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Blockchain per la prevenzione degli illeciti in sanità

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La Fondazione Giglio di Cefalù è la prima azienda sanitaria in Sicilia a utilizzare la tecnologia Blockchain applicata al modello organizzativo e di gestione amministrativa previsto dal decreto legislativo 231/2001 per la prevenzione di illeciti amministrativi e penali.

Il settore sanitario in questo particolare momento gode di finanziamenti stanziati dal PNRR per la Missione Salute 6 di circa 15,63 miliardi di euro. Per un utilizzo corretto di questi fondi, uno strumento come la tecnologia blockchain garantisce il contrasto a fenomeni di corruzione e incorrettezza nelle procedure amministrative.

Cos’è la blockchain

La tecnologia blockchain – traduzione letterale: catena di blocchi – è un sistema informatico a nodi che permette la gestione e l’aggiornamento di blocchi in sequenza di database. Tale tecnologia è progettata specificatamente per registrare transazioni e contabilizzazioni dando contenuto immutabile e data certa. I blocchi consistono in informazioni crittografate sulle operazioni finanziarie o su operazioni condotte nel sistema. I blocchi nel registro della blockchain sono interconnessi e contengono un identificatore univoco sequenziato denominato ‘Hash’: ogni blocco successivo contiene informazioni su quelli precedenti, formando un database costantemente aggiornato.

La tecnologia blockchain, nata e diffusa per la gestione delle criptovalute, in particolare per il Bitcoin, trova oggi applicazione nelle governance aziendali che si adeguano alle nuove frontiere delle tecnologie dell’industria 4.0.

Tecnologia Blockchain alla Fondazione Giglio di Cefalù

Da circa tre mesi alla Fondazione Giglio di Cefalù è attiva la tecnologia blockchain per scongiurare fenomeni corruttivi. Tale tecnologia è applicata per la prima volta in un’Azienda sanitaria in Sicilia adeguando i modelli 231.

Nell’ambito dei fondi del PNRR la blockchain rappresenta uno strumento utile per garantire il contrasto alla corruzione

Il progetto è nato sull’onda di una collaborazione con una start up di Palermo, la quale, a sua volta, è originata da uno spin-off di giovani ricercatori della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo. La start up ha già lavorato a questo sistema e alla piattaforma della blockchain andando a dare certezza di certificazioni in diversi campi di utilizzo: dall’agroalimentare ad altre tipologie di prodotto.

Blockchain, garanzia di governance

“In un incontro tra il Direttore amministrativo della Fondazione Giglio di Cefalù con la start up si è ventilata la possibilità di testare la piattaforma di blockchain nel settore sanitario nell’ambito del modello 231 e quindi sul tema della trasparenza e dell’anticorruzione,” racconta Gianluca Galati, direttore amministrativo della Fondazione Giglio. “La start up ha messo a disposizione la piattaforma informatica e le loro competenze informatiche, inoltre, siamo stati assistiti da uno studio legale che ha dato a loro, e a noi indirettamente, un supporto giuridico e amministrativo sul tema del modello 231 quindi abbiamo ‘testato’ il sistema che attualmente è già a ‘pieno regime’ e oggi siamo molto soddisfatti.”

Cos’è il modello 231?

Il modello organizzativo  “legge 231” prevede una serie di obblighi per le amministrazioni pubbliche o le società, anche private, nell’adottare un piano di organizzazione laddove si rendano evidenti e chiari i percorsi amministrativi e le procedure amministrative all’interno dell’azienda.

La tecnologia blockchain conferisce una data certa anche all’adozione dei modelli previsti dalla legge 231

“Facendo degli esempi”, prosegue Galati, “chi gestisce l’Azienda? Il direttore amministrativo o il direttore generale e che responsabilità hanno? Com’è organizzato l’ufficio acquisti? Che tipo di responsabilità hanno le risorse umane?  Il modello di organizzazione, gestione e controllo 231, in sintesi, risulta essere una mappatura dell’azienda, ma che individua i vari centri di responsabilità. Chi è responsabile di cosa? Rende palesi le procedure che si adottano all’interno dei vari percorsi, andando inoltre ad individuare i settori di rischio basso, medio e alto”.

Aggiunge Galati, “il settore degli acquisti, laddove l’azienda spende milioni e milioni di euro, si considera il settore ad alto rischio ove si possono insinuare dei fenomeni di corruzione o di mancata trasparenza e quindi si deve individuare come procedere dettagliatamente nella procedura degli acquisti, come ad esempio, la richiesta del farmacista ospedaliero. A chi arriva la richiesta? Chi l’autorizza? E come passa all’ufficio acquisti e con quali procedure? Inoltre, se dovessero esserci degli accertamenti di sospetta corruzione, arriverebbe l’autorità giudiziaria e chiederebbe se questi modelli siano stati attivati e con quale data, etc. La tecnologia blockchain conferisce data certa anche alla data di adozione di questi modelli. Nel caso di una visita ispettiva si fornirebbero le credenziali all’autorità giudiziaria per le verifiche”.

Chi lavora in una struttura sanitaria affronta una spesa importante, pensiamo solo al settore della farmacia e quella dei dispositivi. Va da sé che venga considerato un settore a rischio di eventuali fenomeni di corruzione o a procedure non corrette.

La Fondazione Giglio di Cefalù prima azienda sanitaria in Italia ad utilizzare una piattaforma di blockchain

Gianluca Galati specifica come il modello 231, spesso, viene pensato dal Legislatore proprio per cercare di evitare fenomeni di corruzione o di cattiva amministrazione e sottolinea inoltre essere un “bel modello” ma che spesso resta pura teoria. La tecnologia blockchain costituisce quindi uno strumento con cui si mette in pratica la ratio della norma stessa e, attuandola, diviene un modo pratico e operativo per applicare il modello stesso.

Prospettive per il futuro: la blockchain sarà un vantaggio anche per i pazienti

Alla Fondazione Giglio di Cefalù è in fase di studio la possibilità di estendere, in un secondo tempo, la piattaforma di blockchain anche al comparto medico-legale. La piattaforma permette infatti di ampliare diverse possibilità di applicazione: dagli aspetti della cartella clinica elettronica, al consenso informato, e a tutti i passaggi che avvengono nel rapporto paziente-struttura sanitaria, per dare certezza e trasparenza anche a questi ambiti.

Vaccinazioni nei pazienti fragili, un’opportunità di salute

Attività formative da avviare a favore degli operatori sanitari; percorsi vaccinali ad hoc rivolti ai pazienti fragili da sviluppare nelle strutture di ricovero e cura lombarde; progetti di comunicazione e informazione per rendere la cittadinanza consapevole dei benefici della profilassi vaccinale. Sono le iniziative che il gruppo di lavoro promosso da Fondazione The Bridge ha elaborato sul tema della vaccinazione dei pazienti fragili in Lombardia, attualmente in preoccupante calo e proposto alla Regione Lombardia durante l’evento “Vaccinazioni pazienti fragili. Un’opportunità di salute”, che si è svolto a Milano, a Palazzo Pirelli.

Nel corso dell’incontro sono state approfondite le informazioni scientifiche relative alla profilassi vaccinale dei pazienti fragili e spiegati i motivi di esitanza vaccinale da parte di questi soggetti. È stata l’occasione per illustrare l’efficacia e la sicurezza dei vaccini, l’organizzazione dei servizi vaccinali e una mappatura dettagliata dei servizi ospedalieri offerti. Presentata, infine, la campagna di sensibilizzazione #DIRITTOALVACCINO.

