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Riforma della legislazione europea sui farmaci tra equità, sostenibilità e innovazione

La proposta di riforma della legislazione europea sui farmaci è stata presentata dalla Commissione europea al Parlamento di Ue la scorsa primavera.

 “La riforma è ancora nel pieno del suo iter istituzionale, che presumibilmente durerà ancora molto tempo vita l’ampiezza delle modifiche proposte. Che si riferiscono sia al superamento della Direttiva 2001/83 in tema di medicinali per uso umano sia al quello del Regolamento 726/2004 relativo all’autorizzazione e la sorveglianza di questi medicinali. Chiamate in causa da questa proposta di riforma anche le norme comunitarie che regolano i medicinali orfani e quelli pediatrici”, ha affermato Renato Balduzzi, ex ministro della salute e promotore del workshop dedicato all’impatto di questa possibile rivoluzione sui farmaci innovativi, tenutosi lo scorso 6 novembre all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Ma che ne pensano gli addetti ai lavori? Sarà possibile trovare un giusto equilibrio tra necessità cliniche e basi giuridiche degli ordinamenti? È questa la domanda a cui hanno cercato di rispondere farmacologi e giuristi riuniti a confronto nell’ateneo milanese.

Protocolli di studio per la medicina personalizzata e di genere

Tra i tanti temi che interessano la riforma legislativa al vaglio dell’Europa il tema della farmaceutica di genere è uno tra i più rilevanti secondo il presidente dell’istituto Mario Negri Silvio Garattini, che ha definito “illegale” il fatto che non ci siano protocolli di studio per i farmaci distinti tra uomini e donne. “Gli effetti collaterali dei farmaci sono maggiori nelle donne rispetto agli uomini e ben otto prodotti su dieci sono ritirati dal mercato a seguito di effetti collaterali manifestatisi sulle donne”, ha precisato.

La medicina personalizzata e di precisione si declina anche rispetto all’età dei pazienti

Il tema della medicina personalizzata e di precisione è stato evidenziato anche da Silvio Brusaferro, oggi ordinario di Igiene all’Università di Udine, che lo ha però declinato rispetto all’età dei destinatari del farmaco. “Molti degli studi clinici hanno come requisito il reclutamento di under-65, ma oggi e domani ancora di più i farmaci li utilizzeranno soprattutto gli over-65”. Un’ampia fascia di popolazione rispetto a cui “i dati sono limitati soprattutto in termini di effetti terapeutici derivanti dal politrattamento, che spesso diminuisce l’effetto dei singoli medicinali”, ha sottolineato l’ex presidente di Iss. Che ha poi aggiunto come sia necessario riflettere su quale sia “il reale impatto dei farmaci innovativi per gli over-65 in base all’età e alla sostenibilità in termini di compliance quando su inseriscono in contesti di politrattamento”.

Disparità di accesso e competitività a livello europeo

Favorevole alla proposta di riforma della legislazione farmaceutica europea si è detto anche il responsabile delle malattie rare del Gruppo Chiesi, Enrico Piccinini, che ha però evidenziato come ci siano tre aspetti che meritano ancora di essere approfonditi. In primis quello della disparità d’accesso al farmaco tra i diversi Paesi europei e tra le differenti regioni di una stessa nazione, come avviene in Italia e Spagna. “La Ce pare limitarsi a proporre incentivi alle aziende farmaceutiche in funzione dell’accesso uniforme al farmaco nei diversi Paesi. Ma sappiamo bene che ciò non dipende da una decisione delle aziende” ha detto Piccinini. Che ha anche ricordato come a fronte della questione accesso la revisione della normativa non porti “traccia rispetto a tempistiche sul tema prezzi e rimborso” dei medicinali.

Il punto non è se l’innovazione farmaceutica arriverà, ma dove e in quale Paese

Secondo aspetto su cui lavorare ancora secondo il responsabile di Chiesi è quello dei bisogni clinici insoddisfatti: “Nel caso delle malattie rare è evidente, ma vale anche per le malattie croniche, seppur in modo diverso, cioè avere un armamentario terapeutico più ampio per migliorare la pratica clinica e la qualità di vita dei pazienti. Pur essendo d’accordo nel modulare gli incentivi, andare a posizionarli nel concetto di unmet need clinico, variabile da realtà a realtà, non fa che aggiungere ulteriori termini di incertezza che possono portare allo spostamento degli investimenti verso Paesi in cui questa variabilità è inferiore”. Infine, non per importanza, il tema della competitività della farmaceutica europea, che deve confrontarsi con quella di Usa e Far East molto più aggressiva e frutto di decisioni prese più celermente di quanto avviene nell’elefantiaco Vecchio Continente.

La domanda che si è posto il direttore dell’assessorato alla Sanità della Regione Lazio, Andrea Urbani, riguarda una possibile sintesi tra equo accesso e sostenibilità (economica). “Penso che questa riforma debba affinarsi ancora un po’ sugli aspetti relativi alla tutela degli investimenti, che non sono ancora sufficientemente chiari”, ha affermato. Ricordando poi che le decine e decine di nuovi farmaci immessi sul mercato nel 2021 dimostrano che l’industria farmaceutica è molto effervescente. E che quindi “il punto non è se l’innovazione farmaceutica arriverà, ma dove. In quale Paese. E i 16 miliardi di investimenti sulle CarT degli Usa a fronte dei 3 miliardi europei” indicano che “l’Europa nonostante la pandemia non ha ben capito l’importanza di investire in salute”. Cosa che si riflette sull’accesso che “dipende dalla volontà dei singoli Paesi di investire in questo settore. L’idea vincente potrebbe essere stabilire un investimento minimo di ogni Paese rispetto al Pil”.

Innovazione farmaceutica tra sostenibilità e prossimità

Di equo accesso al farmaco innovativo e dell’evidente nodo sulla sostenibilità ha parlato anche il direttore generale della Federazione degli Ordini dei Farmacisti (Fofi), Guido Carpani. “Si tratta di una delle sfide più complesse dei nostri tempi. Tanto che nel 2010 Stato e Regioni trovarono un accordo per favorire l’accesso a questi medicinali sul territorio anche prima del loro inserimento nel Prontuario terapeutico regionale”. Eppure “indagini di Cittadinanzattiva e altre organizzazioni di pazienti ancora oggi fotografano una situazione di indisponibilità di questi farmaci negli ospedali e sul territorio e tempi di attesa lunghi”. Un quadro poco felice se si pensa alla prossima introduzione sul mercato di tanti farmaci innovativi.

La farmacia potrebbe essere il distributore di prossimità in grado di  assicurare in Dpc un equo e capillare accesso al farmaco innovativo sul territorio

Ciononostante bisogna affrontare la situazione con atteggiamento positivo secondo Carpani. Che propone di trarre insegnamento da quanto avvenuto in pandemia con l’innovazione terapeutica. “L’esperienza dell’antivirale Paxlovid, per il quale da aprile 2022 Aifa deliberò la sua distribuzione territoriale tra farmacie e medici di medicina generaòe ha permesso un largo accesso a questo farmaco innovativo. Basti pensare che due terzi delle circa 150 mila dosi erogate sono state dispensate proprio dalla farmacia. La farmacia potrebbe essere il distributore di prossimità in grado di  assicurare, in Dpc (Distribuzione per conto), un equo e capillare accesso al farmaco innovativo sul territorio”.

Sul tema della sostenibilità si sono espressi anche Garattini e l’ex direttore generale di Aifa, Nicola Magrini. Una sostenibilità etica ed economica per il primo: “La legislazione Ue dovrebbe eliminare, se non strettamente necessari, la possibilità di studi clinici verso placebo in quanto non etici. Stimolando invece studi comparativi per capire quali sono le molecole migliori. In quanto a sostenibilità economica, una delle strade potrebbe essere la revisione dei prontuari terapeutici nell’ottica di eliminare grandi quantità di referenze come si fece nel 1993, senza ripercussioni sui malati”. Ma sulle aziende sì.

