieste pervenute in passato.

“La pandemia ha fatto sì che le Regioni accelerassero questa fase: ora le gare vengono indette nel mese di marzo. Il problema? Mancano le indicazioni del Ministero della Salute”.

Eppure due anni fa le raccomandazioni sono uscite dopo 41 giorni: “Gli anni del Covid sono stati eccezionali: oltre a somministrare sia l’antifluenzale che il vaccino contro SarS-CoV2, il Ministero aveva predisposto una piattaforma aggiornata in tempo reale per fascia d’età in grado di tracciare che tipologia di vaccino era stato somministrato e a quale paziente. Questo livello di dettaglio sull’influenza non ce l’abbiamo”.

La vaccinazione viene segnata sul fascicolo sanitario del paziente, ma mancano la visione d’insieme e la lettura tempestiva del dato

La vaccinazione viene infatti segnata sul fascicolo sanitario del paziente, ma mancano la visione d’insieme e la lettura tempestiva del dato: “Tra un mese le Regioni indiranno le gare per gli acquisti senza sapere come è andata la stagione 2022-23 – afferma Lecci – Questo dato sarà disponibile solo a luglio, quando ormai sarà tardi”.

Gli esperti di Sda Bocconi hanno rilevato un deficit di regia: “Non significa che in Italia vacciniamo male, ma ci limitiamo a migliorare di poco quanto fatto l’anno precedente – osserva Lecci – Anche per questo i numeri non crescono come vorremmo”.

Ragionare in modo proattivo

Tra i problemi individuati, la carenza di campagne di comunicazione nei confronti dei cittadini: “Nel linguaggio manageriale parliamo di logica ‘push’ per descrivere quanto succede oggi nel nostro Paese: la richiesta arriva dal basso, da parte delle persone che si sono sempre vaccinate e continuano a farlo. Tuttavia, la letteratura scientifica concorda nell’affermare che la prevenzione è un’attività che va organizzata con una logica ‘pull’: bisogna convincere i cittadini che non si sono vaccinati, gli anziani, i fragili… fornendo loro un’offerta completa. Questo passaggio in Italia non c’è ancora stato”.

Lo studio di Sda Bocconi evidenzia una certa farraginosità nella gestione della somministrazione: “Manca la ricerca attiva del cittadino che si deve vaccinare e non c’è coordinamento per quanto riguarda le modalità di somministrazione”.

Il vaccino antinfluenzale è percepito come qualcosa che interessa solo la popolazione anziana

Una campagna informativa potrebbe anche far superare una volta per tutte lo stigma di cui gode l’influenza e di conseguenza il vaccino: la malattia è sottovalutata, spesso considerata poco più di un raffreddore. Il vaccino, per contro, è percepito come qualcosa che interessa solo la popolazione molto anziana.

“Con il Covid abbiamo imparato che la protezione non è solo per noi stessi, ma anche per chi ci vive attorno: se nella nostra famiglia abbiamo una persona fragile, è tutto il nucleo a doversi vaccinare per proteggerla. Eppure, questa misura di puro buonsenso non viene applicata nel caso dell’influenza”, osserva Lecci.

L’altro aspetto riguarda la personalizzazione del vaccino: “In Germania, per esempio, a tutti gli over65 viene somministrata una versione potenziata dei vaccini. È stato dimostrato che, nelle persone anziane e nei fragili, questa composizione è più efficace rispetto alla dose standard”.

In Italia ci sono circa 14 milioni di persone che rientrano nella categoria di fragili, ma il nostro Paese ha acquistato solo 6 milioni di vaccini potenziati. “Non significa che restino scoperte 8 milioni di persone, ma che saranno trattate con il vaccino standard”.

La visione sul lungo periodo

Una migliore programmazione permetterebbe di essere più aderenti al fabbisogno e di intercettare un maggior numero di cittadini

Una migliore programmazione permetterebbe di essere più aderenti al fabbisogno e di intercettare un maggior numero di cittadini. In assenza di indicazioni particolari, invece, come detto le Regioni per i loro acquisti si rifanno allo storico e alla propria esperienza.

