Home Blog Page 310

Medici e dirigenti sanitari presentano il Manifesto per la nuova sanità

La crisi profonda che attraversa attualmente la sanità pubblica, in preda a carenze di risorse umane ed economiche, spinge le Organizzazioni sindacali della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria a fare fronte comune chiedendo alle forze politiche impegnate nella campagna elettorale un chiaro impegno in difesa del loro lavoro e del loro ruolo a garanzia di un diritto costituzionale dei cittadini.

A seguire il “Manifesto per la nuova sanità” dell’intersindacale della dirigenza medica e sanitaria “Uniti per la sanità” (ANAAO ASSOMED – CIMO-FESMED (ANPO, ASCOTI, CIMO, FESMED) – AAROI-EMAC – FASSID (AIPAC-AUPI-SIMET-SINAFO-SNR) – FP CGIL MEDICI E DIRIGENTI SSN – FVM Federazione Veterinari e Medici – UIL FPL COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE AREE CONTRATTUALI MEDICA, VETERINARIA SANITARIA CISL MEDICI).

Manifesto per la nuova sanità

Le Organizzazioni sindacali, in rappresentanza di 120mila medici, veterinari e sanitari dipendenti chiedono alle forze politiche di impegnarsi in difesa del Servizio Sanitario pubblico e nazionale, del ruolo dei medici e dei dirigenti sanitari al suo interno, del valore del suo capitale umano.

Il ridimensionamento dell’intervento pubblico, la china avviata verso la privatizzazione, la carenza strutturale di medici specialisti, il peggioramento delle loro condizioni di lavoro, le fughe verso la quiescenza e lidi professionali diversi dalla dipendenza pubblica, mettono a rischio la sopravvivenza del servizio sanitario a 45 anni dalla sua nascita.

Esiste un’emergenza ospedali – con Pronto soccorso allo stremo, liste d’attesa infinite ed un continuo ricorso alle soluzioni estemporanee più fantasiose per tappare le falle di una nave che sta affondando -, ed esiste un’emergenza territorio, che la riforma finanziata con i fondi del PNRR rischia di non riuscire a risolvere, in assenza di ulteriori investimenti a regime. Emergenze che tuttavia stentano a comparire tra gli interventi prioritari promessi dai partiti politici nella campagna elettorale in corso.

Eppure, la tempesta della pandemia Covid-19 è stata perfetta, non risparmiando nessuna delle fragilità del nostro SSN e del nostro sistema Paese. Ha retto, almeno in una prima fase, la cultura civile delle comunità ed il lavoro di quanti sono rimasti, in primis medici e professionisti sanitari, in quelle trincee che non potevano essere abbandonate, pagando prezzi durissimi.

Il virus ha funzionato da acceleratore di fenomeni esistenti cambiando radicalmente, e forse definitivamente, lo scenario in cui ci muoviamo.

Oggi emerge la necessità di ricostruire un ambiente politico, sociale e culturale nel quale la tutela della salute come di tutto il sistema di welfare siano considerati fattori di produzione di ricchezza collettiva, nella misura in cui lo stato di salute e di benessere fisico e psichico di una popolazione correlano direttamente con lo sviluppo sociale e culturale di un Paese. Senza tacere gli effetti sull’economia, per la mole di Pil che tutto ciò che ruota intorno al mondo della salute muove in settori strategici e avanzati del nostro sistema produttivo (farmaci, device, ricerca, biotecnologie, robotica, digitalizzazione, etc). Possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che la cattiva tutela della salute di una comunità ne pregiudica lo sviluppo, in termini civili ed economici.

La sanità pubblica, equa, solidale e universalistica produce e non consuma ricchezza. La ricostruzione economica e sociale post Covid-19, tra crisi energetica e conseguenze della guerra in Europa, non deve farla slittare in basso nell’agenda delle priorità, considerandola un oneroso capitolo di spesa del bilancio pubblico, a dispetto della sua mission di presidio di diritti fondamentali di ciascuno e di tutti.

