Ogni anno il Ministero della Salute valuta l’erogazione delle prestazioni sanitarie – i cosiddetti Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) – che le Regioni devono garantire ai cittadini gratuitamente o attraverso il pagamento di un ticket. «Si tratta di una vera e propria “pagella” per i servizi sanitari regionali – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – che permette di identificare Regioni promosse (adempienti), pertanto meritevoli di accedere alla quota di finanziamento premiale, e bocciate (inadempienti)».
Le Regioni inadempienti vengono sottoposte ai Piani di rientro, strumento che prevede uno specifico affiancamento da parte del Ministero della Salute che può arrivare sino al commissariamento della Regione.
Sino al 2019 lo strumento di valutazione era la cosiddetta “Griglia LEA”, che dal 2020 è stata sostituita da 22 indicatori del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG), sempre suddivisi in tre aree: prevenzione collettiva e sanità pubblica, assistenza distrettuale ed assistenza ospedaliera. Per ciascuna area viene assegnato un punteggio tra 0 e 100 e le Regioni vengono considerate adempienti se raggiungono un punteggio pari o superiore a 60 in ciascuna delle tre aree; con un punteggio inferiore a 60 anche in una sola area la Regione viene classificata inadempiente. «Considerato che il 2020 è stato caratterizzato dall’emergenza pandemica – precisa il Presidente – il monitoraggio dell’erogazione dei LEA è stato effettuato solo a scopo di valutazione e informazione, senza impatto sulla quota premiale».
A seguito della recente pubblicazione del “Monitoraggio dei LEA attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia” da parte del Ministero della Salute, la Fondazione GIMBE, spiega il Presidente «ha effettuato alcune analisi sia per confrontare la resilienza dei servizi sanitari regionali nell’anno dello scoppio della pandemia, sia per valutare le differenze tra le Regioni del Nord, colpite con violenza dalla prima ondata, e quelle del Sud, di fatto risparmiate da tale impatto grazie al prolungato lockdown della primavera 2020».
Adempimenti LEA 2020
Solo 11 Regioni risultano adempienti: Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto. Le altre 10 sono inadempienti: Abruzzo, Liguria, Molise e Sicilia con un punteggio insufficiente in una sola area; Basilicata, Campania, Provincia Autonoma di Bolzano, Sardegna, Valle D’Aosta con un punteggio insufficiente in due aree; la Calabria insufficiente in tutte le tre aree (tabella 1).
«Nonostante il maggior impatto della prima ondata pandemica nel Nord del Paese – commenta il Presidente – anche la nuova “pagella” conferma sia il gap Nord-Sud, visto che solo la Puglia si trova tra le 10 Regioni adempienti, sia le condizioni estremamente critiche della sanità in Calabria».
Interessante notare che se alcune Regioni occupano posizioni simili nelle tre aree, documentando livelli omogenei di adempimento/non adempimento, per altre esiste un’importante variabilità delle performance tra le aree. In particolare, alcune Regioni si collocano in posizioni identiche nelle tre aree (Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio). Viceversa, altre Regioni occupano posizioni molto diverse nelle tre aree. Ad esempio, l’Umbria è in prima posizione per la prevenzione, in dodicesima per l’area distrettuale e in undicesima per quella ospedaliera; la Liguria in settima posizione per l’area distrettuale, in quattordicesima per quella ospedaliera e in diciannovesima per la prevenzione; la Lombardia è in terza posizione per l’area distrettuale, in quinta per quella ospedaliera e in quattordicesima per la prevenzione; la Provincia autonoma di Trento è in prima posizione per l’area ospedaliera, in terza per la prevenzione e in decima per l’area distrettuale.
Considerato che il Ministero della Salute non sintetizza in un punteggio unico la valutazione degli adempimenti LEA, la Fondazione GIMBE ha elaborato una classifica di Regioni e Province autonome sommando i punteggi ottenuti nelle tre aree e riportando i risultati in ordine decrescente suddivisi in quartili (tabella 2 e figura 1). «Rispetto all’essere adempiente/inadempiente – commenta Cartabellotta – il punteggio totale enfatizza ulteriormente il gap Nord-Sud: infatti, nei primi due quartili si trovano 7 Regioni del Nord, 3 del Centro e nessuna del Sud, mentre nell’ultimo quartile, eccetto la Provincia Autonoma di Bolzano, tutte le Regioni sono del Sud».
Figura 1
Gap 2019-2020
Considerato che il NSG è in sperimentazione dal 2016, La Fondazione GIMBE ha analizzato le differenze tra gli adempimenti 2020 e quelli 2019, al fine di valutare l’impatto della pandemia sui punteggi totali delle Regioni, oltre che sui tre macro-livelli assistenziali. Rispetto al 2019, nel 2020 i punteggi totali sono peggiorati in tutte le Regioni – fatta eccezione per la Provincia Autonoma di Trento e la Valle d’Aosta – dimostrando che la pandemia ha rappresentato un forte “stress test” per la sanità italiana. Tuttavia, tra le Regioni che hanno sperimentato una prima ondata molto violenta, il gap 2019-2020 è molto contenuto (<10 punti) per la Provincia Autonoma di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Emilia-Romagna; intermedio (10-25 punti) per Veneto e Piemonte; elevato per Lombardia e Liguria (>35 punti). D’altro canto, 7 delle 11 Regioni con gap superiore a 20 punti si trovano al Sud, di fatto risparmiato dalla prima ondata (tabella 3). «Questi dati – spiega il Presidente – confermano che la resilienza alla pandemia dei servizi sanitari regionali e la capacità di erogare le prestazioni essenziali nel 2020 sono state condizionate (in positivo) più dalle performance 2019 che (in negativo) dall’impatto della prima ondata».
Relativamente all’impatto della pandemia sui tre macro-livelli assistenziali, considerando tutto il territorio nazionale, il gap massimo tra il 2020 e il 2019 si registra nell’area della prevenzione (-263 punti), quindi in quella ospedaliera (-150 punti); al contrario l’area distrettuale nel 2020 fa rilevare un lieve miglioramento (+5 punti) (tabella 4). «Il crollo della prevenzione – spiega il Presidente – è l’inevitabile conseguenza sia degli esigui investimenti in quest’area, sia del fatto che il personale già limitato in forza ai dipartimenti di prevenzione è stato impiegato in prima linea nella gestione dell’emergenza pandemica».