La vaccinazione dei pazienti fragili è in preoccupante calo

Il progetto, il cui percorso scientifico è stato realizzato in collaborazione con l’Unità Organizzativa Prevenzione della Direzione Generale Welfare della Regione Lombardia, in raccordo con il Piano Regionale di Prevenzione, ha coinvolto rappresentanti delle Associazioni di pazienti e caregiver, delle Società scientifiche, dei Medici di Medicina Generale e dei Direttori Generali di alcune ASST lombarde.

Le proposte del Gruppo di lavoro

Dal confronto interno al Gruppo di lavoro è emersa fortemente la necessità di una promozione attiva, a tutti i livelli di presa in carico, della vaccinazione nei soggetti fragili. È necessario un vero e proprio cambio culturale nei confronti della prevenzione, che rappresenta un investimento sia in termini di salute della collettività, che di valore per il Servizio Sanitario Nazionale. A tale scopo, sono state elaborate delle proposte per azioni specifiche da parte di Regione Lombardia.

È necessario un vero e proprio cambio culturale nei confronti della prevenzione, con attività di promozione attiva verso gli operatori sanitari, le strutture e la cittadinanza

La prima riguarda l’attivazione dei percorsi formativi a favore degli operatori sanitari per focalizzare l’offerta vaccinale, anche allo scopo di individuare i rischi prevenibili e i benefici attesi dalla vaccinazione.  La seconda è relativa all’attivazione da parte delle strutture di ricovero e cura lombarde di percorsi vaccinali ad hoc rivolti ai pazienti fragili, iniziando dall’anamnesi vaccinale da parte dello specialista, fino all’attivazione di ambulatori vaccinali ospedalieri dove tali soggetti possano essere indirizzati.

Infine, si reputa indispensabile un’attività di comunicazione e informazione, finalizzata a diffondere presso la cittadinanza la consapevolezza dei benefici della profilassi vaccinale, valorizzando in particolare la dimensione della vaccinazione come diritto alla salute dei soggetti più fragili.

La campagna di comunicazione #DIRITTOALVACCINO

Nel corso della giornata è stata inoltre lanciata la campagna di comunicazione promossa da tutti i soggetti che hanno partecipato al progetto e che nasce dalla considerazione che il vaccino negli ultimi anni è stato vissuto come un’imposizione. Il dibattito pro o contro è stato prevalentemente ideologico, nonostante gli sforzi del mondo scientifico. La campagna #DIRITTOALVACCINO si appropria di un linguaggio di rivendicazione sociale per sottolineare il valore della vaccinazione come diritto alla salute delle persone più fragili.

“Comunicazione e informazione restano decisivi se vogliamo diffondere presso la cittadinanza la consapevolezza dei benefici della profilassi vaccinale, valorizzando in particolare la dimensione della vaccinazione come diritto alla salute dei soggetti più fragili – ha dichiarato Rosaria Iardino, Presidente di Fondazione The Bridge -. Il soggetto fragile, infatti, spesso non ha la cognizione di essere tale e allo stesso modo non ha informazioni precise e puntuali rispetto all’importanza delle vaccinazioni”.

Negli ultimi anni il vaccino è stato spesso vissuto come imposizione mentre rappresenta un diritto alla salute delle persone più fragili

“Credo che il lavoro promosso da Fondazione The Bridge abbia il grande merito di affrontare questi temi e fare chiarezza su aspetti importanti che spesso sono strumentalizzati – ha dichiarato il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che ha partecipato alla sessione di saluti istituzionali -. Le vaccinazioni rappresentano la più importante misura di prevenzione di cui disponiamo, per i soggetti fragili così come per tutti i cittadini. Come Regione Lombardia intendiamo continuare a promuovere questo strumento e credo che la migliore risposta per chi sostiene posizioni differenti sia evidenziare i risultati che stiamo raggiungendo e che sono sotto gli occhi di tutti”.

È intervenuta, inoltre, anche Elena LucchiniAssessore Regione Lombardia alla Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità: “I lavori di ricerca e di approfondimento come quello presentato oggi hanno sia un valore scientifico, sia in termini di comunicazione e corretta informazione, che sono armi potentissime per contrastare le fake news che fanno male alla nostra società. Quando si parla di vaccinazioni per i soggetti fragili non si può prescindere dal fatto che la popolazione sta continuando a invecchiare e di conseguenza aumentano le fragilità. Come Regione Lombardia stiamo lavorando molto anche sul tema delle disabilità, e siamo riusciti nello stesso anno a passare da uno stanziamento iniziale di 10 milioni a 15 milioni di euro di risorse per le necessità connesse a questa problematica, che condiziona enormemente la vita delle famiglie”.

All’incontro hanno preso parte anche Catia Borriello (Direttore Dipartimento Funzionale di Prevenzione della Asst Fatebenefratelli-Sacco Milano, Referente per le vaccinazioni – DG Welfare – Regione Lombardia), Luisa Brogonzoli (Centro Studi Fondazione The Bridge), Danilo Cereda (Dirigente Unità Organizzativa Prevenzione – Regione Lombardia), Anna Odone (Professore Ordinario di Igiene e Direttore Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva dell’Università di Pavia), Silvia Ostuzzi (ALOMAR ODV, Portavoce Gruppo di lavoro), Paola Pedrini (FIMMG Lombardia, Portavoce Gruppo di lavoro), Giuliano Rizzardini (Direttore UOC Malattie Infettive, Asst Fatebenefratelli-Sacco Milano e Responsabile Comitato Scientifico Fondazione The Bridge), Luisa Romanò (Docente di Igiene presso il Dipartimento di Scienze Biomediche per la salute, Università degli Studi di Milano), Silvia Stortini e Elena Petreni (Fuorisede Agenzia di Comunicazione), Alessandro Venturi (Professore di Diritto amministrativo e di Diritto regionale e degli enti locali presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università degli Studi di Pavia, Alma Ticinensis – Fondazione The Bridge).

Partecipanti al Gruppo di Lavoro

Fondazione The Bridge

ASST Fatebenefratelli Sacco, Milano 

Università di Pavia 

Regione Lombardia

AIGO – Associazione Italiana Gastroenterologi E Endoscopisti Digestivi Ospedalieri 

AIOM Lombardia – Associazione Italiana Di Oncologia Medica 

CReI – Collegio Reumatologi Italiani 

SIAAIC – Società Italiana di Allergia, Asma e Immunologia Clinica 

SIP/IRS – Società Italiana di Pneumologia/Italian Respiratory Society 

ADPMI – Associazione Diabetici della Provincia di Milano Onlus e Coordinamento Lombardia Associazioni Diabetici 

ALOMAR Odv Lombardia – Associazione Lombarda Malati Reumatici 

C.L.A.D. – Coordinamento Lombardia Associazioni Diabetici

F.A.V.O. Lombardia – Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia 

LILT Lombardia – Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, Coordinamento Regionale 

FIMMG Lombardia – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale e delle cure primarie

SIMG Lombardia – Società Italiana Medici di Medicina Generale

ASST Papa Giovanni XXIII

IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori

Magi (Omceo Roma): Oggi il medico ha paura del paziente che sta curando

Risultano ben documentati i numerosi fattori di insoddisfazione associati alla realizzazione di attività non qualificanti, stress emotivo e burnout che vivono gli operatori sanitari, tra cui medici e odontoiatri. Fattori spesso legati a doppio filo a un aumento del rischio di errori clinici e alla diminuzione di efficacia ed efficienza degli interventi. Non è tutto. In letteratura questi dati sono considerati come potenziali fattori di rischio di abbandono della professione. Ecco perché, vista la continua evoluzione del sistema sanitario, risulta necessario porre maggiore attenzione all’importanza di un adeguato equilibrio tra lavoro e vita privata, senza dimenticare la soddisfazione personale e di carriera dei professionisti.