I dati dimostrano che l’Italia è fanalino di coda per quanto riguarda la spesa sanitaria in Europa, per valori pro-capite a parità di potere d’acquisto (nel 2019 pari a 2.473 euro, a fronte di una media Ocse di 2.572 euro) con un gap vertiginoso rispetto a Paesi di riferimento come Francia e Germania. Per quanto riguarda la percentuale sul Pil, l’Italia si pone invece leggermente sopra la media Ocse con una percentuale complessiva di 6,6%, lontana mille miglia da Germania (11,7% del suo Pil) e Francia (11,2%).

Dopo la pandemia niente è cambiato. Continua la fuga dei medici dagli ospedali, continua la sofferenza del personale medico e sanitario, continua la sofferenza dei pazienti che non trovano risposte alle richieste di cure in un sistema vicino al collasso, senza differenze di latitudine.

Le Organizzazioni sindacali della Dirigenza Medica e Sanitaria ritengono che siamo di fronte a un processo di consunzione della sanità pubblica, certificata dalla crisi dei Pronto Soccorso affollati di pazienti e deserti di medici, alla quale serve un approccio di sistema che riconosca la medicina di prossimità e quella ospedaliera come due facce della stessa medaglia e un sostanziale cambio di paradigma culturale, politico e organizzativo per invertire le curve di caduta della qualità e del consenso sociale.

La sostenibilità del servizio sanitario passa per la valorizzazione, l’autonomia e la responsabilità dei suoi professionisti. Perché parlare di sanità significa parlare di lavoro in sanità e parlare di lavoro significa parlare di capitale umano.

È questo il passaggio necessario per chiunque abbia a cuore il presente e il futuro della più grande infrastruttura civile e sociale che questo Paese abbia costruito.

Per i medici, i veterinari e i dirigenti sanitari del SSN, tramontata la retorica, occorrono nuove risorse a loro dedicate, a partire dalla prossima Legge di Bilancio, e interventi legislativi che valorizzino il loro ruolo, finalizzati a:

  1. superare la politica dei tetti di spesa al personale; attuare forti politiche di assunzioni che recuperino i tagli del passato, escludendo il precariato, eterno e non contrattualizzato, come ci chiede la stessa UE;
  2. migliorare le condizioni del lavoro nel SSN in un sistema che privilegi i valori professionali rispetto a quelli economicistici e aziendali;
  3. riportare all’interno dell’inquadramento professionale del CCNL della Dirigenza del SSN il reclutamento di personale medico e sanitario, che negli ultimi anni sta subendo una inaccettabile e regressiva sostituzione con prestazioni privatistiche acquistate a cottimo, con una distorsione evidente del mercato del lavoro;
  4. riformare lo stato giuridico della dirigenza medica e sanitaria, nel segno della dirigenza “speciale” delineato dall’articolo 15 del D.lgs 229/99 rafforzandone l’autonomia sia sotto il profilo professionale che gestionale, valorizzando la peculiarità della funzione svolta a tutela di un diritto costituzionale, anche attraverso forme di partecipazione ai modelli operativi;
  5. aumentare le retribuzioni, detassando gli incrementi contrattuali e il salario accessorio, come già avviene nella sanità privata e in alcune categorie del pubblico impiego come gli insegnanti; prevedere per il rischio contagio una apposita indennità; abrogare il famigerato art. 23, comma 2 del decreto 75/2017, cosiddetto “Madia”, che pone un tetto al salario accessorio;
  6. introdurre il contratto di formazione lavoro per i medici specializzandi (che si ricorda essere medici e sanitari già abilitati ad un esercizio professionale inquadrabile in un ruolo lavorativo dirigenziale e non studenti) e avviare un processo di riforma della formazione post-laurea, divenuta vera emergenza nazionale;
  7. completare la legge sulla responsabilità professionale con il passaggio ad un sistema “no fault” sul modello europeo, superando l’eccezionalità dello “scudo Covid”;
  8. rispettare la tempistica e la esigibilità a livello periferico del CCNL cambiando l’impianto della indennità di vacanza contrattuale.