«Il lancio della nuova “pagella” – conclude Cartabellotta – proprio nell’anno della pandemia restituisce risultati inevitabilmente condizionati dalla gestione dell’emergenza COVID-19. Tuttavia, dalle nostre analisi emergono tre elementi fondamentali. Innanzitutto, il gap Nord-Sud non si è ridotto nonostante molte Regioni del Nord siano state colpite in maniera drammatica dalla prima ondata e, al tempo stesso, quelle del Sud siano state risparmiate grazie al lockdown; in secondo luogo, le Regioni settentrionali più colpite dalla pandemia hanno mostrato una differente resilienza, inevitabilmente condizionata dalla qualità del servizio sanitario regionale pre-pandemia; infine, la “sorella povera” della sanità, ovvero la prevenzione, è stata quella che ha pagato il conto più salato, in termini di erogazione di prestazioni essenziali».
Prosegue la collaborazione con il Cultural Welfare Center (CCW) sulla base di un progetto comune di diffusione della conoscenza sul valore delle arti e della cultura per il benessere e la salute
Negli ultimi decenni si è resa sempre più evidente la positiva correlazione che esiste tra attività artistiche e culturali e il benessere delle persone. Il rapporto del 2019 dell’OMS ha sottolineato che le arti potrebbero ricoprire un ruolo chiave nella promozione della buona salute, nella prevenzione, nella gestione e nel trattamento di una serie di condizioni patologiche diverse.
Negli ultimi anni l’attenzione delle Politiche Sociali europee si sta rivolgendo sempre di più alla crescente fragilità della salute mentale, in particolar modo tra la popolazione più giovane. Infatti, con l’avvento della pandemia dovuta alla diffusione del COVID-19 e la conseguente adozione delle necessarie misure preventive tra cui l’isolamento, si è registrato un incremento significativo tra i giovani di disturbi di ansia, depressione, idee suicidarie e tentativi di suicidio. Numerosi progetti artistico-culturali si sono occupati dell’argomento proponendo una risposta importante e innovativa al problema.
Per raccogliere spunti ed esperienze su questo tema da parte della società civile in tutta Europa, la piattaforma di dialogo strutturato della Commissione Europea Voices of Culture ha dato vita a un brainstorming che si è tenuto nell’ottobre 2022 a Bruxelles. A partire dall’incontro sono state elaborate delle raccomandazioniche vedono come centrale la necessità che i diversi ambiti (sociali, clinici, artistici) collaborino tra loro per strutturare interventi completi e più efficaci che tengano conto della globalità della persona e, quindi, dei beneficiari. Un’altra questione fondamentale che viene messa in luce nelle raccomandazioni è quella di coinvolgere i giovani in tutte le fasi della attività dalla progettazione alla realizzazione, per far sì che essi siano protagonisti degli interventi ricoprendo un ruolo attivo.
Un campo di indagine e di sperimentazione emergente
Dalla metà degli anni Novanta, la crescente attività scientifica sull’impatto della cultura e delle arti sulla salute e sul benessere ha dato vita a un patrimonio di conoscenze consistente, e a una pluralità di pratiche, intense anche se spesso intermittenti, sul campo. Negli ultimi due decenni, in particolare, nei settori artistici e culturali si sono moltiplicati progetti, esperienze e sperimentazioni, e numerosi studiosi si sono impegnati nella raccolta e nell’analisi di dati, consapevoli della necessità di costituire un corpus di evidenze sempre più solide.
Il primo studio longitudinale, condotto in Svezia negli anni Novanta, di grande numerosità, aveva rilevato una corrispondenza significativa fra una vita culturale ricca e vivace e un’aspettativa di vita più favorevole. Le evidenti differenze di accesso e intensità nella pratica culturale, legate al reddito, ai livelli di istruzione, alla residenza, hanno ispirato iniziative di vario genere volte a ridurre i divari e a rendere disponibili i benefici della cultura e delle arti anche a coloro che a causa di condizioni economiche e sociali svantaggiate non ne possono solitamente godere.
Il rapporto OMS ha concluso che le arti potrebbero avere un ruolo chiave nella promozione della buona salute, nella prevenzione, nella gestione e nel trattamento di una serie di condizioni patologiche diverse
Dopo molti anni di intensa sperimentazione e di analisi, purtroppo frammentarie e disperse, alla fine nel 2019 l’OMS è intervenuta con autorevolezza. L’Health Evidence Network dell’OMS ha pubblicato la prima scoping review di oltre tremila studi e rapporti di ricerca sugli effetti della partecipazione alle arti dello spettacolo, alle arti visive, alla letteratura e del coinvolgimento nella cultura e nel patrimonio sulla salute e sul benessere delle persone. Alcuni di questi studi descrivono l’effetto di interventi artistici mirati a diverse esigenze cliniche (ad esempio, malattie mentali, disturbi del neurosviluppo e neurologici, malattie non trasmissibili, condizioni acute che richiedono cure ospedaliere e cure di fine vita).
La scoping review ha anche valorizzato l’esistenza di dati che mostrano associazioni a livello di popolazione generale tra il coinvolgimento nelle arti e la riduzione dell’incidenza di malattie (tra cui depressione, malattie croniche e declino legato all’età). Nel complesso, il rapporto ha concluso che le arti potrebbero avere un ruolo chiave nella promozione (ad esempio, con linguaggi adatti a sostenere l’alfabetizzazione alla salute, fin dall’età scolare) della buona salute, nella prevenzione, nella gestione e nel trattamento di una serie di condizioni patologiche diverse.
Il sostegno della salute mentale dei giovani
I progetti di arte e cultura che affrontano con successo lo specifico problema della salute mentale dei giovani sono numerosi, e di norma sono co-progettati da esperti di diversi settori (sociologia, salute, antropologia, cultura, arte), testati e validati in una grande varietà di contesti. Sono molto diversi nelle forme d’arte che adottano e nelle modalità di svolgimento e partecipazione.