Di questo e altro si è discusso durante la sessione dal titolo ‘Benessere dei professionisti sanitari per una sanità di valore: analisi e proposte dall’Ordine dei medici-chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Roma”, organizzata a ‘Welfair’, la nuova fiera del fare Sanità, evento che si è tenuto dal 18 al 20 ottobre alla Fiera di Roma.

Sono numerosi i fattori di insoddisfazione associati ad attività non qualificanti, stress emotivo e burnout, che colpiscono medici e odontoiatri

“Dal 2018 l’Ordine dei medici ha cambiato volto- ha affermato il presidente dell’Omceo Roma, Antonio Magi- passando da organo ausiliario a organo sussidiario dello Stato, a tutela della salute del cittadino. Questa è la mission principale e il nostro compito è quello di garantire ai cittadini che chi li cura possiede quelle caratteristiche e i titoli come medico”.

Come medico– ha proseguito- devo tutelare il cittadino in tutti i sensi e per farlo devo tutelare anche il professionista. E a noi sta molto a cuore il benessere del nostro professionista, del medico, nell’arco della sua attività”.

Il presidente dell’Omceo Roma ha poi ricordato come molte cose siano cambiate nel corso degli anni. “Tutti voi- ha detto rivolto ai presenti- ricordate il medico che arrivava in casa e veniva accolto in una sorta di rituale fatto di affetto, rispetto per il ruolo e al contempo di confidenza familiare, in un vero e proprio clima di fiducia. C’era, dunque, un rapporto tra medico e paziente, c’era la consapevolezza dei ruoli e tutto andava bene, perché ognuno si fidava dell’altro e insieme collaboravano per raggiungere il successo, ovvero la Salute del cittadino”.

Oggi, però- ha poi continuato- il medico condotto non c’è più, adesso abbiamo parcellizzato l’attività del medico e si è interrotto quel rapporto di felicità, quel rapporto di coppia, tra medico e paziente“.

Oggi l’attività del medico è sempre più parcellizzata e si svolge in condizioni professionali difficili e complesse

Antonio Magi ha poi dichiarato che “questo non ha fatto altro che creare delle condizioni professionali sempre più difficili e complesse. Un fatto che è andato chiaramente a riversarsi sulla serenità e sul benessere del professionista, che quando oggi lavora si ritrova a doversi comportare con il paziente avendo molto spesso paura di chi ha di fronte”.

Ecco, dunque, ha informato Antonio Magi che “si crea quel rapporto tra medico e paziente che nasce già malato. Ci sono poi norme, come ad esempio il consenso informato, che per il medico costituisce quasi un contratto in cui deve garantire non solo l’obbligo di mezzi ma anche l’obbligo di risultato. A volte- si è rammaricato Magi – capita che le interpretazioni delle leggi arrivino in tribunale. Ne posso citare una famosissima della Cassazione in cui si dice che il medico ha l’obbligo di risultato. È evidente che tutto questo va a incidere sul benessere del professionista, che oggi lavora con l’ansia, in situazioni di organico ridotto, con la consapevolezza che dall’altra parte c’è anche una situazione, peggiorata dopo il Covid, di stress psicofisico, con la possibilità di trovarsi di fronte persone di cui ignora le possibili reazioni, con la necessità di comunicare ma senza la possibilità di farlo per il poco tempo che ha a disposizione”.

In questa situazione non sono pochi gli atti di violenza e le denunce, spesso temerarie. “Un fatto- ha ribadito Antonio Magi- che crea ansia nel medico, che poi si difende con la medicina difensiva, che comporta un esborso economico valutato dieci miliardi di medicina difensiva, tre miliardi legati all’assicurazione o all’autoassicurazione. In più ci sono altre situazioni di obblighi legati alla formazione e di obblighi legati a ordini di servizio. L’Ordine dei medici- ha concluso- vuole essere casa del medico, dove il medico che ha un problema si possa rivolgere, un luogo dove possa trovare persone che lo possano consigliare in maniera disinteressata”.

Non sono pochi gli atti di violenza e le denunce, spesso temerarie, che creano ansia nei medici, già oberati di lavoro per gli organici ridotti

Alla Tavola Rotonda hanno inoltre preso parte il segretario dell’Omceo Roma, Cristina Patrizi, il consigliere odontoiatra dell’Omceo Roma, Giovanni Migliano, il direttore del centro nazionale della clinical governance-Iss, Velia Bruno, l’esponente della commissione studi e ricerca dell’Omceo Roma, Giuseppe Furia, il direttore Uoc medicina d’urgenza e pronto soccorso, Ao San Giovanni-Addolorata, Maria Pia Ruggieri e i consiglieri medici dell’Omceo Roma, Valentina Grimaldi e Maria Grazia Tarsitano.

I lavori sono stati moderati dal consigliere medico dell’Omceo Roma, Gianfranco Damiani, e dal direttore del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute-Iss, Giovanni Capelli.

Impatto dell’arte sulla salute: studio clinico all’ospedale Carlo Poma di Mantova

Uno studio clinico per valutare l’impatto dell’arte sul benessere dei pazienti sarà condotto dalla struttura di Nefrologia e Dialisi dell’Azienda Ospedaliera Carlo Poma di Mantova, guidata da Giuseppe Mazzola, coinvolgendo un gruppo di 25 pazienti sottoposti a trattamento dialitico, emodialisi o dialisi peritoneale. Si tratta del primo studio di Asst che vede protagoniste le arti con il loro potenziale terapeutico.

È realizzato in collaborazione con Fondazione Palazzo Te, che già vanta un’esperienza significativa nel campo del welfare culturale e prevede un percorso di laboratori molto articolato dal titolo “L’arTE che cura. Rubens e gli eroi”, che sfrutterà diversi linguaggi espressivi, stimolando le emozioni: danza, teatro, pittura e musica.

L’iniziativa è nata nell’ambito del più ampio progetto Arte in ospedale, curato dall’area Ufficio stampa e comunicazione di Asst Mantova, che da anni diffonde la bellezza nei luoghi di cura, grazie a svariati interventi artistici nelle strutture aziendali in partnership con istituzioni, artisti, istituti di formazione superiori e universitari. In particolare, nel 2023 è nato appunto il sottoprogetto Museoterapia, in cui si inseriranno i workshop di Palazzo Te.

Lo studio intende misurare scientificamente la reazione dei pazienti al contatto con la bellezza

“Si parte dall’idea – commenta il direttore generale di Asst Mara Azzi – che l’arte possa curare sia i pazienti che i professionisti, oltre a rappresentare un ponte fra i luoghi di cura e la comunità locale. Con questa iniziativa i nostri professionisti hanno voluto misurare scientificamente la reazione dei pazienti al contatto con la bellezza. Ringraziamo Fondazione Palazzo Te per questa importante collaborazione”.

Il direttore di Fondazione Palazzo Te Stefano, Baia Curioni, dichiara: “La partecipazione delle istituzioni culturali e del patrimonio alle attività di sostegno sanitario non è solo una scelta di inclusione, ma la risposta a una precisa dimensione etica, insita nella loro missione”.

Lo studio clinico

Lo studio clinico della Nefrologia metterà a confronto due gruppi di pazienti dializzati, uno dei quali svolgerà le attività strutturate per Palazzo Te. Ad entrambi sarà sottoposto un doppio questionario, a distanza di un tempo prestabilito: prima e dopo l’esperienza artistica.

L’obiettivo primario è quello di verificare se gli stimoli artistici possono contribuire a una riduzione del 10 per cento del grado di astenia.