“I vaccini potenziati costano di più. Abituate a ragionare a silos e con il budget di risorse disponibili per la vaccinazione sempre più o meno uguale, le Regioni sono in grado di spostare in modo significativo l’ammontare – riflette Lecci – Abbiamo calcolato che se acquistassimo più vaccini di questo tipo, mirati per tipologia di popolazione e per fasce d’età, dando per esempio quelli più costosi ai superfragili, questo farebbe crescere il budget destinato alla vaccinazione antinfluenzale da 180 milioni a 260 circa. Abbiamo stimato che le sole ospedalizzazioni per influenza costino circa 100 milioni l’anno. Senza contare l’impatto della malattia sul territorio o le complicanze, cioè le persone che non sono ospedalizzate in fase influenzale, ma per problemi cardiologici o respiratori legati alla malattia. Sarebbe importante smettere di ragionare nel breve periodo e avere una visione d’insieme proiettata sul futuro”, conclude l’esperta.

Programma Nazionale HTA: modulo di valutazione tecnologie sanitarie

Tramite il sito dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS) è possibile inviare all’Agenzia proposte di valutazione delle tecnologie sanitarie (HTA).

Possono partecipare: Regioni (Aziende e professioni SSN), società scientifiche, produttori, cittadini, pazienti e loro associazioni.

Il modulo è disponibile a questo link

Per approfondire

Mobilitazione congiunta Fimmg generale e Formazione per sollecitare bando MMG 2023/26

In questi giorni i Segretari Regionali FIMMG congiuntamente ai rispettivi Coordinatori della FIMMG Formazione hanno inviato ai propri Assessorati alla Sanità il sollecito via PEC per il bando di concorso 2023/26. Come spiega la Segretaria Nazionale del settore Formazione, Erika Schembri, “la pubblicazione del bando di concorso è previsto secondo legge entro il 28 febbraio dello stesso anno, ma a causa di continui posticipi siamo arrivati ad un ritardo accumulato di oltre un anno. Vista l’attuale situazione di carenza di medici del territorio non è più pensabile continuare a giustificare questa latenza, per cui abbiamo chiesto a tutte le Regioni di comunicare al più presto i fabbisogni necessari al Ministero della Salute per poter comunicare la ripartizione dei finanziamenti e dunque dare il via libera per l’emanazione dei bandi regionali. In questo modo sarebbero disponibili quasi 3000 nuovi medici in formazione, pronti da subito ad assumere incarichi convenzionali durante il corso come previsto dalla formazione lavoro, liberando quindi sul territorio nuove risorse che garantirebbero da subito l’assistenza territoriale ad oggi scoperta, a sostegno del nostro Servizio Sanitario Nazionale.”

Tumori: insegnare a comunicare correttamente è un dovere clinico

Formare medici, psicologi, pazienti, infermieri, manager delle aziende del farmaco a comunicare il cancro, la medicina e la salute con un corso di perfezionamento universitario che ha coinvolto clinici, docenti, giornalisti, il primo del genere mai realizzato in Italia. Lo hanno promosso l’Università Politecnica delle Marche e la Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona e si conclude oggi nel capoluogo marchigiano. E l’Università Politecnica delle Marche organizzerà, a partire da aprile 2023, la seconda edizione del corso. “Perché la corretta comunicazione, come indicano i dati, non è un’opzione ma un dovere – afferma Rossana Berardi, Ordinario di Oncologia Medica all’Università Politecnica delle Marche e Direttore della Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona -. Quasi il 90% dei pazienti oncologici utilizza internet alla ricerca di ulteriori informazioni sul cancro e il 49% dei millennial si rivolge alla rete lo stesso giorno in cui riceve la diagnosi di tumore. Il 78% dei pazienti ritiene che internet aumenti la capacità di assumere decisioni consapevoli e per il 71% rappresenta un aiuto anche nell’affrontare ansia e paura. Una metanalisi su più di 6000 pazienti ha infatti dimostrato che i social network costituiscono strumenti utili per controllare il disagio psichico che colpisce la maggioranza delle persone affette da cancro e per migliorarne la qualità di vita. Ma almeno il 30% delle notizie sui tumori pubblicate nei social network è falso e può causare pericolose conseguenze e indurre a posticipare o, addirittura, a non seguire terapie salvavita, a ricorrere a pericolosi metodi ‘fai da te’ o all’utilizzo di strumenti alternativi privi di validità scientifica”.