Dai teatri ai musei, dalla musica alle arti visive, dal video making alla fotografia, dalla lettura e dalla scrittura alla danza, tutte le arti hanno dimostrato di poter contribuire a:
promuovere la salute e il benessere mentale
prevenire disturbi e malattie mentali
gestire condizioni patologiche
trattare i disturbi e delle malattie mentali.
La salute mentale dei giovani, tra nuovi bisogni e vecchie cicatrici
Dal 2020 in poi, il contesto è andato complicandosi e caricandosi di gravi elementi di crisi. I dati europei (e mondiali) fotografano l’esplosione del disagio e della sofferenza dei più giovani. Paure, ansie, disturbi del sonno e nei comportamenti alimentari, autolesionismo, e tendenza al ritiro sociale sono sempre più frequenti. All’intensificarsi di fenomeni come il bullismo e il cyber-bullismo – uno studio dell’Unesco indica che il 33% della popolazione giovanile mondiale ne è vittima, e soprattutto ne sono vittime i giovani con disabilità – si aggiunge quella che viene ormai chiamata la “cicatrice pandemica”. Allo stress post-traumatico che colpisce in larga misura i giovani migranti, si aggiungono le preoccupazioni generate per la crisi ambientale e per la guerra degli adolescenti e perfino dei bambini.
La risposta dei settori culturali e il Dialogo strutturato
La risposta dei settori culturali europei e dei loro operatori alla richiesta di aiuto di bambini, adolescenti e ragazzi è stata generosa, con una lettura della crisi che vi ha anche scorto un’opportunità. Questo ha portato i soggetti attivi nel settore a riorganizzarsi, e ricollocare le proprie risorse per cercare nuovi modi per contribuire con maggiore efficacia al miglioramento della salute mentale dei giovani.
Oggi il ruolo essenziale e sistemico che la cultura e le arti svolgono nella società comincia ad essere riconosciuto in sedi importanti
Nonostante permanga ancora un difetto di visione da parte di molte istanze della politica e del settore sanitario e sociale, il ruolo essenziale e sistemico che la cultura e le arti svolgono nella nostra società comincia ad essere riconosciuto in sedi importanti. La Commissione Europea, attraverso la sua Direzione Generale Educazione, Cultura, Sport e Giovani, ha chiamato a raccolta a giugno 2022 le organizzazioni dei settori culturali per fare il punto sul loro contributo alla domanda crescente di interventi a protezione della salute mentale dei giovani. Al fine di raccogliere spunti, esperienze e raccomandazioni su questo tema da parte della società civile in tutta Europa, la piattaforma di dialogo strutturato della Commissione europea Voices of Culture ha invitato i partecipanti di 53 organizzazioni selezionate attraverso un bando pubblico, da 23 Paesi, nei settori della cultura, della sanità, dell’istruzione e dei servizi sociali per un brainstorming che si è tenuto nell’ottobre 2022 a Bruxelles. All’incontro hanno fatto seguito due mesi di attività istruttoria, per la stesura di un rapporto con analisi e raccomandazioni per i decisori politici e per le organizzazioni dei settori culturali.
Voices of Culture: l’analisi
Il quadro che ne è emerso è ricco e vivace. I settori culturali sono sensibili alla domanda di aiuto e hanno attinto con grande entusiasmo alle loro risorse di creatività e di inventiva, con una offerta più prossima alla esperienza quotidiana dei giovani di quella più formale delle istituzioni sanitarie. Tuttavia, la frammentazione delle organizzazioni, la mancanza di orientamenti strategici condivisi, la tendenza delle iniziative a rimanere su piccola scala e locali, fragili nella continuità delle risorse, e ancora non sufficientemente capaci di definire, acquisire e condividere le necessarie capacità e competenze limitano ancora fortemente la portata del loro contributo alla salute mentale dei più giovani.
I programmi artistici per i giovani rispondono bene soprattutto nelle aree della promozione della salute mentale e della prevenzione
Dal punto di vista accademico, il ruolo delle arti per la salute mentale è ancora poco indagato, poiché esistono pochissimi studi con ampie coorti di partecipanti. I lavori che indagano gli effetti psicologici delle arti sui giovani sono ancora meno numerosi. Per contro, esistono invece molti casi di studio di piccoli gruppi che registrano l’esperienza dei giovani partecipanti attraverso una ricerca empirica e qualitativa, spesso in forma aneddotica, attraverso questionari, interviste o focus group e che confermano in modo inequivocabile l’impatto positivo delle arti sui giovani.
Con riferimento alla quadripartizione delle aree principali di impatto della cultura sulla salute e il benessere proposta dal Rapporto OMS, i programmi artistici per i giovani rispondono bene soprattutto nelle aree della promozione della salute mentale e della prevenzione. La loro capacità emergente è infatti quella di fornire elementi di alfabetizzazione, per costruire la resilienza, per sostenere i processi di capacitazione, favorire la ricerca di senso e ricostruire legami di socialità deboli o interrotti.
Le arti possono contribuire a evitare che una crisi diventi incontrollabile. L’offerta di attività artistiche, proposta sistematicamente come intervento precoce, può contribuire a contrastare e disinnescare lo stigma legato ai disturbi mentali. La cultura e le arti possono essere decisive nel processo di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui problemi di salute mentale, a contribuire alla loro accettazione, e a de-stigmatizzarli.
Un aspetto strategico, affrontato a più riprese nell’ambito del processo che Voices of Culture ha dedicato al contributo dei settori culturali alla salute mentale dei giovani, è la complessità delle relazioni intersettoriali che devono essere attivate e potenziate per accrescere l’impatto desiderato.
Questi fattori e le loro complesse relazioni sono stati analizzati per comprendere anche i gradi di influenza tra gli stakeholder, in base alla loro vicinanza istituzionale e ai diversi tipi di sostegno ai giovani che essi offrono e che potrebbero offrire. La mappa nella fig.1 restituisce una rappresentazione della collaborazione intersettoriale e suggerisce come le relazioni strutturali potrebbero essere re-immaginate.
Fig. 1 – dal Brainstorming Report VoC 2022
Il diagramma dispone gli stakeholder in base ai loro diversi gradi di potere di intervento e di impatto e di interesse. Nella rappresentazione, a giovani, professionisti della salute, istituzioni culturali e artisti viene attribuito un livello elevato di interesse, ma un potere di intervento ancora basso.
