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Caro energia, bollette salate per la sanità italiana. Fiaso chiede 500 milioni

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Caro energia, che stangata in bolletta. Un bel problema su molti fronti, dalla casa all’industria, che non è da meno per la sanità pubblica. La Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso) corre ai ripari chiedendo ai ministri competenti un aiuto da 500 milioni di euro.

Cusumano, SDA Bocconi: per il futuro serve maggiore efficienza

Niccolo Cusumano

“Il caro energia sicuramente è stato importante (Figura 1) sul prezzo dell’elettricità all’ingrosso – spiega Niccolò Cusumano, docente di Government Health and Non Profit Division, SDA Bocconi School of Management -. I prezzi del gas, responsabili del rincaro, hanno avuto anch’essi un’impennata e per il 2022 sembra si manterranno su livelli elevati. Per quel che concerne l’impatto sulle bollette sappiamo come il governo sia già intervenuto a sterilizzare gli oneri di sistema e abbia annunciato ulteriori interventi. Sappiamo anche che il prezzo della materia energia, sul totale di una bolletta, rappresenta meno del 40% il resto si compone da componenti tariffarie/fiscali “fisse”, salvo ovviamente l’Iva che aumenta in modo proporzionale”.

caro energia sanità
Figura 1

Vi è poi, sostiene Cusumano, un tema legato alla tipologia di contratto sottoscritta dalle aziende: “L’attuale convenzione Consip consentiva di scegliere tra una fornitura a prezzo variabile oppure fisso a 12 e 18 mesi. Le aziende che avessero percorso questa seconda scelta ovviamente non subiranno immediatamente l’impatto degli aumenti, mentre chi avesse optato per il prezzo variabile sì. Nel caso di offerta fissa si pone piuttosto un tema di sostenibilità per il fornitore di mantenere tale condizione”.

Cosa succederà? “Non avendo la palla di cristallo, posso dire che sicuramente ci si aspetta il mantenimento di prezzi elevati, a meno di eventi economici o geopolitici che determinino un andamento diverso. Che l’impatto sulle bollette delle aziende sanitarie non è lineare / meccanico, ma che dipende anche dal contratto di fornitura in essere e dalle misure che il governo deciderà di intraprendere”.

Ma c’è anche un altro discorso di fondo, sottolinea il docente: “Per il futuro non immediato questo ripropone la necessità di rendere più efficiente da un punto di vista energetico il nostro Servizio Sanitario Nazionale”.

Non a caso, tra le proposte per il nuovo decreto bollette, atteso in settimana, ci sarebbe anche l’idea di dare maggior impulso alle energie rinnovabili nella Pubblica Amministrazione, aiutando strutture pubbliche e scuole a dotarsi di pannelli solari.

Fiaso chiede 500 milioni di euro

Una missiva da 500 milioni di euro. Obiettivo: sostenere le Aziende sanitarie pubbliche nel far fronte all’incremento dei costi energetici. La Fiaso ha infatti inviato una lettera al Ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco e al Ministro della Salute Roberto Speranza sottolineando la necessità di uno stanziamento di una quota di risorse destinata alle Aziende sanitarie e ospedaliere per far fronte al significativo aumento di costo per le utenze di elettricità e di riscaldamento, che le Aziende stanno già affrontando e che dovranno sostenere anche nei prossimi mesi.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) destina alla spesa per l’energia 1 miliardo e 402 milioni di euro, 786 milioni e 544 mila euro per l’energia elettrica e 615 milioni e 630 mila euro per il riscaldamento (dati anno 2019).

Giovanni Migliore

“L’aumento del costo dell’energia rischia di incidere pesantemente sui bilanci delle Aziende sanitarie pubbliche, e dunque sul Servizio Sanitario Nazionale – dichiara il presidente Fiaso Giovanni Migliore -. Gli aumenti subìti da queste voci di costo avranno un impatto già sulla chiusura dei bilanci consuntivi 2021, ma siamo molto preoccupati dalla possibilità di ulteriori rincari e dal perdurare di questi incrementi. Un simile quadro rischia di incidere ancora più pesantemente in un contesto nel quale il SSN è ancora impegnato nell’affrontare la pandemia e si prepara alla stagione post-emergenziale, che richiederà la disponibilità di tutte le risorse per far fronte agli impegni presi con i cittadini”.

 

Aggiornamento del 21/2/2022 h. 10.45

Dopo il via libera della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni alla proposta di ripartire il contributo statale di 400 milioni per la copertura delle spese sanitarie legate alla pandemia nel 2021, il ministro della Salute, Roberto Speranza, nella giornata di venerdì 18 febbraio ha annunciato lo stanziamento di altri 400 milioni da parte del Governo per le spese sostenute dalle Regioni per fronteggiare la quarta ondata Covid e l’aumento della bolletta energetica per le strutture sanitarie. Alle Regioni viene quindi attribuito un totale di 800 milioni di euro per sostenere le spese Covid.

Donne Protagoniste in Sanità per un SSN più equo

Non solo vertici, ma professioniste del settore socio-sanitario a tutti i livelli. Oggi le appartenenti alla community Donne Protagoniste in Sanità sono oltre 800. Si radunano intorno a un nucleo di valori e obiettivi comuni: dal rispetto della persona alla rete, dalla condivisione all’attenzione all’ambiente, dalla promozione di equità nel Servizio Sanitario Nazionale alla volontà di immaginare un futuro diverso.

Per il 2022 hanno in programma incontri mensili in stile “caffè letterario”, presentazioni di libri, corsi di formazione, condivisione di priorità e progettualità e una convention in presenza a Bologna a fine giugno.

Il punto con Monica Calamai, direttrice Generale dell’ASL di Ferrara, ideatrice e coordinatrice del sodalizio.

No-vax, i profili psicologici di chi rifiuta la vaccinazione

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Un misto di paura di essere sotto controllo o di non essere adeguatamente rappresentati dai propri referenti politici, di sfiducia verso la scienza, verso la politica o la società. Chi decide di non vaccinarsi spesso vive situazioni personali e sociali di disagio precedenti e indipendenti dalla pandemia. Ad essere minata, secondo gli esperti, è la macro-area della fiducia. Dal punto di vista cognitivo la fiducia si colloca proprio in una zona intermedia fra la completa conoscenza, in presenza della quale non ci sarebbe bisogno di fidarsi, e della completa ignoranza.

Nella drammaticità della situazione epidemiologica che infierisce sulla vita e sulla salute della popolazione mondiale da ormai due anni non si può non riconoscere che, rispetto quanto accaduto durante le epidemie del passato, oggi la capacità di reagire ad un agente patogeno così aggressivo e inaspettato sia notevolmente migliorata. La creazione di un vaccino anti-Covid in tempi record ha permesso a tantissime persone di sopravvivere al virus nonostante il contagio e alle economie mondiali di trovare, in tempi relativamente brevi, una via d’uscita che permettesse a quasi tutti i cittadini di tornare ad avere quei rapporti sociali indispensabili al benessere psicosociale e a rimettere in moto l’economia delle nazioni. Un beneficio a tutti gli effetti innegabile che però non viene ancora apprezzato o riconosciuto all’unanimità.

Le ragioni, a cui senz’altro hanno contribuito una comunicazione del rischio non sempre chiara e priva di allarmismi da parte dei media così come anche una polarizzazione politica in tema di vaccini, possono trovare una spiegazione attraverso una rosa di sentimenti che vanno dalla diffidenza alla paura, fino alla avversione ideologica. Le teorie del complotto offrono certezze a cui ancorarsi in una situazione complessa su cui non possiamo avere il pieno controllo. Secondo gli esperti, questa mancanza attiva fantasie negative e paure profonde.

Dall’infodemia alla paura del vaccino

Si dice che l’infodemia sia la seconda epidemia causata dalla Covid-19. Questo termine è stato coniato dal giornalista del Washington Post David J. Rothkopf per descrivere genericamente la “patologia” che affligge chi viene sommerso da una quantità troppo alta di informazioni tanto da andare incontro ad una vera e propria indigestione mediatica. Il risultato è la totale disinformazione dal momento che, nella moltitudine di notizie in circolazione su un tema, informazioni verificate e fake news si trovano mischiate in un marasma indistinguibile. Niente di più attuale se pensiamo alle difficoltà riscontrate negli ultimi due anni di pandemia nel districarsi tra le informazioni relative alla Covid-19 e la quantità di notizie vere ma non utili a inquadrare realmente la situazione sanitaria in corso.

Come, per esempio, l’incessante e quotidiano concentrarsi dei media sui dati dei contagi anziché sui numeri dei ricoveri in terapia in tensiva considerando che ora siamo in una fase in cui i vaccini ormai sono in grado di proteggere chi si è infettato dalle conseguenze più gravi del virus.

Da questo caotico punto di partenza le reazioni personali degli individui possono essere radicalmente diverse. C’è chi, in presenza di una quantità di informazioni contraddittorie, si sente chiamato a mettere in atto uno sforzo maggiore per informarsi, partendo da una scelta più accurata delle fonti d’informazione a cui rivolgersi e adoperandosi per mettere in atto una doppia verifica delle notizie. E chi invece si fa metaforicamente travolgere dalla corrente e si lascia informare da quello che gli arriva prima all’orecchio, dando credito a fatti appresi e mai verificati o messi realmente in dubbio.