Oggi all’Università Politecnica delle Marche (Auditorium Montessori, Polo Murri Facoltà di Medicina), alla conclusione della prima edizione, sono consegnati gli attestati ai 18 professionisti che hanno superato il corso, in un convegno nazionale che prevede gli interventi di Rossana Berardi, Marcello D’Errico (Prof. Ordinario dell’Ateneo e componente del Comitato ordinatore del corso di perfezionamento), Andrea Santarelli (Vicepreside della Facoltà di Medicina, Università Politecnica delle Marche), Daniela Minerva, Luigi Ripamonti, Mauro Boldrini, e la discussione delle tesi.

La cerimonia ospita anche la prima edizione del premio nazionale “Comunicare il cancro, la medicina e la salute” a giornalisti, pazienti, medici e all’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri. La motivazione, per tutti i premiati, è di essersi particolarmente distinti nella comunicazione della medicina e della salute, con specifico riferimento alla lotta ai tumori.

“Il nostro obiettivo è fornire strumenti a 360 gradi agli operatori sanitari e a tutti coloro che hanno maturato interesse per la comunicazione ma che hanno ancora scarsa consapevolezza dell’uso professionale delle piattaforme digitali – spiega il prof. Marcello D’Errico -. Forti del successo della prima edizione, abbiamo deciso di dar vita alla seconda. Prevediamo di rendere il corso idoneo anche ai regolamenti destinati a chi lavora nella pubblica amministrazione, ad esempio agli uffici stampa”. Il corso di perfezionamento è parte di un progetto più ampio, ‘comunicareilcancro’, che prevede un portale dedicato (www.comunicareilcancro.it) e profili sui principali social.

“Comunicare il cancro e, più in generale, la medicina e la salute in modo corretto – spiega Mauro Silvestrini, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Politecnica delle Marche – rappresenta un’arma da sfruttare anche in termini di sanità pubblica ed è un formidabile strumento di educazione per l’intera popolazione. Ma, per farlo, bisogna conoscere i meccanismi della comunicazione. L’Università ha il compito di formare i professionisti sanitari e la comunicazione della salute deve rientrare nel percorso di studio degli operatori. I media, in particolare i social network, offrono un’opportunità importante per porre i pazienti al centro del sistema salute: consentono infatti di recuperare la fiducia dei cittadini, di interagire e utilizzare strumenti, come lo storytelling, per generare un dialogo”.

Nel 2022, in Italia, sono state stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro. In due anni, l’incremento è stato di 14.100 casi. “L’oncologia rappresenta l’area medica che ha registrato i più grandi progressi e la prognosi delle malattie tumorali è molto cambiata, per questo sia i media che i cittadini non devono più associare al cancro il concetto di incurabilità – sottolinea Mauro Boldrini -. Troppo spesso internet e, in particolare, i social network sono regno di cattiva informazione per quanto riguarda i tumori e, più in generale, la salute. Chi fa comunicazione e informazione deve porre attenzione alle fake news, controllare le fonti e verificare sempre l’attendibilità dei dati. Dall’altro lato, è necessario che anche i cittadini adottino un atteggiamento più consapevole su questi temi”.

Farmaci in abbonamento con Amazon, in Italia è possibile?

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Come era prevedibile, Amazon ha fatto un altro passo avanti nel tentativo di espandere il suo business nel settore sanitario. Dopo aver aperto l’ambulatorio virtuale di Amazon Clinic, ora la multinazionale di Jeff Bezos lancia sul portale l’abbonamento ai farmaci online. L’offerta è destinata ai clienti Prime (per il momento in 45 Stati Usa) che potranno decidere di pagare di più per entrare in un servizio premium della Amazon Pharmacy chiamato RxPass. Con 5 euro al mese si ha diritto a sconti che vanno dal 40 all’80% sui farmaci acquistabili online e consegnati direttamente a casa.

La novità per ora riguarda soltanto gli utenti che vivono negli Stati Uniti, ma è prevedibile che il colosso americano dell’e-commerce tenterà di espanderlo negli altri Paesi, laddove sarà possibile.

In Italia la vendita online di medicinali può essere realizzata solo da farmacie e parafarmacie con una sede fisica sul territorio italiano, dietro apposita autorizzazione rilasciata dalla Regione o provincia autonoma competente. Chi vende, poi, necessita di una licenza. Sul portale del Ministero della Salute è possibile consultare l’elenco aggiornato dei soggetti autorizzati al commercio online di medicinali senza obbligo di prescrizione (che sono oltre 1.400).

La Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani ha invitato però gli utenti a prestare massima attenzione negli acquisti di medicinali su internet. Tramite il suo presidente, Andrea Mandelli, la Fofi è appena intervenuta per portare l’attenzione sul fenomeno delle truffe.

L’affare di Amazon

Si possono acquistare prodotti singoli oppure iscriversi a un piano di consegna regolare, con spedizione a casa a intervalli prestabiliti

Il catalogo è composto da 50 farmaci che trattano un’ottantina di problemi di salute fra i più comuni. Antinfiammatori, antipiretici, creme cortisoniche, ansiolitici, sonniferi e farmaci per l’ipertensione. Dal 2020 la Amazon Pharmacy offre anche i medicinali prescritti dal medico, oltre ai prodotti over-the-counter e agli integratori alimentari, mentre restano ancora esclusi gli oppioidi. L’utente può sia acquistare prodotti singoli che iscriversi a un piano di consegna regolare, con spedizione a casa a intervalli prestabiliti. Per utilizzare il servizio è necessario creare un account sulla piattaforma, mandare informazioni sul proprio medico e sulla propria prescrizione e verificare la propria identità.

Ora che anche la Amazon Clinic, con il suo ambulatorio virtuale, è in grado di fornire ricette mediche, l’utente si trova a non dover nemmeno uscire dal portale per l’acquisto di quanto gli viene prescritto dalla stessa azienda. Amazon ha stimato un business che potenzialmente potrebbe coinvolgere 150 milioni di americani.

Il mercato europeo resta off-limits

Il mercato europeo resta off-limits in quanto la direttiva europea 2011/62/UE prevede solo la possibilità di vendere a distanza farmaci all’interno del mercato comune con un logo identificativo dello Stato membro di origine. All’interno dell’Europa i farmaci consegnati devono essere quelli autorizzati nello Stato membro di destinazione.

Roberto Bonatti

Come chiarito da Roberto Bonatti, avvocato esperto di diritto sanitario e degli appalti pubblici e professore presso l’Università di Bologna, una circolare del Ministero della Salute del 2016 ha specificato che la vendita online non può avvenire tramite app per smartphone o tablet e che è vietato far ricorso a piattaforme di e-commerce e più in generale di siti intermediari tra la farmacia (online) e l’utente. “Al momento, queste regole sembrano sufficienti ad impedire ai grandi colossi mondiali della vendita online di beni di consumo di entrare nel mercato europeo della vendita di farmaci – ha spiegato il legale -. In effetti, sembra che senza una rete più o meno diffusa di farmacie fisiche nei vari Stati membri una farmacia online non sia in alcun modo autorizzabile”.

I farmacisti italiani sull’e-commerce: “Verificare le licenze”

L’e-commerce di farmaci in Italia è consentito dal Codice del Farmaco, regolato dal d.lgs. 219/2006, a determinate condizioni. Possono essere venduti online esclusivamente i farmaci senza obbligo di prescrizione medica, quindi solo OTC (over-the-counter, farmaci da banco) e SOP (senza obbligo di prescrizione).

Mentre Amazon lancia l’abbonamento, la Fofi frena sull’e-commerce esprimendo un appello agli utenti che hanno l’abitudine di comprare i medicinali da banco online.

Andrea Mandelli

“L’e-commerce è ormai entrato a far parte delle abitudini degli italiani anche per l’acquisto dei farmaci, ma richiede molta attenzione da parte dei consumatori per evitare di incorrere in medicinali contraffatti, non conservati nella maniera idonea o di dubbia provenienza che possono essere molto pericolosi per la salute”, ha detto Mandelli, intervenuto sul preoccupante fenomeno delle truffe online che non risparmia neanche i prodotti per la salute.

“In Italia – ha proseguito il presidente Fofi– l’acquisto di farmaci online può essere effettuato solo sui canali dotati di regolare licenza. La prima regola per i consumatori è pertanto quella di verificare che il sito in questione abbia ricevuto l’autorizzazione, riconoscibile da un apposito bollino rilasciato dal Ministero della Salute”.

“È bene ricordare – conclude Mandelli – che l’e-commerce è consentito solo per i farmaci da banco. L’invito ai cittadini è di avere un atteggiamento prudente e di non farsi ingannare da chi propone la vendita di medicinali senza le necessarie garanzie, magari dietro un’apparente convenienza economica. In presenza di dubbi, è bene rivolgersi al proprio farmacista di fiducia che è sempre a disposizione per fornire tutte le informazioni del caso”.