Tuttavia, i settori culturali hanno dimostrato di saper applicare le loro competenze per generare impatti strategici: coinvolgere il pubblico, stimolare l’immaginazione e la riflessione, costruire identità e comunità, creare spazi sicuri entro i quali sia possibile affrontare problemi delicati e a volte imbarazzanti, e altro ancora.
La fig.2. propone una rappresentazione schematica, secondo una prospettiva ecosistemica, dell’integrazione della salute mentale in tutte le politiche e della cooperazione multisettoriale, per mobilitare a più livelli istituzionali le risorse di conoscenza e di pratica dei settori della cultura e della creatività, a sostegno della salute mentale dei giovani.
Fig. 2 – dal Brainstorming Report VoC 2022
Qualsiasi quadro innovativo per l’integrazione della cultura e della creatività tra i settori e le dimensioni del benessere e dimensioni del benessere dovrà naturalmente organizzare gli stakeholder in base alle loro sfere di influenza: locale, regionale, globale. Gli stakeholder locali sono coloro che hanno un contatto diretto con il gruppo target, tra cui assistenti, amici, operatori sanitari, insegnanti. Le organizzazioni che influenzano la definizione delle politiche e la distribuzione delle risorse operano a livello regionale, ed è qui che possono essere promosse alleanze tra i settori culturali, sanitari e sociali.
Infine, nell’anello più esterno dell’ecosistema si trovano le reti globali di istituzioni che agiscono per promuovere un cambiamento più profondo, esteso e coerente. Il diagramma tiene anche conto del fatto che alcuni attori sono trasversali alle sfere di influenza, come ad esempio la comunicazione e i social media, il mercato ecc. Queste influenze tra le sfere possono opporre barriere alla collaborazione quanto invece rappresentare opportunità di partnership collaborative.
Le raccomandazioni
Tra i numerosi suggerimenti e raccomandazioni politiche formulate nel Rapporto di Voices of Culture, i seguenti argomenti meritano attenzione per le loro potenzialità strategiche e operative.
È necessario uno sforzo concertato da parte dei settori culturale, sanitario e sociale per accrescere la consapevolezza del ruolo delle arti sulla salute mentale dei giovani e usare pienamente questa risorsa
È necessario uno sforzo concertato da parte dei settori culturale, sanitario e sociale per accrescere la consapevolezza del ruolo delle arti sulla salute mentale dei giovani e usare pienamente questa risorsa.
L’accesso alla cultura e alla partecipazione creativa deve essere reso facile e inclusivo, per raggiungere e coinvolgere i giovani appartenenti a gruppi svantaggiati.
Gli scambi internazionali di esperienze e conoscenze sono di grande utilità per stabilire una solida base circa il ruolo della cultura e delle arti nella promozione e nella difesa della salute mentale dei giovani.
Nella progettazione dei programmi, delle azioni e delle politiche, la valutazione deve essere vista come un processo pienamente integrato nel progetto, dall’inizio alla fine, e richiede un approccio multidisciplinare, che integri una varietà di prospettive.
La pratica della prescrizione sociale come intervento di assistenza primaria potrebbe aiutare a integrare le arti nelle politiche pubbliche per la salute e per la salute mentale in modo specifico.
Gli interventi rivolti ai giovani dovrebbero coinvolgere i beneficiari in ogni fase, dalla progettazione all’attuazione.
Le prospettive
A confermare la correttezza degli indirizzi proposti dal Rapporto conclusivo di Voices of Culture arriva un autorevole articolo pubblicato sul numero di febbraio 2023 di Lancet Public Health. Dow, Warran, Letrondo, e Fancourt, tutte ricercatrici dell’University College of London, hanno esaminato circa 200 esempi di iniziative politiche per l’arte e la salute, maturate nell’ambito di diverse aree governative, come sanità, arte, amministrazioni locali, e di formazioni intersettoriali e trasversali. La loro analisi mostra come, sebbene permanga una visione ancora molto generica del rapporto tra impegno artistico e miglioramento della salute, alcuni decisori hanno cominciato a investire in applicazioni mirate delle arti, per affrontare problemi specifici di salute pubblica. Le esperienze più promettenti e concrete si realizzano quando i settori (ministeri, agenzie, istituzioni, ecc.) della salute e quelli dell’arte e della cultura lavorano insieme allo sviluppo delle politiche.
Riconoscendo che la salute mentale è una sfida importante per la società dell’UE, la Commissione europea ha avviato i lavori per progettare un approccio globale alla salute mentale. Inserito nel Programma di lavoro della Commissione per il 2023, tra le principali priorità dell’esecutivo per quest’anno, il documento sarà redatto entro il primo semestre.
In vista della preparazione di tale documento, la Commissione ha appena lanciato una consultazione pubblica, che si è chiusa il 15 febbraio, volta a raccogliere elementi utili. In particolare, questa iniziativa intende definire:
come l’azione a livello dell’UE possa contribuire a promuovere una buona salute mentale e a prevenire, mitigare e rispondere alle sfide della salute mentale;
in che modo le considerazioni sulla salute mentale dovrebbero essere prese in considerazione in un’ampia gamma di politiche nazionali e dell’UE a beneficio delle persone che vivono nell’Unione.
Il Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità ha recentemente lanciato il progetto “Scienza partecipata per il miglioramento della qualità di vita delle persone con malattie rare”, finanziato dal Ministero della Salute. È una delle prime iniziative di Scienza partecipata destinata al settore della salute in Italia ed è nata con lo scopo di condividere idee operative, soluzioni, tecnologie, strategie al servizio delle persone con malattia rara, per aiutarle concretamente nelle piccole e grandi sfide di ogni giorno.
Dopo una prima Live dedicata a presentare questo progetto, in questa “seconda puntata” proseguiamo il racconto di questa esperienza innovativa, per capire come è stata accolta dai cittadini e dagli esperti, quali risultati sono già stati raggiunti e quali prospettive ci sono per i prossimi mesi.
Ne parliamo con:
Domenica Taruscio Già Direttore del Centro Nazionale Malattie Rare, ideatrice del progetto Scienza partecipata, ISS
Ketty Vaccaro Responsabile Area salute e welfare, Censis. Presidente Comitato scientifico Scienza partecipata
Per le ricette transfontaliere occorrono maggiori garanzie e il Garante per la protezione dei dati personali è pronto ad offrire la sua collaborazione al Ministero della salute per un sistema di assistenza transfrontaliera a prova di privacy.