Il timore dell’ignoto, per quanto comprensibile, ha generato uno dei profili più comuni della platea no-vax: quello di chi ha più paura del vaccino che del virus

Ne è esempio lampante la reazione che molti hanno avuto alla notizia delle persone morte in seguito ad un malore avvenuto subito dopo la somministrazione della prima dose di vaccino. Come riporta la stessa stampa, che ha dato evidenza a questi fatti di cronaca realmente accaduti, la percentuale di chi ha avuto una reazione avversa alla profilassi vaccinale è minima, per non dire infinitesimale, ma la sensazione di essere potenzialmente in pericolo che questo genere di notizia è in grado di scatenare è concreta e reale.

È proprio questo timore dell’ignoto, per quanto pienamente comprensibile, ad aver generato uno dei profili più comuni della folta platea no-vax: quello di chi ha più paura del vaccino che del virus e non si fida di chi gli dice il contrario. Chi appartiene a questa categoria di solito ha regolarmente espletato tutti gli altri obblighi vaccinali e non è ideologicamente contrario alla vaccinazione. La paura per la propria incolumità, amplificata dall’ansia generata dalla situazione pandemica e dalla sensazione di non trovare referenti in cui riporre la propria fiducia, ha però la meglio sul senso civico. Statisticamente è la presenza di restrizioni particolarmente vincolanti e limitanti della libertà personale, su cui ha puntato la strategia politica messa in atto finora, a riuscire ad avere la meglio sulla diffidenza verso i vaccini.

Le fonti e la fiducia

Quando le notizie sono troppe, la scelta di rivolgersi solo a fonti credibili e certificate va di pari passo con la fiducia nelle istituzioni, nella politica e nella comunità scientifica a cui i media ritenuti più seri e credibili fanno da cassa di risonanza.

Se sono convinto che lo Stato stia ordendo un complotto alle mie spalle, difficilmente andrò a reperire le informazioni sul sito del Ministero della Salute. Se penso che alla pandemia sottostiano oscure logiche di geopolitica internazionale ordite a mio danno, sarà molto improbabile che creda alle analisi di scienziati e virologi sulle cui convinzioni si basano tutt’ora le azioni e le strategie dei Governi per contrastare la diffusione del virus.

Quando le notizie sono troppe, la scelta di rivolgersi solo a fonti credibili e certificate va di pari passo con la fiducia nelle istituzioni, nella politica e nella comunità scientifica

Chi è contrario alla vaccinazione perché crede alle più disparate teorie del complotto è quindi solitamente una persona che va a cercare volutamente le notizie che arrivano da fonti non ufficiali. Quindi non validate da quella comunità scientifica che crede essere complice di una truffa.

“L’evidenza clinica a supporto della vaccinazione è chiara e la tecnica dell’Rna messaggero viene usata da ormai 20 anni – ha commentato il professor Fabrizio Pregliasco, virologo e consulente scientifico per la gestione della pandemia della più grande Rsa d’Europa, il Pio Albergo Trivulzio di Milano –. Non si tratta quindi di aver messo in piedi in poco tempo tecniche improvvisate. Quello che è cambiato è la velocità di approvazione di questo vaccino che, per ovvie necessità di urgenza, ha beneficiato di una accelerazione burocratica mai vista prima”.

“Dal punto di vista psicologico invece c’è una differenza molto grande fra farmaco e vaccino – ha proseguito il medico –: il primo lo assumiamo quando stiamo male e la sensazione è quella di non poterne fare a meno, anche se non sappiamo cosa c’è dentro. Il secondo va assunto quando siamo perfettamente in salute, a scopo preventivo. È una scommessa che ha un peso completamente diverso e qualcuno, facendo male i calcoli, preferisce scommettere sulla sua salute piuttosto che sulla possibilità di ammalarsi”.

Da una ricerca effettuata di recente dall’EngageMinds Hub dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza emerge che il 56 per cento dei cittadini italiani ritiene il Green Pass una misura efficace per ridurre i contagi. La percentuale crolla al 30 per cento fra chi non ha fiducia nella ricerca scientifica, al 37 per cento fra chi non ha fiducia nella sanità e al 46 per cento in chi non ha fiducia nelle istituzioni. Ecco perché la fiducia è alla base di questa partita più di ogni altro atteggiamento. Se da un lato i media hanno le loro “colpe”, fra notizie allarmiste e titoli non sempre corrispondenti al corretto messaggio da divulgare, anche la comunità scientifica dovrebbe chiedersi se il divario creato fra il gruppo ristretto degli scienziati e i cittadini comuni non abbia in qualche modo concorso a causare questa lontananza.

Il piacere della scoperta e della divulgazione dovrebbero infatti essere coltivati sempre, al fine prevenire una scollatura che nei momenti di crisi fa sentire più pesantemente le proprie conseguenze.

Confidence, Complacency, Convenience

La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha identificato alcuni fattori che insidiano la fiducia delle persone nei vaccini e la loro propensione a vaccinarsi. Questi fattori sono identificati da tre parole inglesi che iniziano per C. È anche opportuno premettere che è proprio la percezione dei benefici delle vaccinazioni ad aver concorso ad indebolire i successi raggiunti dalle politiche vaccinali. I vaccini sono stati le principali vittime dei propri successi perché, funzionando, hanno ridotto rischi e frequenza delle malattie che sono in grado di prevenire, facendo perdere la percezione della loro pericolosità.

Lorenzo Montali

Ciò riguarda ovviamente solo in parte anche la Covid 19, la cui situazione è complicata notevolmente dalla presenza di una pandemia mondiale. Tuttavia, ciò non invalida la teoria delle tre C spiegata dalla psicologia sociale, come conferma il professor Lorenzo Montali, professore associato di Psicologia Sociale all’Università Bicocca di Milano, vice presidente del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze (Cicap).

“La prima C sta per Confidence e riguarda la fiducia nell’efficacia del vaccino (quindi del prodotto), ma anche nelle istituzioni che lo producono e nelle autorità sanitarie che lo distribuiscono (medici e infermieri) – spiega Montali –. La seconda C, la Complacency, riguarda invece la percezione di assenza di rischi reali della malattia oppure il rifiuto di un ordine artificiale contrapposto ad una filosofia di vita più naturale in cui ci si cura solo e se strettamente necessario e non preventivamente”.

“Infine, c’è la terza C che sta per Convenience – conclude il professore –, che riguarda l’accessibilità fisica al vaccino, la difficoltà della prenotazione, la lontananza con il centro vaccinale o la stessa idea di avere delle patologie pregresse o delle condizioni mediche che mal si adattano con l’assunzione del vaccino”.

Queste tre macroaree della diffidenza non si combattono solo favorendo la diffusione di conoscenze mediche. Né bastano la corretta informazione da parte dei media, che pure è indispensabile. È anche necessario che la battaglia per i vaccini non diventi campo di polarizzazione politica, per evitare di alimentare la sfiducia nelle istituzioni preservandone la neutralità.

È necessario che la battaglia per i vaccini non diventi campo di polarizzazione politica, per evitare di alimentare la sfiducia nelle istituzioni preservandone la neutralità

“Pensare che la competenza sia l’unico fattore in gioco è un errore – avvisa il professor Montali –. In una società completamente dipendente dalla scienza e dalla tecnologia, solo gli specialisti di ciascun ambito ne sanno abbastanza per poter compiere scelte completamente informate nel loro settore. Ma neppure il migliore dei medici ha una piena competenza se deve prendere posizione su questioni che attengono per esempio le fonti energetiche. Ecco perché è importante alimentare e preservare la fiducia nelle procedure attraverso le quali il sapere viene validato, per esempio la sperimentazione nel caso dei vaccini, e nelle istituzioni che presiedono a tali procedure, per esempio l’Istituto superiore di sanità o la comunità scientifica. Mentre sarebbe illusorio pretendere che le persone avessero una conoscenza adeguata delle tantissime questioni tecniche con cui pure entrano in contatto ogni giorno”.

Il racconto trasparente dei processi scientifici, così come la conoscenza dei fondamenti della psicologia sociale, portano quindi a concludere che è necessario che sui vaccini non si giochi una battaglia fra le forze politiche e ideologiche e non si riduca tutto ad un problema di ignoranza, quando si tratta anche di un problema di fiducia, che non può essere data per scontata e che va continuamente rinnovata.

Progetto EcoSM: analisi di fattibilità per il monitoraggio in telemedicina dei pazienti affetti da sclerosi multipla

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L’ebook intende ricostruire la logica e le fasi di avanzamento del Progetto “Ecosistema digitale di assistenza e monitoraggio del paziente affetto da Sclerosi Multipla” (EcoSM), percorso sperimentale diretto a valutare il grado di applicabilità di servizi di telemedicina nella gestione clinica delle persone affette da sclerosi multipla, patologia con numeri già elevati e destinati ad aumentare.