Le prescrivo un’ora d’arte

Prosegue con questo editoriale dedicato ai programmi di Arts on Prescription la collaborazione con il Cultural Welfare Center (CCW) sulla base di un progetto comune di diffusione della conoscenza sul valore delle arti e della cultura per il benessere e la salute

L’arte nelle prescrizioni mediche

Il primo a offrire questa opportunità è stato il Regno Unito: dalla metà degli anni Novanta, ai medici di base è consentito di integrare le loro prescrizioni terapeutiche (soprattutto farmacologiche) con altre, di natura sociale. Con una “ricetta” sociale, i dottori indirizzano alcuni tipi di pazienti – in genere, con disturbi legati alla depressione – verso servizi o fonti di supporto proposti dalla comunità locale, ad esempio programmi di attività fisica (Exercise on Prescription) o di lettura (Books on Prescription).

Nella stessa linea si collocano i progetti di Arts on Prescription (AoP), che dall’inizio del nuovo millennio vanno moltiplicandosi. Il primo esempio, l’AoP Stockport è stato lanciato nel 1994: persone con ansia o depressione lieve o moderata hanno avuto la possibilità di partecipare a diverse attività creative con l’obiettivo di aumentare il loro benessere mentale. Decine di iniziative simili si sono poi diffuse sia nel Regno Unito, che nei Paesi scandinavi, in Canada, in Australia, e in Belgio.

In Svezia, ad esempio, l’assistenza sanitaria di base offriva già servizi quali sessioni di mindfulness, corsi sulla gestione dello stress, yoga e attività fisica su prescrizione medica prima dell’introduzione dei programmi di AoP. Questa ulteriore possibilità è stata accolta positivamente da parte del sistema sanitario nazionale in quanto è stata considerata vantaggiosa sia per i pazienti che per gli operatori sanitari, nonché per la società nel suo complesso. È quanto emerge da un recente studio che ha esplorato per la prima volta, nel contesto svedese, le percezioni degli operatori sanitari rispetto all’opportunità di indirizzare pazienti con problemi di stress, ansia, isolamento sociale o forme lievi o moderate di depressione verso programmi di AoP, i quali hanno espresso un giudizio favorevole in virtù dei benefici generati da tale pratica in termini di motivazione, creazione di routine, interazioni sociali e aumento dell’autostima. Tuttavia, gli operatori sanitari intervistati hanno riferito che la pressione del fattore “tempo” sui professionisti sanitari e il persistente predominio del modello biomedico di cura rappresentano ancora oggi rilevanti barriere a una più ampia accettazione, in ambito medico, della necessità di adottare un approccio più olistico alla salute e al benessere degli individui e della collettività.

In questa direzione, l’AoP è un modo di affrontare i bisogni di benessere dell’individuo in modo, se non proprio olistico, almeno integrato, che si basa sul riconoscimento che la salute di un individuo è determinata, oltre che da fattori biofisici, anche da una serie di fattori sociali, economici e ambientali.

L’arte su prescrizione medica, va sottolineato, non c’entra con l’arte terapia, ma è un aiuto non medico multidisciplinare per recuperare una condizione psicofisica soddisfacente. Come funziona?

Il sistema della prescrizione sociale coinvolge medici di base e professionisti sanitari per fornire supporto pratico, sociale ed emotivo attraverso servizi non medici. L’approccio previsto, flessibile e incentrato sulla persona, può prevedere un’ampia gamma di proposte, dalle attività artistiche, culturali e sportive, alla biblioterapia, alle esperienze ricreative e di volontariato, alla formazione permanente, all’aiuto reciproco e sostegno alla genitorialità, fino ai servizi di consulenza legale, fiscale, abitativa e occupazionale. Alla base, la consapevolezza che la salute è in gran parte determinata da fattori psicosociali e relazionali e che le persone che hanno accesso a supporti sociali e culturali all’interno delle loro comunità sono più sane. Gli obiettivi di questo modello sono quelli di affrontare il tema della salute intervenendo sui determinanti e bisogni sociali, attraverso un approccio olistico, offrire interventi incentrati sulle persone, rafforzare le cure preventive e collegare le organizzazioni sanitarie con il Terzo settore.

Un programma-tipo di AoP dura dieci settimane. I partecipanti, suddivisi in gruppi che vanno di solito da otto a dodici membri, sono coinvolti in diverse attività artistiche e culturali, di solito due volte a settimana per circa due ore. Le attività variano in base al programma: si va dalla pittura alla modellazione, dal collage e altre creazioni manuali alla musica e al canto, dal teatro alle visite a musei o gallerie.

