Consipe Polo Strategico Nazionale (PSN)hanno formalizzato una collaborazione basata sulla comunanza di interessi delle rispettive finalità istituzionali, nella direzione della trasformazione digitale del Paese.
Da un lato, Consip che gestisce ogni anno circa 24 miliardi di euro di acquisti delle PA, pari a oltre 1% del PIL italiano, con oltre 500.000 contratti stipulati tra 140.000 imprese e 13.500 amministrazioni. Dall’altro, Polo Strategico Nazionale, che abilita l’innovazione e la gestione sicura di dati e servizi della PA attraverso un’infrastruttura affidabile e sostenibile, progettata per rispettare i più elevati standard internazionali, e servizi avanzati che affiancano le amministrazioni nella trasformazione e messa in sicurezza delle applicazioni.
Una collaborazione di grande valore, che rappresenta un elemento fondamentale per l’innovazione digitale della Pubblica Amministrazione e la crescita del Paese
Consip – impegnata nel complesso progetto di semplificazione e digitalizzazione end-to-end degli appalti pubblici, uno dei pilastri del nuovo Codice dei contratti e tra gli obiettivi più sfidanti del PNRR – trova nel ricorso a Polo Strategico Nazionale una partnership chiave per l’infrastruttura tecnologica da costruire.
In questo percorso, Consip si avvale, fin da subito, delle infrastrutture e dei servizi erogati da Polo Strategico Nazionale, migrando la propria nuova soluzione gestionale PAD-SA (Piattaforma Approvvigionamento Digitale della Stazione Appaltante) – realizzata con il paradigma Cloud Native e attraverso la quale si realizzerà l’interoperabilità tra i sistemi informativi interni di Consip e la Banca Dati Nazionali Contratti Pubblici (BDNCP) di ANAC.
Quella tra Consip e Polo Strategico Nazionale è una collaborazione di grande valore, che rappresenta un elemento fondamentale per l’innovazione digitale della Pubblica Amministrazione e la crescita del Paese: un’intesa sancita con la firma del contratto di adesione e l’incontro tra gli Amministratori Delegati delle due società, Marco Mizzau (Consip) ed Emanuele Iannetti (Polo Strategico Nazionale).
Il 13 maggio del 1978 fu promulgata, ed entrò in vigore il 15 giugno dello stesso anno. Parliamo della legge 180, o legge Basaglia, dal nome del suo principale promotore.
Franco Basaglia, psichiatra e direttore del manicomio di Gorizia, trovava profondamente ingiusto il trattamento dei soggetti affetti da malattie mentali, che venivano segregati negli ospedali psichiatrici, isolati dalla società e, purtroppo, spesso anche non trattati in modo idoneo, con condizioni di vita insostenibili e privati dei loro diritti fondamentali.
Con la legge Basaglia, infatti, vengono chiusi i manicomi e si mettono nero su bianco dei principi nobili, basati sul restituire dignità al malato psichiatrico, reintroducendolo nel suo contesto familiare e sociale. Al posto degli ospedali psichiatrici sarebbe dovuta sorgere una fitta rete di servizi territoriali di igiene mentale, assistenza sociale e domiciliare coordinata da norme e regole efficienti. La legge Basaglia è stata un grande passo per l’Italia, che è stato il primo Paese a chiudere i frenocomi.
La legge Basaglia è stata un grande passo per l’Italia, che è stato il primo Paese a chiudere i manicomi
Ma, evidentemente, qualcosa è andato storto: la de-istituzionalizzazione richiedeva un aumento di risorse per la salute mentale a livello comunitario, ma queste, ad oggi, non si rivelano sufficienti. Quindi, se da un lato i manicomi sono stati effettivamente chiusi, dall’altro i soggetti con problemi mentali continuano ad essere emarginati e la loro delicata situazione non è gestita in modo ottimale.
Non è un caso che esistano associazioni come ARAP-OdV (Associazione per la Riforma dell’Assistenza Psichiatrica), formata da familiari di persone con problemi psichiatrici e che, dal 1981, chiede aiuto alle istituzioni governative perché la cura dei loro cari più fragili non gravi così tanto sulle famiglie, ma che al contrario venga gestita a livello istituzionale con maggiore sensibilità nei confronti dei pazienti stessi, integrando la somministrazione di farmaci con un reale approccio psicoterapeutico e un miglioramento concreto della vita di queste persone. Una lotta allo stigma, al pregiudizio, a ciò che ancora non permette alla legge Basaglia di essere applicata completamente.
Per comprendere le lacune che è necessario colmare nella tutela dei pazienti psichiatrici, abbiamo intervistato Maria Antonietta Buonagurio, Presidentessa dell’ARAP-OdV, che ci ha spiegato quali sono le afflizioni di pazienti e familiari, nonché le loro richieste e necessità.
Legge Basaglia: cosa è andato storto nell’applicazione di questa legge?
«Dalla promulgazione della legge 180, la cosiddetta legge Basaglia, sono passati ben 45 anni. Tuttavia, se si analizzano tutti i principi sanciti dalla legge, possiamo davvero dire, senza paura di smentita, che non ha avuto affatto piena attuazione.
A distanza di 45 anni, purtroppo, i pazienti psichiatrici non vivono la condizione sociale prevista dalla legge 180
La legge Basaglia aveva intenti nobili e lungimiranti, i cui principi erano basati innanzitutto sulla restituzione della dignità e dei diritti alle persone che soffrono di patologie mentali, abbattendo non solo le barriere fisiche che tenevano segregati i malati, ma anche lo stigma che esiste sulla malattia. L’obiettivo della chiusura dei cosiddetti “manicomi” era quello di riportare i pazienti nel loro contesto sociale, istituendo sul territorio centri per la cura, la riabilitazione e l’inclusione sociale.
A distanza di 45 anni, purtroppo, non si può certo dire che i pazienti psichiatrici vivano una condizione sociale come quella prevista dalla legge 180.»
Ci sono state revisioni in tutti questi anni? Tentativi di integrazione?
«Va specificato che la legge 180 è una legge “quadro”, ma occorrono i contenuti per attuarla. Nel corso degli anni sono state ideate tante normative inerenti alla salute mentale per rendere attuativa la legge Basaglia. Si è parlato spesso di organizzare in modo ottimale i servizi territoriali, delle modalità di presa in carico del paziente, di istituire strutture terapeutiche e riabilitative idonee. Ancora, si è fatta presente la necessità di formare gli operatori, soprattutto nella relazione col paziente, ma anche in campo scientifico e farmacologico. Tuttavia, ai fini pratici, il paziente psichiatrico continua irrimediabilmente ad essere stigmatizzato, escluso e a gravare completamente sulla sua famiglia.»
Dalle sue parole mi pare di evincere che il problema sia fondamentalmente una sorta di disorganizzazione assistenziale…
«Sì, in seguito all’abolizione dei manicomi si è verificato proprio questo: una disorganizzazione assistenziale. E i motivi ci sono: innanzitutto i servizi territoriali che dovevano sostituire le istituzioni psichiatriche sono scarsi come numero e anche mal distribuiti in tutto il territorio nazionale; ancora, non ci sono veri e propri corsi di preparazione degli operatori sanitari per aiutarli ad affrontare queste situazioni e a relazionarsi con un paziente psichiatrico nel modo migliore e con la giusta sensibilità.
Infine, non dimentichiamo che, in nome della libertà di cura, molti pazienti che rifiutano di curarsi, vengono lasciati a se stessi e alle proprie famiglie, e questo crea non pochi problemi.»
Quali sono i pilastri di un’assistenza psichiatrica ad un paziente che soffre di una malattia mentale?
L’assistenza psichiatrica prevede la presa in carico globale del paziente, e questo vuol dire assicurare cura, riabilitazione e inclusione sociale
«L’assistenza psichiatrica prevede la presa in carico globale del paziente, e questo vuol dire assicurare cura, riabilitazione e inclusione sociale. La presa in carico deve avere al centro la persona con i suoi bisogni, deve essere multidisciplinare, anche perché gli stessi fattori che portano alla malattia sono plurimi, ossia sanitari, sociali e relazionali. Bisogna integrare l’aspetto puramente sanitario-farmacologico con psicoterapie, intervenendo così a far emergere tutte le potenzialità di una persona: solo in questo modo la si può sostenere davvero nel cammino verso una vita autonoma all’interno del contesto sociale.»
Dal punto di vista politico e normativo, vi sono attualmente proposte di legge che possono migliorare la situazione?
«Attualmente ci sono proposte di legge ma, dal nostro punto di vista e anche rispetto ai principi sanciti dalla legge 180, vanno in una direzione che noi non consideriamo corretta. Riteniamo che basterebbe seguire i principi della legge Basaglia, con tutta la normativa successiva, perché le cose migliorassero. Il problema non è di carenza normativa, ma sta nell’applicazione della legge. Per questo sollecitiamo i politici e gli amministratori a non considerare la salute mentale la Cenerentola di tutte le malattie, ma a prendere provvedimenti e stanziare le risorse necessarie.»
Quindi è anche una questione di fondi sociali?
«Certo: le risorse per la salute mentale sono estremamente insufficienti, e l’Italia è il Paese in Europa che investe di meno: secondo un’analisi condotta da The European House/Ambrosetti, l’Italia riserva alla salute mentale il 3% della spesa sanitaria e si posiziona nona nella classifica europea in merito alla qualità dell’assistenza sanitaria per i disordini mentali. La mancanza di risorse non consente di poter attuare pienamente e in modo omogeneo sul territorio nazionale ciò che la normativa prevede. Noi chiediamo che venga data piena attuazione alle leggi riguardo all’integrazione socio-sanitaria del malato psichiatrico e questo, ovviamente, ha bisogno di attenzioni economiche.»