In Europa manca ancora la chiarezza normativa

Come spesso accade, anche in tema di e-commerce farmaceutico l’Europa deve ancora trovare una sua unità legislativa che, complice anche la pandemia che ha dato una notevole spinta al settore, si profila sempre più urgente. La vendita online di farmaci generici è diventata giustamente un mercato sempre più appetibile e in mancanza di regole chiare, le aziende europee rischiano di restare un passo indietro.

Le molte zone grigie vengono in parte chiarite dalle sentenze dei tribunali, le uniche in grado di fornire chiavi di lettura attendibili. Una di queste è la sentenza C-649/18 dell’ottobre del 2020 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che si è espressa proprio in merito alla vendita online di farmaci tra paesi Ue.

La Corte ha riconosciuto alla Francia la possibilità di applicare le proprie norme più restrittive in sfavore della società olandese

In questo caso la Corte si è pronunciata sulla legittimità di alcune restrizioni poste dallo Stato membro di destinazione dell’e-commerce di farmaci al fornitore del servizio di informazione (una pubblicità) con sede in un diverso Stato membro. La controversia risolta dalla causa in questione riguardava però una campagna pubblicitaria di farmaci generici rivolta ad una potenziale clientela francese da parte di una azienda dei Paesi Bassi.

Nel caso specifico, la Corte ha riconosciuto alla Francia la possibilità di applicare le proprie norme più restrittive in sfavore della società olandese, che non potrà quindi acquisire clienti tramite la distribuzione di posta e volantini pubblicitari al di fuori della farmacia, a prescindere dal supporto fisico o elettronico.

Vendita e pubblicità di farmaci, due concetti da distinguere

“Un conto è la vendita online, un conto è la pubblicità online del farmaco, un altro conto è la pubblicità online di una farmacia. In Italia, come anche in altri Stati europei, vi sono norme relative alla vendita online di medicinali e altre norme che si occupano della pubblicità, anche online, di essi: si tratta di due aspetti che vanno tenuti distinti tra loro, anche a livello giuridico”. Lo ha precisato Bonatti, specificando che la pubblicità del farmaco può essere effettuata dall’industria farmaceutica che produce o commercializza un farmaco ed è regolamentata in modo abbastanza preciso in Europa, anche in questo caso con norme armonizzate contenute già nella prima direttiva farmaci (n. 83/2001/CE).

Se abbinata alla vendita online, la pubblicità può contenere solo l’immagine del confezionamento primario del farmaco o dell’imballaggio esterno, e del prezzo al pubblico, comprensivo di eventuali sconti. In questo caso, non richiede un’apposita autorizzazione ministeriale, ma rientra nell’attività di informazione già coperta dall’autorizzazione per la vendita online.

“Viceversa – ha specificato l’avvocato -, se fossero visibili elementi ulteriori si rientrerebbe nel diverso caso di messaggio contenente pubblicità sanitaria, che richiede una autorizzazione apposita (art. 118, d.lgs. n. 219/2006, “codice del farmaco”)”.

La farmacia può pubblicizzare online la propria attività in quanto tale, inclusa l’autorizzazione alla vendita a distanza di medicinali

La pubblicità online di farmacie segue regole ancora diverse perché non rientra nella categoria della pubblicità di medicinali. In sostanza, la farmacia potrebbe pubblicizzare online la propria attività in quanto tale, inclusa la propria autorizzazione alla vendita a distanza di medicinali. “Esse devono essere proporzionate all’obiettivo, che è quello di far in modo che l’utente sia conscio che l’acquisto e l’uso non controllato di medicinali, anche se non richiedono prescrizione medica, può essere pericoloso per la sua salute – ha concluso Bonatti -. Secondo la giurisprudenza europea che ha esaminato la normativa francese, è misura proporzionata il divieto di praticare sconti su farmaci non soggetti a prescrizione medica, incrementali in proporzione alle quantità acquistate. Allo stesso modo, è stata ritenuta misura proporzionata imporre alla farmacia che intende vendere online l’obbligo di sottoporre ai propri utenti/clienti un questionario sanitario nel caso di ordine di medicinali online, in cui l’utente deve indicare alcuni dati quali età, sesso, peso, eventuali allergie e altri elementi che consentano al farmacista un controllo di massima sull’anamnesi dell’utente cui tali farmaci sono destinati”.