Ha ricordato poi Magrini: “Tra i pilastri della Eu pharma strategy c’è il binomio ‘farmaco innovativo-affordable’. Come a dire che innovazione e sostenibilità devono andare a braccetto e non essere esclusive una dell’altra”. Già ma come fare? Diverse le carte messe sul tavolo da Magrini. Dall’ipotesi di “estendere di 36 mesi della denominazione di ‘innovatività’ laddove ci siano studi comparativi, a margini negoziali più alti per i prodotti innovativi e più bassi per gli altri farmaci”. Passando per l’idea di dare un premio di 5 milioni di euro all’anno per 5 anni alle aziende che arrivano a un prodotto innovativo per le malattie rare, che possa ripagare dello sforzo di ricerca e sviluppo sostenuto, a cui affiancare una negoziazione di prezzo e rimborso a prezzi più “normali” di qualche centinaia di migliaia di euro a trattamento. Perché “se ci sono uno o due pazienti all’anno da trattare, chiedere cifre di due milioni di euro a trattamento non ha senso”.

Quanto ai tempi stimati perché la riforma della legislazione farmaceutica trovi compimento si parla di un paio d’anni: “Guardiamo al 2025, non prima. Siamo funamboli e dobbiamo camminare su una corda tesa tra 27 Stati membri” ha chiosato il direttore generale Salute e Sicurezza alimentare della Commissione Ue Sandra Gallina.

Silver Economy Forum: uno spaccato sull’economia legata alla longevità e sui trend demografici

Il primo evento in Italia dedicato al mondo degli over 60 torna il 14, 15 e 16 novembre 2023 a Genova: speakers di rilievo a confronto in sessioni di lavoro, incontri B2B, spazi espositivi, aree ed eventi aperti al pubblico, dibattiti, conferenze e workshop per comprendere i cambiamenti della società di domani.

Secondo l’indagine demografica condotta dall’Istat, la popolazione ultrasessantacinquenne ammonta a 14 milioni 177 mila individui al 1° gennaio 2023, e costituisce il 24,1 per cento della popolazione totale. Si stima, inoltre, che le persone con almeno 50 anni in UE saranno 222 milioni nel 2025, il 43% della popolazione, con un valore per la Silver Economy europea di 5.7 trilioni di euro: un ruolo vitale all’interno di diversi settori.

La salute dei cittadini al centro della 5ª edizione del Silver Economy Forum, a Genova dal 14 al 16 novembre

Se questa è la dimensione quantitativa del fenomeno, sul piano qualitativo si può agire per migliorare il benessere della popolazione anziana in modo che l’ampliamento dell’orizzonte temporale della vita vada di pari passo il più a lungo possibile con anni vissuti in buona salute, liberi da condizioni che limitano l’autonomia e la capacità di avere una vita di relazione soddisfacente. Le evidenze al riguardo sono incoraggianti; il limite di età che definisce l’ingresso nella terza e quarta età si va fluidificando.

«Nato e ideato qui a Genova, terra di longevità, allo scopo di valorizzare le eccellenze della Silver Economy italiana e cresciuto ogni anno nei numeri e nella partecipazione, il Silver Economy Forum rappresenta ormai l’appuntamento di riferimento per un settore sempre più centrale nelle scelte politiche e nelle strategie di sviluppo ad ogni livello, da quello comunitario agli enti locali – riflette la presidente Daniela Boccadoro Ameri –. I concetti di invecchiamento attivo e silver age, infatti, si identificano oggi con una fase della vita sempre più ampia, in cui le persone, pur avendo superato la famosa soglia della mezza età, vivono in generale buona salute e continuano a partecipare pienamente ai vari ambiti della vita sociale, economica, politica e culturale».

«Si tratta di una “nuova potenza economica” – riprende Ameri – che il Silver Economy Forum ambisce, appunto, a fare emergere facendo incontrare, da una parte, i principali attori pubblici e privati e, dall’altra, coinvolgendo sempre più attivamente gli stessi senior per aggiornarli sulle più recenti innovazioni in campo medico e tecnologico e sulle ricadute dirette che queste, già oggi, possono avere sulle loro vite».

Invecchiamento attivo e silver age si identificano oggi con una fase della vita sempre più ampia nella quale le persone continuano a partecipare alla vita sociale, economica, politica e culturale

Grande novità di quest’anno sarà “La salute incontra il cittadino”, il programma di iniziative approntato per coinvolgere attivamente tutti gli over “anta” a cui il Silver Economy Forum è rivolto. Per l’intera durata della manifestazione, infatti, chiunque vorrà potrà sottoporsi ai test di controllo sul proprio stato di salute e a corsi di primo soccorso su piccoli incidenti domestici, rianimazione cardiovascolare e disostruzione delle vie aeree, offerti dalle Farmacie Comunali Genovesi e dalla Croce Rossa Italiana, e prendere parte a lezioni di Yoga per la cura della propria mente e del proprio corpo.

Attraverso il consueto programma di conferenze il Forum intende poi esplorare il mondo dei silver in ogni sua declinazione, alternando gli approfondimenti in campo medico, scientifico e tecnologico a momenti più leggeri e divulgativi, nel segno di un unico filo conduttore: il miglioramento della qualità della vita della popolazione over sessanta.

Altri temi di grande interesse e attualità toccati in questi tre giorni saranno le soluzioni atte a garantire la sostenibilità economica della società alla luce dei trend demografici in atto, e rispetto ai quali Genova è città all’avanguardia in Europa e nel mondo; le differenze di genere nella salute e la psicologia dell’invecchiamento; la digitalizzazione della sanità (e-health) e l’applicazione dell’intelligenza artificiale al servizio della medicina; le nuove soluzioni abitative studiate per le esigenze della popolazione anziana; le politiche a sostegno dell’invecchiamento attivo e le possibili ripercussioni positive sul turismo extra-stagionale. Non mancherà, poi, una sessione di incontri B2B rivolta alle imprese, nella mattinata di mercoledì 15 novembre.

Si parlerà anche di sostenibilità economica e trend demografici, digitalizzazione della sanità e intelligenza artificiale

E proprio allo scopo di offrire risposte e idee innovative capaci di soddisfare i nuovi bisogni della popolazione silver, in occasione di questa quinta edizione del Silver Economy Forum Ameri Communications ha lanciato, in collaborazione con Dedalus Italia e Università di Genova, il primo Silver #Life Hackathon con il coinvolgimento degli studenti dei diversi corsi di laurea dell’Ateneo, chiamati a sviluppare un prototipo software a supporto delle persone anziane e dei loro caregiver. Mercoledì 15 novembre si terrà la cerimonia di premiazione del progetto vincitore.

Il Silver Economy Forum può contare sul patrocinio e la partecipazione delle più importanti istituzioni locali, tra le quali Regione Liguria, Comune di Genova, Associazione Genova Smart City, Camera di Commercio e Università degli Studi di Genova, e sul supporto di aziende, associazioni e ordini professionali.

Tutti gli eventi sono gratuiti e aperti al pubblico.

Farmacia ospedaliera: innovazione, robotica, terapie geniche al centro del confronto internazionale Masterpharm

Nei prossimi giorni Masterpharm 2023 – evento formativo professionale incentrato sulla condivisione di competenze ed esperienze nell’ambito della farmacia ospedaliera – giunge al suo terzo ed ultimo appuntamento per l’anno in corso. Il Coordinatore scientifico di questo percorso, Francesco Cattel (Direttore Struttura Complessa Farmacia Ospedaliera AOU Città della Salute e della Scienza, Torino) ha identificato per il 2023 una proposta formativa ambiziosa e fondata su tre differenti step, che hanno preso il via con un primo approfondimento regionale su ruolo e specificità del farmacista ospedaliero oggi (tenuto ad aprile), per poi ampliarsi in una visione nazionale (una due giorni tenuta a giugno) e giungere ora ad un dialogo internazionale.

Cosa caratterizza questo ultimo evento per l’anno in corso? Risponde lo stesso Cattel: “Questo terzo modulo è la parte conclusiva di un percorso che ha analizzato la professione del farmacista ospedaliero oggi nel nostro Paese, figura centrale rispetto a molte problematiche sanitarie e di gestione del cambiamento del SSN. Ma il nostro sguardo non è stato autoreferenziale: attraverso l’analisi di una singola professione siamo riusciti a dare una fotografia di quello che sta accadendo nel mondo della sanità, soprattutto nei percorsi che riguardano oggi il farmaco e il dispositivo. Masterpharm ha iniziato in primavera con uno sguardo attento ai percorsi regionali, passando poi – durante l’evento che abbiamo tenuto a giugno – ai percorsi nazionali e giungendo ora a quelli internazionali, con la partecipazione delle eccellenze di colleghi farmacisti dagli Stati Uniti, dall’Europa, riuscendo ad attuare un benchmarking con le nostre eccellenze nazionali”.