Il secondo obiettivo è quello di valutare se le condizioni di dialisi ospedaliera o domiciliare possono contribuire a determinare il grado di astenia.

Il paziente dializzato riferisce spesso senso di stanchezza e astenia, condizioni che si ripercuotono sul benessere psichico, fisico e sociale

I pazienti hanno un’età compresa fra i 18 e gli 80 anni, maschi e femmine.

L’insufficienza renale cronica con necessità dialitica è una condizione che comporta spesso la comparsa di astenia fisica e mentale. Il paziente dializzato riferisce senso di stanchezza legata all’esecuzione della dialisi, ma anche dovuta alla modifica degli stili di vita e all’obbligatorietà del trattamento dialitico tre o più volte alla settimana, in base alla metodica prescelta. L’astenia si ripercuote sul benessere psichico, fisico e sociale di chi la sperimenta.

Il percorso di Palazzo Te

Il percorso prenderà come spunto iniziale i miti di Ercole e le storie di Achille, emblemi dell’eroe antico che si trova di fronte a fatiche e scelte, amori e arti, mostri e avversari, virtù e debolezze. Come queste storie ci parlano oggi? Come diventano una pratica sociale? Perché il mito è ancora materia viva?

Il percorso è partitolo il 17 ottobre con sei laboratori condotti da esperti che si concluderanno il 28 novembre: Visita alla mostra di Rubens. Il corpo dell’eroe. Forza, amore, virtù con Simone Rega; Percezione e senti-mento con Chiara Olivieri; Dal dipinto alla scena con Silvia Gandolfi; Segno, gesto, colore. L’energia nella pittura con Federica Aiello Pini; Piano e forte. La forza di una nota con Leonardo Zunica.

Il ruolo della ricerca nell’ambito di arte e salute nel mondo

Secondo il rapporto dell’Oms sul ruolo delle arti nel miglioramento della salute e del benessere (Health evidence network synthesis report 67 – What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? a scoping review – 2019), negli ultimi vent’anni la ricerca in questo campo si è intensificata in modo molto significativo.

Sono inoltre emersi sviluppi nelle pratiche e nelle atti­vità politiche in diversi Paesi dell’Organizzazione mondiale della sanità-Regione Europa, ma anche oltre i suoi confini. Più di 3.000 studi hanno evidenziato il ruolo determinante delle arti nella prevenzione delle malattie, nella promozione della salute, nel trattamento e nella gestione delle patologie che si manifestano nel corso della vita.

Il report censisce la letteratura accademica globale in inglese e in russo, dal gennaio 2000 al maggio 2019. Si parla di oltre 900 pub­blicazioni, fra le quali più di 200 tra recensioni, revisioni sistematiche, meta-analisi e meta-sintesi. I risultati sottolineano un potenziale impatto delle arti sulla salute mentale e su quella fisica, nell’ambito di due categorie tematiche: la preven­zione e promozione, la gestione e il trattamento. Visitare musei e gallerie, andare a teatro e assi­stere a concerti o all’opera lirica ogni due mesi o più frequentemente in età avanzata sono stati associati, ad esempio, a un più lento declino cognitivo e a un minore rischio di sviluppare demenza.

Intelligenza artificiale in sanità, le considerazioni dell’OMS

L’intelligenza artificiale è arrivata a pervadere così prepotentemente anche i diversi ambiti del settore della salute, dagli studi clinici alla gestione della relazione medico-paziente, che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha ritenuto opportuno dire la sua. Sei punti di attenzione che possono servire per delineare delle buone pratiche per lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale in sanità.

Proprio questa mattina l’ente internazionale che sovrintende alla salute globale ha diffuso le proprie considerazioni in materia. Oms ha posto l’accento sulla necessità che i diversi stakeholder della sanità prestino attenzione affinché l’utilizzo degli algoritmi e delle loro applicazioni sia condotto in modo consapevole, nel rispetto delle regolamentazioni che oggi disegnano i contorni della rivoluzione macchina-uomo in sanità.

L’OMS si è concentrata su sei punti che possono servire per delineare le buone pratiche per lo sviluppo e l’applicazione dell’AI in sanità

L’intelligenza artificiale è molto promettente per la salute, ma comporta anche serie sfide, tra cui la raccolta di dati non etici, le minacce alla sicurezza informatica e l’amplificazione dei bias o della disinformazione”, ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale di Oms. “Questa nuova indicazione aiuterà i diversi Paesi a regolamentare l’intelligenza artificiale in modo efficace, per sfruttarne il potenziale, che si tratti di curare il cancro o di individuare la tubercolosi, riducendo al minimo i rischi”.

Nelle 80 pagine del documento diffuso oggi, Oms riconosce palesemente che le diverse applicazioni dell’intelligenza artificiale, sia predittiva che generativa, racchiudono in sé enormi potenziali capaci di trasformare significativamente il concetto di diagnosi, cura e di ricerca di nuovi farmaci. Con evidenti ottimizzazioni degli outcome clinici sia a livello ospedaliero che territoriale, giacché l’intelligenza artificiale si può esprimere tanto a favore degli operatori della salute quanto dei cittadini e dei caregiver nell’ottica di autocura. Finanche a consentire l’interpretazione di scansioni della retina e di immagini radiologiche in situazioni dove non sono presenti medici specialisti.

Tra i rischi indicati dall’Oms, la raccolta di dati non etici, le minacce alla sicurezza informatica e l’amplificazione dei bias o della disinformazione

Cionondimeno, avverte Oms, la velocità con cui questa tecnologia evolve è così rapida che si rischia di perdere di vista le riflessioni che dovrebbero sottendere a questo tipo di innovazione.

Partendo dalla verifica puntuale rispetto al bilanciamento tra vantaggi e rischi per gli utenti finali, che siano operatori della salute, pazienti o player diversi implicati nei percorsi di prevenzione, diagnosi e cura.

A preoccupare l’Organizzazione mondiale della sanità è anche l’aspetto relativo alla gestione dell’enorme mole di dati sanitari che servono agli algoritmi per poter funzionare e offrire output significativi e affidabili per gli utenti. Così come si deve porre attenzione, sostiene Oms, alla privacy di questi dati, per loro natura sensibili, facendo sì che anche le applicazioni dell’intelligenza artificiale siano progettate e realizzate nel rispetto dei quadri normativi in vigore nei diversi Paesi, dal regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) in Europa all’Health Insurance Portability and Accountability Act (Hipaa) statunitense.

Considerazioni normative sull’AI in sanità: sei aree tematiche

Oms, insieme all’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit), ha così costituito un gruppo di lavoro proprio sull’intelligenza artificiale per la salute composto a sua volta di sottogruppi, tra cui uno dedicato alle considerazioni normative, a cui partecipano diversi stakeholder: autorità regolatorie, responsabili politici, università e industria.

Dal lavoro di questo panel di esperti sono scaturite sei aree tematiche di attenzione – documentazione e trasparenza, approccio al ciclo di vita totale del prodotto e gestione del rischio, destinazione d’uso e validazione analitica e clinica, qualità dei dati e privacy, engagement e collaborazione tra player – di cui sarebbe necessario tenere conto per la definizione di una regolamentazione dell’intelligenza artificiale applicate alla salute. Una sorta di buone pratiche per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario e industriale.