Mentre nel Regno Unito la maggior parte dei programmi di AoP sono animati da artisti, nel modello scandinavo (A. Jensen, W. Torrissen, T. Stickley, “Arts and public mental health: exemplars from Scandinavia“, WHO Public Health Panorama, 2020) si fa più spesso affidamento su organizzazioni e istituzioni museali e culturali.

Aumentano energia e gioia di vivere. Ma non solo

Studi internazionali, cresciuti anch’essi in modo sensibile dalla metà degli anni Novanta, hanno documentato effetti positivi sul benessere e la salute mentale di coloro che hanno preso parte ai programmi di AoP, in relazione a diversi parametri: aumento dei livelli di energia e della gioia di vivere, miglioramento delle relazioni sociali e delle proprie competenze, aumento dell’autostima, miglioramento della motivazione, della comprensione dei propri bisogni e della capacità di coping.

A beneficiarne sono sempre più spesso le persone che prestano le proprie cure ad altri, per motivi professionali o familiari

A beneficiarne sono sempre più di frequente anche le persone che prestano le proprie cure ad altri, per motivi professionali o familiari, soprattutto nei casi in cui i caregiver sono esposti a grandi carichi emotivi e a volte a fenomeni di esaurimento o burnout.

Sebbene alcune – pochissime, per la verità – valutazioni di analisi costi-benefici eseguite nel Regno Unito abbiano sollevato dubbi sulla possibilità che i programmi di AoP rappresentino un risparmio significativo per la finanza pubblica, la loro efficacia per la salute appare invece acclarata. Una sintesi autorevole dei loro risultati è stata pubblicata alla fine del 2019 in una scoping review di oltre 3mila studi, commissionata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nello specifico, il report dell’OMS inserisce il ventennale programma inglese di attività di cultura su prescrizione tra i casi studio di maggior interesse rispetto alla relazione virtuosa tra cultura e salute, evidenziando come sia stato stimato un ritorno medio sull’investimento di 2,30 sterline per ogni sterlina spesa, generando risparmi sui costi grazie alla riduzione delle prescrizioni inappropriate e al minor uso dei servizi sanitari, compresi gli accessi al pronto soccorso. Attualmente, nel Regno Unito, l’obiettivo che il Servizio Sanitario Nazionale si prefigge di raggiungere è quello di coinvolgere 900.000 persone nei programmi di prescrizione sociale entro il 2023.

Altrettanto significative sono le evidenze raccolte nel “Research Digest: Culture on Referral” dal Centre for Cultural Value, che presenta un’istantanea dei benefici generati dai programmi di AoP attraverso una revisione rapida della letteratura pubblicata tra il 2010 e il 2020. Adottando un approccio sistematico per l’identificazione degli studi più rilevanti, il report mette in evidenza che le ricerche che si sono avvalse di un metodo standardizzato di misurazione del benessere (come, ad esempio, la Warwick Edinburgh Mental Wellbeing Scale o il Museum Wellbeing Measure for Older Adults) fanno registrare differenze positive nei punteggi tra l’inizio e la fine di un programma. Ciò suggerisce che c’è stato un cambiamento positivo significativo nel benessere quale risultato della partecipazione ai programmi di AoP.

Allo stesso tempo, gli studi che hanno utilizzato metodi qualitativi indicano che i partecipanti hanno riscontrato una serie di vantaggi. In particolare, il coinvolgimento in programmi di AoP ha consentito di acquisire maggiore sicurezza e di rafforzare la propria autostima. Inoltre, le persone che hanno usufruito di un programma di AoP hanno notato che si sono sentite supportate dagli altri membri del gruppo con esperienze simili, sottolineando l’importanza del supporto tra pari e l’opportunità di sviluppare nuove amicizie. Inoltre, vi sono prove crescenti del fatto che i programmi di AoP agiscano come fattore di stimolo per una maggiore partecipazione culturale. Ad esempio, alcuni studi riferiscono che le persone coinvolte in questo tipo di pratiche hanno creato dei propri gruppi artistici e si sono impegnate di più in attività artistiche e culturali nella loro vita quotidiana, decidendo a volte di iscriversi a nuove opportunità educative come i corsi universitari. Tuttavia, poiché molti di questi studi si interrompono con la fine dei programmi di AoP, potrebbe essere interessante per il futuro approfondire ulteriormente gli aspetti connessi ai vantaggi duraturi della partecipazione ai programmi di AoP, al di là dei cambiamenti a breve termine.