L’analisi della professione del farmacista ha permesso di scattare una fotografia dei cambiamenti nei percorsi del farmaco e del dispositivo

Il terzo modulo – Clinical pharmacy around the world. Models and Systems, 9-10 novembre, Doubletree Hilton Lingotto, Torino – vede sei sessioni plenarie con oltre trenta relatori e speakers da tutto il mondo, per un programma che è patrocinato da SIFO e SIFACT, ed è realizzato in collaborazione con l’Università di Torino e con l’AOU Città della salute della Scienza di Torino.

Quali sono i macro temi del programma e il motivo per cui sono stati inseriti nei lavori? “I macrotemi saranno l’innovazione tecnologica, con un focus rivolto ora all’Europa e al mondo”, risponde Cattel, “l’automazione, ovvero l’utilizzo di robot per quanto riguarda i percorsi di gestione del farmaco e del dispositivo medico, nonché l’intelligenza artificiale e le terapie geniche innovative. Rivolgeremo poi l’attenzione all’Health Technology Assessment soprattutto per l’avvento dei nuovi Regolamenti, dialogando con AIFA, rappresentata da Francesco Trotta e AGENAS, con l’intervento di Marco Marchetti. Quindi direi che in un paio di giorni il programma risulta essere indubbiamente corposo, ma necessario a ribadire i concetti trattati nei moduli precedenti con un punto di vista più ampio e a valenza internazionale”.

Nel terzo modulo di Masterpharm è presente una forte componente internazionale

Nel programma sono quindi previsti confronti professionali con esperti di farmacia ospedaliera dagli Usa, dalla Francia, dal Regno Unito, dalla Grecia, dal Belgio e dalla Danimarca, ricordando inoltre che una delle ultime sessioni sarà il Confronto comparativo tra società scientifiche nazionali ed europee, con gli interventi del presidente SIFO, Arturo Cavaliere, la presidente SIFACT, Francesca Venturini, il past president SIHTA, Francesco Saverio Mennini e la rappresentate EAHP, Despoina Makridadis.

Ricco di voci ed ambizioso nel suo essere terreno di confronto internazionale, il terzo e conclusivo modulo di Masterpharm è connotato anche da una forte anima “etica”: il Corso prevede infatti anche una cena di solidarietà a favore di un progetto scientifico gestito dalla Fondazione Forma in collaborazione con la Struttura di Neuropsichiatria infantile, e sviluppato a favore dei pazienti pediatrici affetti da Sindrome di Tourette presso il presidio ospedaliero Regina Margherita dell’AOU Città della salute e della Scienza di Torino.

Per approfondire

Fondazione Onda premia i 13 ospedali migliori per il tumore alla prostata

Sono circa 564.000 gli italiani con pregressa diagnosi di tumore della prostata, la neoplasia più frequente nella popolazione maschile, che rappresenta oltre 19,8% di tutti i tumori diagnosticati negli uomini, tanto che solo nel 2022 sono stati diagnosticati 40.500 nuovi casi.

Per contribuire a migliorare la qualità e l’accesso ai servizi sanitari per la diagnosi e il trattamento precoce di questa malattia e promuovere un’assistenza multidisciplinare e qualificata, Fondazione Onda, con il contributo non condizionante di Boston Scientific Italia, ha indetto il Concorso Best Practice per premiare gli ospedali italiani, partendo dal network del Bollino Azzurro, che si distinguono per l’approccio all’avanguardia e interdisciplinare nella gestione delle complicanze funzionali urinarie e sessuali post trattamento per il tumore della prostata.

Il concorso vuole contribuire al miglioramento dei percorsi integrati per eventuali problematiche post-trattamento e incoraggiare l’implementazione negli ospedali che a oggi ne sono sprovvisti. Un apposito comitato di esperti istituito da Fondazione Onda ha esaminato le 56 candidature pervenute, valutando ogni percorso in base a rilevanza, multidisciplinarietà, efficacia, efficienza e replicabilità e ha premiato 13 strutture per le loro best practice: 5 per i migliori percorsi ospedalieri per la gestione delle complicanze funzionali urinarie e sessuali post trattamento del tumore della prostata e 8 per i migliori percorsi ospedalieri per la gestione delle complicanze funzionali sessuali post trattamento del tumore della prostata.

Il Concorso ha premiato gli ospedali italiani che si distinguono per la gestione delle complicanze urinarie e sessuali post trattamento nel tumore della prostata

Due strutture, inoltre, hanno ricevuto una menzione d’onore come centri di eccellenza e di riferimento. Tutte le altre 41 strutture hanno avuto una menzione speciale per l’impegno e l’attenzione.

L’iniziativa parte dal Bollino Azzurro, nato di recente proprio con l’idea di costruire una rete di ospedali che si occupano di tumore prostatico, al fine di offrire alla popolazione l’opportunità di essere correttamente informata, come nel caso delle problematiche funzionali legate al post-trattamento – spiega Francesca Merzagora, presidente Fondazione Onda – Il fine ultimo dell’iniziativa è ovviamente promuovere un’assistenza multidisciplinare e qualificata da parte del personale sanitario che possa migliorare la qualità della vita dei pazienti”.

La fotografia della situazione

Le stime indicano che una gran parte dei pazienti che ha subito un intervento chirurgico radicale, come la prostatectomia per l’asportazione del tumore, sviluppa problemi funzionali di incontinenza urinaria e disfunzione erettile. Si tratta di condizioni che non solo spesso sono resistenti alle terapie farmacologiche, ma che comportano anche un impatto devastante in termini personali e sociali, segnando spesso l’inizio di un difficile percorso.

Una situazione, confermata dalla recente indagine “Tumore della prostata e complicanze post operatorie: stato dell’arte, criticità e prospettive future“ condotta da Elma Research, in collaborazione con Boston Scientific Italia, che ha voluto indagare sul vissuto e sulle aspettative dei pazienti ed esplorare il grado di conoscenza, percezione ed esperienza da parte degli urologi.

Il 33% dei pazienti con incontinenza urinaria e il 35% di quelli con disfunzione erettile non viene sottoposto ad alcuna terapia

Ne deriva un’immagine sconfortante, soprattutto se confrontata con quella delle donne che su questo fronte hanno fatto passi importanti e che dopo una mastectomia, trovano più ascolto, tutele, prospettive. Anzi, secondo l’indagine, non tutti i pazienti che sviluppano complicanze funzionali ricevono un trattamento adeguato: infatti, il 33% dei pazienti con incontinenza urinaria e il 35% dei pazienti con disfunzione erettile non viene sottoposto ad alcun tipo di terapia.

Fra i rimedi per le complicanze funzionali post-chirurgiche l’urologo propone principalmente i trattamenti riabilitativi, mentre la chirurgia protesica rimane l’ultima spiaggia. Proprio per questo, si rivela essenziale promuovere la condivisione di buone pratiche cliniche e informare l’utenza delle realtà ospedaliere con migliore competenza e sensibilità nella gestione di queste problematiche.

L’iniziativa è realizzata in collaborazione con Regione Lombardia e con il patrocinio di Auro (Associazione Urologi Italiani, Europa Uomo Onlus), Fic (Fondazione Italiana Continenza), Fincopp (Federazione Italiana Incontinenti e Disfunzioni del Pavimento Pelvico), Sia (Società Italiana Andrologia) Siu (Società Italiana di Urologia), Siuro (Società Italiana di Uro-Oncologia e Società Italiana di Urodinamica).

Il 15 novembre alle 17 si svolgerà un webinar, rivolto agli specialisti del settore, con l’obiettivo di condividere conoscenze e strumenti per implementare e ottimizzare i percorsi dedicati ai fini di un’appropriata presa in carico delle complicanze funzionali post-trattamento per tumore della prostata. Ci si può iscrivere qui.

Sanità digitale, +11% rispetto al 2022

Nel 2023 il mercato Ict in sanità in Italia ha raggiunto quota 2,23 miliardi di euro, con una crescita dell’11% sull’anno precedente. E le previsioni vanno verso tassi di crescita molto elevati anche per i prossimi anni: nel 2026, infatti, si supererà la soglia dei 3 miliardi di euro.

È quanto emerso dal White PaperUna visione di futuro per la Sanità italiana. Innovazione e benessere visti dalle aziende Ict” realizzato da Anitec-Assinform, l’Associazione delle imprese Ict aderente a Confindustria. Il documento offre raccomandazioni e proposte rivolte ai decisori pubblici, agli stakeholder e agli operatori del settore.