Il Garante ha innanzitutto sottolineato che i dati sulla salute, per la loro particolare natura, necessitano di una tutela rafforzata e devono conformarsi alla specifica normativa sulla protezione dati, rispettandone i principi. Ha dunque dato precise indicazioni al Ministero per superare le diverse criticità presenti al momento nel testo. Sarà necessario, in particolare, riformulare e chiarire meglio i rapporti tra i diversi soggetti (medici prescrittori, Ministero della salute, Ministero dell’economia e delle finanze ecc.) coinvolti nel processo di generazione e utilizzo della ricetta transfrontaliera, specificando la titolarità dei trattamenti dati. Lo schema dovrà precisare meglio le informazioni da rendere all’interessato e indicare la corretta base giuridica e il motivo di interesse pubblico rilevante che consentono il trattamento dei dati e dovrà specificare le operazioni eseguibili e le appropriate tutele previste per i diritti fondamentali degli interessati.
Il Ministero dovrà inoltre rendere conformi alle indicazioni del Garante, rese anche con precedente parere (22 agosto 2022, n. 294), le modalità attraverso le quali il Sistema Tessera sanitaria rende disponibili i dati ai Fascicoli Sanitari Elettronici e ai dossier farmaceutici attraverso l’infrastruttura nazionale. Andranno specificati infine i soggetti che possono accedervi e per quali finalità. Allo scopo di garantire la qualità e la sicurezza delle informazioni andranno adottate inoltre opportune misure, quali, ad esempio, la preventiva valutazione d’impatto.
«Guardiamo con interesse all’Atto di Indirizzo inerente il nuovo Accordo Collettivo Nazionale per il triennio 2019 – 2021 e siamo pronti a discuterne per fare in modo che si definiscano le linee di sviluppo della professione, all’interno del nuovo modello organizzativo della medicina generale che vede nell’AFT il punto di riferimento per la presa in carico del paziente, l’organizzazione e l’erogazione dell’assistenza. Senza mai perdere di vista il fatto che la continuità assistenziale è un punto cruciale dei Lea». Tommasa Maio, Segretario Nazionale Fimmg C. A., riassume così la posizione espressa nella mozione approvata in occasione dell’ultimo Consiglio Nazionale della Continuità Assistenziale tenutosi a Napoli. Una posizione che apre ad un dialogo costruttivo, ma che non intende in alcun modo fare sconti. «L’atto di indirizzo – spiega Maio – è certamente una base importante per rendere effettivo il Ruolo Unico, ma non possono esserci ulteriori tentennamenti o ritardi nel comprendere che il modello applicato sino ad oggi non risponde alle esigenze di salute dei cittadini». Anche la continuità assistenziale, ricordano i medici riuniti a Napoli, sconta la grave carenza di personale registrata in altre aree della Medicina Generale e il numero di cittadini che vede a rischio l’assistenza delle Guardie Mediche aumenta.
Sullo sfondo, la carenza di medici e la pandemia che hanno di fatto destabilizzato e penalizzato non solo la medicina di famiglia, ma anche la continuità assistenziale. Per questo, Fimmg Continuità Assistenziale sottolinea ora l’importanza di mettere in campo misure volte ad una stabilizzazione di tutto il sistema, che permettano l’assegnazione di incarichi a 38 ore già all’ingresso nella professione. «Misure – ribadisce Maio – che consentano al contempo la crescita dei professionisti impegnati in attività oraria rimuovendo le incompatibilità che, da un lato, accelerano l’uscita dal sistema dei medici a doppio incarico e, dall’altro, rallentano l’ingresso dei medici in formazione, obbligati a orientarsi esclusivamente verso solo una delle due funzioni».
Nel definire il nuovo modello organizzativo dell’AFT, il Consiglio Nazionale Fimmg C.A. ha inoltre sottolineato la necessità di modulare l’intensità assistenziale sulla base delle reali necessità. Chiarendo che la funzione oraria nei percorsi di riorganizzazione territoriale non andrà intesa come sola attività notturna e festiva, ma andrà anche messa in relazione a percorsi di assistenza diurna e feriale da svolgere nell’ambito del contesto organizzato dell’AFT. Concorrendo in questo modo all’incremento della capacità e della qualità di tutto il sistema.
Con l’inserimento nelle AFT, prosegue Maio, «la funzione oraria della medicina generale sarà in grado di apportare, nella declinazione del nuovo modello assistenziale, il proprio know how legato alla gestione dell’indifferibilità, che da sempre caratterizza i professionisti del settore, ma al contempo estendere a tutta Italia le esperienze virtuose, condotte in diverse regioni dai medici di continuità assistenziale, legate alla residenzialità, alla domiciliarità e alla diagnostica point of care».
Il Piano Nazionale per le Malattie Rare è stato licenziato dal Comitato Nazionale Malattie Rare, istituito presso il Ministero della Salute, proprio a pochi giorni dalla Giornata Mondiale del 28 febbraio. Un impegno che era stato assunto dal Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, all’indomani dal conferimento della delega alle Malattie Rare da parte del Ministro Orazio Schillaci, e che è stato mantenuto.
Un risultato importante e atteso da tempo, che Osservatorio Malattie Rare (OMaR) accoglie con grande soddisfazione. “Facciamo i nostri complimenti al Sottosegretario Gemmato per la determinazione con cui ha perseguito l’obiettivo di far licenziare entro il 28 febbraio il nuovo Piano Nazionale Malattie Rare – commenta Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttore di OMaR – Dal primo giorno in cui ha avuto la delega alle Malattie Rare, il Sottosegretario ha portato avanti in modo estremamente puntuale e concreto i lavori del Comitato, imprimendo un’accelerazione e giungendo così all’obiettivo prefissato ben prima della scadenza indicata. Come Osservatorio Malattie Rare siamo onorati di aver partecipato ai lavori”.