Ecco in sintesi che cosa intende Oms rispetto a questi sei punti critici:

  1. Documentazione e trasparenza: pre-specificare e documentare lo scopo medico previsto dall’applicazione dell’AI e il relativo processo di sviluppo in modo da consentire di tracciarne le diverse fasi. Adottando al contempo un approccio basato sul rischio anche per il livello di documentazione e conservazione dei registri utilizzato per lo sviluppo e la validazione dei sistemi di intelligenza artificiale.
  2. Approcci alla gestione del rischio e al ciclo di vita dello sviluppo dei sistemi di AI: l’approccio volto alla gestione del rischio – inteso anche come minacce e vulnerabilità della cybersecurity, underfitting, bias algoritmici – deve essere mantenuto dal momento dello sviluppo pre-commercializzazione, a quello della sorveglianza post-marketing.
  3. Uso previsto e validazione analitica e clinica: è bene fornire sin dall’inizio una documentazione trasparente sull’utilizzo previsto del sistema di AI. Analoga trasparenza dovrebbe essere garantita rispetto al set di dati – comprese le dimensioni, il contesto e la popolazione, i dati di ingresso e di uscita e la composizione demografica – di addestramento degli algoritmi, con particolare riferimento a quando essi vengano utilizzati all’interno di studi clinici.
  4. Qualità dei dati: gli sviluppatori devono valutare se i dati disponibili sono di qualità sufficiente a supportare lo sviluppo del sistema di AI per raggiungere lo scopo prefissato.
  5. Analogamente si dovrebbe prendere in considerazione l’implementazione di rigorose valutazioni preliminari per garantire che l’AI non amplifichi bias e gli errori.
  6. Privacy e protezione dei dati: all’inizio del processo di sviluppo, gli sviluppatori dovrebbero essere certi di comprendere appieno le diverse regolamentazioni in tema di protezione dei dati e privacy e assicurando che processi e prodotti finali soddisfino i requisiti legali.
  7. Coinvolgimento e collaborazione: durante lo sviluppo del framework di lavoro per la progettazione e la realizzazione di tool di AI per la salute è auspicato che ci siano piattaforme per la condivisione delle riflessioni da parte di tutti gli stakeholder interessati.

Medici gettonisti, un’emergenza nell’emergenza

A inizio anno il Ministro della Salute Orazio Schillaci aveva annunciato una stretta sui cosiddetti “gettonisti”: dal 31 marzo, le aziende sanitarie “possono procedere alle esternalizzazioni una sola volta e senza proroga per l’affidamento di servizi medici ed infermieristici” e solo in caso di effettiva necessità e urgenza.
Il personale sanitario che abbia interrotto volontariamente il rapporto di lavoro dipendente con una struttura sanitaria pubblica per prestare la propria attività in regime di esternalizzazione, inoltre, non può chiedere successivamente la ricostituzione del rapporto di lavoro con il Ssn.
Dal 2023, infine, chi si occupa di emergenza-urgenza può avere un aumento per quanto riguarda gli straordinari.
Che impatto hanno questi cambiamenti sulle aziende sanitarie?

Ne parliamo con:

  • Fabio De Iaco
    Presidente Simeu
  • Michele Nicoletti
    Presidente Nazionale FederSpecializzandi

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Primi in classifica, ma per decessi legati all’antibiotico-resistenza

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Sono dati che arrivano dai programmi di Sorveglianza Nazionale dell’antibiotico-resistenza (AR-ISS) e Sorveglianza delle batteremie da enterobatteri resistenti ai carbapenemi (CRE), coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità. È un triste primato, nell’ambito dei Paesi UE, quello della mortalità per antibiotico-resistenza.

Gli ultimi dati disponibili mostrano, infatti, che i livelli di antibiotico-resistenza e di multi-resistenza dei ceppi batterici sotto sorveglianza sono ancora troppo alti, nonostante gli sforzi messi in campo per promuovere un uso appropriato degli antibiotici e gli interventi per il controllo delle infezioni nelle strutture di assistenza sanitaria.

I livelli di antibiotico-resistenza e di multi-resistenza dei ceppi batterici sotto sorveglianza sono ancora troppo alti

Si inserisce in questo scenario il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza (PNCAR) 2022-2025, un documento strategico importante per migliorare e rendere più incisive le attività di contrasto del fenomeno a livello nazionale, regionale e locale e per fornire le linee strategiche e le indicazioni operative per affrontare l’emergenza dell’antibiotico-resistenza nei prossimi anni, seguendo un approccio multidisciplinare e una visione One Health.

Il Piano si articola in cinque aree trasversali di intervento:

  • Governance
  • Formazione
  • Informazione, comunicazione e trasparenza
  • Ricerca, innovazione e bioetica
  • Cooperazione nazionale e internazionale

I tre pilastri tematici sono invece dedicati alla prevenzione e al controllo dell’antibiotico-resistenza nel settore umano, animale e ambientale:

  • Sorveglianza e monitoraggio integrato dell’antibiotico-resistenza (ABR), dell’utilizzo di antibiotici, delle infezioni correlate all’assistenza (ICA) e monitoraggio ambientale.
  • Prevenzione delle ICA in ambito ospedaliero e comunitario e delle malattie infettive e zoonosi.
  • Uso appropriato degli antibiotici sia in ambito umano, sia veterinario e corretta gestione e smaltimento degli antibiotici e dei materiali contaminati.

Parliamo di antibiotico-resistenza (AR) con il Dottor Fortunato Paolo D’Ancona, primo ricercatore medico dell’Istituto Superiore di Sanità, Dipartimento di malattie infettive, reparto di epidemiologia, biostatistica e modelli matematici (EPI).

Cos’è esattamente l’Antibiotico Resistenza  (AR) e il meccanismo attraverso il quale alcuni ceppi batterici “resistono” agli antibiotici?

Di fatto l’AR non è una malattia ma un fallimento terapeutico, quindi l’antibiotico che utilizziamo per bloccare l’infezione batterica perde di efficacia per capacità acquisite dai batteri stessi. Non esiste un solo meccanismo, sono molteplici, proprio perché ogni antibiotico ha sue caratteristiche. I batteri poco alla volta si selezionano, sopravvivono quelli che hanno la capacità di disattivare un particolare antibiotico.

È una capacità naturale dei batteri o si acquisisce con un’evoluzione?

È naturale per alcuni, ma per lo più è acquisita. In genere, più che di un’evoluzione, si tratta di una selezione. Tra i tanti cambiamenti dei batteri, come i virus con le varianti, come abbiamo imparato con il Covid-19, a un certo punto, sotto la pressione selettiva, quelli che sopravvivono sono quelli in grado di disattivare l’antibiotico o di renderlo inefficace. Esistono anche meccanismi di trasmissione di resistenza tra batteri attraverso piccoli filamenti di genoma chiamati plasmidi.

Perché proprio l’Italia detiene il primato dei decessi per AR? E com’è la situazione nel resto dell’Europa?

Intanto non è un primato assoluto. Diciamo che siamo tra i Paesi che subiscono un impatto maggiore dell’AR. Questo perché siamo, rispetto agli altri Paesi, una nazione piuttosto estesa, con quasi 60 milioni di abitanti, quindi siamo in tanti. In più, abbiamo un’alta percentuale di batteri resistenti, molte infezioni trasmesse negli ambienti assistenziali e una popolazione particolarmente anziana. Mettendo insieme questi tre fattori, siamo uno dei Paesi che, purtroppo, ha i numeri più alti di decessi per AR. Quindi, le circa 11.000 persone l’anno che si stima muoiano per AR è la conseguenza di questi tre fattori.

Anche perché usiamo troppo gli antibiotici?