Oltre all’importante crescita del volume di mercato Ict, la sanità vede sempre maggiori investimenti in tecnologie innovative: solo il cloud vale più di 200 milioni di euro in questo mercato e le soluzioni di intelligenza artificiale sono sempre più diffuse (oltre +35% tra 2022 e 2023).

Nel 2023 il mercato Ict in sanità in Italia ha raggiunto quota 2,23 miliardi di euro, con una crescita dell’11% sull’anno precedente

Gli obiettivi che guidano la digital transformation in Sanità sono molteplici e ambiziosi: la telemedicina, ad esempio, è vista come una priorità dal 72% delle strutture sanitarie, mentre l’introduzione o l’estensione delle cartelle cliniche elettroniche è un obiettivo per il 60% delle stesse. La strategia di dati emerge come un altro elemento cruciale in questo panorama.
L’80% delle regioni sta mostrando un impegno verso l’integrazione dei dati e molte sono già in fase avanzata nell’attuazione di data strategies articolate.

Con il suo nuovo White Paper – il terzo negli ultimi anni in ambito di sanità digitale – Anitec-Assinform dà voce alle aziende Ict che si confrontano quotidianamente con la realtà di un mercato complesso come quello Healthcare e Life Sciences.

Le sfide

Le conclusioni dello studio sono state affidate alle aziende associate, che attraverso interviste approfondite hanno indicato le maggiori criticità che affrontano nell’operare nel complesso mercato della Sanità e dalle quali sono emerse alcune priorità e diversi messaggi chiave:

  • Valorizzare l’innovazione tecnologica: incentivare strutture e aziende sanitarie a investire energicamente in nuove tecnologie.
  • Risolvere sfide normative e di privacy: è imperativo affrontare e superare gli ostacoli normativi e le questioni relative alla privacy per promuovere l’innovazione e la diffusione di tecnologie avanzate.
  • Promuovere interoperabilità e standardizzazione: servono azioni mirate a migliorare e facilitare lo scambio di dati e l’efficacia complessiva dei processi sanitari.
  • Facilitare l’accesso al finanziamento: il supporto alle aziende attraverso finanziamenti e incentivi adeguati è fondamentale per stimolare la crescita e l’innovazione nel settore.
  • Rafforzare formazione e competenze: l’accento è posto sull’importanza cruciale dello sviluppo di competenze specifiche e della formazione continua, elementi chiave per capitalizzare appieno le opportunità offerte dalla digitalizzazione nel campo sanitario.

Lavorare con le istituzioni, facilitare l’accesso al finanziamento e sostenere programmi di formazione. Sono queste le sfide per il futuro secondo il presidente Anitec-Assinform Marco Gay

“Come associazione, dobbiamo continuare a sostenere e promuovere l’innovazione tecnologica nel settore della sanità in Italia – afferma il presidente di Anitec-Assinform Marco Gay – Questo significa lavorare a stretto contatto con le istituzioni per favorire l’adozione di soluzioni avanzate, superare le sfide normative e garantire l’interoperabilità dei sistemi. Inoltre, è importante facilitare l’accesso al finanziamento, promuovendo incentivi adeguati per investimenti in soluzioni evolute in sanità”.

I dati mostrano che l’80% delle regioni italiane sta lavorando attivamente all’integrazione dei dati, con un impegno significativo verso l’attuazione di data strategies. “Anche in questo settore – prosegue Gay – è necessario sostenere programmi di formazione continua per garantire la preparazione adeguata dei professionisti del settore sanitario per sfruttare appieno le opportunità offerte dalla digitalizzazione. Così facendo, potremo contribuire a sviluppare e rendere disponibili servizi sanitari efficaci, digitali e sostenibili per tutta la popolazione”.

Il grido di allarme dei fisici medici

Nella Giornata internazionale della Fisica medica, il gruppo Aifm Giovani e gli specializzandi accendono i riflettori sulle condizioni che caratterizzano la formazione di questa figura così importante nel panorama sanitario.

Per poter esercitare il ruolo di specialisti in Fisica medica all’interno delle strutture sanitarie, è infatti necessario frequentare una scuola di specializzazione, analogamente al percorso intrapreso dai medici specialisti. Si tratta di un percorso, di durata triennale, che permette ai laureati magistrali in fisica di formarsi in diverse aree che vedono l’utilizzo di radiazioni ionizzanti e non solo: si passa dalla radioterapia, alla radiologia, alla medicina nucleare e alla radioprotezione, ma anche alla risonanza magnetica, ai laser e agli ultrasuoni.

Questo periodo è caratterizzato dall’assenza di contratti di formazione, a differenza dei colleghi medici.
I risultati di una survey presentata oggi all’interno del convegno “Sulle spalle dei giganti” organizzato da Aifm ( l’Associazione Italiana di Fisica Medica e Sanitaria) a Bergamo, mostrano come solo il 22% degli specializzandi fisici medici arriva a percepire oltre i 1.000 euro mensili con finanziamenti continuativi durante tutta la durata della Scuola di Specializzazione, mentre il 40% non riceve nessun contributo o comunque non in modo continuativo.

Solo il 22% degli specializzandi fisici medici arriva a percepire oltre i 1.000 euro mensili durante la scuola di specializzazione

“Si tenga conto, in questo quadro di per sé allarmante, che nella maggior parte dei casi (circa il 70%), per accedere alle scuole di specializzazione, è richiesto il trasferimento del giovane fisico in formazione presso le sedi dislocate sul territorio nazionale”, ricordano Marco Felisi e Nicola Maffei, coordinatore ed ex coordinatore del gruppo Aifm Giovani, e Sara Parabicoli, rappresentante degli Specializzandi di Aifm.

Per contro, il fabbisogno di fisici medici è di circa 100 ogni anno, con un trend in crescita costante nell’ultima decina di anni (nel 2017 la richiesta era di 80 nuovi specialisti). Giunti al termine del percorso formativo, l’inserimento nel mondo del lavoro avviene con ottime tempistiche e prospettive: il 50% dei neo specialisti, infatti, ottiene un incarico come dirigente sanitario a tempo determinato nei primi 3 mesi dalla specialità, e praticamente la totalità lo ottiene nel primo anno, periodo durante il quale oltre il 50% del totale viene stabilizzato con un contratto a tempo indeterminato.

Il 50% dei neo specialisti ottiene un contratto a tempo indeterminato nel primo anno dalla specialità

I numeri che fin qui abbiamo presentato stridono se paragonati con la situazione delle specializzazioni mediche – sottolinea Carlo Cavedon, presidente di Aifm – Infatti, nell’ultimo bando oltre 6.100 su 16.200 contratti di formazione sono rimasti non assegnati per carenza di specializzandi. Pensare che a noi fisici medici ne basterebbero solo 100 (meno del 2% dei contratti non assegnati) rende la situazione ancora più amara e difficilmente accettabile. L’auspicio è di riuscire a risolvere questa situazione e permettere che la grande tradizione della fisica per la medicina continui a dare frutti nel futuro, così denso di importanti novità. Non si può più prescindere dal riconoscimento dei contratti di formazione”.

Scuole di specializzazione, l’aumento dei posti non basta

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Medicina di emergenza urgenza, anestesia e rianimazione, radiologia, chirurgia. Sono queste le branche mediche meno ambite dai laureati che in questi giorni sono stati chiamati a scegliere la specialità.

Delle oltre 16.000 borse di specializzazione messe a bando quest’anno (non sono mai state così tante), oltre una su tre non è stata assegnata. In termini assoluti, in questo momento restano vacanti 6.125 posti, il 38% di quelli disponibili.

Le branche maggiormente penalizzate sono quelle che riguardano pronto soccorso e rianimazione, reparti che la pandemia ha messo a dura prova per turni massacranti e contenziosi legali.

Delle oltre 16.000 borse di specializzazione messe a bando quest’anno (non sono mai state così tante), oltre una su tre non è stata assegnata

Colpiscono i numeri della chirurgia generale, con il 50% delle borse non assegnate. I dati dell’Acoi, l’associazione dei chirurghi ospedalieri, mostrano un crescente disinteresse per la branca: nel 2019 erano rimaste non assegnate 90 borse, nel 2020 112, nel 2021 180, nel 2022 213 e quest’anno 405.  

Per contro, hanno fatto il pieno dermatologia, chirurgia plastica ed estetica e ginecologia e ostetricia, specialità ospedaliere che spesso sono affiancate dalla libera professione.