Prima ha parlato di pazienti psichiatrici che, inconsapevoli dei propri problemi, potrebbero non essere collaborativi e rifiutare le cure. La famiglia del paziente cosa può fare per gestire questa situazione?
Il problema non è di carenza normativa, ma sta nell’applicazione della legge e dipende anche dalla mancanza di risorse adeguate
«Chi soffre di una patologia psichiatrica molto spesso non è consapevole della sua malattia, quindi non chiede aiuto e non si cura. In questo caso la famiglia è sola e impreparata a gestire situazioni complesse e i sostegni che ricevono dai CSM (Centri di Salute Mentale) spesso non bastano. Quando è in atto una crisi, alla famiglia non resta che chiamare il 118: in questo caso viene effettuato un Trattamento sanitario obbligatorio (TSO), a cui dovrebbe seguire la presa in carico dei servizi territoriali. Ho usato il condizionale “dovrebbe” perché, purtroppo, non sempre è così.»
Quali sono le strutture alternative ai manicomi attualmente esistenti, e di cosa mancano? Quale dovrebbe essere la struttura “ideale” che unisca i vari aspetti della cura psichiatrica?
«In teoria, i Dipartimenti per la Salute mentale (DSM) sono organizzati in: CSM (Centri di Salute Mentale) territoriali, centri diurni, strutture socio-sanitarie, strutture socio-riabilitative, comunità, appartamenti con abitare protetto. Purtroppo la mancanza di risorse materiali e umane non consente un’efficiente ed efficace presa in carico, e ciò che è scritto sulla carta non avviene nella realtà. Spesso le strutture sono dei “parcheggi”, se non dei mini manicomi.
Anche in questo caso le rispondo: il problema non è tanto teorico, ma pratico, ossia applicare quanto è stato teoricamente già deciso.»
Quali sono le situazioni più comuni di fronte alle quali vi trovate ad agire? E quali le più gravi?
Lo stigma nei confronti della malattia mentale è ancora molto forte, ed è figlio dell’ignoranza
«Le associazioni di familiari e utenti hanno ragione di esistere proprio perché l’assistenza psichiatrica istituzionale è disorganizzata. Facciamo sentire la nostra voce per ribadire il diritto alla salute e ad una vita dignitosa per le persone sofferenti. Coloro che si rivolgono a noi sono familiari e amici che chiedono aiuto. Le domande più frequenti sono: a chi rivolgersi, informazioni sui servizi, come comportarsi con il proprio congiunto. Molto spesso parlano della loro disperata quotidianità, lamentano di non ricevere l’attenzione necessaria dalle istituzioni apposite. I familiari vorrebbero sentirsi dire “veniamo noi a casa, cerchiamo di stabilire un rapporto di fiducia affinché il paziente possa iniziare un percorso di presa in carico”. Questo avviene talvolta, perché in Italia ci sono alcune realtà che funzionano meglio in quanto hanno un’efficiente organizzazione dei servizi, prestano molta attenzione al rapporto relazionale operatori-pazienti e hanno una cultura dell’inclusione verso le persone più fragili. Ma si tratta di casi davvero rari.»
In questa disorganizzazione, quanto incide lo stigma culturale nei confronti dei malati psichiatrici?
«Lo stigma nei confronti della malattia mentale è ancora molto forte, ed è figlio dell’ignoranza: è dovuto principalmente alla mancanza di informazione e conoscenze, che è possibile sviluppare solo attraverso campagne di prevenzione che siano insieme mirate e intelligenti. Bisogna parlare della malattia mentale come si fa con le altre patologie di tipo fisico.»
Numeri utili e contatti
Per i familiari di pazienti psichiatrici che avessero bisogno di mettersi in contatto con ARAP-OdV, è disponibile un centro d’ascolto telefonico, raggiungibile al numero 349-445.13.61, e che risponde 7 giorni su 7, 24 ore su 24.
L’ARAP-OdV, inoltre, fornisce indicazioni di tipo legale, oltre ad organizzare gruppi di confronto e di aiuto per familiari e utenti.
Dovevano essere il nuovo pilastro della sanità territoriale. Gli strumenti principali di quella manovra pensata per decongestionare gli ospedali e avvicinare gli specialisti ai medici di base, offrendo al cittadino un unico punto di incontro per i principali servizi legati alla salute. Il report tracciato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) sull’apertura e lo sviluppo delle case di comunità in Italia però parla chiaro: la strada da fare è ancora moltissima.
I primi dati, relativi al semestre gennaio-giugno 2023, mostrano come appena il 13% delle case di comunità italiane previste e volute dal Pnrr sono attualmente operative. E solo il 6,5% di queste, quindi appena la metà, ospita al suo interno un medico di base.
Tra le modifiche a livello centrale e le difficoltà di reperire il personale, il processo di cambiamento è ancora molto lento
In Lombardia, la regione italiana che al momento ha portato avanti maggiormente l’attuazione del piano, i dati più recenti raccontano di un processo di cambiamento estremamente lento, di cui è molto difficile capire la fisionomia per la difficoltà di accedere a dati puntuali e trasparenti. Abbiamo visto più da vicino il caso lombardo, grazie ad una puntuale analisi appena pubblicata dall’Istituto Mario Negri di Milano, che sta monitorando la situazione con un pool di esperti dedicato che ha contattato una per una tutte le case di Comunità regionali e raccolto i dati più recenti del loro sviluppo.
I numeri del primo semestre 2023 secondo Agenas
Entro il 2026, quindi fra poco più di due anni, in Italia dovrebbero aprire 1.430 Case di Comunità. Di quelle ad oggi inaugurate su tutto il territorio italiano, solo il 54% ospita al suo interno i medici di medicina generale. Attualmente non vi è alcuna norma che obblighi o incoraggi i curanti a spostarsi dai propri studi professionali agli ambulatori delle case di comunità. Le strutture stesse non sono ancora completamente operative come dei mini-ospedali: solo il 17% riesce a garantire una apertura di 24 ore su 24, come previsto dal Pnrr, mentre il 34% dei casi apre solo pochi giorni alla settimana e non garantisce nemmeno le 12 ore giornaliere.
Solo il 17% delle Case di Comunità garantisce l’apertura 24 ore al giorno e il 34% apre solo pochi giorni alla settimana
Neppure le Centrali Operative Territoriali – 611 hotspot da attivare entro il 2024 – stanno aprendo al ritmo in cui dovrebbero né mantengono l’orario di apertura previsto. A giugno 2023 hanno aperto solo il 12% del totale – 77 Cot in 7 regioni – e solo il 58% di queste lavorano meno di 6 giorni su 7.
In prima linea c’è la Lombardia, con 36 centrali, seguita dal Lazio con 15 punti, 9 in Veneto, 7 in Piemonte, 5 in Emilia-Romagna, 4 nella Pa di Bolzano e 1 in Umbria. Le regioni del Sud non sono attualmente pervenute.
Anche gli Ospedali di Comunità si fanno attendere
Nel monitoraggio Agenas è contenuta anche una fotografia degli ospedali di comunità. Entro il 2026 ne devono essere attivati 434 ma a giugno 2023 sono funzionanti solo 76 nuove strutture, ovvero il 17% del totale, con un incremento di appena 1.378 posti letto.
La regione più virtuosa è il Veneto, con 38 ospedali di comunità funzionanti. Seguono la Lombardia con 17, la Puglia con 6, l’Emilia-Romagna con 5 strutture, Molise e Abruzzo che ne hanno aperti rispettivamente 2 mentre in Campania, Lazio e Liguria è stato inaugurato un solo nuovo ospedale di comunità. Nulla di fatto invece in Basilicata, Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Trento, Sardegna e Sicilia, dove non al momento non è attiva nemmeno una Casa della Comunità e nemmeno una Cot.
Come stanno andando le CdC in Lombardia: l’analisi del Mario Negri
La fotografia che emergeva prima dell’estate dall’indagine in corso, coordinata dal Centro Studi di Politica e Programmazione Socio-Sanitaria dell’Istituto Mario Negri, presentava una situazione in cui le Case di Comunità già avviate offrivano un panorama eterogeneo per tipologie organizzative, quantità e qualità dei servizi offerti.
La missione 6 del PNRR prevedeva per la Lombardia 216 Case di Comunità entro il 2026. La riduzione dei fondi dedicati al Pnrr ha fatto sì che nell’ultimo piano programmatico della Regione questo numero si sia abbassato, indicando come obiettivo la realizzazione di un numero variabile che va da 187 a 199 strutture sanitarie.
In Lombardia i fondi per il PNRR prevedono ora tra 187 e 199 Case di Comunità entro il 2026, contro le 216 previste inizialmente
“La Regione non ha più comunicato le nuove aperture: nonostante le nostre precise richieste, i dati non sono mai arrivati – ha spiegato Angelo Barbato del Centro Studi di Politica e Programmazione Socio-Sanitaria del Mario Negri –. L’ultima nota ufficiale della Regione risale a novembre dell’anno scorso, mentre la relazione pubblicata dalla Corte dei Conti a maggio 2023 parlava di 81 strutture operative. Per questo ci siano attivati contattando una per una le 27 aziende sanitarie lombarde e chiedendo i numeri delle Case di Comunità che risultano attive”.
Ad oggi il centro studi del Mario Negri, che ha fatto uscire ad ottobre l’ultimo report, ne conta 97 in tutto, contro le 85 aperte fino ad aprile 2023. In sei mesi, solo 12 in più.
A questo ritmo, sembra inverosimile che tutte le Case di Comunità previste entro il 2026 possano essere aperte nei tempi indicati dal calendario del PNRR.
La grande assenza di medici di base e l’assenza di programmazione
L’analisi, coordinata dal Centro Studi di Politica e Programmazione Socio-Sanitaria dell’Istituto, è attualmente in corso e viene condotta da un gruppo di ricercatori appositamente formati, coadiuvati da professionisti che, a vario titolo, hanno scelto volontariamente di unirsi al team. A partire da luglio 2022, i ricercatori si sono finora recati personalmente in 70 Case di Comunità sulle 97 già operative e hanno incontrato i coordinatori e il personale presente nelle Case di Comunità lombarde.