In Italia, le persone con sclerosi multipla (SM) sono oltre 130.000 e si verificano oltre 3.600 nuovi casi all’anno, in gran parte nelle donne di età compresa tra 20 e 40 anni; ogni tre ore si registra una diagnosi di SM.

Dopo una prima analisi del bisogno nel contesto italiano, tutto in trasformazione a seguito dell’avvento della pandemia, e la descrizione delle principali linee guida sull’applicazione della telemedicina nella gestione della malattia, il testo assume un taglio pratico. Analizza, pertanto, le procedure attuali (“as is”), dalla presa in carico alla riabilitazione, e le procedure che si desidera instaurare (“to be”) per l’ottimizzazione della gestione a distanza. Chiude il testo principale un’analisi di fattibilità a livello tecnico, economico e, non ultimo, culturale.

Ulteriori approfondimenti nelle schede tecniche e nell’appendice consentono di sviscerare le norme, le raccomandazioni, le contraddizioni, gli strumenti e i servizi che gravitano intorno a questo tema.

L’ebook è a cura della Professoressa Carmela Elita Schillaci del Dipartimento “Economia e impresa” dell’Università degli Studi di Catania.

 

Il progetto EcoSM, promosso dall’Associazione italiana di Sanità Digitale e Telemedicina (AiSDeT) coinvolge in partnership:

  • l’UOC Clinica Neurologica dell’AOU Policlinico “G. Rodolico-San Marco” di Catania, diretto dal Prof. Mario Zappia;
  • il Centro Sclerosi Multipla dell’AOU Policlinico “G. Rodolico-San Marco” di Catania, diretto dal Prof. Francesco Patti;
  • l’UOC di Neurologia dell’Ospedale Sant’Elia di Caltanissetta diretta dal Dott. Michele Vecchio;
  • il Dipartimento di Economia e Impresa dell’Università di Catania, con la Professoressa Carmela Elita Schillaci, Direttore Centro Studi Avanzato in Innovazione, Leadership and Health Management (ILHM) e responsabile scientifico del progetto EcoSM;
  • l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).

Global Action Plan for Epilepsy: in arrivo le prime linee guida internazionali sulla gestione dell’epilessia

Il 2022 per l’epilessia potrebbe essere l’anno della svolta: a maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità dovrà ratificare il primo documento ufficiale sulla gestione dell’epilessia e di altri disturbi neurologici.

Il 10-year Intersectoral Global Acton Plan for Epilepsy and other Neurological Disorders (IGAP) è un piano d’azione che include la promozione della salute fisica e mentale, della prevenzione, della diagnosi precoce, dell’assistenza, del trattamento e della riabilitazione, nonché dei bisogni sociali, economici, educativi e di inclusione delle persone e delle famiglie che convivono con l’epilessia e con altre malattie delle quali essa è sintomo. Si tratta dell’epilogo di un lavoro iniziato nel 1997 a cui hanno contribuito sia società scientifiche sia associazioni dei pazienti. In Italia, la Federazione Italiana Epilessie (FIE) e la Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) sono state tra le protagoniste di questo importante risultato, lavorando a fianco dell’International Bureau of Epilepsy (IBE) e dell’International League Against Epilepsy (ILAE).

È un documento importante perché per la prima volta nella storia di questa malattia, l’epilessia viene riconosciuta quale priorità di salute pubblica e tutti gli Stati membri dell’OMS sono chiamati a stilare un dettagliato piano decennale, con obbiettivi di cura e di presa in carico specifici.

Rosa Cervellione

“Finalmente l’epilessia ottiene l’attenzione che merita – ha commentato Rosa Cervellione, presidente della Federazione Italiana Epilessie e Epilessia Lombardia Onlus – perché è una condizione che per troppo tempo è stata sottostimata e ignorata dalle istituzioni. Siamo fieri di questo importante traguardo frutto di un lavoro tenace e appassionato svolto con le istituzioni nazionali e internazionali che insieme a noi operano a fianco delle persone con epilessia, quali l’IBE e la LICE, ma anche con il prezioso supporto del Ministero della Salute che in questa sfida non ci ha fatto mancare il suo sostegno”.

Francesca Sofia

La ratifica di questo documento da parte Assemblea Generale dell’OMS, dove siedono tutti gli Stati Membri, non è un passaggio per nulla scontato, dove ogni voto sarà determinante. Anche quello dell’Italia che dovrà arrivare preparata all’importante appuntamento.

“Per questo chiediamo al Ministero di lavorare insieme – sottolinea Francesca Sofia, direttrice scientifica FIE e presidente dell’IBE – affinché si arrivi a maggio consapevoli delle sfide che ci attendono e ci si possa attivare fin da subito per mettere a terra gli importanti obbiettivi proposti dal piano globale”.

 Il 10-year Intersectoral Global Action Plan for Epilepsy and other Neurological Disorders (IGAP)

Questo action plan decennale chiede agli Stati membri di impegnarsi in modo concreto per raggiungere una serie di obbiettivi entro il 2031.

1. Aggiornamento delle politiche

Il 75% dei paesi dovrà adottare o aggiornare le leggi e i piani nazionali per includere in modo corretto le malattie neurologiche.

Il 100% dei paesi dovrà attivare almeno una campagna di informazione o advocacy per le malattie neurologiche.

 2. Inclusione dei disturbi neurologici nei sistemi di assistenza sanitaria universale

Il 75% dei paesi dovrà assicurare una copertura universale alle malattie neurologiche.

L’ 80% dei paesi dovrà fornire medicine essenziali e le tecnologie necessarie per gestire i disturbi neurologici nelle cure primarie.

3. Programmi destinati alla promozione della salute del cervello e alla prevenzione dei disturbi neurologici

L’80% dei paesi dovrà attivare un programma intersettoriale destinato alla promozione della salute del cervello e alla prevenzione dei disturbi neurologici

Gli obbiettivi globali rilevanti per la prevenzione dei disturbi neurologici sono compresi in tre importanti piani dell’OMS:

4. Valutazione periodica dei progressi tramite indicatori specifici

L’ 80% dei paesi dovrà, almeno ogni tre anni, raccogliere dati e redigere appositi report basati su specifici set di indicatori di disordini neurologici, attraverso il sistema informativo nazionale.

I risultati, a livello globale, sulla ricerca nei disturbi neurologici devono raddoppiare entro il 2031.

5. Copertura dei servizi per le persone con epilessia

Tutti i paesi dovranno aumentare del 50% i servizi dedicati all’epilessia.

L’80% dei paesi dovrà sviluppare o aggiornare la propria legislazione soprattutto per proteggere i diritti delle persone con epilessia.

 

In particolare, l’obbiettivo strategico 5 sarà fondamentale per un approccio corretto di salute pubblica all’epilessia. Sarà necessario proseguire il lavoro già avviato, in sinergia tra le istituzioni rappresentative della comunità delle persone con epilessia e dei medici che le curano, affinché si possano migliorare:

  • l’educazione sanitaria delle persone con epilessia
  • la quantità e qualità dei servizi erogati e da erogare
  • lo sviluppo della ricerca
  • l’accesso alle cure
  • il sostegno dei programmi di advocacy e così via.

Per realizzare tutto questo è indispensabile un’assunzione di responsabilità da parte degli organi politico-decisionali che, sulla base di informazioni corrette e complete e con il supporto nelle necessarie competenze, devono promuovere una legislazione idonea e monitorare l’attuazione del piano d’azione globale.

Epilessia, la patologia neurologica più diffusa e ignorata di sempre

L’epilessia è la malattia neurologica più diffusa nel mondo e si esprime in forme molto diverse; è quindi più corretto parlare di epilessie al plurale, piuttosto che al singolare.

A livello globale, colpisce 50 milioni di persone di diversa età, sesso ed etnia. Ma è anche una condizione curabile: il 25% dei casi è prevenibile e più del 70% delle persone affette da epilessia potrebbe vivere una vita senza crisi epilettiche se avesse accesso a un trattamento sanitario appropriato che, in alcuni casi, non è neanche costoso. Ciò nonostante, l’epilessia viene spesso trascurata nelle agende di salute pubblica dei diversi Stati. In Italia questa malattia interessa circa 600.000 persone, il 30-40% delle quali è resistente ai farmaci.

Dall’insieme dei dati pubblicati, risulta che, in un anno, il numero di nuovi casi di epilessia in Italia è pari a circa 36.000. L’esordio può avvenire a qualunque età, con picchi nella popolazione pediatrica e anziana.

In età pediatrica l’epilessia rappresenta la principale malattia neurologica: nel 60% dei casi, l’esordio avviene in questa fascia di età e, in Europa, circa 5 bambini su 1.000 sono affetti da una forma di questa patologia. Si tratta di un dato preoccupante poiché l’insorgenza precoce della malattia causa, in molti casi, deficit neurologici a lungo termine.

In un gran numero di casi di epilessia è molto difficile individuare la causa della patologia e quindi determinare la migliore terapia. Questa situazione spesso obbliga gli specialisti a ricercare il trattamento più efficace, utilizzando di volta in volta farmaci diversi per selezionare quello che dà la migliore risposta.