Bandi deserti

Per essere assunto dal servizio sanitario nazionale, a un medico non basta la laurea: deve essere specializzato. “In passato parlavamo di camici grigi per indicare quei colleghi che rimanevano bloccati nel collo di bottiglia delle scuole di specializzazione e dunque non potevano accedere ai concorsi per l’assunzione”, ricorda Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed.

Negli ultimi anni i numeri dei contratti dedicati ai medici in formazione sono cresciuti, fino ad arrivare ai 16.165 di quest’anno

“I gravi deficit registrati nelle rianimazioni, nelle chirurgie e nell’area della medicina di emergenza urgenza sono purtroppo significativi, perché in un contesto dove mancano molti medici proprio l’area più critica è quella che subisce di più questa crisi, non solo a livello lavorativo ma anche a livello di accesso alla scuola di specializzazione”.

Da qualche anno il concorso è nazionale: i candidati, dopo aver effettuato il test, possono quindi scegliere la propria rosa di sedi e specializzazioni. “Il paradosso oggi è che probabilmente le branche più complesse sono quelle dove occorre meno punteggio – rileva Quici – Una persona che voglia diventare oculista ma abbia conseguito un punteggio basso ha quindi due possibilità: “ripiegare” su anestesia, chirurgia o medicina d’urgenza, oppure attendere l’anno successivo e ripetere il test. Queste branche, infatti, sono talmente bistrattate e pericolose che il collega oculista preferirà rinunciare”.

Un altro aspetto su cui Cimo-Fesmed ha molto insistito è che la graduatoria nazionale pone dei problemi di sostenibilità ed impatta sulla vita personale degli specializzandi: “Oltre al viaggio occorre trovare una casa e riuscire a vivere in una città come MIlano o Roma con lo stesso stipendio di chi si sta formando in un’area più marginale. Così, accade magari che un potenziale oculista si ritrovi a fare il chirurgo plastico perché la sede è più comoda. In questo modo, però, non si tiene conto della predisposizione personale dei medici in formazione”.

Una riforma della formazione

E poi c’è il nodo dello standard assicurato dalle scuole di specializzazione: non tutte quelle accreditate raggiungono il minimo previsto dalla legge. “Questo significa che, una volta terminato il percorso, i giovani colleghi hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro”. 

Per ovviare a questo problema, il sindacato propone il distretto formativo, una sorta di ospedale di formazione: “Le università non sono attrezzate per accogliere i 16.000 studenti previsti dalle borse. Quindi, molte attività si svolgono nelle strutture pubbliche, ma manca un vero ponte tra università e ospedale. Se ci sono tanti studenti ma pochi casi, è difficile che si possa imparare la professione dal punto di vista pratico”.

Non tutte le scuole di specializzazione accreditate raggiungono lo standard minimo previsto dalla legge

Riflessioni in linea con quanto emerso durante l’ultimo congresso dell’Acoi: “Abbiamo dedicato una sessione proprio al problema delle vocazioni chirurgiche, con i giovani specializzandi che hanno presentato i risultati di una survey”, spiega Pierluigi Marini, past president di Acoi e presidente del congresso che si è tenuto a Roma nel mese di settembre.

Tre gli aspetti emersi sul calo delle iscrizioni a chirurgia: la mancata soddisfazione del percorso post laurea, il contenzioso medico legale e la retribuzione.

Il primo aspetto riguarda la formazione pratica, ritenuta inadeguata, come anticipato da Quici. “Per svolgere gli interventi previsti dalla legge servono volumi di attività chirurgica molto alta, che l’università non è in grado di fornire. Per questo motivo le scuole di specializzazione hanno fatto convenzioni con gli ospedali – evidenzia Marini – Il problema, secondo i giovani colleghi, è che il coordinamento è centralizzato in università e non permette loro di fare quanto previsto dall’obbligo formativo”.

L’Acoi ha presentato una proposta di riforma del percorso formativo, che prevede un upgrade della figura giuridica dello specializzando, che diventa assistente in formazione, sganciandosi dal tutor. “Secondo noi questo permetterebbe di sviluppare meglio le loro attitudini chirurgiche”, continua Marini.

Qualità della formazione post-laurea, contenzioso medico legale e retribuzione penalizzano la scelta della specializzazione in chirurgia

In questo momento, a fronte di un’insufficiente preparazione, c’è il contenzioso medico legale, “una cosa molto pericolosa perché sta sconvolgendo il rapporto medico-paziente, che deve essere di complicità e non di contrasto – rileva Marini – L’obiettivo finale deve essere la salute del paziente, ma in chirurgia il risultato non può essere garantito”.
Infine, la retribuzione: “Siamo i peggio pagati in Europa. A parte i primari nessuno si può permettere un’assicurazione personale per coprire i costi legali. Ospedali e chirurghi sono diventati istituzioni non assicurabili e gli stessi ospedali spesso non hanno l’assicurazione il rischio è così elevato da non essere considerato accettabile e le gare vanno deserte”.

Quali prospettive

Secondo i dati Eurostat, i chirurghi in Italia erano 7.000 nel 2016, mentre nel 2025 saranno 3.500 a causa dei pensionamenti e delle uscite volontarie. Le nuove assunzioni pesano per circa 2.400 unità, facendo quindi passare il numero di chirurghi da 7.000 a 5.900.

Chi può abbandona la professione, soprattutto chi ricopre ruoli non apicali. In questi colleghi, la passione lascia il posto alla frustrazione”. Dal congresso Acoi è emerso come il 41,8% dei chirurghi sia pronto ad abbandonare la professione.

Dal congresso Acoi è emerso come il 41,8% dei chirurghi sia pronto ad abbandonare la professione

Durante il Covid le istituzioni ci avevano promesso tecnologie, ammodernamento degli ospedali, personale, formazione… A due anni di distanza gli investimenti in sanità sono sempre meno”, sospira Marini.

Tra le priorità dell’Associazione, quindi, una riforma della formazione, uno sforzo per “restituire serenità a chi svolge questa professione” e un tentativo per risolvere il problema del contenzioso medico-legale.

E poi una proposta sulle retribuzioni: “Andrebbero rivisti i parametri di pagamento, magari basandoli sul rischio professionale delle varie categorie – suggerisce Marini – Non tutti i medici svolgono lo stesso lavoro e sarebbe utile differenziare”.

Negli ultimi anni gli ospedali, per assicurare i servizi della medicina d’emergenza urgenza hanno attinto ai gettonisti, medici a chiamata pagati molto meglio rispetto ai propri dipendenti. Esistono chirurghi a gettone? “Ancora no, ma la direzione è quella – sospira Marini – Le competenze richieste sono elevate, ma ci arriveremo. Con i numeri attuali non potremo garantire a lungo gli interventi”. 

Piemonte, telemedicina in aree montane: l’Asl VCO avvia un progetto di sperimentazione

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“Come Azienda sanitaria siamo sempre alla ricerca di soluzioni che la tecnologia ci mette a disposizione, convinti che l’innovazione è anzitutto un metodo, un approccio al problema. Il nucleo del lavoro che conduciamo è quello di selezionare – anche mutuando dalle esperienze altrui – tra le tante soluzioni oggi presenti sul mercato che sono meglio contestualizzabili, con caratteristiche di sostenibilità immediata e nel tempo. Individuata la soluzione, la gestione del progetto (che è complesso) costituisce un impegno di molti dei nostri tecnici, e pone insieme diversi attori e diverse professionalità anche di varie istituzioni”. Parole di Chiara Serpieri, Direttore generale di Asl VCO (Verbano Cusio Ossola), azienda che per potenziare l’assistenza territoriale e agevolare la capillarità dei servizi e la maggiore equità di accesso alle prestazioni mediche ha avviato una sperimentazione in ambito di telemedicina in aree montane, introducendo dispositivi per l’effettuazione di visite mediche a distanza.

L’attivazione di servizi di telemedicina è funzionale alla necessità di rispondere ai bisogni di salute della popolazione che vive in un territorio dalla conformazione prevalentemente montana – riprende Serpieri – con molti piccoli comuni situati all’interno delle valli, e quindi di potenziare le infrastrutture digitali, l’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico, che mettendo a disposizione servizi e referti online riduce il numero dei tragitti verso le strutture sanitarie e consente di favorire la permanenza della popolazione residente anche nelle aree disagiate, in coerenza con le politiche di ripopolamento delle nostre valli”.