Noi abbiamo un’alta percentuale di batteri resistenti per diversi motivi. Per prima cosa, un uso non appropriato degli antibiotici, li usiamo troppo, spesso senza la prescrizione del medico, oppure il medico li prescrive perché alcune persone lo chiedono insistentemente. Poi c’è la diffusione, poiché spesso l’AR è associata alle infezioni correlate all’assistenza. Che cosa succede? Se in certi ospedali o nelle RSA c’è una più alta percentuale di batteri resistenti, se non si isolano i casi singoli o se comunque non si blocca la trasmissione con le adeguate misure, c’è il rischio che si creino focolai epidemici, quindi una grande diffusione di questi batteri. Tale diffusione ovviamente aumenta il numero dei batteri resistenti e dei decessi.

L’impatto maggiore è nelle persone più fragili, come gli anziani o chi presenta malattie concomitanti

L’impatto maggiore è nelle persone più fragili, come gli anziani o chi presenta malattie concomitanti. Non è che improvvisamente tutti gli antibiotici non funzionano, ma è un fenomeno progressivo: usando una metafora, trattare i pazienti con batteri diventa sempre più difficile ed è come pedalare in salita e non si vede ancora all’orizzonte un po’ di pianura.

Un’altra problematica sono i costi, perché si allungano i ricoveri e i trattamenti. L’Italia, secondo le stime dell’OCSE, è uno dei Paesi europei che presenta i costi più alti dovuti all’antibiotico-resistenza. È come se questo fenomeno ci costasse quasi 5 euro a persona, mentre in Paesi come Norvegia o Danimarca siamo al di sotto dell’euro a persona. Sono costi aggiuntivi, perché si allungano i tempi di degenza, le persone operate talvolta devono essere rioperate, perché si possono infettare le ferite chirurgiche o le protesi impiantate. La chirurgia invasiva è quella a più alto rischio di infezioni correlate all’assistenza. AR e infezioni legate all’assistenza, infatti, sono spesso associate.

C’è anche il forte impatto psicologico sul paziente che non solo resta in ospedale per più tempo, ma può essere messo in isolamento.

Lo confermo, ci sono degli studi che mostrano che questo fenomeno colpisce soprattutto nell’ambito della chirurgia. Facciamo un esempio, una persona è operata, sembra che sia andato tutto bene dal punto di vista chirurgico, ma dopo un certo numero di giorni comincia la febbre. Quindi, indipendentemente dall’isolamento che potrebbe essere necessario se l’infezione è causata da certi batteri, c’è la percezione del fallimento dell’intervento, perché di fatto questa infezione è una complicanza post-operatoria: è andato tutto bene, ma la ferita si è infettata. Spesso c’è un impatto non solo sul paziente ma anche sui familiari.

Poi c’è anche l’aspetto legato all’isolamento. Quando ci sono pazienti ricoverati in ospedale con alcuni patogeni come Pseudomonas aeruginosa sono sistemati in camere separate, con un cartello fuori che fornisce indicazioni precise ai sanitari e ai familiari e con un tipo di assistenza diversa e maggiori precauzioni per le infezioni a trasmissione da contatto. Per alcuni patogeni, come Klebsiella pneumoniae, inoltre, alcune persone possono essere portatrici del batterio; anche se stanno bene, sono una potenziale fonte di contagio per altri. Tanto è vero che si eseguono all’interno degli ospedali, per pazienti da ricoverare in unità particolari come la terapia intensiva, dei tamponi per identificare i portatori e prendere le adeguate precauzioni per evitare che trasmettano l‘infezione ad altri ricoverati.

Un paziente spaventato, magari in isolamento, vedrà la guarigione come un traguardo lontano con tutto il disagio psicologico che comporta

Uno studio sulle ISC (Infezioni da Sito Chirurgico) e sull’impatto negativo sul paziente, anche dal punto di vista della salute mentale, a causa del dolore e dell’ansia, ha arruolato 760 pazienti da 21 centri del Regno Unito. Misurando la qualità della vita correlata alla salute, ha rilevato una riduzione dell’11% a 30 giorni nei pazienti con ISC. Quest’ultimi hanno, inoltre, sperimentato un notevole aumento del dolore attribuito all’infezione, che ha portato a un deterioramento del loro benessere, tra cui insicurezza e depressione. Hanno anche manifestato un senso di disagio nell’osservare le proprie cicatrici, per una mancanza di familiarità con l’aspetto di una tipica ferita in via di guarigione. Infine, hanno espresso un senso di angoscia e stati depressivi che hanno portato all’isolamento sociale, associando sentimenti di paura e ansia ai segni e ai sintomi della ISC. Vi è anche un effetto sulla vita quotidiana dei pazienti, con ripercussioni sulla loro rete sociale e sulle relazioni familiari.

Qual è il ruolo dei medici di base? C’è scarsa informazione o poca consapevolezza dei rischi?

Partiamo da un presupposto diverso. È necessario accrescere la consapevolezza dei medici verso la drammaticità del fenomeno dell’AR, ma anche fornire gli strumenti corretti per la giusta terapia. L’AIFA ha pubblicato un manuale che aiuta nella scelta corretta dell’antibiotico per le situazioni più frequenti, basato sul manuale dell’OMS chiamato AWaRE.

Si tratta di una classificazione degli antibiotici, introdotta nel 2017 e che divide questo tipo di farmaco in tre gruppi:

  • Access: antibiotici che hanno uno spettro di attività ristretto e un buon profilo di sicurezza in termini di reazioni avverse, da usare preferibilmente nella maggior parte delle infezioni più frequenti quali ad esempio le infezioni delle vie aeree superiori;
  • Watch: antibiotici a spettro d’azione più ampio, raccomandati come opzioni di prima scelta solo per particolari condizioni cliniche;
  • Reserve: antibiotici da riservare al trattamento delle infezioni da germi multiresistenti.

In questo modo si cerca di fornire un’indicazione corretta per il trattamento e supportare il medico nella scelta terapeutica. È un grande passo avanti per aumentare la disponibilità di indicazioni per la cura corretta e, soprattutto, in lingua italiana. Questo è un aspetto da non sottovalutare, poiché riferendosi a linee guida americane, ad esempio, alcuni medici potrebbero avere delle difficoltà a leggerle.

Molte persone spesso si auto-medicano ricorrendo agli antibiotici. Manca un’adeguata informazione sull’AR che consenta una maggiore cognizione del rischio?

Più dell’80% degli antibiotici, secondo l’AIFA, sono usati in comunità. L’uso in ospedale è già meno del 20%, quindi gli sforzi per ottimizzare la prescrizione antibiotica vanno concentrati nell’assistenza sanitaria al di fuori degli ospedali, è lì che si consumano troppi antibiotici. È importante quindi ridurre il numero di antibiotici utilizzati. Poi, di fronte a una malattia virale, non prescrivere subito l’antibiotico ma cercare di capire se si tratta di influenza o di Covid-19 e se non ci sono segni particolari di infezione batterica non prescriverli affatto. L’antibiotico deve essere quello giusto al momento giusto.

Quali attività di contrasto sono previste nel Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza?

Il PNCAR è un piano di tipo globale, mette insieme l’area umana, veterinaria e ambientale. Uno strumento multidisciplinare in cui diverse figure professionali stanno dando il loro contributo. I pilastri portanti sono tre.

Il primo è la sorveglianza, capire il numero delle infezioni, come sono usati gli antibiotici, quanti ce ne sono nell’ambiente, ecc. Secondo pilastro, prevenire le infezioni, perché meno infezioni ci sono, meno antibiotici servono. Faccio un esempio: si parla spesso di vaccinazione antinfluenzale, non solo perché l’influenza può essere una malattia grave nell’anziano, ma perché una persona meno si ammala e meno c’è il rischio che assuma inutilmente antibiotici. Quindi, anche la vaccinazione è uno strumento di prevenzione dell’AR. Poi ci sono le misure da prendere in ospedale per evitare che certe infezioni si trasmettano. Infine, il terzo grande pilastro per il buon uso degli antibiotici, sia in ambito umano, sia veterinario.