“Il precedente Piano – tiene poi a ricordare il Direttore di OMaR – era scaduto nel 2016, il suo aggiornamento era dunque un atto molto atteso e l’auspicio è che ora, grazie all’attenzione del nuovo Esecutivo verso il mondo delle malattie rare e in particolar modo all’impegno del Sottosegretario Gemmato, l’attuazione del Piano proceda spedita e sia accompagnata da risorse economiche adeguate, perché non dimentichiamolo: le persone con malattia rara non sono pazienti di serie B”, aggiunge Ciancaleoni Bartoli. In una recente occasione, il Sottosegretario ha ricordato quali siano gli obiettivi del Ministero della Salute in tema di malattie rare: “Migliorare l’accesso alle terapie, superare le disuguaglianze regionali, declinare e sfruttare efficacemente le reti e l’utilizzo dei dati, dare piena attuazione alla Legge 175/2021 con maggiore speditezza. L’orizzonte temporale che si è dato questo governo consentirà la necessaria stabilità che è fondamentale per raggiungere questi target, e confido anche sull’idem sentire della politica”. “Una road map che Osservatorio Malattie Rare condivide e appoggia in pieno, e alla cui realizzazione ci rendiamo disponibili a dare il nostro contributo”, conclude Ciancaleoni Bartoli.
Il parere favorevole del Comitato Nazionale Malattie Rare corona tre anni di un grande lavoro di squadra del tavolo precedente. È quanto si legge in una nota di UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare. A detta di tutti, la bozza presentata era un ottimo lavoro concreto e sintetico. Fondamentale però – si sottolinea nel comunicato – l’appello del sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, alla ragionevolezza e alla rapidità. Questo ha consentito di superare le possibili divergenze che potevano emergere da una compagine più ampia, in nome di un bene maggiore per la comunità delle persone con malattia rara, che attendono il piano dal 2016.
“Siamo felici che il testo su cui abbiamo lavorato per tanto tempo abbia incontrato il parere favorevole del Comitato. Questo piano ha diversi elementi che potranno migliorare la qualità di vita della nostra comunità”, ha dichiarato Annalisa Scopinaro, Presidente di UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare. “Siamo fiduciosi che il Comitato lavorerà sulle prossime sfide con l’armonia e la determinazione che hanno contraddistinto il precedente gruppo e che il sottosegretario Gemmato accompagnerà i lavori con l’attenzione che ha sempre dimostrato verso le malattie rare”, ha concluso.
L’Agenzia Italiana del Farmaco ha aggiornato la Nota 96 (determina AIFA n. 48/2023 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 43 del 20 febbraio 2023) sui criteri di appropriatezza prescrittiva della supplementazione con vitamina D e suoi analoghi (colecalciferolo, calcifediolo) per la prevenzione e il trattamento degli stati di carenza nell’adulto.
L’aggiornamento della Nota, istituita nel 2019, si è reso necessario a seguito della pubblicazione di nuove evidenze scientifiche che hanno ulteriormente chiarito il ruolo della vitamina D in assenza di concomitanti condizioni di rischio.
Sono stati presi in considerazione, in particolare, i risultati di due ampi studi clinici randomizzati, lo studio americano VITAL (LeBoff M et al, NEJM 2022) e lo studio europeo DO-HEALTH (Bischoff-Ferrari HA et al, JAMA 2020). Entrambi gli studi hanno concluso che la supplementazione con dosi di vitamina D più che adeguate (2000 UI die di colecalciferolo) e per diversi anni (oltre 5 anni nel primo studio e 3 anni nel secondo) non è in grado di modificare il rischio di frattura nella popolazione sana, senza fattori di rischio per osteoporosi. Questi risultati si sono confermati anche tra i soggetti con livelli più bassi di vitamina 25(OH)D.
A questi studi principali si aggiunge la ricca letteratura riguardante l’utilizzo nel COVID-19 che non ha dimostrato alcun beneficio della vitamina D anche in questa condizione.
Con l’occasione, sono state inserite nel testo della Nota alcune precisazioni migliorative su proposta di clinici o società scientifiche.
Le modifiche introdotte con l’aggiornamento della Nota 96 sono le seguenti:
introduzione della nuova categoria di rischio “persone con gravi deficit motori o allettate che vivono al proprio domicilio”;
riduzione da 20 a 12 ng/mL (o da 50 a 30 nmol/L) del livello massimo di vitamina 25(OH)D sierica, in presenza o meno di sintomatologia specifica e in assenza di altre condizioni di rischio associate, necessario ai fini della rimborsabilità;
specificazione di livelli differenziati di vitamina 25(OH)D sierica in presenza di determinate condizioni di rischio (ad es. malattia da malassorbimento, iperparatiroidismo) già presenti nella prima versione della Nota;
aggiornamento del paragrafo relativo alle evidenze più recenti sopracitate e inserimento di un breve paragrafo dedicato a vitamina D e COVID-19;
introduzione di un paragrafo sui potenziali rischi associati all’uso improprio dei preparati a base di vitamina D.
La Nota 96 e il relativo allegato, aggiornati, sono disponibili sul portale AIFA nella pagina dedicata.
I biomateriali sono composti sviluppati in laboratorio per la realizzazione di tutti quei dispositivi medici che entrano in contatto col corpo umano e servono a sostituire o “riparare” porzioni di tessuti e organi danneggiati per incidenti, malattie o invecchiamento. Tra le priorità del settore, la sicurezza: sia per le persone che per l’ambiente che ci circonda.
Ne parliamo con Giovanni Vozzi, professore ordinario di Bioingegneria Elettronica e Informatica al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione e al Centro di ricerca E. Piaggio dell’Università di Pisa, recentemente nominato consulente Nato per il settore della biofabbricazione.
“Cancellare il payback e trovare insieme a tutti gli attori del sistema soluzioni per il sostegno del Servizio sanitario nazionale, eliminando norme inique che invece ne ostacolano lo sviluppo perché questo è un modo per sostenere l’Italia, i suoi cittadini e i professionisti che lavorano al suo servizio”. È la voce univoca di tutti i rappresentanti dell’industria dei dispositivi medici, che si sono riuniti oggi insieme ai referenti delle istituzioni, della politica, dei professionisti sanitari e dei cittadini nell’ambito del convegno “Dispositivi medici. Ricerca, innovazione e governance per il futuro del SSN. Il caso del payback”, organizzato da Gutenberg a Roma.