A livello globale, colpisce 50 milioni di persone di diversa età, sesso ed etnia. Ma è anche una condizione curabile: il 25% dei casi è prevenibile e più del 70% delle persone affette da epilessia potrebbe vivere una vita senza crisi epilettiche se avesse accesso a un trattamento sanitario appropriato

Diverse ricerche stimano che le persone con epilessia sono a maggiore rischio di mortalità prematura: il rischio è fino a sette volte superiore nei Paesi a basso e medio reddito.

Gli anziani con epilessia hanno un tasso di mortalità 2-3 volte superiore a quello della popolazione generale e l’incidenza è più del doppio rispetto alla popolazione pediatrica, un aspetto che in questo momento, con l’allungamento dell’aspettativa di vita e la crescita della popolazione anziana, soprattutto in un paese come il nostro, non può essere sottovalutato.

L’epilessia, da dati del gruppo collaborativo sul Global Burden of Disease, viene classificata come la sesta patologia neurologica più impattante in termini di mortalità e la quinta in termini anni di vita rapportati alla disabilità (Disability-Adjusted Life Years, DALYs). Secondo gli ultimi dati disponibili, le malattie neurologiche hanno rappresentato il 10,2% dei DALYs globali e il 16,8% delle morti nel mondo. Tra le malattie neurologiche, l’epilessia ha contribuito per il 5% dei DALYs e per l’1,3% dei decessi.

I costi dell’epilessia

Secondo il Libro Bianco dell’Epilessia in Italia, i costi diretti di questa malattia variano notevolmente in funzione della gravità (frequenza delle crisi, comorbidità), della risposta ai trattamenti (i costi diretti triplicano nei pazienti farmacoresistenti) e del tempo intercorso prima della diagnosi. Si stima che il costo medio annuo dell’epilessia in Italia sia di circa 1.764 € per paziente, il che permette di stimare una spesa sanitaria annuale per l’epilessia di 882 milioni di euro. La media dei costi diretti per paziente è stimata intorno a:

  • 500-800 €/anno per le forme in remissione
  • 2.200-4.700 €/anno per le forme farmacoresistenti
  • 3.700-3.900 €/anno per i pazienti candidati alla chirurgia.

I costi indiretti, quelli sostenuti a causa della malattia ma non sanitari, associati quindi alla perdita di produttività o alla mortalità prematura, sono una delle voci più onerose per l’individuo con epilessia e per la società, soprattutto nei casi delle persone con crisi non controllate dalla terapia. Gli adulti che rispondono alla terapia sono in grado di svolgere una normale attività lavorativa senza perdita di produttività economica, mentre le forme di epilessia farmacoresistente o con gravi comorbidità cognitive richiedono assistenza e supervisione continua e impongono che uno o più familiari adattino la propria attività lavorativa in funzione della malattia. Non sono disponibili studi che quantifichino i costi indiretti dell’epilessia in Italia. Tuttavia, i costi indiretti medi in Europa sono stati stimati intorno al 50-55% dei costi totali. Queste stime permettono di supporre che in Italia la perdita di produttività causata dall’epilessia sia pari almeno a 882-950 milioni di euro per anno.

Stigma e pregiudizi sull’epilessia

Per usare una famosa affermazione della rivista Nature, risalente al 2014, ma assolutamente attuale: “La storia dell’epilessia può essere riassunta come 4.000 anni di ignoranza, superstizione e stigma, seguiti da 100 anni di conoscenza, superstizione e stigma”.

Ancora oggi continua a circolare l’idea che l’epilessia sia una malattia mentale, le cui crisi spaventano perché si credono ingestibili. Questi pregiudizi causano difficoltà di accesso alla scuola e all’occupazione

Ancora oggi, a causa della scorretta informazione che si fa su questa malattia, continua a circolare l’idea che l’epilessia sia una malattia mentale, le cui crisi spaventano perché si credono ingestibili.

Questi pregiudizi causano difficoltà di accesso alla scuola e all’occupazione.

In ambito scolastico, le maggiori criticità sono però attribuibili a problemi di integrazione e socializzazione, dovuti soprattutto alla scorretta informazione, alle attitudini negative del personale scolastico nei confronti degli alunni con epilessia, e all’assenza di una regolamentazione riguardo la somministrazione della terapia cronica e di emergenza in orario scolastico.

Per gli adulti, le cose non vanno meglio. Salvo casi particolari in cui le crisi interferiscono con la possibilità di esercitare specifiche attività lavorative, l’epilessia di per sé non impedisce il normale svolgimento delle mansioni lavorative.  Tuttavia, avere l’epilessia può rappresentare un ostacolo nel trovare e mantenere un’occupazione e i datori di lavoro, spesso, mostrano diffidenza verso l’inserimento occupazionale di persone con epilessia, nell’errata convinzione di evitare complicazioni di varia natura alla propria azienda. In alcuni casi, vengono inoltre poste restrizioni non giustificate alle mansioni assegnate. Si tratta di comportamenti discriminatori che si spera il Global Action Plan For Epilepsy aiuti a cancellare.

La gestione dell’epilessia in Italia

La qualità dell’assistenza sanitaria è strettamente connessa agli aspetti organizzativi che dovrebbero prevedere, su tutto il territorio nazionale, modelli assistenziali omogenei in termini di personale dedicato, coinvolgimento multidisciplinare, percorsi diagnostici, terapeutici e riabilitativi e differenziati secondo diversi livelli di qualificazione. Non è così: ogni Regione segue modelli diversi, alcune sono più virtuose, altre meno.

A ogni persona con epilessia deve essere garantito l’accesso e una presa in carico specifica presso centri dedicati, con diversi livelli di qualificazione, tenuto conto della singola diagnosi

Ad ogni persona con epilessia, deve essere garantito l’accesso ed una presa in carico specifica presso centri dedicati, con diversi livelli di qualificazione, tenuto conto della singola diagnosi. La cura delle persone con epilessia è a carico di neurologi, neurofisiologi clinici, neuropsichiatri infantili, neuropediatri e neurochirurghi con una documentata esperienza in campo epilettologico (in genere denominati per questo epilettologi, ma per cui ad oggi non esiste una specializzazione nelle Facoltà di Medicina).

Ad oggi i centri specializzati non sono purtroppo distribuiti in modo omogeneo sul territorio nazionale; oltre a questo mancano percorsi diagnostico-terapeutici riconosciuti e omogenei a livello regionale.  Attualmente, i centri sono più diffusi al Nord e questo comporta trasferte, anche onerose, da parte delle persone con epilessia che risiedono al Sud. Inoltre, solo in un limitato numero di Regioni è attivo un percorso diagnostico-terapeutico specifico per l’epilessia e, anche in questo limitato numero di casi, non sempre è implementato in modo uniforme in tutti i centri regionali.

La Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) si occupa, tra l’altro, di riconoscere, in base a criteri ben definiti, i centri che nel nostro Paese si occupano di diagnosi e cura dell’epilessia e che sono in grado di documentare gli standard richiesti. Ad oggi, secondo gli ultimi dati disponibili, solo 62 centri hanno ottenuto un riconoscimento LICE di vario livello, tra questi, quasi la metà si trova al Nord.

 

Il piano globale che presto approverà (si spera) l’OMS è un primo passo per la soluzione di tutte queste problematiche, anche se il vero lavoro dovrà essere fatto da ogni singolo paese. Ci auguriamo che il nostro, alle prese con l’emergenza sanitaria da Sars-Cov-2 e già in difficoltà con la continuità delle cure per diverse patologie, abbia il tempo e la determinazione giusti per attuare quanto richiede l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Com’è cambiata la logistica Healthcare e la svolta attesa col PNRR

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Melacini-Marco

L’Edizione 2021 della Ricerca dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” è stata contraddistinta da un approfondimento verticale sul settore Healthcare, con l’obiettivo di capire come il sistema logistico possa rispondere alle sfide del settore.
“Un riconoscimento dell’importanza strategica della logistica per il sistema Italia, tanto più se al servizio della salute delle persone”, ha sottolineato il direttore scientifico dell’Osservatorio Marco MelaciniLa parola chiave è innovazione tecnologica: “La logistica si trova in una fase di transizione. Transizione che richiede investimenti. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – che ha stanziato 62 miliardi per Mobilità, Infrastrutture e Logistica – potrebbe dimostrarsi uno strumento fondamentale per garantire la sostenibilità economica della logistica e supportarne la transizione Green”.

I risultati della ricerca

Nel secondo anno di pandemia, la logistica si conferma centrale per il settore Healthcare, ambito che nel 2021 ha registrato una sostanziale tenuta del numero delle spedizioni (-0,3% rispetto allo stesso periodo del 2020) e una diminuzione del 6% del numero dei colli gestiti, con una lieve flessione del peso dei prodotti gestiti (-2,2%).

Come era già avvenuto nel 2020, continua la crescita dei volumi gestiti a basse temperature, spinti anche dall’esigenza di distribuire i vaccini anti-Covid19. Fra 2020 e 2021, si nota un incremento dal 2% al 3% dei prodotti movimentati a temperature sotto lo zero e dal 14% al 15% di quelli gestiti fra 2° e 8°, anche se resta maggioritaria la quota di prodotti distribuita a temperature comprese fra 9° e 25° (78% nel 2021) che dal 2018 al 2021 si è ridotta di 9 punti percentuali.