“A breve dovremmo stipulare un accordo con ATS città metropolitana per avviare un progetto di monitoraggio che prevede una analisi approfondita del funzionamento di 3 strutture in via di identificazione – ha proseguito il ricercatore del Mario Negri –. Una sarà a Milano, l’altra in un grosso comune hinterland e la terza in zona rurale a bassa densità abitativa. Saranno misurati gli interventi e i numeri del personale che opera all’interno. Lo scopo è quello di verificare in che misura i bisogni di salute che emergono vengono recepiti dalle strutture”.
Dalla prima analisi di aprile emergeva un cambiamento che sembrava riflettersi più nello spirito di chi lavora nelle strutture, che in una vera e propria implementazione delle risorse coinvolte. I grandi assenti restano infatti i medici di base che solo in 10 strutture su 70 collaborano fra loro garantendo ai propri assistiti di poter essere visitati dai colleghi quando sono assenti.
Su 70 Case di Comunità solo 26 hanno almeno 1 medico presente. E solo in 15 di queste sono presenti 2 medici che però hanno mantenuto l’ambulatorio al di fuori. Anche il contatto diretto con gli specialisti è carente: in appena 23 casi su 70 si possono prenotare le visite in struttura, per il resto gli accessi continuano a passare per il numero verde del CUP.
Molto limitati sono anche il contatto fra medici e infermieri e i servizi sociali. In 19 Case di Comunità su 70 c’è integrazione, nelle altre i piani continuano a restare separati.
Per rendere le CdC veri centri di interazione bisogna evitare che tutto ricada sugli infermieri di famiglia e comunità, ad oggi le uniche figure che dirigono queste strutture
“Le Case di Comunità non sono nate con l’idea di rimanere dei poliambulatori decentrati – ha chiosato Barbato –. Se si vuole renderli dei veri e propri centri di interazione bisogna evitare che tutto ricada sugli infermieri di famiglia e comunità, ad oggi le uniche figure che dirigono queste strutture, interfacciandosi con gli utenti”.
I pochi medici di base che si sono spostati all’interno delle strutture non si sono trasferiti seguendo una logica di programmazione collettiva, non ricevono quasi mai i pazienti secondo una logica di accesso libero (tranne che in 6 casi su 70) e agiscono ancora in autonomia rispetto ai colleghi e all’orario di visite, senza garantire all’utenza quella continuità di servizio per cui le strutture sono nate.
Arretratezza culturale, difficoltà amministrative e normative da superare rendono i servizi di telemedicina poco interessanti per la sanità privata. Anche se qualcosa si sta muovendo. Cardiologia il settore più promettente. Resistenza culturale, formazione e semplicità di utilizzo da parte di medici e pazienti sono i nodi da superare. Questo è il quadro della situazione che emerge dalla 1° survey nazionale sulla Telemedicina in ambito ambulatoriale privato, realizzata dall’Osservatorio Salute Benessere e Resilienza della Fondazione Bruno Visentini. Ne parliamo con Duilio Carusi, coordinatore dell’Osservatorio e professore aggiunto presso la Luiss Business School.
La vostra ricerca ha evidenziato che le strutture sanitarie private sono ancora molto refrattarie allo sviluppo di servizi di telemedicina: il 58% di esse non solo non la propone ma non ha nemmeno intenzione di farlo in futuro. Un dato che sorprende. Possiamo fare un confronto con la sanità pubblica?
Duilio Carusi
La ricerca, che abbiamo condotto insieme al Centro Nazionale per la telemedicina dell’Istituto Superiore di Sanità e al fondo sanitario integrativo Fasdac, è la prima survey post-pandemia sulla telemedicina a livello nazionale e analizza la predisposizione delle strutture sanitarie private rispetto all’implementazione della telemedicina. Il campione di 300 strutture sanitarie che abbiamo preso in esame è composto per metà da strutture private e per metà di privati accreditati Ssn. Il risultato in effetti è inaspettato. Perché tutti noi, abituati ad avere tutto tramite smartphone, dalle webcall all’acquisto di servizi e prodotti, ci attendiamo che lo stesso possa avvenire anche per quanto riguarda la salute. La telemedicina in realtà è tutt’altro: ha regole e sistemi specifici che non permettono l’improvvisazione alla stregua di una chat di Whatsapp.
Dal punto di vista delle strutture sanitarie, il 30% dichiara come telemedicina l’uso di whatsapp ed email. Quindi si evince che il concetto di telemedicina non è ben chiaro nemmeno a chi eroga i servizi per la salute. Una seconda criticità viene ribattuta dal fatto che il 55% delle strutture sanitarie private non conosce le linee guida per la telemedicina che sono state pubblicate recentemente dopo la pandemia. D’altro canto il dato positivo è rappresentato dal fatto che il 40% di queste realtà si dichiara intenzionato a implementarle.
Un confronto con la realtà pubblica invece non è possibile perché non esiste un’analoga raccolta dati sullo scenario della sanità pubblica post-pandemia.
Una buona telemedicina richiede investimenti in formazione, cultura aziendale e figure dedicate alla gestione della normativa
Tipicamente nella gestione del cambiamento rispetto all’innovazione esiste una curva di adozione della novità. I primi a farlo sono gli “early adopter”, poi ci sono gli adopter normali e infine i “follower”. Il quadro odierno dell’adozione della telemedicina in generale è ancora all’inizio: il dato del 58% che citavamo all’inizio quindi non deve stupire.
Ci aiuti a fare un quadro più preciso del rapporto tra telemedicina e sanità privata: la scarsa propensione verso questa forma di sanità digitale è omogenea tra gli operatori?
Gli early adopters sono maggiormente rappresentati tra le strutture sanitarie private di grandi dimensioni, cioè quelle che erogano più di 50mila prestazioni all’anno. Esiste un gradiente geografico, ma è una conseguenza del dato che ho appena citato. I player più grandi infatti sono presenti in determinate regioni e meno in altre. Quindi velocità diverse nell’adozione della telemedicina in funzione del calibro dell’ente erogatore. Si tratta di un fenomeno che si spiega con la capacità di far fronte a un mutamento organizzativo necessario per erogare servizi di telemedicina vera e che funzionino al meglio. Le strutture più grandi sono in grado di disegnare e attuare questo cambio. Per le più piccole è più difficile e richiede maggiore sforzo e tempo. Perché anche solo adeguarsi alle norme del Gdpr richiede di potersi dotare in modo adeguato dal punto di vista amministrativo e sotto il profilo dell’organico.
Quali sono le principali ragioni che inducono la sanità privata a non investire nella telemedicina? Ci sono differenze nelle considerazioni fatte da strutture diverse?
I principali ostacoli sono concentrati in quattro macro aree. La complessità organizzativa in primis. Poi rileviamo lo sforzo culturale necessario a superare l’inerzia nei confronti del cambiamento. Terzo scoglio da superare è l’aspetto normativo, che è molto ampio e richiede molta energia per potersi adeguare; questo è problema maggiormente avvertito dalle strutture più piccole che non hanno personale da dedicare specificamente all’argomento. Ancora, un fattore limitante è il rispetto della normativa Gdpr. In questo caso avvertito di più dalle realtà più grandi, che sono più consapevoli delle piccole sul fatto di dovervi aderire per non rischiare di incorrere in sanzioni e ricorsi.
I costi più pesanti sono quelli legati ai processi organizzativi, piuttosto che di implementazione tecnologica
Un quinto tema è l’aspetto economico collegato alla messa in atto della telemedicina, un ostacolo dichiarato dall’11% delle strutture intervistate. Un dato, quest’ultimo che ci dice che per fare una buona telemedicina bisogna investire in formazione del personale, nella cultura aziendale e bisogna avere anche figure preposte alla corretta gestione dei parametri normativi. Quindi un costo in termini di processi organizzativi, piuttosto che di implementazione tecnologica.
Quali sono invece i trigger che stimolano le strutture private a scommettere sui servizi di telemedicina?
La telemedicina permette di superare i confini territoriali in cui insiste una struttura sanitaria. Può diventare così uno strumento di penetrazione del servizio anche verso utenti fisicamente distanti dall’erogatore, anche all’esterno della provincia, della regione, finanche del Paese. In altri termini parliamo di nuove opportunità di business, allargando il proprio bacino di utenza.
Al contempo la telemedicina rappresenta uno strumento importante per poter migliorare il servizio di assistenza ai propri pazienti in virtù della continuità assistenziale propria di questi servizi. Parliamo ad esempio del monitoraggio da remoto che permette interventi tempestivi in caso di necessità, con un evidente miglioramento dell’outcome clinico. Al contempo questo migliore servizio permette alla struttura sanitaria di qualificarsi meglio nei confronti dell’utenza.
Ci sono ambiti o specialità sanitarie in cui la telemedicina è più diffusa tra i player privati? Perché?
L’ambito attualmente già più rappresentato e che sarà anche quello di maggiore sviluppo, senza tema di smentita, è quello legato alla cardiologia. Nelle strutture interpellate esso rappresenta il 10% dell’offerta e rappresenterà il 15% nei prossimi 12 mesi, a diverse lunghezze dai secondi servizi citati – ortopedia e traumatologia, patologia clinica e biochimica, diagnostica per immagini – a parimerito al 6%.
La disponibilità di medical device che connettono pazienti e strutture facilita l’adozione della telemedicina in cardiologia e pneumologia
Il motivo di questa scelta è strettamente connesso con un aspetto tecnologico della telemedicina: la presenza di medical device in grado di connettere il paziente e struttura. In ambito cardiologico, ma anche in quello pneumologico, lo scenario è molto più maturo rispetto ad altre branche della medicina.