Progetto di telemedicina per le aree montane piemontesi

Ottenuta la disponibilità da parte delle amministrazioni comunali di Formazza e di Macugnaga, sono state quindi avviate le procedure di appalto per l’acquisizione di due cabine di televisita (Consult Station) – per un costo complessivo di 85.400 euro – da installare in spazi appositamente predisposti presso i locali dei municipi dei due comuni.

Le cabine di televisita saranno attivate entro fine anno nei comuni di Formazza e Macugnaga

Una volta a regime, le cabine permetteranno al medico di assistenza primaria, agli specialisti e ai pediatri di libera scelta (opportunamente formati all’uso) collegati in videoconferenza, di portare servizi di medicina di assistenza primaria e specialistica, effettuare esami clinici che non richiedano l’esame obiettivo del paziente, avanzare ipotesi diagnostiche, monitorare i parametri clinici dei pazienti e ottenere, per via telematica, tutta la documentazione che riguarda la visita effettuata. Per i  pazienti sarà possibile stampare promemoria, ricetta e referti. L’Azienda poi farà una raccolta di dati e verificherà l’opportunità di scalabilità del progetto in altre aree della struttura stessa.

“Si tratta di una formula di erogazione dei servizi già attiva in Francia in numerosi territori che hanno le medesime caratteristiche di “marginalità” ed esiguità di risorse professionali riscontrabili nelle nostre valli”, puntualizza il Direttore generale di Asl VCO, riconoscendo poi che l’emergenza pandemica da Covid-19 ha, in qualche modo, velocizzato l’iter del progetto.

“Era un fenomeno già in atto, ma certamente la pandemia ha accelerato la messa a disposizione e l’utilizzo di diverse tipologie di dispositivi, che consentono l’erogazione di servizi e l’effettuazione di visita a distanza. In tal senso, le sperimentazioni e le opportunità sono numerose. La concomitanza di una criticità di disponibilità di risorse professionali ha ulteriormente accentuato l’attenzione sulle soluzioni che consentono di sviluppare servizi che utilizzano le nuove tecnologie, al fine di garantire la continuità delle cure”.

Cabine per la televisita, l’innovazione in campo medico

La Consult Station è una cabina medicale, registrata come dispositivo classe IIa. Al suo interno raggruppa strumenti di misurazione, sensori, monitor e sistema di comunicazione che permettono, in real time, l’acquisizione e la condivisione tra medico (collegato da remoto) e paziente di dati sanitari affidabili e riproducibili, consentendo altresì di rilasciare referti e prescrizioni in forma digitale.

Per quanto riguarda le specifiche tecniche, la cabina è dotata di: bilancia per rilevamento automatico altezza, peso, BMI (Body mass index), termometro, ossimetro (saturazione e frequenza cardiaca), sfigmomanometro, stetoscopio, otoscopio, dermatoscopio, ECG 12, derivazioni, misurazione glicemia.

All’atto pratico “le cabine entreranno in funzione entro fine anno”, fa presente Serpieri, aggiungendo che “con il responsabile dei servizi abbiamo avuto modo di constatarne dal vivo il funzionamento e il contesto, dialogando anche con medici e operatori sanitari nei luoghi dove sono state installate”.

Quali sono i feedback che l’Azienda si aspetta? È possibile fare delle previsioni? “La risposta che ci attendiamo è che, come già avviene in Francia, i pazienti possano servirsi di questa opportunità ogni qualvolta abbiano necessità di effettuare uno degli esami erogati dalla cabina, usufruendo del vantaggio di non doversi impegnare in onerosi viaggi verso i centri di riferimento principali. Naturalmente il buon funzionamento della cabina è dato non solo dall’utilizzo da parte dei cittadini, ma anche dalla fattiva collaborazione dei medici di famiglia, dei pediatri di libera scelta e degli specialisti con cui abbiamo progettato – e continuiamo a progettare – l’attività”, motiva ancora il Direttore generale dell’Azienda sanitaria locale del Verbano Cusio Ossola.

Ricordando poi che “oltre alle cabine, l’Asl VCO ha adottato nel tempo anche altri modelli di assistenza di prossimità: ad esempio, per la dialisi peritoneale a casa del paziente viene installato un totem con il quale lo stesso può interagire con il medico e gli operatori sanitari. Svolgiamo poi attività di teleradiologia e di televisita in diverse discipline e, in parallelo, stiamo avviando sperimentazioni in ulteriori ambiti”.

Assistenza territoriale e telemedicina: lo stato dell’arte in Piemonte

Il nuovo modello di assistenza territoriale introdotto dal DM 77/2022 (“Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale”) prevede e assicura l’erogazione di prestazioni assistenziali anche mediante telemedicina. Il ruolo delle Regioni, dunque, è rilevante.

A questo proposito, Serpieri tiene a precisare che “l’assistenza di prossimità, compresa quella telematica, è in via di sviluppo, in Piemonte come nel resto dell’Italia, con numerose sperimentazioni. In alcune situazioni risente della ancora non completa copertura, soprattutto in montagna, del wi-fi e in particolare della fibra ottica. Motivo per cui nel nostro territorio abbiamo creato un tavolo congiunto, coordinato dalla Prefettura, a cui sono seduti i principali attori coinvolti”.

A seguito del DM 77 l’assistenza di prossimità, compresa quella telematica, è in via di sviluppo, in Piemonte come nel resto dell’Italia, con numerose sperimentazioni

E ancora, “da alcuni anni il Piemonte ha sviluppato un’app – disponibile su App Store e su Google Play – per prenotare (da smartphone o collegandosi al sito web) gli esami e le visite. Inoltre è a regime il Fascicolo Sanitario Elettronico sul quale i nostri servizi riversano i referti, di Laboratorio Analisi e di Radiodiagnostica, comprese le immagini, il foglio di dimissione dal DEA e altri referti di visite specialistiche”. Ricorda in conclusione Serpieri: “Il Fascicolo Sanitario Elettronico può essere visionato direttamente dal medico di famiglia solo se il cittadino ne ha acconsentito l’accesso con delega: per questo abbiamo avviato una campagna di “alfabetizzazione” all’uso, con l’ausilio di collaboratori volontari del servizio civile”.

Al via Frontiers Health, una 3 giorni dedicata all’innovazione nella salute

Ai blocchi di partenza l’ottava edizione della conferenza globale Frontiers Health 2023, tra i principali appuntamenti internazionali sull’innovazione in ambito salute. Dall’8 al 10 novembre all’Auditorium della Tecnica di Roma si terrà una tre giorni ricca di conferenze, incontri e tavoli di lavoro.

L’evento riunirà i principali stakeholder della sanità italiana e globale, che potranno confrontarsi sui temi più caldi del post pandemia. TrendSanità è tra i media partner dell’evento e seguirà da vicino la 3 giorni.

Durante la Global Conference, gli esperti si misureranno su temi come l’evoluzione delle terapie digitali e i relativi scenari regolatori, le innovazioni nella ricerca scientifica in ambito biomedicale, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul futuro della sanità, l’accesso equo alle cure innovative, il ruolo di pazienti e dei professionisti della salute nel disegno e nel governo dell’innovazione.

Ampio risalto sarà riservato alle nuove soluzioni digitali proposte dalle più promettenti startup a livello mondiale, pronte a presentarsi ai più attivi fondi d’investimento del settore e attori corporate, con cui esplorare opportunità di collaborazione.

Il 9 novembre si terrà l’Italian Summit, un appuntamento dedicato ai principali operatori italiani nel campo dell’innovazione sanitaria. Il tema della giornata sarà “Sanità Digitale e Terapie Digitali: Integrazione Sistemica e Valore per l’Italia”, con il patrocinio di Agenas, Enpam e Farmindustria.
I numerosi relatori coinvolti discuteranno di terapie e medicina digitale, progetti di cambiamento e strategie per il futuro.

Il 10 novembre sarà invece la volta del Digital Medicine & DTx Global Policy Summit, organizzato da Healthware Group e dalla Digital Therapeutics Alliance, dove esperti e rappresentanti istituzionali provenienti da Europa, Asia e Usa, condivideranno esperienze, analizzeranno scenari futuri e valuteranno opportunità per implementare processi di armonizzazione tra paesi, strategie collaborative e condivisione di buone prassi.

Per la Global Conference sono attesi oltre 1.000 partecipanti provenienti da circa 50 Paesi tra aziende del settore life science, assicurazioni, hub innovativi, fondi di investimento, startup e pazienti e professionisti del settore.