I flussi che arrivano direttamente nelle farmacie dai magazzini dei depositari, pari ormai al 24% del totale, e la nascita negli ultimi due anni della consegna a domicilio dei farmaci, spingono il rafforzamento dell’“ultimo miglio”, l’ultimo tratto della filiera logistica che arriva nelle case dei consumatori finali, in crescita dall’1% al 2% in un anno.

La maggior parte dei flussi proviene da Lombardia (71%) e Lazio (15%), che sono anche le prime destinazioni dei prodotti, seguite da Campania e Toscana, in linea con la distribuzione della popolazione sul territorio. Il Piemonte ha registrato un incremento significativo.

Logistica Healthcare

 

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Nel comparto del farmaco, quasi tutte le attività di trasporto e oltre il 90% delle attività di magazzino sono terziarizzate, con l’affidamento di tutto il processo logistico a un unico fornitore nell’83% dei casi (Strategic Outsourcing). Nel 2021 è fortemente aumentata la razionalizzazione delle consegne a farmacie e parafarmacie. A fronte di un aumento contenuto (+4,4%) del numero delle spedizioni dei distributori intermedi (poco sopra i 21 milioni, ancora ben al di sotto dei 25 milioni del 2019), il volume delle spedizioni è aumentato del 28,3%.

Sono questi i principali risultati dell’indagine sulla logistica nel settore Healthcare realizzata dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” della School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con Consorzio DAFNE, presentati durante il convegno intitolato “Logistica Healthcare: asset strategico per il paese”.

Damiano Frosi

“Tra riduzione della densità di valore per alcuni prodotti, cambiamenti di assortimento delle farmacie e dei mix di canale, il sistema logistico Healthcare si è evoluto per rispondere alle sfide del settore, confermandosi asse strategico per il paese – afferma Damiano Frosi, direttore dell’Osservatorio Contract Logistics – I dati del 2021, se confermati anche nei prossimi anni, indicherebbero che la strada verso l’ottimizzazione delle consegne ha assunto un carattere maggiormente strutturale. L’accorpamento delle consegne, senza impattare sulla continuità né sul livello di servizio al cittadino potrebbe rappresentare un’importante svolta in termini di sostenibilità ambientale, economica, ma anche sociale”.

La distribuzione intermedia

L’analisi dei flussi gestiti dai distributori intermedi, sottolineano i ricercatori, permette di cogliere la complessità gestita, e quindi il ruolo chiave ricoperto nella filiera da questa tipologia di operatori. L’analisi rileva una significativa riduzione del numero di consegne con origine dai grossisti e dirette a farmacie e parafarmacie: un’evidenza che si spiega con l’introduzione di politiche di razionalizzazione introdotte proprio in risposta allo scenario pandemico, con la scelta di accorpare le consegne riducendo il numero medio di consegne quotidiane presso le singole farmacie (nel 2019 si arrivava fino a quattro consegne/giorno per singolo esercizio).

Il confronto del 2021 con il 2020 conferma la significativa riduzione del numero di spedizioni annue verificatasi nell’anno precedente. La crescita del 4,4% del 2021, portando il numero di spedizioni annue appena sopra i 21 milioni compensa, infatti, solo in piccola parte la riduzione del 18% concretizzatasi l’anno precedente, che aveva portato il numero delle spedizioni annue dai circa 25 milioni del 2019 a poco più di 20 milioni. In termini di volumi movimentati, invece, le proiezioni dei dati raccolti sul totale delle confezioni consegnate in Farmacie e Parafarmacie registrano nel 2021 una crescita significativa (+28%) che, se comparata alla crescita sensibilmente meno marcata del numero di spedizioni rileva l’accentuarsi del trend di crescita del numero di confezioni per spedizione, pari a circa il +18,6% nel 2021 rispetto al dato 2020.

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A riconferma di questo è utile evidenziare come il continuo consolidamento dei flussi in ingresso ai magazzini della Distribuzione Intermedia, misurato in termini di numero di colli inbound accentuatosi ulteriormente nel 2021 (circa -9,3% nel 2020 rispetto al 2019 e -15,3% nel 2021 rispetto al 2020) e il contemporaneo aumento delle confezioni in uscita dai Distributori Intermedi confermano il ruolo di cruciale “demoltiplicatore di complessità” per gli attori a monte della filiera distributiva Healthcare. A livello di flussi, infatti, a fronte di circa 750 mila spedizioni in entrata presso i Distributori Intermedi (inbound) si hanno circa 21 milioni di spedizioni in uscita (outbound). Si conferma, quindi, il ruolo essenziale della Distribuzione Intermedia per consentire agli attori a monte di garantire la capillare disponibilità dei propri prodotti all’interno degli oltre 25.000 punti di vendita presenti sulla penisola tra Farmacie e Parafarmacie, che a loro volta rappresentano in ultima istanza l’interfaccia di prossimità più immediata fra il sistema della salute nel suo complesso e il cittadino/paziente.

Le sfide della distribuzione ospedaliera

Maria Pavesi

“In generale la logistica ospedaliera presenta un elevato grado di complessità generata da diversi fattori, tra cui l’ampiezza e l’eterogeneità della gamma di referenze gestite (non solo farmaci) – sostiene Maria Pavesi, ricercatrice dell’Osservatorio Contract Logistics -. La logistica ospedaliera presenta opportunità di miglioramento in termini di efficienza, e l’innovazione tecnologica e digitale offre sempre maggiori possibilità per tracciare e dare visibilità sui flussi”.

Mancano linee guida omogenee sul territorio nazionale

Mila De Iure

“Si riconosce sempre di più la tendenza da parte delle strutture pubbliche a cercare di ottimizzare la gestione della logistica ospedaliera – ha spiegato Mila De Iure, direttrice generale Assoram, associazione nazionale che rappresenta oltre cento aziende della distribuzione e dei servizi nel settore healthcare dei prodotti farmaceutici -. Come Assoram abbiamo indagato il tema in collaborazione con i farmacisti ospedalieri e per una prima analisi del sistema attuale: sono emersi dati interessanti, a partire dal clima di collaborazione che esiste fra il pubblico e la compagine di operatori privati pronti a offrire servizi che sono una garanzia in termini di sicurezza, efficacia ed efficienza, cardini cui tiene il Sistema Sanitario Nazionale”.

Ma, ha sottolineato De Iure, mancano linee guida omogenee su tutto il territorio nazionale per la gestione della logistica ospedaliera: “Ad esempio, in Veneto per l’outsourcing non è richiesta nessuna autorizzazione per il sito logistico esterno, mentre in altre sono necessarie come depositari o come grossisti, con un’ampia varietà di livelli autorizzativi e requisiti richiesti: un ambito che varrebbe la pena indagare per individuare delle linee guida condivise che aiutino pubblico e privato nella gestione sinergica di queste attività. Il PNRR potrebbe essere il filler di questa collaborazione”.

Uno sguardo al futuro

“Il settore ospedaliero subirà un’accelerazione dal punto di vista della gestione in outsourcing strategico: ci sono esempi del genere già sul 2021, con strutture ospedaliere pubbliche che hanno indetto bandi per terziarizzare l’attività logistica che è strategica per gli ospedali quando parliamo di tracciabilità – ha concluso Michele Simbula, Head of Healthcare Logistics Sales di Rekeep -. Per esempio l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma ha messo in gara la terziarizzazione logistica e spinto oltre, mettendo in gara anche il procurement. Significa che sta nascendo la consapevolezza che queste attività, che diventano sempre più centrali, devono essere gestite da operatori specializzati e capaci di portare un’innovazione tecnologica che non sempre troviamo nelle strutture ospedaliere. Ma l’innovazione deve avvenire in maniera totale, organica, perché alcune volte ci si focalizza sull’automazione o la digitalizzazione di un particolare processo dimenticandosi di ciò che viene a monte o a valle, e ciò comporta la perdita delle informazioni. Un operatore privato questo processo lo vede a 360 gradi ed è capace di proporre soluzioni adeguate. Ci sono strumenti che il Codice degli appalti mette a disposizione della partnership pubblico privato, dando la possibilità di investire a carico del privato, con la struttura pubblica che paga un canone mensile: il vantaggio è che la soluzione viene “upgradata” per tutto il ciclo di vita del progetto”.

Telemedicina: fotografia di un’Italia connessa

L’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (Altems) nel 2021 ha condotto un’indagine sulla telemedicina che ha coinvolto decine di aziende sanitarie in tutta Italia, rappresentative di centinaia di presidi ospedalieri. La pandemia ha imposto alla sanità di dare una svolta alla rivoluzione digitale che era già cominciata: adesso è il momento di consolidare i risultati raggiunti puntando sulle competenze.