Parlavamo degli ostacoli che frenano l’avvento della telemedicina nella sanità privata: è stata ascoltata la voce dei pazienti e dei caregiver? Non sarebbero favorevoli, proprio nell’ottica di avere una sanità che si avvicina al territorio ed è quindi più equamente accessibile?
Su questo tema le do un’anticipazione: stiamo progettando una nuova ricerca proprio per sondare l’opinione e le aspettative di pazienti e caregiver.
Nella survey che abbiamo già realizzato abbiamo però chiesto alle strutture sanitarie private come vedono il mondo dei pazienti rispetto ai servizi di telemedicina. Un dato su tutti emerge come particolarmente interessante: la diffidenza dell’utenza rispetto alla telemedicina. Il 61% delle strutture dichiara di aver riscontrato ostacoli connessi con la relazione del paziente con questa modalità di erogazione delle prestazioni. Di queste, il 27% evidenzia proprio la diffidenza dell’utente, ma anche la scarsa informazione sui servizi erogati (24%), la limitata familiarità con le tecnologie necessarie (23%) e difficoltà nell’utilizzo dei software per attivare i servizi (17%).
Per favorire l’uso della telemedicina da tutti gli utenti, lato sanità e lato pazienti, bisogna renderla semplice, senza tralasciare la sicurezza informatica e la privacy del dato
Il primo problema da risolvere è quindi la mancanza di competenze lato utenza. Cosa che trova riscontro anche nei dati dell’Istat e dell’Eurostat, che indicano le competenze digitali della popolazione italiana al di sotto della media europea. Competenze che diminuiscono all’aumentare dell’età. Come a dire che coloro che trarrebbero maggiore vantaggio dalla telemedicina sono proprio quanti hanno più difficoltà nell’accedervi.
E ciò si scontra con quanto si dice rispetto all’output delle risorse del Pnrr in sanità, cioè che l’assistenza domiciliare integrata per il supporto alla cronicità dovrà passare attraverso la telemedicina.
Per ovviare a questa situazione alcuni early adopter della telemedicina stanno implementando funzioni aziendali intermedie che hanno il compito di rendere più semplice l’interfaccia del medico e del paziente con gli strumenti della telemedicina. Per favorire l’uso della telemedicina da tutti gli utenti, lato sanità e lato pazienti, bisogna renderla semplice. Senza per questo tralasciare gli aspetti di sicurezza informatica e privacy del dato.
C’è però anche una fetta della sanità privata che dichiara di avere intenzione di iniziare a erogare servizi di telemedicina o di ampliare il proprio portfolio già esistente nei prossimi 12 mesi…
Anche in questo caso si tratta delle strutture sanitarie private più grandi in termini dimensionali e di volumi di servizi erogati. Anche se la rappresentazione è più eterogenea rispetto alla fotografia di chi offre telemedicina oggi. Questo è indice del fatto che la familiarizzazione con questo tipo di servizi sta aumentando.
Alla luce di quanto ci ha illustrato, quali considerazioni dovrebbero fare da un lato le strutture sanitarie private e dall’altro le aziende che supportano ospedali e ambulatori nel mettere a punto i servizi di telemedicina?
Uno dei temi è relativo alla scalabilità della telemedicina. Questo aspetto vale sia per la sanità privata che per quella pubblica. Anche sotto questo aspetto la dimensione delle strutture sanitarie può fare la differenza. Ad esempio, software molto complessi sono poco adottabili dalle realtà più piccole. Lo stesso discorso può essere fatto per i costi che è necessario affrontare per implementare nel modo corretto nuovi servizi di telemedicina.
Gli early adopters sono maggiormente rappresentati tra le strutture sanitarie private di grandi dimensioni
Poi abbiamo il tema della propensione della classe medica all’utilizzo della telemedicina. Anche se sulla carta possono essere favorevoli, poi ci si scontra una scarsa fiducia (27%) dei clinici all’utilizzo reale della telemedicina per ostacoli di natura tecnologica. L’operatore clinico va incentivato e anche formato sulle nuove tecnologie. La “customer experience” del clinico deve essere quanto più semplice possibile.
In un momento in cui l’attenzione di tutti, verso il mondo della sanità, è catalizzata soprattutto dalla carenza dei medici e degli infermieri nelle strutture ospedaliere, ma anche dalle liste di attesa che rendono sempre più difficile l’accesso alla diagnostica e quindi alle cure e da mille altre problematiche che allontanano sempre più il paziente dalle prestazioni mediche e soprattutto dalla prevenzione, è determinante sentire la voce dei provveditori, di coloro cioè, che dietro le quinte, lavorano per riuscire a gestire bilanci sempre più esigui a fronte di una richiesta di assistenza che cresce insieme all’età media dei cittadini.
Con la nuova discrezionalità riconosciuta dal Codice si potranno definire bandi e capitolati finalmente adatti a soddisfare pienamente le esigenze delle Stazioni Appaltanti
Osservato speciale della discussione è stato ilnuovo Codice dei Contratti, entrato definitivamente in vigore lo scorso 1 luglio 2023. Come sottolinea il presidente uscente della FARE, Salvatore Torrisi: “Il principio del risultato sancito dal dlgs 36/23 ci chiede di superare i formalismi e gli antichi timori al fine di riconquistare appieno il nostro ruolo. C’è però da dire che la nostra categoria viene da un lungo periodo in cui è stata compressa se non addirittura intimorita. Passare dalla cultura del sospetto a quella della fiducia, con uno scrocchio di dita, non è semplice perché timori ormai radicati da anni in molti di noi non si cancellano in un momento. E se questo può apparire strano a molti, voglio ricordare come ancora oggi lavoriamo per imprimere il principio della fiducia nelle nostre strutture, quasi a confermare che fino a ieri anche il nostro datore di lavoro non ne aveva verso di noi. Manteniamo comunque un giudizio positivo rispetto al principio del risultato perché siamo convinti che, con la nuova discrezionalità che ci è stata riconosciuta, si arriverà ad avere bandi e capitolati che andranno finalmente nella direzione di soddisfare pienamente le esigenze delle Stazioni Appaltanti”.
Torrisi ha poi aggiunto: “Il Codice dei Contratti che utilizziamo da luglio, è nuovo nel senso che ad oggi è l’ultimo redatto, ma non è certo nuovo nell’impostazione di massima in quanto si basa su direttive precedenti. Vere innovazioni ci auguriamo di trovarle nel testo che verrà dopo, scritto sulle nuove direttive che ora sono in via di approvazione.
Nel parlare di Codice dei Contratti l’attenzione non può poi non andare anche al PNRRe all’analisi di quanto questo nuovo testo normativo sia servito per raggiungere gli obiettivi e in particolar modo quelli relativi al mondo della sanità. Salvatore Torrisi ha voluto aggiungere a questo proposito come: “La missione numero 6 del Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza, quella riguardante la salute, a cui stanno lavorando esperti del settore, ha messo ulteriormente in evidenza come per progettare qualcosa di veramente qualificante ci sia bisogno di idee adeguate che sappiano rispondere a strategie precise. Bisogna lavorare ancora molto e con molto impegno”.
Determinante è la voce dei provveditori, che dietro le quinte, lavorano per gestire bilanci sempre più esigui a fronte di richieste che crescente
A conclusione dei lavori del congresso, Adriano Leli è stato proclamato nuovo presidente della federazione FARE: “Grande soddisfazione rispetto anche al mio percorso professionale a cui ora si aggiunge anche questa nuova carica”- ha dichiarato il neo presidente – “Diventare Presidente della FARE è per me un grande onore ma sento forte anche il senso di responsabilità verso i Provveditori perché mi rendo conto che sono loro che ogni giorno stanno sul campo e devono prendere decisioni, nonostante il Codice dei Contratti dia delle indicazioni che al pratico non sono sicuramente esaustive”.
La vice presidenza della FARE ha visto la riconferma della dottoressa Maria Luigia Barone, affiancata dal presidente uscente Salvatore Torrisi. Nuova elezione anche per i sindaci, che sono stati individuati in Andrea Annunziata e Antonella Crugliano.
“L’idea del progetto di una piattaforma di self-e-learning in odontoiatria nasce dall’osservazione di una forte necessità sul territorio sanitario nazionale di informare, istruire e sensibilizzare gli odontoiatri, i medici e gli igienisti dentali – nonché i rispettivi studenti dei corsi di studio – riguardo all’importanza di riconoscere e di segnalare le reazioni avverse a farmaci di interesse odontostomatologico (ADR-O)”.
Questo l’incipit della conversazione con Giuseppina Campisi, responsabile di UOSD Medicina orale con Odontoiatria per pazienti fragili presso l’AOU “Paolo Giaccone” e professore ordinario di Malattie odontostomatologiche dell’Università degli Studi di Palermo.
“Lavorando negli ultimi 20 anni all’interno dell’Unità operativa di Medicina orale, presso il Policlinico, abbiamo potuto osservare l’impatto sulla popolazione – soprattutto anziana oppure fragile – della polifarmacia (l’assunzione di più farmaci) in termini di interazioni e di ADR-O. Una tipologia di ADR-O che ha cambiato la nostra attività assistenziale è l’osteonecrosi della mandibola da farmaci: più frequente nei pazienti oncologici metastatici oppure affetti da mieloma multiplo, influisce realmente sulla qualità di vita del paziente, poiché, sospendendo il farmaco responsabile, essa non si risolve automaticamente”.