Sui diversi palchi si alterneranno oltre 200 relatori tra esperti, ricercatori, imprenditori, pazienti e professionisti della salute. A loro il compito di presentare gli studi clinici più recenti, accanto a casi di studio, scenari e strategie sul tema dell’health innovation.

Patto per la salute dell’orecchio e dell’udito, a tutela dei cittadini di ogni età

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I disturbi dell’udito, così come le malattie dell’orecchio, sono diversi e diffusi, ma l’informazione ai cittadini è scarsa, c’è poca consapevolezza. Con l’invecchiamento della popolazione, 7 milioni di casi e 36 miliardi di costi sanitari correlati a queste malattie, è dunque necessario concentrare gli sforzi e stipulare un’alleanza tra medici specialisti in otorinolaringoiatria, medici di famiglia, pediatri, geriatri, audiologi, audioprotesisti, foniatri e associazioni pazienti.

Il Patto per la salute dell’orecchio e dell’udito è un documento articolato in 10 punti scritto a tutela della salute uditiva dei cittadini di ogni età. L’obiettivo è sensibilizzare la cittadinanza e i medici, di base e specialisti, nonché le altre figure sanitarie, per migliorare l’efficacia della prevenzione e ottimizzare i percorsi integrati ospedale-territorio per la diagnosi, cura e riabilitazione.

Il Patto per la salute dell’orecchio e dell’udito è un documento articolato in 10 punti firmato da 13 Società e Federazioni medico-scientifiche, alla presenza delle istituzioni

È stato firmato al Senato da 13 Società e Federazioni medico-scientifiche, alla presenza delle istituzioni, rappresentate dall’onorevole Ugo Cappellacci, dal senatore Franco Zaffini e dall’onorevole Marta Schifone.

Tra le proposte presentate alle istituzioni, la principale è la creazione di un Osservatorio nazionale permanente.

Parliamo del Patto per la Salute dell’orecchio e dell’udito con Stefano Berrettini, Professore Ordinario di Otorinolaringoiatria, Direttore dell’Unità di  Otorinolaringoiatria, Audiologia e Foniatria, Università di Pisa, Direttore del Dipartimento Specialità Mediche e Chirurgiche AOUP e Presidente della Società Italiana di Audiologia e Foniatria (SIAF) e Giovanni Danesi, Past President della Società Italiana di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale (SIOeChCf) e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Qual è lo scopo del Patto per la salute dell’orecchio e per l’udito?

Jpeg

Risponde Berrettini: “Quelle dell’orecchio sono patologie molto diffuse e frequenti, pertanto lo scopo del Patto è di organizzare un’azione generale in questo campo, attraverso diverse attività. La prima, come succede nell’approccio a patologie di questo tipo, è sensibilizzare la popolazione al problema delle malattie dell’orecchio. Perché non si tratta soltanto di sordità, ci sono anche le otiti, i tumori e altro che prevedono trattamenti diversi.

Il secondo obiettivo è diffondere le tematiche relative all’orecchio. Questo Patto, infatti, è stato firmato da 13 Società scientifiche, comprese quelle dei pediatri, dei medici di medicina generale, proprio per promuovere una sensibilità, che spesso manca, per diagnosticare e intercettare queste patologie e dirigerle verso specifici percorsi diagnostico-terapeutici. Quindi, facilitare la prevenzione, la precocità di diagnosi e un trattamento appropriato in base alla patologia. Sono malattie che possono essere curate a livello territoriale. Si stima che il 60-70% delle malattie dell’orecchio e le problematiche legate alla sordità possono essere risolte appunto in ambito territoriale”.

“Il Patto per l’udito presenta due aspetti importanti – aggiunge Danesi – “uno come patto unitario tra tutti i protagonisti delle Società scientifiche coinvolti direttamente o indirettamente sul tema sordità; l’altro come patto di garanzia e di responsabilità verso la cittadinanza, in cui le Società si impegnano a creare dei percorsi diagnostico-terapeutici che vanno dalla diagnosi precoce, alla prevenzione. Il risvolto politico è che, a fronte di certi numeri, riteniamo necessaria la creazione di un Osservatorio nazionale”.

Che cosa prevede l’Osservatorio?

Prosegue Danesi: “L’Osservatorio non è altro che un tavolo ministeriale cui partecipano sia i decisori istituzionali, sia i membri delle Società scientifiche che monitorano lo stato del problema a livello nazionale attraverso il flusso di dati richiesto ai vari assessorati, ecc. Perché in realtà l’Osservatorio dovrebbe essere il termometro del problema e far capire a chi eroga le risorse cosa è meglio fare, su cosa investire e perché.

Il problema sordità ha un costo sociale elevato: secondo una recente indagine, si stimano 26 miliardi di euro l’anno

Il problema sordità, infatti, ha un costo sociale elevato, che, secondo una recente indagine, si aggirerebbe intorno a 26 miliardi di euro l’anno, tutto compreso, cioè il non lavoro, il non reddito, l’assistenza e tutta una serie di problemi secondari. Quindi, l’Osservatorio servirebbe per monitorare, da una parte, e ottimizzare la presa in carico di questi pazienti dall’altra. Si tratta di una fetta di popolazione non irrilevante, si parla di circa 7 milioni di ipoudenti”.

Si richiede anche una modalità di finanziamento?

“Quando si parla di risorse, sicuramente s’intende anche un finanziamento, ma di cosa?” – continua Danesi. “Faccio un esempio: se si vuole avviare una campagna di screening neonatale, che già esiste in Italia, c’è bisogno di addetti, apparecchiature e quant’altro. Il finanziamento poi ricade nella questione del PNRR, che tende a dare risalto alla medicina del territorio, quindi la diagnosi e le cure primarie. Occorre però coordinarsi. Ad esempio, chiedersi se la telemedicina può essere utile per monitorare queste persone ipoudenti.

Sicuramente bisognerebbe, una volta nato l’Osservatorio, eseguire un’attenta analisi dei costi e dei benefici e decidere quali e quante risorse assegnare agli ospedali oppure al territorio. Tutto, però, passa attraverso la creazione di questo Osservatorio.

Faccio un altro esempio. In Lombardia da più di 20 anni c’è un Network creato dagli specialisti otorinolaringoiatri su richiesta della Regione che si chiama Rete Udito, voluta per avere un quadro della situazione sulla sordità nella Regione e sulle soluzioni terapeutiche e riabilitative più adatte. Per questo è stato reso obbligatorio lo screening neonatale entro il quinto giorno dalla nascita, con l’intento di raggiungere il 96% dei nati. Poi, tramite la Rete Udito e la trasmissione dei dati da parte di tutti gli ospedali regionali, avere un’idea della spesa protesica, ecc. Questo modello, ad esempio, potrebbe essere facilmente esportato a livello nazionale, poiché presenta il vantaggio che è già fatto. Una volta che il Ministero della Salute decide quindi di realizzare l’Osservatorio e verifica se esiste un modello attivo su questo tema, la risposta è sì. E si può esportare senza lavorarci più di tanto”.

Perché quelle dell’orecchio e dell’udito sono patologie sotto-diagnosticate e sottovalutate?

“Perché manca, appunto, la sensibilità verso queste malattie” – risponde Berrettini. “C’è l’abitudine di andare almeno una volta l’anno dall’oculista, molto meno dall’audiologo o dall’otorino. Nonostante quelle dell’udito e dell’orecchio siano patologie molto frequenti. Il medico di base, in generale, ha più conoscenze in altri settori e meno su queste malattie che, solo se hanno una certa rilevanza sono identificate. E in questo caso si invia il paziente allo specialista ospedaliero. Abbiamo tenuto dei corsi ai medici di base, in collaborazione con la SIMG, proprio per cercare di migliorare e approfondire la conoscenza di queste malattie. È importante quindi sensibilizzare medici e cittadini.

Non dimentichiamo che tutte le età sono colpite dalle malattie dell’orecchio e dalla sordità. In ambito infantile ci sono molte attività, cui ho partecipato personalmente sia in ambito regionale, sia nazionale, come lo screening uditivo neonatale che permette di individuare fin dalla nascita queste malattie e che è diventato obbligatorio in tutta Italia dal 2019. Un risultato importante. Abbiamo iniziato prima con la Regione Toscana, con lo screening obbligatorio nel 2007, definendo anche un protocollo, un PDTA, per l’identificazione della sordità infantile. Poi nel 2016 lo abbiamo aggiornato e ottenuto risultati davvero rilevanti, arrivando a protetizzare i bambini sordi gravi o profondi già intorno ai due-tre mesi: oggi questi bambini non sono più sordastri ma normoudenti e, in molti casi, hanno sviluppato il linguaggio normalmente”.