Ne parliamo con:

  • Paolo BordonPaolo Bordon
    Direttore Generale di Azienda USL di Bologna
  • Fabrizio Massimo FerraraFabrizio Massimo Ferrara
    Coordinatore scientifico del Laboratorio sui sistemi informativi sanitari di Altems, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma
  • Sergio PillonSergio Pillon
    Coordinatore della Trasformazione Digitale ASL Frosinone

Conduce:

  • Angelica GiambellucaAngelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

La cultura fa bene alla salute: come nasce il welfare culturale

Si chiama welfare culturale. Si traduce come “un nuovo modello integrato di promozione del benessere e della salute e degli individui e delle comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale”. Un bisogno connaturato all’essere umano sin dalle origini e consacrato dalla pandemia. Ne abbiamo parlato con Catterina Seia, presidente del Cultural Welfare Center (CCW).

Catterina-Seia

Che rapporto c’è fra cultura e salute?

La cultura fa bene alla salute. Lo sappiamo fin dagli albori della storia dell’umanità. La cultura, in quanto esperienza di senso che agisce sulla dimensione cognitiva quanto su quella emozionale, è profondamente connessa allo sviluppo umano, alla fioritura delle persone e delle comunità.

Nel 2020, la pandemia ha fatto emergere con maggiore forza il ruolo di questa alleanza, mostrando la rilevanza degli strumenti culturali, delle riserve cognitive per la resilienza delle persone al trauma, per la connessione con l’altro, con il mondo. Senza l’accelerazione dell’offerta culturale digitale e la risposta generosa, creativa degli enti di prossimità, il costo sociale dello tsunami, seppur ancora non quantificabile nelle sue profonde ferite invisibili e nell’aumento esponenziale delle diseguaglianze, sarebbe stato molto più rilevante. Dalla pandemia abbiamo imparato che siamo tutti più fragili e che le attività culturali – anche durante e nonostante la chiusura – hanno saputo continuare a essere luogo di incontro e di scambio, dove ritrovare forze ed energie.

Lo abbiamo letto, tra gli altri, nel report Art Consumption and Well-being During the Covid-19 Pandemic del progetto Art&Well-being di Cluj Cultural Centre, in Romania, con la Fondazione Bruno Kessler di Trento, il Bozar Centre for Fine Arts, a Bruxelles, e la UGM Maribor Art Gallery, in Slovenia, che evidenzia il valore attribuito dalle persone alla cultura nella gestione quotidiana dell’impatto della pandemia durante i lockdown. Dalla survey digitale, che ha coinvolto oltre 1500 persone in Europa nella seconda parte del 2020, emerge che l’impegno nell’ascolto della musica, la visione di film, la lettura e la scrittura, il disegno e la pittura ha distaccato di quasi 30 punti l’attività fisica e la cucina, mitigando gli stati di animo negativi, la paura e il turbamento portati dall’inedito scenario di instabilità.

Le evidenze cliniche e scientifiche, raccolte negli ultimi vent’anni, dimostrano che la partecipazione culturale attiva e alcune specifiche attività culturali sono fattori che favoriscono quelle che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) definisce life skill, ovvero le abilità per muoversi con pienezza sulla scena della vita (con particolare riguardo a empatia, comunicazione efficace, gestione delle emozioni e lavoro di team), il rafforzamento delle competenze mnestiche e comunicative (verbali e non verbali), la riattivazione fisica del corpo (movimento, respiro, equilibrio), l’integrazione corpo-mente (sensazione/emozione/pensiero), lo sviluppo di valore e capitale sociale, la valorizzazione e inclusione della differenze, la riflessione etica e il potenziamento dell’apprendimento critico, la promozione della resilienza. Agency, direbbe l’economista premio Nobel Amartya Sen, ovvero l’effettiva possibilità e abilità di azione di ogni individuo, a favore del proprio benessere.

Quali sono i principali e i più recenti studi in materia?

La rinnovata attenzione alla relazione virtuosa tra cultura e salute si fonda su una visione biopsicosociale della salute e su un corpo sempre più solido di evidenze cliniche e scientifiche, accumulato da inizio millennio e confermato dalle ultime frontiere della ricerca (dalle neuroscienze, all’epigenetica, alla psiconeuroendocrinoimmunologia).

Oggi la stessa Oms acclara il valore della cultura per la salute con l’Health Evidence Network Synthesis Report 67-2019 (Quali le evidenze del ruolo della cultura nel miglioramento della Salute e del Benessere?), una vera milestone per operatori socio-sanitari, culturali, educativi e policy maker. Questo rapporto mette a disposizione i risultati di una rassegna della letteratura scientifica e umanistica con un approccio interdisciplinare (medicina, psichiatria, psicologia, filosofia, neuroscienze, antropologia, sociologia, geografia ed economia della salute, sanità pubblica…), prendendo in esame oltre 900 pubblicazioni prodotte dall’inizio degli anni 2000, review sistematiche, meta-analisi e meta-sintesi basate su oltre 3000 studi e 700 ulteriori singoli studi nella Regione Europa (che comprende 53 Paesi).

La partecipazione culturale è un’importante risorsa salutogenica, ovvero capace di creare salute, sia nella dimensione della promozione e della prevenzione primaria, sia nei percorsi e nelle relazioni di cura, nella costruzione di equità e di qualità sociale

Il lavoro chiarisce come la partecipazione culturale sia una importante risorsa salutogenica, ovvero capace di creare salute, sia nella dimensione della promozione e della prevenzione primaria, sia nei percorsi e nelle relazioni di cura, nella costruzione di equità e di qualità sociale. È il risultato di un lungo percorso strategico che l’Oms ha avviato nel 2013 con l’approccio Salute in Tutte le Politiche, che indica che la salute, in quanto fenomeno dinamico e complesso, non è soltanto responsabilità ed esito della Sanità, ma della interdipendenza di ogni politica, del comportamento di ogni organizzazione e di ogni individuo. In questa direzione, l’Oms raccomanda ai policy maker di considerare la centrale influenza della partecipazione culturale nella costruzione di politiche sanitarie sempre più intersettoriali con il dialogo tra cultura, educazione e socialità e incoraggia un approccio dal basso attraverso l’arte comunitaria, partecipativa, per valorizzare le risorse umane esistenti, per generare coesione sociale.

Anche l’International Union of Health Promotion and Education ha recentemente pubblicato (luglio 2021) un volume a cura di ricercatrici provenienti da Stati Uniti, Argentina e Norvegia, che esplora il potenziale delle arti nei processi di trasformazione sociale in un quadro di giustizia sociale. In questa direzione, già nel 2009 la dichiarazione di Lima su Arte, Salute e Sviluppo (Paho) ne ha sottolineato il potere intrinseco, suggerendo connessioni chiave: l’Arte è “un potente strumento per rielaborare situazioni critiche; attraverso la creatività, si promuovono immaginazione e pensiero critico, presupposti per la cittadinanza attiva e il cambiamento sociale”.

Un crescendo rossiniano di interesse che si traduce quindi in un aumento delle ricerche, in risultati scientifici sempre più eclatanti, nella moltiplicazione delle esperienze e nell’avvio di percorsi strategici da parte di investitori sociali e di pubbliche amministrazioni.

A che punto siamo a livello di consapevolezza dell’esistenza di tale rapporto?

Le esperienze sono innumerevoli a livello internazionale, in primis nei mondi anglofoni e scandinavi, come nel nostro Paese. Nei luoghi di cura, nei luoghi della cultura, come nelle comunità. Nella promozione della salute, nella prevenzione primaria, come nell’accompagnamento ai percorsi di cura e gestione delle patologie, in tutto l’arco della vita, con attenzione alle persone più vulnerabili. Tuttavia, per quanto promettenti, tali pratiche scontano il profilo dell’occasionalità e sono state a lungo confinate al rango di episodi marginali rispetto alla scienza “dura”, agli approcci concreti e realistici al welfare.

La partecipazione culturale si associa a un prolungamento della longevità e a un miglioramento delle condizioni di vita in situazioni di patologie degenerative, è cresciuta l’attenzione del suo impatto sul benessere, che va ben oltre l’intrattenimento in cui a lungo l’abbiamo confinata

Fino a qualche tempo fa questa relazione era pressoché assente dalle agende politiche. Solo dopo la pubblicazione di alcuni studi epidemiologici che hanno dimostrato inequivocabilmente come la partecipazione culturale si associ a un prolungamento della longevità e a un miglioramento delle condizioni di vita in situazioni di patologie degenerative, è cresciuta l’attenzione del suo impatto sul benessere, che va ben oltre l’intrattenimento in cui a lungo l’abbiamo confinata.

Per fortuna lo scenario sta cambiando rapidamente. La ricerca e le esperienze in atto stanno aprendo nuove prospettive, molto promettenti. La Nuova Agenda per la Cultura della Commissione Europea, ad esempio, riconosce la cultura come “risorsa salute”, tracciando un percorso inedito, fortemente innovativo assunto dalla programmazione europea per il settennale 2021-2027: allarga la sfera di attenzione delle politiche culturali ai cosiddetti crossover, ovvero alle interazioni pianificate, sistematiche e sistemiche tra la partecipazione e la produzione culturale con ambiti di policy esterni, un tempo percepiti come debolmente interconnessi.