La piattaforma di self-e-learning in odontoiatria è una web app accessibile da qualsiasi browser e fruibile da ogni dispositivo
Oggi però l’approccio tradizionale all’apprendimento è stato integrato con modalità più moderne, come il self-e-learning, che permette di ampliare le conoscenze e migliorare le competenze con riferimento alle reazioni avverse a farmaci in odontoiatria (reazioni che possono variare da lievi a gravi e richiedono un’attenta gestione). Così, nell’ambito della mission del Policlinico “Paolo Giaccone” – ovvero l’assistenza medica implementata e permeata dalla ricerca e dalla didattica – è già online la piattaforma di self-e-learning (completamente gratuita per gli utenti) sviluppata in rapporto al progetto di farmacovigilanza “ADR in Odontoiatria nell’era informatica: dalla segnalazione alla visita specialistica con un click”, finanziato da AIFA, e che vede capofila il Policlinico stesso, e responsabile scientifico la professoressa Campisi.
Di fatto, il self-e-learning costituisce un’evoluzione in materia di apprendimento – la piattaforma è fruibile in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo – consentendo agli studenti e ai professionisti di personalizzare il loro percorso e di accedere in modo veloce e flessibile a risorse educative online, video didattici, webinar, e altri materiali formativi in modo autonomo.
Reazioni avverse a farmaci in odontoiatria, la tecnologia a supporto
Giuseppina Campisi
Novità assoluta nel panorama italiano e internazionale, la piattaforma di self-e-learning in odontoiatria è una web app accessibile da qualsiasi browser e fruibile da ogni dispositivo. È stata realizzata utilizzando i più recenti standard in termini di layout grafico e di frameworks di sviluppo e dispone di CTA (Call to Action) come la condivisione su WhatsApp e tramite e-mail, il tutto pensato e implementato per ottimizzarne la diffusione con altri utenti.
Si tratta di un’iniziativa (“che ha trovato l’apprezzamento e il patrocinio di FNOMCeO, SIPMO, AIDI, AIO, ANDI, Fondazione ANDI Onlus, Federazione NazionaleOrdini TSRM e PSTRP, UNID, Ospedali Riuniti “Villa Sofia-Cervello” di Palermo, viene ricordato) contraddistinto da un notevole sforzo di ricerca scientifica e clinica multiregionale, di sviluppo di buone pratiche e di comunicazione. “È un progetto multifunzionale – riprende Campisi – che, quindi, necessita di più competenze integrate: cliniche, farmacologiche e di farmacovigilanza, informatiche e comunicative, ed è anche multifasico”.
Nel dettaglio, presenta più step da compire per coinvolgere e incrementare le conoscenze degli utenti. A questo proposito, sono previste 4 fasi e 5 prodotti:
la compilazione di un questionario sulle attitudini alla segnalazione delle reazioni avverse a farmaco, che permette di accedere a una piattaforma online totalmente gratuita con 2 prodotti;
un atlante delle principali reazioni avverse a farmaci in ambito odontoiatrico (ADR-O);
una sinossi comprensiva delle principali classi di farmaci ADR-O correlate;
una piattaforma di self-e-learning che consente gratuitamente di valutare le proprie competenze clinico-diagnostiche;
Ambiente di apprendimento online coinvolgente e informativo
In particolare, il terzo step progettuale, quello del self-e-learning, è stato lanciato via web lo scorso 18 settembre. Nel contesto di questo progetto, il self-e-learning si basa sulla disponibilità di contenuti digitali, quali 3 set di 10 inediti quiz interattivi (le 10 domande inedite e interattive sono state organizzate in modo logico, seguendo un progressivo aumento di difficoltà, dal primo al terzo insieme di quesiti. Tale approccio aiuta gli utenti a sviluppare gradualmente le proprie competenze e la comprensione), insieme a un atlante delle principali ADR-O (tra le reazioni avverse a farmaci di interesse odontostomatologico rientrano un ampio numero di lesioni della mucosa orale, dei denti e delle ossa mascellari che devono essere diagnosticate precocemente e trattate in maniera adeguata, oltre che essere segnalate presso l’apposito form di AIFA) e a una sinossi dei principali farmaci associati – che rappresentano un supporto alla conoscenza dell’odontoiatra, del medico e dell’igienista dentale – consentendo agli utenti di risolvere correttamente ciascuna domanda, garantendo così la pertinenza e la rilevanza degli argomenti trattati.
Ciascuno dei 3 set di test sopracitati, da completare in circa 15 minuti, è stato pianificato dalla professoressa Campisi, dal dottor Gaetano La Mantia e dal dottor Daniele Montemaggiore. In merito alla creazione delle domande, Campisi spiega: “In principio abbiamo garantitoche fossero chiare e di facile comprensione per odontoiatri, medici, igienisti dentali e studenti, evitando l’uso di linguaggio ambiguo o complesso. Successivamente, le abbiamo allineate agli obiettivi di apprendimento del progetto, aumentando gradualmente la loro complessità per rendere l’apprendimento più coinvolgente e dinamico. Inoltre, abbiamo promosso la riflessione critica attraverso domande che richiedono un pensiero approfondito e l’analisi di concetti e argomenti. Gli interrogativi, in alcuni quiz, sono associati anche a immagini cliniche”.
Per conseguire una valutazione positiva, il punteggio minimo richiesto è del 60% (almeno 6 risposte corrette su 10). Alla fine di ciascun test (è possibile rifarlo tutte le volte che si vuole), gli utenti possono non solo consultare la risposta corretta per ciascuna domanda, ma anche comprendere il motivo sia in caso di risposta corretta sia errata, grazie a un link che fornisce ulteriori informazioni (nonché conoscere la frequenza delle risposte fornite dalla comunità dei responder).
È la prima volta che, non solo in Italia ma anche in Europa, si progetta e realizza una piattaforma di autoapprendimento per ADR-O
“Ad oggi il test 1 è stato affrontato da 290 utenti e non superato dal 34%, il test 2 da 100 utenti e non superato dal 38% e il test 3 da 66 utenti e non superato dal 31,8%. È troppo presto per ulteriori analisi ma siamo già soddisfatti del dato positivo, se pensiamo che è la prima volta che, non solo in Italia ma anche in Europa, si progetta e realizza una piattaforma di autoapprendimento per ADR-O. L’obiettivo sarà sia implementare il numero in assoluto dei partecipanti e dei correttamente responder sia la divulgazione anche durante i congressi, le lezioni, i corsi Undergraduate e Postgraduate”, spiega ancora Campisi.
Che poi aggiunge: “Integreremo altre batterie di test con molte immagini, un po’ nello stile Image Challenge del New England Journal of Medicine. Con la differenza che posticiperemo sempre l’esito delle risposte altrui, per non subire la variabile della consensualità, e permettendo sempre di riprovare se la risposta non dovesse essere corretta”.
Ritenendo, infine, che il progetto su ADR-O possa facilmente essere ripreso e tradotto in tutte le lingue – con il solo accorgimento di fare riferimento alla normativa sulla farmacovigilanza del Paese che lo adotta – la professoressa Campisi tiene a precisare che “tutto il materiale è open access e speriamo che questa emulazione avvenga per il fine ultimo della tutela dei pazienti sotto il profilo della sicurezza dei farmaci”.
Con una prestigiosa tavola rotonda conclusiva si sono chiusi i lavori del XVI Congresso della Società italiana di Health Technology Assessment, SIHTA “Hta è Programmazione. Professionisti, Tecnologie, Organizzazione”. Una tre giorni intensa e animata da 140 relatori e oltre 600 partecipanti.
Professionisti e rappresentanti delle Istituzioni, ciascuno con le proprie competenze, hanno reso possibile un’analisi completa e plurale di quella che si presenta oggi come una tematica decisiva per il prossimo futuro del Sistema Sanitario Nazionale: la programmazione sanitaria.
La Società Italiana di Health Technology Assessment porta quella prospettiva culturale che è fondamentale nella programmazione moderna
“La Società Italiana di Health Technology Assessment, – sottolinea Americo Cicchetti, Dg alla programmazione del Ministero della Salute – porta quella prospettiva culturale che è fondamentale nella programmazione moderna. Questa società scientifica ha fatto in pochi anni un percorso importante e i numeri di questo Congresso ne sono una chiara evidenza. Con il suo carattere di analisi multiprofessionale, multidisciplinare e multistakeholder è ciò che serve non solo per comprendere i bisogni, ma per tradurre i bisogni in risposte che siano appropriate”. Il futuro si presenta sfidante, prosegue Cicchetti “Ecco perché è necessario oggi tornare a fare una vera e propria programmazione, il che vuol dire individuare gli obiettivi, definire di percorsi e identificare le risorse necessarie a raggiungerli”.
Quello che si è realizzato è stato quindi un dialogo virtuoso, efficace e costruttivo, tra tutti coloro che sono oggi chiamati a contribuire alla costruzione della sanità di oggi e ad immaginare quella di domani.
“La grande risposta in termini di numero di partecipanti al Congresso e di attenzione da parte dei media ci inorgoglisce e certifica quanto l’Hta sia oggi finalmente divenuto oggi un tema importante al centro di una discussione viva e dinamica”. Afferma Francesco Saverio Mennini, presidente Sihta che poi si concentra sul tema portante del Congresso. “La programmazione sanitaria – spiega – è la prima azione indispensabile per intraprendere la riorganizzazione del nostro Servizio Sanitario Nazionale e l’Hta è lo strumento principale che possiamo e dobbiamo utilizzare per dare azione e seguito ad una reale e corretta programmazione sanitaria”.
Il nuovo presidente
La conclusione dei lavori del congresso sancisce anche un importante passaggio di consegne tra Francesco Saverio Mennini e Giandomenico Nollo, professore di Bioingegneria presso l’Università di Trento che assume quindi la carica di presidente: “È necessario rimanere su una strada sapientemente tracciata– spiega Nollo – con la responsabilità di far bene. Responsabilità non di poco conto alla luce del grande lavoro sino ad oggi svolto”.