Tutte le età sono colpite dalle malattie dell’orecchio e dalla sordità, manca però l’abitudine della visita periodica dall’audiologo o dall’otorino

“È vero – conferma Danesi – e abbiamo anche voluto stigmatizzare che non esiste una malattia dell’udito ma dell’orecchio che crea problemi all’udito, è ben diverso. In questo le Società scientifiche devono essere protagoniste, indicando i percorsi diagnostico-terapeutici più appropriati. Poi segue la catena terziaria come gli erogatori, i riabilitatori, i produttori di protesi, ecc. Questo è un punto fondamentale, perché abbiamo voluto far capire chi fa che cosa.

L’altro aspetto è l’importanza di una diagnosi precoce e la comunità otorinolaringoiatra in questo è molto attiva. C’è però da dire che chi lamenta problemi di sordità non può liquidare il problema andando a mettersi una protesi. Serve una visita medica ed è qui che entrano in gioco le campagne informative, le Giornate dell’udito, ecc.

Grazie allo screening, è intercettato un neonato sordo ogni mille, a cui sarà impiantato il cocleare entro i 12 mesi (parliamo di sordità profonda e bilaterale). Questo bambino sarà un adulto normoudente e si abbatterà tutto il percorso assistenziale e riabilitativo, nonché i costi sanitari. Per quanto riguarda i medici di base, presenti alla presentazione del patto in Senato con la SIMG, va detto che sono gli intercettatori primari della domanda di salute. In prima battuta il cittadino va, infatti, dal proprio medico. Quindi, c’è bisogno di questo Patto, di questo raccordo con la medicina territoriale che oggi è enfatizzata moltissimo.

Una volta che il medico di base è adeguatamente informato, anche se non è necessario che ponga una diagnosi, può inviare il paziente dallo specialista senza sottovalutare il problema. Già questo risolverebbe l’80% dei problemi, ma in parte è un aspetto già presente. Oggi si parla molto del rapporto tra ospedale e territorio, ma non è chiaro come si debba realizzare tale sinergia. L’ospedale non può gestire i medici del territorio che, tra l’altro, sono liberi professionisti e non dipendenti del SSN. Ma è questo quello che si chiede, un rapporto più stretto, che si potrebbe realizzare senza che le due comunità si diano carichi di lavoro ulteriori. Si parla una stessa lingua, quindi si può trovare una strada per collaborare”.

Ci sono delle linee guida per il trattamento di queste malattie?

Risponde Berrettini: “Il Patto prende origine da tre documenti e iniziative: innanzitutto il World Report on hearing che contiene delle direttive per sensibilizzare e identificare le patologie dell’orecchio. Poi il documento Stato attuale delle Politiche Sanitarie Italiane sulla Sordità, realizzato dalla SIAF nel 2022, insieme ad altre Società scientifiche e Associazioni dei pazienti, coordinati dal Prof. Cuda, Direttore dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria dell’Ospedale “Guglielmo da Saliceto” di Piacenza. Infine, ci sono le Giornate della sordità promosse dall’OMS e la Giornata dell’ascolto. C’è quindi tutto un lavoro di diffusione di queste conoscenze, per informare ed essere di supporto a medici e pazienti.

Qual è stato l’impegno preso del Senato nell’ambito del Patto?

“Il mondo politico è sembrato molto interessato” – risponde Berrettini, “gli onorevoli Marta Schifone, Ugo Cappellacci e molti altri si sono impegnati ad affiancare questa attività scientifica sviluppata dalle diverse Società con un’azione legislativa per la riorganizzazione in ambito sanitario, anche a livello territoriale”.

Conferma Danesi: “La sensazione è stata molto favorevole sulla ricettività. Certo, occorrerà tornarci sopra e concretizzare. In particolare, l’onorevole Cappellacci è stato molto attento ed è apparso molto interessato al tema. Sono sicuramente processi lenti, ma almeno un passo ufficiale è stato fatto”.

In una popolazione destinata all’invecchiamento, si stanno mettendo a punto percorsi assistenziali adeguati?

“Nonostante si tratti di malattie che possono colpire qualunque età” – afferma Berrettini, “la fascia più colpita è quella più anziana. Si calcola che in Italia ci siano più di 7 milioni di persone con problemi di udito, di cui gli over 75 sono la maggior parte. Circa 2 milioni si pensa abbiano una disabilità importante, con apparecchio acustico o cocleare. Sopra i 65 anni, una persona su tre è ipoacusico, sopra i 75 uno su due, sopra gli 80 lo è circa l’80% degli individui.

L’invecchiamento della popolazione è in crescita, aumenta la fascia degli anziani, quindi la problematica diventa importante. Così come resta importante fare una diagnosi e un trattamento precoce. Prima si interviene, meglio è. Negli ultimi anni sono emerse delle evidenze, ben dimostrate scientificamente, in cui si indica che il ritardo nella diagnosi dell’ipoacusia negli anziani favorisce l’insorgenza di disturbi cognitivi. L’ipoacusia è uno degli indici di rischio ormai definito per la demenza. Il trattamento con protesi acustica, invece, sembra avere un effetto benefico nel ritardare l’insorgenza della demenza.

Il ritardo nella diagnosi dell’ipoacusia negli anziani favorisce l’insorgenza di disturbi cognitivi

Sulla presbiacusia hanno rilievo anche gli aspetti genetici: dopo i 75 anni avere un’ipoacusia è abbastanza normale, ma ci sono casi in cui insorge precocemente, sui 50 anni, e si aggrava nel corso del tempo.

Diversi fattori influenzano l’insorgere della sordità, oltre ai fattori genetici, come lo stato di salute generale, lo stile di vita e l’esposizione al rumore (dal ragazzo che usa gli auricolari o va in discoteca, fino a chi svolge lavori rumorosi o va a caccia, ecc.). Ci sono, inoltre, condizioni vascolari e metaboliche, come ad esempio il diabete. Infatti, una delle nostre battaglie riguarda il fatto che, una volta iniziato un percorso diagnostico con il medico di base e lo specialista, il paziente non deve prendere la scorciatoia dell’apparecchio acustico, perché potrebbe ritardare la diagnosi o portare a diagnosi errate. A volte può esserci un tumore dietro la sordità o un’altra patologia trattabile con terapia medica/chirurgica. Tra gli scopi di questo Patto c’è quindi l’ottimizzazione di sinergie virtuose tra gli operatori delle professioni sanitarie non solo mediche ma anche audioprotesisti, audiometristi, logopedisti, ecc.”

A proposito di collaborazione, di team multi-disciplinari e di case di comunità, come si concretizzeranno?

“Molte cose purtroppo rimarranno sulla carta” – risponde Danesi. “Recentemente ho presentato una relazione sullo stato del PNRR che è stato utilizzato, al momento, con scadenza 2026, solo per lo 0,7% per quello che riguarda la Sanità. I 15 miliardi previsti in due tranche, una da otto e l’altra da sette miliardi, sono da destinarsi a due capitoli completamente diversi. 11,2 miliardi sono stati invece stornati tutti su unico argomento che sono le case e gli ospedali di comunità. Quindi è già sfumato l’82% del capitale. Il resto? La telemedicina, le nuove tecnologie, ecc.?

Che cosa serve per raggiungere un buon rapporto tra ospedale e territorio? In realtà serve solo una buona comunicazione e strumenti di comunicazione adeguati. Invece, tutto sta diventando complicato.

Nelle case di comunità sono previsti gli specialisti. Ma chi ci va? I medici ospedalieri? Non credo. E nessuno sa niente su questo. La Legge Bindi degli anni Novanta voleva chiudere gli ospedali sotto i 120 posti letto, poi non è mai stato fatto per ragioni politiche ed è stato meglio così. Ma considerando che ci sono tanti ospedali con 120-200 posti letto sul territorio, un ospedale di comunità con 20 posti letto ha senso? Perché non ricavarli all’interno degli ospedali o di strutture già esistenti? In realtà la medicina territoriale c’era, poi gli specialisti sono stati spostati negli ospedali e quindi si sono svuotati i consultori e le altre strutture di cura territoriali specialistiche. Tutto questo per non assumere altri medici, svuotando il territorio. Ora invece si parla dell’importanza della medicina territoriale. Sono tutti aspetti che ho vissuto in prima persona e non so darmi una risposta”.