Nella stessa direzione, il report “Social Prescribing Roundtable, November 2019” pubblicato dal Royal Australian College of General Practitioners e dal Consumers Health Forum of Australia fornisce un’ulteriore conferma del fatto che la prescrizione sociale rappresenti una preziosa opzione aggiuntiva alla gamma delle alternative sanitarie disponibili. Come detto in precedenza, è noto che gli aspetti sociali, economici e ambientali possano influire sulla salute e il benessere delle persone, e anzi non così raramente possano essere la motivazione principale per cui le persone si rivolgono ai servizi sanitari di base. In tal senso, la prescrizione sociale può contribuire ad affrontare numerosi fattori di rischio, inclusi l’isolamento sociale, la comorbilità e i problemi di salute mentale. Riprendendo alcuni passaggi del report, è interessante notare come, al contrario di quanto accada in Germania o nel Regno Unito, dove rispettivamente il 74% e il 65% dei medici ha affermato di aver messo spesso in connessione i pazienti con i servizi sociali o altri programmi comunitari, in Australia, Stati Uniti e Canada circa il 40% dei medici ha riferito lo stesso. Inoltre, ulteriori stime suggeriscono che circa il 20% dei pazienti consulta il proprio medico di famiglia per quelli che sono principalmente problemi psicosociali. Come suggerisce il rapporto australiano, la prescrizione sociale è capace di superare i confini tra servizi medici e comunitari, aumentando l’impatto duraturo di un trattamento o, in alcuni casi, evitando la necessità di un trattamento. Ne deriva, come già sottolineato, che si dovrebbe promuove maggiormente l’adozione di pratiche che tengano conto dei bisogni delle persone, affrontando anche questioni non strettamente sanitarie (compresi i determinanti sociali della salute), attraverso un approccio olistico alla cura.

A che punto è l’Italia?

Anche nel nostro Paese la pratica di indirizzare programmi artistici e culturali alla promozione della salute, alla prevenzione delle malattie e alla gestione e al trattamento di condizioni patologiche anche degenerative si sta progressivamente affermando. Sono numerose le iniziative offerte ormai regolarmente da decine di musei, soprattutto in Toscana, alle persone con demenza e ai loro caregiver. Altri percorsi consolidati sono quelli di danza per le persone con Parkinson o quelli di lettura per i neonati. Tutti questi programmi, promossi da organizzazioni culturali e artistiche, coinvolgono in varie forme i medici, sia come consulenti, sia come valutatori.

Caso studio: lo Sciroppo di Teatro in Emilia-Romagna

In realtà, l’unico vero e proprio programma di AoP in Italia si trova in Emilia-Romagna, dove la Regione, per iniziativa di ATER Fondazione, ha varato da pochi mesi un progetto per la salute dei più piccoli che si chiama Sciroppo di Teatro, e che mette insieme 153 pediatri di base, 236 farmacie, e una rete di 36 teatri e di compagnie specializzate nel teatro per bambini e ragazzi.

In 22 comuni, bambini, bambine e i loro accompagnatori possono andare a teatro con un voucher fornito da pediatri e farmacisti, per soli due euro a spettacolo. L’obiettivo è contribuire alla costruzione di politiche di welfare culturale a partire dal teatro

Da gennaio 2022, in 22 comuni, i bambini e le bambine dai 3 agli 8 anni, insieme ai loro accompagnatori, possono andare a teatro con un voucher ricevuto da pediatri e farmacisti, per soli due euro a spettacolo. L’obiettivo del progetto è contribuire alla costruzione di politiche di welfare culturale a partire dal teatro e, in particolare, dal teatro per bambini e famiglie. Al 4 aprile, su 70 spettacoli già andati in scena, ATER Fondazione ha registrato 11.540 presenze, di cui 6.068 entrate con il voucher Sciroppo di teatro. Ciò a fronte di una popolazione di 59.652 bambini e bambine e 8.103 posti a sedere complessivi nei 23 teatri coinvolti (24.309 per tre spettacoli). Dopo la chiusura dei teatri del 2020/2021 e in una situazione pandemica che tra dicembre 2021 e febbraio 2022 ha colpito in particolare i bambini, il progetto ha permesso di coprire il 47% circa di posti disponibili.