In questo particolare momento storico, l’HTA è chiamata ad uscire dalle stanze degli addetti ai lavori per proporsi come prezioso strumento per guardare al futuro con meno affanni
Professore di Ingegneria Biomedica all’Università di Trento e Socio Fondatore della Sihta, Nollo si presenta con le idee molto chiare su quale debba esser il primo punto in agenda: “L’obbiettivo che dovremmo porci come società scientifica – sottolinea – è quello di favorire con competenza e appropriatezza lo sviluppo e la conoscenza di una materia che in questo particolare momento storico è chiamata ad uscire dalle stanze degli addetti ai lavori per proporsi come un prezioso strumento per guardare al futuro con meno affanni. Essere quindi ambasciatori di una nuova cultura che valorizzi le decisioni prese sulla scorta di evidenze è senza dubbio una priorità che dobbiamo porci. C’è un grande bisogno di questo – conclude – di una crescita professionale e di un nuovo corso che chiederà a tutti, Sihta inclusa, di fare di più”.
Plenaria
Nel corso della giornata si è inoltre svolta l’ultima delle sessioni plenarie in programma: La governance dei dispositivi medici: Regolamento Europeo HTA e Programma Nazionale HTA 2023-2025 che, proiettandosi idealmente nel nuovo scenario internazionale, si è concentrata sugli aspetti chiave legarti all’applicazione dei nuovi regolamenti. Ad animare la discussione sono stati: Pietro Derrico, Past President SIHTA, Irene Colangelo, Direttivo SIHTA, Marco Marchetti, Dirigente UOS HTA di Agenas, Achille Iachino, Direttore Generale Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del Ministero della Salute, Paolo Torrico, Direttore Dipartimento Acquisizione beni e servizi, ESTAR Regione Toscana, Massimiliano Boggetti, Presidente Confindustria Dispositivi Medici, Massimo Barberio, Coordinatore Gruppo di lavoro Diagnostica di Federchimica Assobiotec, Giampaolo Austa, Legal Team Pmi Sanità Giovanni Esposito, Past President, Società Italiana di Cardiologia Interventistica GISE, e Barbara Podda, Direttore S.C. Governo delle Tecnologie Sanitarie ARES Sardegna, Referente Regionale AIIC.
L’HTA – Health Technology Assessment – offre e garantisce alla sanità italiana uno strumento di programmazione, di governance ed è anche strumento nei processi di sviluppo di innovazione sia dei farmaci sia dei dispositivi medici, con il ruolo cardine nel promuovere i fabbisogni reali, come ben rappresentato nel Decreto del 9 giugno 2023 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 5 settembre 2023 nell’adozione del programma nazionale dell’HTA sui dispositivi medici per il triennio 2023 – 2025.
HTA nazionale strumento di programmazione e di governance
Dello stato dell’arte dell’HTA in Italia ci parla il professor Francesco Saverio Mennini, Presidente di SIHTA – Società Italiana di Health Technologies Assessment, in occasione del XVI Congresso in corso a Roma, spiegando che quanto fatto sino ad oggi, anche grazie al “fattivo” contributo della SiHTA, dei suoi rappresentanti e dei suoi soci all’interno delle varie iniziative nazionali e regionali, ha determinato un rafforzamento del ruolo dell’HTA all’interno del processo decisionale.
“Basti ricordare”, sottolinea Mennini, “il lavoro svolto per la nascita e l’implementazione della Cabina di Regia per HTA all’interno del Ministero della Salute, al primo Piano Nazionale di HTA e al recente Piano Nazionale di HTA per i dispositivi medici 2023-2025, all’implementazione all’interno dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) di un Ufficio di HTA, senza dimenticare tutti gli uffici di HTA all’interno delle Regioni italiane e anche delle strutture sanitarie a livello locale, oltre al lavoro che si sta facendo nell’ambito del Regolamento Europeo di HTA. Ma, ancora nuove sfide caratterizzano il percorso dell’HTA nel nostro Paese”.
Ad oggi l’architettura del sistema HTA in Italia mostra alcune criticità legate alla frammentazione delle responsabilità e delle competenze
Nonostante quanto auspicato nel Patto per la Salute, ad oggi, specifica Mennini, l’architettura del sistema HTA in Italia mostra alcune criticità legate alla frammentazione delle responsabilità e delle competenze. Sicuramente l’attuazione del regolamento EU di HTA permetterà anche all’Italia di omogeneizzare e uniformare l’approccio all’HTA accompagnato da una chiara definizione dei ruoli, sia a livello centrale che regionale e locale.
I benefici dell’adottare processi di HTA per le strutture sanitarie e i benefici che si riverseranno sul SSN e sui pazienti possono essere riassunti in questi punti:
Velocizzare l’accesso dei pazienti alle tecnologie maggiormente innovative;
Garantire una valorizzazione corretta delle tecnologie sanitarie basata sulla reale utilità che queste comportano per il paziente e per il sistema di welfare nel suo complesso;
Favorire le decisioni basate sulle evidenze così da avere strumenti affidabili in un’ottica di un corretto utilizzo delle risorse disponibili;
L’adozione di processi di HTA potrà permettere anche una corretta programmazione sanitaria, tanto a livello centrale, che regionale e locale;
L’HTA può essere applicata in diversi punti del ciclo di vita di una tecnologia sanitaria, ovvero pre-market, durante l’approvazione del mercato, post-market, fino al disinvestimento di una tecnologia sanitaria.
“Conseguentemente”, rimarca il prof. Mennini, “l’utilizzo adeguato dei processi di HTA in Italia permetterebbe di massimizzare i benefici sanitari e minimizzare la spesa, effettuare un benchmark tra crescita marginale nell’assistenza sanitaria e costi incrementali e, infine,indirizzare le politiche sanitarie utili per la promozione dell’efficienza economica ad ogni livello dei decision maker dal punto di vista macro (policy maker) a quello micro (fornitori)”.
Il Nuovo Regolamento Europeo di HTA 2021/2282 riferito alle valutazioni delle tecnologie sanitarie è entrato in vigore l’11 gennaio 2022 e si applicherà dal 12 gennaio 2025. Precedentemente, la cooperazione in materia di HTA in Europa era basata su una rete volontaria, ma finanziata sui fondi dell’Unione Europea e nata per favorire la cooperazione transnazionale in materia di HTA: EUnetHTA, rete di Agenzie di Health Technology Assessment istituita nel 2006 dopo che la Commissione europea e il Consiglio di Europa avevano definito l’health technology assessment una priorità, una priorità politica.
EUnetHTA è stata una rete collaborativa europea che ha permesso di arrivare nel dicembre 2021 all’approvazione del REGOLAMENTO (UE) 2021/2282di HTA.
Il Nuovo Regolamento Europeo di HTA 2021/2282 riferito alle valutazioni delle tecnologie sanitarie è entrato in vigore l’11 gennaio 2022 e si applicherà dal 12 gennaio 2025
“Tra gli obiettivi che si pone il Nuovo Regolamento Europeo di HTA”, prosegue Mennini, “vi è lo stabilire un quadro di valutazione efficiente, trasparente, prevedibile e capace di accelerare l’accesso all’innovazione (in materia di farmaci e DM). Il Regolamento definisce un quadro di sostegno e procedure per la cooperazione degli Stati membri in materia di tecnologie sanitarie a livello di Unione Europea. Allo stesso tempo definisce norme e metodologie comuni per la valutazione clinica congiunta delle tecnologie sanitarie. Ed ancora, il Regolamento tende ad armonizzare e omogeneizzare l’approccio metodologico dell’HTA a livello comunitario, favorire il consensus su aspetti tecnici delle valutazioni cliniche, ridurre le duplicazioni e fornire una documentazione esaustiva e condivisa da integrare in fase di appraisal nazionale. Ancora, una delle tematiche fondanti è quella relativa al miglioramento del trasferimento dei risultati delle valutazioni HTA”.
Mennini riassume in 4 punti i benefici per l’Italia e per la UE a cui tende l’applicazione del Nuovo Regolamento Europeo HTA:
Velocizzare l’accesso dei pazienti alle tecnologie maggiormente innovative
Permettere alle aziende di programmare con maggiore sicurezza le attività di ricerca e sviluppo e le relative risorse da allocare
Assicurare che l’HTA sia praticata da tutti i Paesi dell’UE
Uniformare metodi e procedure nella valutazione di efficacia e sicurezza di farmaci e dispositivi medici (prendendo a riferimento metodi elaborati nelle joint action di EUnetHTA)
Health Technology Assessment: occasione per risolvere il problema del payback
“Con le innovazioni legate anche al livello nazionale che comporterà l’applicazione del Regolamento Europeo HTA e la piena applicazione del programma nazionale HTA DM (PNHTA) avremo un importante occasione per creare un reale sistema di governance delle tecnologie sanitarie e dei dispositivi medici, in particolare, che ci consentirà di risolvere alcune questioni come il problema del payback. Problema che, per la tenuta dei conti pubblici, non potrà essere risolto in maniera immediata; applicando quanto previsto dallo stesso PNHTA, si potrà realizzare una vera programmazione della spesa sanitaria affrontando e risolvendo i problemi legati agli attuali meccanismi del payback”. Afferma Marco Marchetti, Dirigente Medico, Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali AGENAS.
Il nuovo Regolamento Europeo HTA prevede che una parte delle attività di valutazione HTA, quella relativa ad efficacia e sicurezza, verrà svolta a livello europeo (Joint Scientific Consultation e Joint Clinical Assessment) e che poi i risultati di tali valutazioni dovranno essere utilizzati e integrati con le valutazioni a livello nazionale (di natura organizzativa, economica, legale ed etico-sociale) per determinare la rimborsabilità e l’introduzione nella pratica clinica delle tecnologie valutate.
Il trasferimento delle valutazioni HTA effettuate a livello europeo sono “fortemente raccomandate”, ma non obbligatorie. Se però un Paese decide di non adottarle dovrà giustificare in maniera trasparente il perché.