“Il payback – ha dichiarato il Presidente di Confindustria Dispositivi Medici, Massimiliano Boggetti – non è un problema solo delle imprese, ma le conseguenze dovute all’applicazione di questa norma iniqua si riverseranno sull’intero SSN. Dal fallimento di molte aziende e dal disinvestimento nel nostro Paese da parte delle aziende che operano su scala globale deriveranno migliaia di licenziamenti, un taglio drastico al sostegno della formazione, un ulteriore taglio agli investimenti in ricerca e sviluppo. Questo fatto produrrà un effetto negativo sugli operatori sanitari che non faranno più parte del circolo virtuoso ‘ricerca-innovazione-formazione’, in cui gli investimenti industriali giocano un ruolo fondamentale”.
“Tutto ciò ricadrà sui cittadini e sui pazienti – ha continuato il Presidente Boggetti – che non avranno più cure adeguate da parte del SSN, quindi si allargherà la forbice della diseguaglianza, perché chi potrà permetterselo pagherà le cure migliori privatamente, mentre gli altri si dovranno accontentare. Occorre pertanto incrementare il finanziamento del SSN e ristrutturarlo sulla base delle reali esigenze di salute. Il PNRR è lo strumento migliore per avviare quelle riforme strutturali che possono consentire l’ottimizzazione delle risorse e una maggiore efficacia delle cure. Il tetto ai dispositivi medici – ha concluso Boggetti – è un tetto alle prestazioni e da questo presupposto occorre individuare una governance dei dispositivi medici che si basi sui dati (disponibili) dei bisogni di salute per programmare le prestazioni, ovvero gli acquisti”.
Il futuro della professione infermieristica dei prossimi vent’anni si disegna ora. E la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) che rappresenta in Italia 460mila infermieri iscritti all’Albo, lo fa – dopo aver raccolto le loro richieste attraverso la consultazione pubblica degli “Stati generali” – con un preciso elenco di impegni rivolti alle istituzioni e alla politica, raccolti e analizzati in un “documento di consenso” sui principali cardini su cui si articolerà lo sviluppo della professione nella cornice di un rinnovato Servizio Sanitario Nazionale.
I risultati finali della Consensus Conference promossa dalla FNOPI durante tutto il 2022, saranno ora trasmessi ai parlamentari delle Commissioni competenti in materia di Lavoro, Bilancio, Sanità e Istruzione di entrambi i rami del Parlamento e alle istituzioni. Inserire le prestazioni infermieristiche nei livelli essenziali di assistenza, anche con indicatori per confrontare e misurare i risultati dell’assistenza infermieristica a livello nazionale. Superare l’esclusività degli infermieri dipendenti per ampliare l’offerta assistenziale al territorio, con la massima attenzione al mantenimento dell’equilibrio del sistema. Stop a modelli di assistenza basati su prestazioni limitate al caso specifico, sostituiti da modelli organizzativi per la presa in carico della persona e dei loro caregiver.
Prescrizione infermieristica di presìdi sanitari utili nella pratica assistenziale, farmaci di uso comune e/o per garantire la continuità terapeutica nelle cronicità. E poi: un cambiamento radicale della formazione, con specializzazioni e percorsi universitari ad hoc in alcune aree: cure primarie e sanità pubblica; neonatologia e pediatria; salute mentale e dipendenze; intensiva e dell’emergenza; medica; chirurgica.
Sono queste alcune azioni che un panel di 46 stakeholder (23 infermieristici e 23 non), rappresentativi della sanità nazionale, hanno identificato, dopo l’analisi durata più di un anno condotta da tre gruppi di lavoro sui temi da affrontare per dare impulso alla professione infermieristica e all’assistenza sanitaria: le nuove esigenze del Ssn; le strade per l’evoluzione della professione; la revisione del suo assetto formativo.
Sedici esperti, riuniti in un Panel di Giuria, hanno poi analizzato e sintetizzato il lavoro dei gruppi e identificato una serie di azioni che ora saranno sottoposte alle istituzioni e alla politica perché possano essere previste e realizzate.
Tra queste, un ruolo fondamentale è quello della formazione: aumentarne la qualità e incrementare i docenti universitari infermieri di ruolo per garantire qualità e non impattare negativamente su altri corsi di laurea attivi. Garantire l’evoluzione di conoscenze e competenze manageriali per i ruoli di direzione con percorsi distinti e successivi alla laurea magistrale, come master o corsi di alta formazione e realizzare la laurea magistrale a indirizzo clinico abilitante per un profilo con competenze avanzate e funzioni e attività specifiche distintive dal laureato triennalista (es. possibilità prescrittiva).
Ancora, sempre sul versante della formazione, prevedere scuole di specialità interprofessionali quali ad esempio nell’ambito delle cure primarie e sanità pubblica, cure palliative, geriatria e così via.
Naturalmente è essenziale riconoscere nel sistema di remunerazione la specificità del ruolo agito dagli infermieri professionisti, visto che a oggi sono tra i meno pagati d’Europa e per far fronte da subito alla carenza di organici che mette a dura prova le strutture e a rischio la qualità dei servizi, formalizzare la figura e il ruolo di nuovi operatori sanitari, formati e gestiti dagli infermieri, da inserire nei setting assistenziali, certificati in un registro nazionale gestito dalla della FNOPI, per tutelare i cittadini e le organizzazioni che fruiranno del loro intervento.
“il tradizionale modello organizzativo è ormai inefficace per rispondere alle esigenze di salute della popolazione – spiega Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI -. Il nuovo paradigma sanitario si fonda sulla costruzione di reti di prossimità territoriale, determinando uno spostamento dei setting assistenziali dai luoghi tradizionali di cura, come gli ospedali, verso strutture territoriali più sostenibili e accessibili che possano favorire l’integrazione sociosanitaria e la continuità dei percorsi”.
“Alla luce di queste considerazioni – ha aggiunto – si può comprendere come sia necessaria e naturale una evoluzione della professione infermieristica, dei relativi profili di competenza e dei ruoli agiti nelle diverse strutture sanitarie e dei percorsi formativi che possano accompagnare e stimolare questo cambiamento. L’obiettivo della Consensus Conference promossa dalla FNOPI è quello di promuovere una interlocuzione con i principali soggetti istituzionali coinvolti nei processi di riforma in atto, per raggiungere un accordo sulle tematiche sanitarie attuali particolarmente complesse inerenti al ruolo professionale infermieristico”.