Si è scelto, decisamente controcorrente, di investire nella cultura delle nuove generazioni partendo dai più piccoli. Sulla decisione ha pesato anche la consapevolezza degli effetti della pandemia sui bambini

Si è scelto, decisamente controcorrente, di investire nella cultura delle nuove generazioni partendo dai più piccoli. Sulla decisione ha pesato anche la consapevolezza degli effetti della pandemia sui bambini, che, come ricorda il report delle Nazioni Unite sull’impatto del Covid-19, “non sono i più colpiti da questa pandemia, ma rischiano di essere le sue più grandi vittime”. I lunghi periodi di interruzione della frequenza scolastica, la riduzione drastica dell’interazione fisica di gioco fra coetanei, l’impossibilità di dedicarsi ad attività sportive, extra-scolastiche e culturali, soprattutto nelle fasce più fragili della popolazione, hanno causato danni nella sfera cognitiva e nell’apprendimento e una carenza di esperienze positive sul piano sociale ed emotivo. Povertà educativa e marginalizzazione rischiano di crescere ancora di più.

Se paragonato agli equivalenti inglesi o svedesi, l’impatto atteso di Sciroppo di Teatro riguarda soprattutto il sollievo a breve termine di una situazione di sofferenza significativa da parte dei più piccoli. Strumenti mirati di valutazione potranno in futuro rilevare effetti sulle life skills nel medio periodo, soprattutto dei bambini che avranno potuto prendere parte all’intero ciclo di spettacoli.

La sperimentazione è importante anche sul piano della creazione di un rapporto istituzionale orientato al welfare culturale fra mondo della sanità pubblica e privata e mondo della cultura

Ma la sperimentazione è importante anche su un altro livello, che è quello della creazione di un rapporto istituzionale orientato al welfare culturale fra mondo della sanità pubblica e privata e mondo della cultura. In prospettiva, e includendo, oltre ai bambini, anche adulti e anziani, nelle modalità ad essi più confacenti, le potenzialità delle ‘arti su ricetta medica’ per l’Italia sono interessanti.

Uno sguardo al futuro

Nel 2019, nel nostro Paese, poco più di 2 milioni 500mila persone (circa il 5% della popolazione) soffrivano di almeno un disturbo di tipo depressivo. La percentuale tra le persone con più di 65 anni era il 10,6% e tra quelle dai 75 anni in poi il 16,2%. Questi disturbi sono più diffusi tra le donne, con una media generale del 6,4%, del 13,3% tra le donne dai 65 anni e addirittura del 19,9% tra le ultrasettantacinquenni.

Se per l’Italia dovessero valere le stesse proporzioni del Regno Unito, almeno un terzo delle richieste di assistenza per disagio psicologico da lieve a moderato che vengono rivolte ai medici di base potrebbero trovare una risposta almeno parziale e complementare nei programmi di AoP

Secondo il Ministero della Salute, sempre nel 2019, la spesa lorda complessiva per i farmaci antidepressivi in regime di assistenza convenzionata è stata di oltre 391 milioni di euro, con un numero di confezioni superiore a 37 milioni. Per la categoria degli antidepressivi in distribuzione diretta, la spesa lorda complessiva è stata pari a 1 milione di euro con 496.762 confezioni. Se per l’Italia dovessero valere le stesse proporzioni che sono state calcolate per il Regno Unito, almeno un terzo delle richieste di assistenza per disagio psicologico da lieve a moderato che vengono rivolte ai medici di base potrebbero trovare una risposta almeno parziale e complementare nei programmi di AoP.