Tra le misure del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza c’è anche la formazione e l’incremento delle linee guida per il trattamento

Non mancano strumenti come la formazione, l’informazione e la comunicazione alla popolazione, che va informata sull’uso spesso inutile degli antibiotici, che vanno prescritti solo se necessari, e invitata a vaccinarsi. Ma anche la redazione di documenti tecnici che aiutino i medici sia nella prevenzione, sia nel buon uso degli antibiotici. In alcune patologie, infatti, è bene non prescrivere antibiotici senza fare prima i test di coltura. Ad esempio, nei Paesi del Nord Europa, prima di somministrare gli antibiotici ci vuole la prova che ci sia davvero un’infezione batterica in atto, tranne ovviamente nei casi più severi.

L’obiettivo resta quello di aumentare la comunicazione e la consapevolezza del cittadino del comportamento corretto anche, ad esempio, in corrispondenza delle campagne vaccinali e nel periodo invernale.

Aggiungo però che rispetto ad alcuni anni fa, è aumentata la cognizione del problema. Il Covid-19 poi ha rallentato parecchio l’implementazione del piano, ma ora dovremmo riuscire a raggiungere molti più obiettivi concreti in questa lotta.

PNRR, ristrutturare non basta

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Dopo la rimodulazione estiva del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), le Case di Comunità sono passate da 1350 a 936, le Centrali operative territoriali da 600 a 524 e gli Ospedali di Comunità sono scesi da 400 a 304. Tra il 2021 e il 2023, infatti, l’incremento dei costi di costruzione è stato tra il 24% e il 66% a seconda delle Regioni.

Nel frattempo, a inizio ottobre è arrivata la terza tranche di pagamento, pari a 18,5 miliardi di euro. Il Comitato europeo delle regioni, che riunisce governatori e sindaci di tutta Europa, nel suo rapporto annuale ha acceso i riflettori sull’efficacia degli indicatori PNRR per misurare i risultati degli investimenti.

Dal 3 maggio esiste l’Intergruppo parlamentare “Sanità e Ripresa”, che ha il doppio obiettivo di rafforzare il Ssn dopo la pandemia e monitorare l’utilizzo dei fondi del PNRR.

Lo stato di avanzamento del PNRR

Antonella Guida, direttrice responsabile del distretto sanitario 12 di Caserta, è tra i consulenti tecnico scientifici che hanno il compito di far pervenire proposte e elaborati per sensibilizzare i parlamentari su problematiche di interesse diffuso.

“Ogni Regione ha il suo organismo tecnico specifico che fa il punto, ma sono visioni di settore – spiega Guida, che è anche coordinatrice dell’Osservatorio sullo stato di avanzamento del PNRR dell’Università Federico II – Noi abbiamo avuto l’ambizione di mettere a sistema tutte queste produzioni e renderle omogenee, verificando la coerenza dei risultati e cercando di accendere dei fari su tematiche specifiche”.

Prima di luglio il gruppo aveva evidenziato l’impossibilità di realizzare tutto quanto previsto nella Missione 6 del PNRR nei tempi stabiliti. “L’analisi del Governo ci ha poi dato ragione e ha limitato gli interventi alle ristrutturazioni, abbandonando le nuove costruzioni”, commenta l’esperta.

In questo momento sono in via di aggiornamento le schede di rilevazione: “Penso che per fine ottobre o metà novembre faremo un’analisi sulle eventuali disuguaglianze che si possono acuire in questa situazione – afferma l’esperta -. Ci sono istituti specifici che curano lo stato di avanzamento del PNRR per conto dei ministeri e noi non ci vogliamo sostituire, ma abbiamo l’ambizione di lavorare come ente terzo che mette insieme tanti aspetti e mostra le situazioni da altre prospettive”.

La sfida delle disuguaglianze

Per l’esperta proprio le disequità e le aree interne sono tra i temi che potranno subire più penalizzazioni da questa rafforzata modifica del PNRR in ambito sanitario.

“Io credo sia possibile colmare queste eventuali disequità portando i servizi digitali, che restano strumenti e non soluzioni. Il tema dei cittadini che risiedono nei piccoli paesi e nelle isole è importantissimo, soprattutto dal punto di vista sanitario. Oltre a provare a forzare sulla digitalizzazione dei servizi, si potrebbe pensare di coinvolgere il terzo settore, che ha un suo ruolo e una sua competenza”.

L’Intergruppo ha inoltre presentato una proposta di collaborazione sia al Ministero della Salute sia al Miur.

“Come Osservatorio abbiamo fornito il nostro contributo all’Intergruppo seguendo tre direttrici: l’analisi dello stato di avanzamento del PNRR, i bisogni formativi e la proposta formativa”, continua Guida.

Le disequità e le aree interne sono tra i temi che potranno subire più penalizzazioni da questa rafforzata modifica del PNRR in ambito sanitario

L’Osservatorio della Federico II ha riportato all’Intergruppo i risultati di un questionario diffuso a tutti gli operatori sanitari, prevalentemente della Regione Campania, sullo stato di conoscenza sul PNRR.

“Abbiamo cercato di capire qual è il livello di consapevolezza dell’operatore sanitario sul Piano nazionale di ripresa e resilienza e quali sono gli ambiti in cui indirizzare percorsi formativi specifici”.

Sebbene i risultati siano in corso di elaborazione, Guida ha anticipato che almeno i due terzi degli operatori che hanno risposto hanno evidenziato bisogni formativi, mentre solo un terzo si è detto consapevole e ha dimostrato di aver compreso la visione del nuovo sistema proposto dal Piano.

Nello stesso tempo la Federico II ha avviato un corso di perfezionamento post universitario dedicato ai dirigenti dei servizi sanitari territoriali, per “rendere applicativo il Dm 77 e attivare nuove competenze e skills per la programmazione e la gestione dei gruppi. È necessario innovare le conoscenze che sono invecchiate. Il corso è quasi alla fine della prima edizione e proprio in questi giorni sta partendo il bando per la seconda annualità”.

La gestione delle cronicità

Il tema delle risorse è pressante, nelle settimane che ci stanno conducendo alla manovra economica. Recentemente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affermato che al di là delle risorse, è necessaria una migliore organizzazione. Guida non si sottrae: “Che i finanziamenti a disposizione siano ridotti a causa dell’inflazione e degli eventi bellici è un dato di fatto. Tuttavia è vero che, parallelamente a un aumento delle risorse, sarebbe necessario intervenire sulle sacche di inappropriatezza o di uso non ottimale delle risorse”.

Come direttore di distretto Guida sta sperimentando la digitalizzazione applicata alle malattie croniche, attraverso i Chronical center, un modello di presa in carico del paziente multidisciplinare e multispecialistico che “attraverso l’analisi dei suoi bisogni riceve un’agenda annuale dei controlli. In questo modo eliminiamo i duplicati che probabilmente avremmo se il paziente fosse gestito solo dal medico curante o dai singoli specialisti”.

Uno degli obiettivi dei Chronical center è fornire a ogni paziente un’agenda annuale dei controlli per evitare la duplicazione delle prestazioni

Per ciascun paziente si elabora quindi un file unico annuale, con un’agenda di trattazione per 12 mesi che permette di evitare duplicazioni delle prestazioni e di seguire il paziente più da vicino, riuscendo a intercettare prima una riacutizzazione di una patologia cronica ed evitando per esempio l’accesso in ospedale.