Il nuovo Regolamento Europeo HTA prevede che le attività di valutazione HTA relative a efficacia e sicurezza siano svolte a livello europeo
“I costi dei farmaci e dei dispositivi medici sono aumentati e aumenteranno ancora di più”, sottolinea Marchetti, ”inoltre, analizzando quelle che sono le pipeline di sviluppo, sia in ambito farmacologico sia in ambito di dispositivi medici, vedremo presto entrare anche sul mercato italiano le terapie digitali, DTx o Digital Therapeutics. Anche per le DTx l’HTA contribuirà a rendere più omogenee le valutazioni nei diversi Paesi europei; l’obiettivo è quello di migliorare il diritto alla salute dei cittadini garantendo che una certa tecnologia venga valutata in maniera uguale nei diversi Paesi, favorendo quindi una maggiore equità nell’accesso alle innovazioni nei diversi Paesi.
L’HTA inoltre, in un contesto in cui le risorse disponibili sono inferiori ai bisogni espressi, consente di stabilire delle priorità e capire ciò che è più utile e quello che risponde meglio ai fabbisogni. Senza HTA non avremo questa possibilità e quindi verrebbe a mancare la capacità di identificare le modalità più efficaci ed efficienti per utilizzare le risorse rispetto ai reali bisogni della popolazione evitando inutili sprechi”.
Anche per le DTx l’HTA contribuirà a rendere più omogenee le valutazioni di queste tecnologie nei diversi Paesi europei
Riguardo alle digital therapeutics, Marco Marchetti sottolinea che ai sensi del Regolamento europeo 745,le DTx sono classificate come dispositivi medici, e quindi rientranti tra le tecnologie interessate dal PNHTA. Anche se poi, sottolinea Marchetti, “che una terapia digitale non si possa valutare allo stesso modo in cui si valuta un defibrillatore è chiaro ed evidente e in conseguenza di ciò vanno previsti dei percorsi e delle metodologie di valutazione che siano coerenti con il tipo di tecnologia, ma a mio avviso, il percorso esiste già, si tratta di utilizzarlo”.
“Una delle caratteristiche distintive della Health Technology Assessment è la multidisciplinarietà, possono far parte del gruppo di valutazione: medici, epidemiologi, economisti, ingegneri clinici, sociologi ed eticisti. È chiaro che la composizione del gruppo di lavoro, che poi porta alla produzione di un documento di valutazione, è variabile rispetto alla tecnologia di cui ci si occupa. Non è detto che servano sempre tutte le diverse competenze. Ve ne sono alcune che sono maggiormente presenti, come quella dell’economista sanitario per fare una valutazione economica costo-efficacia o banalmente per fare una valutazione di impatto sul budget; quindi, in realtà, le figure professionali che si occupano di HTA sono diverse, e le competenze sono fondamentali.”
“Una delle domande che ci si è posti a livello europeo nell’applicazione, a partire da gennaio 2025 di questo regolamento, è legato alla capacità, sia in termini di competenze sia di numero di persone, di applicare il regolamento europeo HTA. Su questo c’è consapevolezza che vada fatto un lavoro per potenziare tali capacità, non solo in termini numerici, ma, in prima battuta, soprattutto sulle competenze professionali in termini di informazione e di formazione su quelle che saranno le nuove procedure e i metodi di valutazione per HTA che si utilizzeranno a livello europeo”.
Una delle criticità dell’applicazione del nuovo regolamento Ue HTA riguarda le competenze e il numero delle persone da dedicare al nuovo percorso
“La Commissione Europea ha consapevolezza di questa criticità e con il programma EU4Health ha destinato una serie di risorse allo sviluppo del capacity building, anche perché l’impegno sovranazionale nella valutazione HTA sarà maggiore, alcune stime parlano addirittura di un rapporto 1:5.
L’articolo 7 del Nuovo Regolamento Europeo di HTA prevede che siano oggetto di valutazione HTA europea i dispositivi in classe IIb, che somministrano o rimuovono farmaci e di classe III impiantabili, ma non tutti, solo quelli con un profilo di rischio-beneficio incerto, che passano attraverso un percorso particolare di valutazione, chiamato scrutiny, per l’ottenimento del Marchio CE (necessario ad un Dispositivo per essere messo in commercio) che a partire dal gennaio 2022, è coordinato dalla European Medicine of Agency (EMA) e prevede una particolare valutazione da parte di esperti, ai sensi del regolamento 745/2017.”
HTA potrà “disinnescare” la “bomba” payback?
Prosegue Marchetti: “La legge 53 del 2021 ha previsto i fondi per attività di HTA e di governance e ha introdotto una tassa dello 0,75% sulla percentuale di fatturato nel pubblico delle Aziende che vendono dispositivi medici. Questa tassa nasce con l’intenzione di destinare una quota delle risorse per creare un sistema di governance dei dispositivi medici, tra cui anche per finanziare l’HTA, e quindi non è da confondersi con il famigerato ‘payback’.
Anzi, con l’avvio del PNHTA l’obiettivo è proprio di ripensare la logica attuale del payback che, introdotto nel 2015, non era mai stato applicato fino allo scorso anno per le difficoltà che avrebbe e che sta oggi generando. Il payback prevede che se si supera una certa soglia a posteriori a ‘gara fatta’, le aziende debbano rifondere una quota parte di quanto incassato dalla vendita. Questo meccanismo, ovviamente, venne creato a suo tempo per cercare di rendere la spesa pubblica sostenibile, ma impedisce qualsiasi possibilità di programmazione e di investimento alle aziende produttrici. Il programma nazionale HTA invece, ha tra i suoi obiettivi prioritari la valutazione del fabbisogno e questo renderebbe possibile fare una reale programmazione della spesa, dando certezze sia al sistema Paese sia alle aziende produttrici”.
La Psoriasi Pustolosa Generalizzata è una malattia rara che rappresenta circa l’1% di tutti casi di psoriasi. In Italia si stima che ne siano affette circa 150 persone, cioè 1-3 casi per milione di abitanti. Nonostante sia una malattia rara, questa patologia può avere un importante peso economico per la società nel suo complesso, con un notevole peggioramento della qualità di vita dei pazienti.
Ne parliamo con Patrizio Armeni e Francesco Costa (SDA Bocconi School of Management) che recentemente hanno condotto un’analisi di cost of illness su questa patologia.
Dall’inizio del 2023 sono 657 le vittime sul lavoro accertate nel nostro Paese. È la fotografia scattata durante la presentazione della relazione annuale dell’Inail a inizio ottobre, da cui si evince che nell’ultimo anno i caduti sul posto di lavoro sono 1.208: una media di 100 al mese. Numeri che non possono lasciare indifferenti.
Tra i principali attori in campo per far fronte all’emergenza, la Federazione nazionale dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP) e la Commissione albo nazionale dei Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro (TPALL) che, in occasione della Settimana europea della salute e sicurezza sul lavoro (23/27 ottobre 2023), si preparano a lanciare una campagna di sensibilizzazione e uno spot dedicato. Ma questa è soltanto una delle numerose iniziative in campo. Facciamo il punto con il Presidente della Commissione di albo nazionale, Maurizio Di Giusto.
Come possiamo inquadrare la situazione attuale della vostra professione?
“La nostra è una professione sanitaria che opera innanzitutto all’interno del Servizio sanitario nazionale, nell’ambito dei dipartimenti di Prevenzione, dove siamo organizzati in tre diversi servizi: sicurezza alimentare, sicurezza nei luoghi di lavoro, igiene e sanità pubblica.
Altri colleghi lavorano nelle agenzie per la protezione ambientale, occupandosi di tutela dell’ambiente. Sanità pubblica e protezione ambientale sono temi molto importanti perché con essi si va a incidere sulla riduzione dei determinanti del rischio, cioè dei fattori che influiscono sull’insorgenza delle malattie nell’uomo.
Nel settore privato, i colleghi lavorano sia come liberi professionisti sia inseriti in aziende in cui, per esempio, seguono la redazione dei piani di autocontrollo alimentare o dei documenti di valutazione del rischio nei luoghi di lavoro, o i sistemi di gestione rifiuti”.
Quali sono in questo momento le criticità principali dal punto di vista professionale?
“I problemi si riscontrano soprattutto nei settori in cui sono necessarie competenze specifiche e di alta qualificazione. Mi spiego meglio: la sicurezza nei luoghi lavoro non ha attività riservate a una singola professione, quindi, in teoria, tutti potrebbero oggi occuparsene. Questo comporta difficoltà ad avere nel settore professionisti adeguati per garantire livelli sicurezza essenziali. In concreto, per fare il Responsabile del Servizio di prevenzione e protezione (RSPP) basta frequentare un corso della durata di circa 100 ore, per fare l’addetto dello stesso servizio 76 ore, corsi per altro spesso on-line, mentre un Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi lavoro (TPALL) per arrivare a quelle competenze deve portare a termine come minimo un percorso universitario triennale, seguito da eventuali master e corsi di perfezionamento.
Si tratta di un gap notevole con una differenza di saperi, abilità e attitudini il cui prezzo è pagato dalla salute dei lavoratori a favore di un business commerciale diffuso. Quello della sicurezza sul lavoro, come altri settori, è un contesto in cui il possesso di appropriate competenze è fondamentale per perseguire la sicurezza.
Sanità pubblica e protezione ambientale incidono sulla riduzione dei determinanti del rischio, cioè dei fattori che influiscono sull’insorgenza delle malattie
Nel contesto della valutazione dei rischi nei luoghi di lavoro, è importante considerare che tali rischi possono essere molteplici e derivare sia dall’ambiente lavorativo che dalle attività svolte; solo per citarne alcuni: rischi chimici, fisici, biologici, la movimentazione manuale dei carichi, le cadute dall’alto, rischio elettrico, le radiazioni ionizzanti e non, microclima, aggressioni (pensiamo agli episodi contro il personale sanitario). È impossibile che con un corso breve si possano raggiungere quelle competenze”.