Gli esperti del panel di giuria
Tonino Aceti – Presidente Salutequità; Pier Giovanni Bresciani– Psicologo del lavoro e docente Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”; Silvio Brusaferro– Presidente Istituto Superiore di Sanità (ISS); Davide Caparini – Assessore al Bilancio della Regione Lombardia e presidente del Comitato di Settore Regioni–Sanità; Bruno Cavaliere– Presidente Società Italiana per la Direzione e i Management delle Professioni Infermieristiche (SIDMI); Salvatore Cuzzocrea – Presidente Osservatorio nazionale formazione MUR e Rettore dell’ Università degli Studi di Messina; Carlo Della Rocca – Presidente Conferenza Permanente delle Facoltà e Scuole di Medicina e Chirurgia – Preside Facoltà Farmacia e Medicina Università di Roma “Sapienza”; Claudio Costa – Coordinatore dell’area tecnica del personale sanitario Regione Veneto – componente del gruppo di supporto del Comitato di settore Regioni-Sanità; Tiziana Frittelli – Presidente Federsanità, Confederazione delle Federsanità Anci regionali – Direttore generale AO San Giovanni Addolorata di Roma; Silvio Garattini – Presidente Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”; Domenico Mantoan – Direttore generale Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali AGENAS; Letizia Melina Maria – Segretario Generale Ministero dell’Università e della ricerca; Paolo Petralia – Vicepresidente Federazione Italiana Aziende Sanitarie – Ospedaliere (FIASO) – Direttore generale ASL4 Chiavarese del SSR Ligure; Francesco Quaglia – Direttore Dipartimento Salute e Servizi Sociali Regione Liguria; Luisa Saiani – Presidente Conferenza Permanente Professioni Sanitarie – Professore Scienze infermieristiche generali e cliniche presso il Dipartimento di Diagnostica dell’Università degli Studi di Verona (MED/45); Rossana Ugenti – Direttore Generale Direzione delle professioni Sanitarie e delle risorse umane del Servizio Sanitario Nazionale – Ministero della Salute
I gruppi di lavoro e i loro componenti
Gruppo di lavoro numero 1: “Le nuove esigenze del Sistema Sanitario Nazionale alla luce dell’evoluzione normativa degli ultimi mesi e dai cambiamenti introdotti dal PNRR: uno sguardo oltre l’emergenza pandemica”
Referente del Comitato Centrale FNOPI: Pietro Giurdanella
Referente metodologico: Daiana Campani – Università del Piemonte Orientale
Componenti
Luigi Bertinato – Responsabile Segreteria Scientifica della Presidenza,
Istituto Superiore della Sanità (ISS); Alessandra Burgio – Ricercatrice Istituto nazionale di statistica (ISTAT); Marinella D’Innocenzo– Direttore Generale ASL Rieti – Componente dell’Esecutivo nazionale Federsanità Anci; Deborah De Cesare – Ricercatrice presso gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano; Valerio Di Monte– Presidente Corso di laurea in infermieristica – Professore ordinario di Scienze infermieristiche – Dipartimento di Scienze di Sanità Pubblica e Pediatriche Università degli Studi di Torino; Lorena Martini – Direttore UOC Formazione ECM Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS); Cristina Masella – Professore ordinario Dipartimento di Ingegneria Gestionale Politecnico di Milano
Gruppo di lavoro numero 2; “L’evoluzione della professione infermieristica e le modifiche inerenti alle organizzazioni sanitarie in risposta ai nuovi bisogni di salute della popolazione”
Referente del Comitato Centrale FNOPI: Nicola Draoli
Referente metodologico: Federico Ceschel – Università degli Studi di Roma Tre
Componenti
Daniela Donetti – Direttore Generale Azienda Sanitaria Locale Viterbo; Giorgio Magon– Direttore SITRA (Servizio Infermieristico Tecnico e Riabilitativo Aziendale) – IRCCS Istituto Europeo di Oncologia, Milano; Annalisa Mandorino – Segretaria Generale CittadinanzAttiva; Maria Mongardi– Presidente Società scientifica nazionale infermieri specialisti del rischio infettivo (ANIPIO); Marco Rotondi – Presidente Istituto Europeo Neurosistemica (IEN); Laura Stefanon – Presidente Associazione Infermieristica per lo Studio delle Lesioni Cutanee (AISLeC); Angelo Tanese – Dirigente Presidenza del Consiglio – Docente Modelli organizzativi e Gestione delle Risorse Umane – Corso di laurea Magistrale in Economia e Management Sanità e lnnovazione Tecnologica – Università Telematica San Raffaele.
Gruppo di lavoro numero 3: “La revisione dell’assetto formativo infermieristico in risposta all’emergente fabbisogno formativo di base e specialistico”
Referente del Comitato Centrale FNOPI: Beatrice Mazzoleni
Referente metodologico: Alberto Dal Molin – Università del Piemonte Orientale
Componenti
Marisa Bonino – Presidente Società italiana di pediatria infermieristica (SIPINF); Gabriella Bordin – Presidente Associazione italiana infermieri medicina (ANIMO); Claudio Buttarelli – Presidente Associazione Italiana degli Infermieri di Camera Operatoria (AICO); Alberto Dal Molin – Professore associato Dipartimento di medicina traslazionale dell’Università del Piemonte (UPO); Duilio Manara – Professore associato e Direttore della Didattica professionale del Corso di Laurea in Infermieristica dell’Ospedale San Raffaele di Milano; Ginetto Menarello – Presidente Associazione Infermieri di Famiglia e di Comunità (AIFeC); Cesare Giovanni Moro – Presidente Società tecnico scientifica di Scienze Infermieristiche in Salute Mentale (SISISM) – Coordinatore Infermieristico Servizi Territoriali DSM-D Azienda Socio Sanitaria Territoriale Bergamo Ovest di Treviglio; Silvia Scelsi – Presidente Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica (ANIARTI); Daniela Tartaglini – Vicepresidente Società Italiana per la Direzione e il Management delle Professioni Infermieristiche (SIDMI)