“Abbiamo inoltre attivato dei servizi a domicilio che non sono Adi: si chiamano Uca, unità di continuità assistenziale, e sono ispirate alle Usca che abbiamo sperimentato durante la pandemia”. Queste unità permettono l’invio, anche occasionale, di medici e infermieri al domicilio del paziente per gestire delle prestazioni di media complessità.

La grande sfida è sulle patologie a larga diffusione, penso al diabete e alle sue complicazioni”, continua Guida.

I problemi organizzativi e culturali di personale sanitario e pazienti si possono superare “attuando processi di change management: se non c’è un percorso alla base del cambiamento, non convinci nessuno a cambiare. Sulle nuove progettualità che stiamo sviluppando è necessario avere un’idea chiara sul punto di partenza, gli obiettivi e i mezzi a disposizione. È poi necessario condividere questa idea con chi la deve applicare. Questo significa svolgere un lavoro di preparazione, di analisi, di studio e di messa a terra delle varie criticità”.

I problemi organizzativi e culturali di personale sanitario e pazienti si possono superare attuando processi di change management

In questo modo, in base all’esperienza di Guida, la resistenza iniziale si è trasformata in collaborazione: “È successo per esempio con i medici di medicina generale. In un anno e mezzo siamo riusciti a seguire circa 1.600 pazienti in questo modo. Abbiamo diagnosticato loro delle patologie oncologiche non ancora espresse, quindi hanno potuto godere di un trattamento precoce”. 

Gli altri elementi importanti sono il monitoraggio e la motivazione interna: “Occorre tenere sempre alta l’attenzione degli operatori, coinvolgendo l’intero comparto. L’infermiere di comunità non va inventato, ma supportato, accompagnando questi percorsi da leve motivazionali individuali – è la ricetta di Guida – A latere dell’implementazione dei Chronic Center ho sempre cercato di aggiungere percorsi formativi innovativi che potessero aprire la mente agli operatori su altre modalità di lavoro. E una volta raggiunto l’obiettivo non ci si ferma: il progetto va sempre attenzionato e rimodulato. Il rischio della routine, infatti, è perdere la capacità di attenzione e innovazione”.

Distribuire i profili di competenza

In questo momento i due problemi che attanagliano il Ssn riguardano la gestione delle liste d’attesa e la carenza di personale.

Per abbattere le prime, secondo Guida, “bisogna rendere ordinari nel pubblico alcuni meccanismi che utilizza anche il privato, come l’overbooking e l’attività di recall, con tutti i mezzi possibili. Non solo la telefonata, ma anche l’sms e il whatsapp, chiedendo al paziente di confermare o disdire”.

E poi è necessario lavorare sui codici di priorità: “Un codice di urgenza non può essere un escamotage per superare le liste d’attesa”.

Alcuni meccanismi che utilizza il privato, come l’attività di recall con tutti i mezzi possibili, vanno applicati anche alla sanità pubblica, per gestire meglio le liste d’attesa

Le liste d’attesa non sono diffuse nello stesso modo ovunque: ci sono delle specialità che sono più in sofferenza: “Occorre riorientare l’organizzazione sulle branche a maggiore domanda, formando anche il personale di comparto, che può essere di supporto per velocizzare le prestazioni. Infine, inserire i pazienti in Pdta probabilmente ridurrebbe il problema”.

Sul personale sanitario, Guida ritiene che la valorizzazione di professionalità come infermieri e Oss possa aiutare a sviluppare azioni di supporto e collaborazioni.

“Vanno ripartiti i profili di competenza, ridistribuendo meglio il lavoro. Se non siamo tanti, dobbiamo capire che questo è necessario”.

Digital Health Summit 2023: i sistemi informativi sanitari alla prova della digitalizzazione

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Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, il cosiddetto ICT, sta emergendo come una delle leve strategiche di cambiamento nel settore sanitario.

Se da anni la promozione di una cultura del management dei sistemi informativi in ambito sanitario è definita come cruciale per catalizzare il progresso in questo settore, con le riforme portate dal PNRR, e soprattutto con la missione 1 dedicata a digitalizzazione e innovazione, questo ha assunto un valore ancora più strategico.

Un approccio incentrato sull’ICT crea valore sia per i pazienti che per coloro che utilizzano i sistemi informativi in ambito sanitario

L’adozione di soluzioni digitali può migliorare l’efficienza delle strutture sanitarie, consentendo una gestione più accurata dei dati dei pazienti e dei processi interni. Questo non solo riduce gli errori, ma promuove anche una migliore comunicazione tra gli operatori sanitari, migliorando l’esperienza dei pazienti e ottimizzando le risorse. Un approccio incentrato sull’ICT crea valore sia per i pazienti che per coloro che utilizzano i sistemi informativi in ambito sanitario.

Le sfide però sono tante e complesse. Se ne parla in questi giorni nel corso dell’evento Digital Health Summit, organizzato da AISIS (Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità), GGallery Group e NetConsultingCube, a Milano e online, dal 9 al 13 ottobre.

Nella giornata del 12 ottobre i temi trattati hanno riguardato lo stato di avanzamento dell’assetto organizzativo gestionale e tecnologico, il ruolo delle Regioni nell’attuazione del modello organizzativo, il raccordo tra i livelli nazionale-regionale-territoriale e le esperienze che si stanno realizzando nella gestione del paziente-assistito nelle territorialità del Paese, con una forte focalizzazione sulle piattaforme di presa in carico e le centrali operative territoriali (COT).

TrendSanità ha incontrato alcuni dei protagonisti: ecco le videointerviste.

Il coraggio del management

Massimo Annichiarico, Direttore Regionale Sanità Veneto

Le sperimentazioni digitali

Paolo Petralia, Vice Presidente Vicario FIASO e Direttore Generale ASL 4 Chiavarese

La sfida del Dm77 in Toscana

Antonio D’Urso, Direttore Generale Azienda USL Toscana Sud Est e Vice Presidente FIASO

Il sistema di gestione digitale del territorio (SGDT)

Lorenzo Gubian, Direttore Generale ARIA

L’interconnessione delle Cot a Roma

Claudia Curci, Dirigente UOC Sistemi e Tecnologie Informatiche e di Comunicazione, ASL ROMA1

Il procurement nella sanità digitale

William Frascarelli. Senior Procurement Manager Specialist Digital Healthcare & Innovation, Consip

Salute mentale in Italia: a che punto siamo?

La salute mentale in Italia è un tema di crescente rilevanza che richiede una profonda attenzione e azioni concrete. Negli ultimi anni, l’impatto della pandemia da COVID-19 ha amplificato le sfide legate alla salute mentale, evidenziando la necessità di un intervento su vasta scala.

Nonostante le esperienze realizzate a livello regionale e locale per affrontare la questione, la mancanza di un piano nazionale aggiornato è un ostacolo significativo. In questi mesi però assistiamo ad alcuni sviluppi significativi: le direttive del DM77 hanno richiamato la necessità di prevedere nelle nuove strutture di assistenza territoriale anche uno spazio per l’accoglienza delle persone con problemi di salute mentale e, ancora più recentemente, il Ministero della Salute ha istituito un tavolo tecnico per migliorare la qualità dei percorsi di prevenzione, trattamento e riabilitazione a favore delle persone con disagio psichico, in tutte le fasce di età, e dei loro familiari.

Quali prospettive si aprono quindi per il settore della salute mentale in Italia? Quali spazi e quali risorse saranno previsti nella nuova sanità territoriale e con quali rapporti tra ospedale e territorio?

Ne parliamo con:

  • Federico Durbano
    Direttore Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze, ASST Melegnano e Martesana
  • Tommaso Maniscalco
    Coordinatore Gruppo Interregionale salute mentale, Conferenza Stato-Regioni