Quali sono le vostre proposte?
“A Rimini, preliminarmente all’apertura del terzo Congresso nazionale della FNO TSRM e PSTRP, la Commissione di albo nazionale e le Commissioni di albo territoriali dei TPALL hanno presentato ufficialmente il documento di posizionamento “La prevenzione… è la soluzione”. Partendo dall’articolo 4 della Costituzione della Repubblica, che “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto… “, il documento sottolinea come la sicurezza dei luoghi di lavoro sia un presupposto fondamentale per garantire questo diritto; invece, ancora oggi le morti sul lavoro e gli infortuni gravi rappresentano “per un Paese moderno, una piaga sociale”.
La sicurezza sul lavoro è un presupposto fondamentale per garantire il diritto al lavoro, così come affermato dalla Costituzione della Repubblica
Pochi, drammatici numeri lo confermano: nel bilancio provvisorio del 2022 (fonte INAIL febbraio 2023) sono stati denunciati, anche con danni permanenti, 697.773 infortuni sul lavoro (+25,7% rispetto allo stesso periodo del 2021), di cui 1.090 con esito mortale e con un considerevole e costante aumento negli anni delle patologie di origine professionale, che sono state 60.774. Un recente studio associa inoltre circa il 3% delle patologie tumorali a fattori lavoro correlati che nel 2021 hanno interessato 377.000 persone, con un numero di decessi di 181.330.
Nel documento si sostiene quindi che “Ci vuole il coraggio del cambiamento, il coraggio di un sistema che non si basi in maniera esclusiva sulla dicotomia inadeguatezza-sanzione e/o sull’inasprimento delle stesse, ma che dia centralità a efficaci ed efficienti azioni di prevenzione primaria che coinvolgano tutti i portatori d’interesse, verso l’obiettivo comune di tutelare la salubrità degli ambienti di lavoro ovvero la salute e la sicurezza dei lavoratori, affinché ciascuno di essi, di noi, possa ogni sera tornare a casa e dai propri affetti senza le conseguenze di un lavoro non sicuro o espresso in condizioni di disagio, ossia garantendo a ciascuno quel diritto legittimo ed universale ad un lavoro “salubre” e “sicuro”.
Ecco allora l’impegno pubblico e comune a promuovere e condividere 11 punti dai quali partire per cercare di realizzare davvero questo cambiamento.
Far crescere la cultura della prevenzione e della sicurezza nei cittadini di domani.
Migliorare la percezione del rischio, nei lavoratori e nelle figure della sicurezza aziendale, per ridurre gli errori umani.
Detrarre dagli imponibili delle aziende il 120% degli investimenti tesi a implementare la salute e sicurezza dei lavoratori e sostenere le imprese.
Implementare gli organici dei dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie in rapporto al numero di imprese presenti sul territorio.
Riformare, in maniera riservata, l’accesso a figure chiave della sicurezza nelle aziende e nei cantieri temporanei e mobili (RSPP, ASPP, CSP, CSE, ecc.).
Favorire e supportare le associazioni datoriali all’implementazione di servizi in materia di prevenzione e sicurezza per i propri associati.
Prevedere qualità e riscontro di efficacia della formazione obbligatoria anche con nuovi modelli formativi superando l’esclusivo sistema certificativo.
Attivare all’interno delle aziende sanitarie spazi di confronto attivo sui temi della salute e sicurezza a supporto delle piccole imprese e classi di rischio.
Investire in maniera concreta sui Piani mirati di prevenzione, quali strumenti proattivi di condivisione degli interventi di prevenzione.
Attivare il completamento del Sistema informativo nazionale per la prevenzione (SINP).
Attivare un Osservatorio permanente istituzionale sui temi e sulle iniziative da porre in essere in materia di Prevenzione salute e sicurezza sul lavoro.
Il documento di posizionamento sarà ora condiviso con tutti i portatori d’interesse affinché chiunque, aderendo allo stesso impegno, lo possa sottoscrivere attivandoci insieme a favorire le azioni essenziali a garantire il diritto di tutti a un luogo di lavoro salubre e sicuro”.
Perché la prevenzione è così importante?
“In questi giorni sui giornali si discute molto, giustamente, delle guerre in corso, tuttavia occorre ricordare anche che ogni giorno, purtroppo, nel nostro Paese continuano a morire sul lavoro minimo tre persone, senza contare le malattie professionali e gli infortuni che causano invalidità importanti. Ogni tanto salgono alla ribalta della cronaca casi eclatanti come quello di Luana D’Orazio a Prato e in quel momento emerge in maniera pubblica la necessità di investire nella sicurezza. Al bisogno di salute e sicurezza spesso il “sistema” risponde con una falsa e unica soluzione che consiste nell’inasprimento delle pene e con l’aumento delle sanzioni e delle ispezioni in termini numerici assoluti e non qualitativi, quando invece da anni, oltre alle evidenze degli studi scientifici, anche le politiche internazionali europee promuovono orientamenti in tema di salute e sicurezza sul lavoro non in un’ottica repressiva, bensì in una direzione preventiva.
Ogni giorno, nel nostro Paese, minimo tre persone muoiono sul lavoro: serve lavorare in un’ottica preventiva anziché repressiva
Dobbiamo avere il coraggio di affermare e portare alla conoscenza di tutti che le sanzioni e le ispezioni generalizzate non producono alcun effetto sul medio e lungo termine sulla riduzione degli infortuni o delle malattie professionali. L’efficienza delle ispezioni negli ambienti di lavoro non può essere legata al loro numero, ma deve essere valutata “anche in base al modo in cui migliora le conoscenze dei soggetti interessati e influisce sulle trasformazioni dell’atteggiamento e dell’organizzazione delle imprese in favore del miglioramento dell’ambiente di lavoro”, per citare la comunicazione della commissione UE sull’attuazione pratica delle disposizioni di diverse direttive in materia.
Il principio base, quindi, non può che essere quanto ribadito anche dal Quadro strategico dell’UE in materia di salute e sicurezza sul lavoro 2021-2027 che ha l’obiettivo di rafforzare la cultura della prevenzione, sia all’interno delle organizzazioni che tra i singoli lavoratori.
È questa la vera sfida, come abbiamo affermato anche nel documento di posizionamento, che si pone, tra gli obiettivi che la cultura della sicurezza parta dalle scuole, per diventare patrimonio di ciascuno di noi”.
Questi anni trascorrono all’insegna del PNRR: un momento cruciale anche per la prevenzione?
“È un’occasione importante e i decreti ministeriali che sono stati emanati prevedono una serie di investimenti negli ospedali e sul territorio. Ecco, quella di portare la cultura sul territorio è un’opportunità che non dovrebbe essere persa: come già accennato, ci potrebbero essere colleghi Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, che danno supporto alle scuole con progetti di promozione della cultura della sicurezza, e anche alla cittadinanza e, ancora, le piccole e medie imprese che non hanno fondi e risorse da investire in sicurezza, potrebbero trovare il supporto della struttura pubblica che ha il know-how: i TPALL potrebbero accompagnare, con processi di auto aiuto, le imprese nell’implementare i sistemi di prevenzione.
Portare la cultura della prevenzione sul territorio è un’opportunità che non dovrebbe essere persa
Ciò risponderebbe anche alla Convenzione sulla salute e sicurezza sul lavoro, ILO 155/81 (recepita lo scorso luglio) che prevede all’articolo 10 che “andranno adottate misure per fornire assistenza ai datori di lavoro e ai lavoratori ed aiutarli a conformarsi ai loro obblighi legali”.
Cambiando settore, ci sono ogni anno molte persone che nella raccolta funghi si intossicano, per non parlare dei morti a causa degli avvelenamenti: anche qui sul territorio si può immaginare una formazione gratuita ai cittadini sulla raccolta e il riconoscimento delle specie fungine, in collaborazione con i comuni e le comunità montane. C’è anche il tema dell’inquinamento indoor e del rischio legionella nelle strutture tipo palestre, piscine e scuole: tutte attività di prevenzione e supporto, non con una finalità di vigilanza, come quella svolta dai dipartimenti di prevenzione, ma di formazione e informazione, di sostegno in questi contesti, alle imprese e alla società”.
Torniamo alla Settimana europea della salute e sicurezza sul lavoro, dal 23 al 27 ottobre 2023. Cosa avete in programma?
“Questo appuntamento europeo è iniziato proprio con la presentazione del documento di posizionamento pubblico che continueremo a condividere in questo periodo con decisori e portatori di interesse in una campagna di sensibilizzazione sul fenomeno e si concluderà il 30 ottobre alla Reggia di Caserta con la presentazione di uno spot dal titolo “La prevenzione è la soluzione”, ideato e realizzato dalla Commissione di albo nazionale dei Tecnici della Prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro; un cortometraggio che ha l’obiettivo di sensibilizzare sul tema della sicurezza, diretto dal noto regista Luciano Fontana, con la partecipazione eccezionale e gratuita del famoso cantante e conduttore televisivo Clementino.
Lo spot, che ha ricevuto diversi patrocini, verrà presentato, con il coinvolgimento di autorità e istituzioni che interverranno sullo stato attuale dell’arte e sul possibile sviluppo di nuovi strumenti di prevenzione e sulla maggiore diffusione della cultura della sicurezza nell’ottica di agire in modo concreto sul dramma delle morti bianche.
Il momento del fare deve prendere il posto del momento delle parole e noi, sia come professionisti sia, soprattutto, come cittadini, siamo pronti a dare il nostro contributo nella piena consapevolezza delle responsabilità che, in tema di sicurezza e tutela degli ambienti di vita e di lavoro, ciascuno di noi ha, al fine di perseguire la salute di tutti.”