Le interazioni della cultura con benessere e salute, coesione sociale, innovazione sono inclusi tra i pilastri delle politiche culturali. Si tratta di un grande riconoscimento nei confronti delle innumerevoli esperienze avviate e in corso e una indicazione della volontà dell’Europa di investire significativamente per incoraggiare sia la ricerca scientifica sia la sperimentazione clinica.

Cos’è il Cultural Welfare Center e di cosa si occupa?

Covid-19 ha reso centrale la salute, nelle agende politiche come nel dibattito quotidiano, portando in evidenza nodi strutturali, ampliando la faglia delle diseguaglianze. È ineluttabile la creazione di una società della cura, capace di prendersi cura. Per dare un contributo concreto a questa sfida, nel primo giorno del primo lockdown ho lanciato una call to action dalla quale ha preso avvio il CCW-Cultural Welfare Center, l’unico centro di competenza sulla relazione tra cultura e salute nel panorama nazionale.

Il gruppo promotore è costituito da dieci professionisti, pionieri nel welfare culturale, provenienti da diverse aree disciplinari che, nell’ambito di altrettante istituzioni, hanno cooperato a geometria variabile dagli inizi del millennio sull’alleanza tra cultura e salute. Con CCW mettono in rete le migliori competenze per contribuire attraverso le arti a una nuova idea di welfare, il welfare culturale, neologismo che sta conoscendo una rapida diffusione. Per il suo uso disinvolto, come CCW abbiamo sentito la necessità di redigere una prima definizione nel 2020 per l’Atlante Treccani, aperta a ulteriori interpretazioni. Secondo tale approccio, l’espressione indica “un nuovo modello integrato di promozione del benessere e della salute e degli individui e delle comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale”.

Poiché il benessere individuale (fino ad arrivare alla longevità) viene influenzato in modo sostanziale da forme specifiche di accesso culturale, le politiche che puntano a promuoverne l’accesso possono essere considerate come politiche per la salute

Poiché il benessere individuale (fino ad arrivare alla longevità) viene influenzato in modo sostanziale da forme specifiche di accesso culturale, le politiche che puntano a promuoverne l’accesso possono essere considerate come politiche per la salute. Il welfare culturale − integrando e mettendo a sistema competenze e risorse di diversi settori per il raggiungimento di un benessere delle persone e della collettività – può rappresentare una traiettoria di azione primaria di intervento per città e territori, così come a livello di Paese. In linea con questa visione, CCW ha lo scopo di contribuire allo sviluppo, alla diffusione e alla promozione dei cross-over culturali, ovvero le relazioni sistemiche e sistematiche tra la cultura, le arti e altri ambiti di policy, in primis salute, sociale ed educazione.

Il centro ha sede operativa in due luoghi simbolo dell’innovazione sociale, unendo idealmente Nord e Sud: a Torino nel Distretto Sociale Barolo, dal 1823 vera cittadella della solidarietà e a Favara, in provincia di Agrigento, dove dieci anni fa ha preso avvio uno dei più significativi progetti di rigenerazione urbana a base culturale del mondo.

A quali progetti ha dato vita e su cosa sta lavorando adesso?

Come CCW riteniamo urgente, coinvolgendo attori e portatori di interesse pubblici e privati, lavorare in un’ottica multidisciplinare, multilivello e intersettoriale, per dare valore e rafforzare in termini metodologici le esperienze in atto che adottano l’arte e la cultura nei processi di cambiamento, nutrire visioni e azioni che pongano in atto questa visione, attraverso ricerca, advocacy e l’accompagnamento delle politiche, supportando la costruzione di nuove competenze. In questa direzione, abbiamo stipulato partnership e chiamato a raccolta altri esperti in una knowledge community, contribuendo alla costruzione di un ecosistema di dialogo.

In tal senso, il primo atto di CCW, in partnership con DoRS – Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute della Regione Piemonte, su autorizzazione dell’Oms, è stata la cura della versione in italiano del Rapporto 67/2019 al fine di favorire una diffusione ampia dei risultati, partendo dai tavoli dei decisori.

Un’altra azione importante è stato lo sviluppo, e la successiva disseminazione, della prima ricerca per l’emersione di soggetti, progetti, competenze, impegnati su “Cultura e Salute” nella macroregione del Nord Ovest, su incarico di Fondazione Medicina a Misura di Donna, a cui Compagnia di San Paolo ha commissionato il lavoro, che è stato condotto tra giugno e ottobre del 2020.

Tra le azioni più rilevanti avviate nel nostro primo anno di vita, abbiamo varato la CCW School, attraverso la quale siamo attivi nella costruzione di competenze, nell’arricchimento delle professionalità esistenti e nella creazione di una nuova generazione di operatori e policy-maker nel campo del welfare culturale, che porti a una community in grado di operare a livello locale, in rete nazionale e aperta all’Europa. Le risposte sono disegnate in base ai bisogni emersi dalle ricerche condotte dall’ente, all’ascolto costante e all’attività di benchmarking internazionale.

In particolare, nel 2021, CCW School ha realizzato “La Bussola”, il primo programma di esplorazione sulla relazione virtuosa tra cultura e salute in ottica intersettoriale, a cui hanno preso parte oltre 300 partecipanti, e ha avviato la prima edizione del Master Executive Cultura e Salute, su tre formule, della durata di 12 mesi con più di 60 iscritti, professioniste e professionisti provenienti da tutta Italia e anche da due Paesi esteri.

Sempre nell’ambito del capacity building, siamo impegnati nell’alta formazione delle professioni della cura, prevalentemente in campo biomedicale, per favorire una maggiore efficacia del sistema salute, che è fortemente legata alla qualità delle relazioni umane che si stabiliscono tra i professionisti e gli utenti nel percorso di cura.

Telemedicina: il progetto COReHealth in Puglia

Telemedicina, gestione delle cronicità e delle reti cliniche: già una realtà. Avviene in Puglia, grazie al progetto COReHealth (Centrale Operativa Regionale di Telemedicina delle cronicità e delle reti cliniche) istituito da Aress Puglia e Policlinico di Bari. Al centro una infrastruttura tecnologica in grado di far dialogare medico e paziente. Molte le criticità da superare, tra cui gli aspetti organizzativi. Ma le prospettive di sviluppo sono molto buone, soprattutto grazie alla spinta che arriverà con i fondi del Pnrr. E chissà che l’iniziativa non venga presa a modello da altre Regioni o, perché no, per un upgrade nazionale.

Abbiamo chiesto tutti i dettagli a Giovanni Gorgoni, Direttore generale dell’Agenzia regionale strategica per la salute e il sociale (Aress) Puglia.

Sviluppo sostenibile in sanità e PNRR: un’interessante opportunità

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Una rivoluzione della sanità è auspicabile e necessaria per diversi motivi. Se la pandemia ha evidenziato quali ambiti vadano potenziati e innovati e come, rimane il dubbio se questo cambiamento sia conciliabile con i principi dello sviluppo sostenibile promulgati dall’Agenda 2030. Alla luce degli ingenti investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) abbiamo provato a capire se la sanità italiana si stia muovendo verso un approccio più sostenibile.

Partendo dalle basi: l’Agenda 2030 e l’Obiettivo numero 3

Quando si parla di sviluppo sostenibile non si può non fare riferimento all’Agenda 2030. Si tratta di un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU. L’Agenda è articolata in 17 Obiettivi, Sustainable Development Goals – SDG’s in inglese, declinati a loro volta in 169 target, da raggiungere idealmente entro il 2030. Coprono una serie di tematiche legate allo sviluppo sostenibile, dalla sfera economica a quella sociale, politica e ambientale. L’Obiettivo numero 3, in particolare, tratta di salute, racchiudendo diversi target nello slogan “Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età”.

Perché ci sia innovazione sostenibile, si deve adottare un approccio che tenga conto del miglioramento non solo del contesto sanitario, ma anche del tessuto socio-economico in cui è inserito

Secondo l’approccio promulgato dall’Agenda 2030 infatti, la salute è strettamente correlata al contesto sociale, economico e culturale nel quale è inserita e, di conseguenza, un suo sviluppo sostenibile non può prescindere da questi fattori. In poche parole, perché ci sia innovazione sostenibile, si deve adottare un approccio che tenga conto del miglioramento non solo del contesto sanitario, ma anche del tessuto socio-economico in cui è inserito. L’emergenza Covid-19 ha rimescolato le carte in tavola, evidenziando alcune criticità dell’attuale modello sanitario e dando l’opportunità, tramite gli investimenti previsti dal PNRR in sanità, di operare importanti cambiamenti in ambito sostenibilità.

La situazione italiana

L’Italia si interfaccia in maniera globalmente positiva con gli indicatori che misurano l’Obiettivo numero 3. La speranza di vita nel nostro paese è tra le più alte nel mondo, seppure abbia subito una piccola contrazione in seguito al Covid (secondo dati OCSE è passata dagli 83,6 anni del 2019 agli 82,4 del 2020). Il controllo delle patologie, soprattutto di quelle acute, è molto buono, così come la copertura dell’offerta sanitaria e la copertura vaccinale. Rimangono però, e in alcuni casi peggiorano, problematiche tipiche dei paesi avanzati. Secondo il “Rapporto SDG’s 2021” dell’Istat, infatti, sono in aumento le patologie legate all’invecchiamento della popolazione e al peggioramento degli stili di vita. Nel 2020, ad esempio, circa 3,5 milioni di persone, il 7 % circa della popolazione maggiorenne, dichiarano di avere il diabete, un valore che conferma il trend in crescita degli ultimi anni. Caso analogo quello dell’ipertensione, con circa 10 milioni di persone che ne soffrono, il 21,9 % della popolazione maggiorenne. In aumento anche i fattori di rischio per la salute come alcool, fumo e obesità.

L’aumentare della componente anziana della popolazione, dunque, unita a un conseguente incremento delle patologie croniche, pesa sempre di più sulla sostenibilità, in questo caso soprattutto economica, del sistema sanitario. A ciò si aggiungono problematiche di carattere gestionale che riguardano l’equità di accesso alle cure e l’equità in merito alla qualità dell’assistenza. Come evidenziato dal report “Rapporto europeo sull’equità nella salute”, pubblicato dall’OMS nel 2019, le disuguaglianze legate alla salute in molti paesi europei sono rimaste le stesse o sono peggiorate nonostante i tentativi da parte dei governi di affrontarle.

La sostenibilità in azienda sanitaria

“Guardando alla pratica delle aziende sanitarie italiane, la ricerca esplorativa che ho condotto con la Professoressa Emidia Vagnoni, ordinario di Economia Aziendale presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara, nell’anno 2017, aveva l’obiettivo di investigare l’implementazione del principio di sviluppo sostenibile nella popolazione delle aziende sanitarie italiane”, racconta Caterina Cavicchi, docente di Management e E-Governance della Pubblica Amministrazione, ricercatore di Economia Aziendale presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Ferrara e autrice del manuale “Lo Sviluppo Sostenibile in Azienda Sanitaria. Progettazione, implementazione e misurazione della performance”.

Dall’indagine svolta è emersa la consapevolezza delle aziende sanitarie rispetto all’importanza del concetto di sviluppo sostenibile in sanità, che si estrinseca nelle tre prospettive, economica, sociale e ambientale, in linea con la definizione data dal Rapporto Brundtland delle Nazioni Unite del 1987.

“In tal senso, la necessità di garantire qualità ed efficienza delle prestazioni erogate, ritenuta prioritaria dai rispondenti e attinente all’integrazione tra dimensione economica e sociale della sostenibilità, viene affiancata da una crescente sensibilità per l’impatto ambientale. Tra le azioni perseguite nel campo della sostenibilità, abbiamo riscontrato principalmente l’uso razionale delle risorse naturali, la prevenzione tramite la promozione di stili di vita sostenibili, gli acquisti verdi, i progetti per la salute e sicurezza sul luogo di lavoro e la gestione sostenibile dei rifiuti”.

Uso razionale delle risorse naturali, promozione di stili di vita sostenibili, acquisti verdi, progetti per la salute e sicurezza sul luogo di lavoro e gestione sostenibile dei rifiuti sono tra le azioni più implementate

La ricerca evidenzia inoltre che nelle aziende sanitarie la progettazione di queste iniziative è generalmente di competenza di uffici/posizioni dedicate o di organi e strutture informali creati ad hoc. Una minoranza ha invece utilizzato organismi collegiali con competenze interdisciplinari per supportare la progettazione.

“In generale, sembrava delinearsi una modalità di gestione della sostenibilità per progetti. Al contrario, solo la metà delle aziende aveva dichiarato di aver inserito obiettivi di sviluppo sostenibile all’interno del proprio piano strategico”, continua Cavicchi. “Certamente questi risultati erano in linea con un contesto nazionale in cui la Strategia di Sviluppo Sostenibile era appena stata delineata. Stiamo ripetendo in questi giorni l’indagine, assieme alle colleghe professoressa Emidia Vagnoni e dottoressa Chiara Oppi, ricercatrice di Economia Aziendale presso l’Università di Bergamo, per capire se, e in che misura, questi trend siano cambiati, anche alla luce dell’emanazione del PNRR che ha posto più che mai l’accento sulla necessità di investire sul sistema salute per renderlo sostenibile, soprattutto dopo gli effetti generati dalla pandemia Covid-19”.

Gli indicatori di sviluppo sostenibile

Ma come si misura la sostenibilità? Esistono due tipi di indicatori: quelli a livello nazionale e quelli a livello di azienda sanitaria. “I primi dipingono la situazione dell’intero sistema salute, in quanto misurano la performance di sostenibilità del nostro sistema sanitario. Ci sono poi quelli utilizzati a livello di azienda per il monitoraggio della performance organizzativa”, chiarisce Cavicchi.

Gli indicatori devono essere sviluppati sia a livello nazionale sia a livello di azienda sanitaria, per misurare le performance di sostenibilità delle organizzazioni

“Nel primo campo rientrano gli indicatori che intendono monitorare il posizionamento del paese rispetto all’Obiettivo numero 3 dell’Agenda 2030 e che sono stati individuati per il presidio dell’area strategica ‘Promuovere la salute ed il benessere’ della Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile. Il loro andamento è consultabile nel report che annualmente viene stilato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Per quanto riguarda invece la misurazione della performance a livello organizzativo, l’indagine condotta nel 2017 ci ha permesso di identificare i principali indicatori utilizzati dalle aziende sanitarie per presidiare la propria performance di sostenibilità. In particolare, indicatori atti a cogliere l’impatto ambientale delle strutture sanitarie, indicatori che afferiscono alla quantità, qualità ed appropriatezza dell’assistenza sanitaria offerta rispetto ai bisogni del territorio, indicatori di performance economico-finanziaria e altri indicatori riferiti a parità di genere e benessere organizzativo. Su queste quattro linee principali si muove la misurazione dell’aderenza di una azienda sanitaria ai principi di sviluppo sostenibile”.

L’approccio One Health

Nell’ottica di sviluppo sostenibile in sanità, il tema della collaborazione, tra discipline diverse e diversi professionisti, è centrale. Per approccio One Health, si intende, infatti, una strategia multidisciplinare per la salute globale che tenga conto dell’impatto sulla salute delle scelte operate in ambito sociale, economico e ambientale. Nato nel 2004 nel corso di una conferenza della Wild Conservation Society, dal concetto di interconnessione tra la salute umana e quella animale si è a oggi espanso fino a racchiudere l’impatto dell’ambiente e della società sulla salute, come l’inquinamento delle risorse ambientali, il cambiamento climatico o la perdita di biodiversità. In termini di governance sanitaria l’approccio One Health identifica una strategia di cooperazione che possa portare a “uno sviluppo armonico e rispettoso degli equilibri tra sfera naturale, sociale e istituzionale, delle compatibilità̀ globali e delle esigenze delle generazioni future”, riporta a tal proposito il report dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, Salute e non solo sanità: come orientare gli investimenti in sanità in ottica di sviluppo sostenibile.

Nel rapporto di ASviS si fa inoltre riferimento alla “resilienza trasformativa”, ovvero “un approccio che consolidi le capacità di resistenza e tenuta delle forze sociali ed economiche in campo, ma lo faccia in un’ottica di ripensamento del modello di sviluppo in termini di sostenibilità e circolarità”.

PNRR e sostenibilità

“Il PNRR ha evidenziato la vulnerabilità del SSN di fronte alla pandemia Covid-19 e ha altresì identificato alcune criticità strutturali significative dello stesso – afferma Cavicchi -. Per rispondere a queste criticità, il PNRR, che discende dal pacchetto Europeo NEXT Generation EU, programma investimenti nel comparto salute in linea con l’approccio One Health, per favorire la transizione del sistema sanitario verso la sostenibilità. Il PNRR prevede in questo senso uno stanziamento di 15,63 miliardi di euro per la Missione Salute. Tale missione si muove su due assi principali: l’asse ‘Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale’ e l’asse ‘Innovazione, ricerca e digitalizzazione del SSN’. Per quanto riguarda il primo asse, gli investimenti sono orientati a promuovere il potenziamento dell’assistenza domiciliare anche tramite l’uso della telemedicina, la creazione delle Case della Salute quale punto di riferimento per attività di prevenzione e presa in carico e la creazione degli Ospedali di Comunità di media/bassa intensità clinica per favorire l’appropriatezza delle cure.

La transizione verso la sostenibilità del SSN dipenderà dunque dalla capacità di cogliere queste opportunità, tramite l’attuazione di interventi sostanziali

Nel secondo asse troviamo, invece, l’ammodernamento del parco tecnologico e digitale delle strutture sanitarie, investimenti in sicurezza e nella formazione del personale, il potenziamento della ricerca tramite la riorganizzazione della governance degli IRCSS e gli investimenti per la ricerca biomedica, il potenziamento nell’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico e l’utilizzo di modelli predittivi che permettano di programmare prestazioni in linea con le caratteristiche della popolazione e l’evoluzione dei bisogni sanitari. La transizione verso la sostenibilità del SSN dipenderà dunque dalla capacità di cogliere queste opportunità, tramite l’attuazione di interventi sostanziali che siano in grado di garantire il raggiungimento dei target dell’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile”.