C’è poi l’esercito dei prestatori, professionali e non professionali, di cure, con il loro carico quotidiano da portare spesso in solitudine. Senza contare gli operatori sanitari, tra i quali la pandemia ha moltiplicato, soprattutto nel 2020, lo stress e l’esaurimento, quasi il 30% dei cittadini residenti forniscono cure o assistenza, soprattutto a familiari. Un terzo di queste persone, circa 2,4 milioni, lo fanno per almeno venti ore a settimana. L’onere principale ricade sulle donne; in particolare sono più di un milione le donne di età compresa tra i 45 e i 74 anni che si impegnano per più di 20 ore alla settimana. La maggiore intensità di caregiving si registra peraltro fra le donne con più di 75 anni, il 55% delle quali presta continuativamente assistenza, di solito al marito.

Il confronto fra i livelli di soddisfazione per la vita in generale delle persone con una vita culturale vivace e quelli delle persone in condizioni di esclusione culturale mette in luce una differenza di oltre dieci punti percentuali a vantaggio delle prime

Si tratta di una popolazione che meriterebbe, attraverso una accurata programmazione, una cura ricostituente artistica e culturale – uno sciroppo per adulti di teatro, musica, bellezza – prescritta dal medico e spendibile, per esempio, nei quasi 5mila musei, piccoli e grandi, del Paese, nelle circa 9mila biblioteche, o nei teatri (quelli, beninteso, che non hanno chiuso nel frattempo). Il confronto fra i livelli di soddisfazione per la vita in generale (controllando tutte le altre variabili) delle persone con una vita culturale vivace e quelli delle persone in condizioni di esclusione culturale mette in luce una differenza di oltre dieci punti percentuali a vantaggio delle prime.

Infine, oltre a migliorare l’umore e la soddisfazione per la vita, l’arte prescritta dal dottore sarebbe anche un modo per dare ossigeno al settore culturale e soprattutto al comparto dello spettacolo dal vivo, che, già in sofferenza prima del 2020, ha pagato alla pandemia un prezzo molto alto in termini di introiti e occupazione.

Per approfondire:

La cultura fa bene alla salute: come nasce il welfare culturale

Al via l’appalto innovativo per nuove soluzioni digitali per il trattamento dell’autismo

Prende il via l’esecuzione dell’appalto innovativo per la realizzazione di un progetto di ricerca e sviluppo di “Applicazioni innovative di Realtà Virtuale e Aumentata per persone con una condizione dello spettro autistico (ASC)”.

Le date previste per l’avvio di questa prima fase di appalto sono il 6 e 7 settembre, quando gli enti promotori, le aziende, le associazioni e le famiglie beneficiarie si incontreranno per far partire i lavori.

Nel corso della giornata del 7 settembre, alle ore 18 presso il chiostro di Palazzo dei Domenicani (sede del Comune di Casarano), si terrà anche un evento pubblico di presentazione del progetto, aperto alla cittadinanza e alla stampa, alla presenza di rappresentanti istituzionali di MUR, AgID, Regione Puglia, Comune di Casarano e delle altre amministrazioni locali coinvolte.

Nato dalla collaborazione tra MUR e AgID nell’ambito del Programma Operativo Complementare (POC) Ricerca e Innovazione 2014-2020, l’appalto sta ora confluendo in Smarter Italy, il programma di appalti innovativi finanziato dal Ministero dello sviluppo economico, dal Ministero dell’università e della ricerca e dal Dipartimento per la trasformazione digitale e attuato dall’Agenzia per l’Italia Digitale.

L’appalto d’innovazione pre-commerciale, del valore complessivo di 4,36 milioni di euro, ha l’obiettivo di sviluppare e valutare nuove soluzioni tecnologiche da mettere a disposizione della comunità e delle istituzioni: le associazioni, le famiglie, le scuole e le strutture sanitarie e di assistenza.

La condizione dello spettro autistico è una delle disabilità più gravi che si manifestano in tenerissima età e permane per il resto della vita. Le tecnologie per l’interazione uomo-macchina, come la realtà virtuale, la realtà aumentata e similari, si stanno dimostrando utili negli interventi terapeutici, in quanto la simulazione di situazioni quotidiane è risultata, in genere, un modo efficace per promuovere e migliorare l’inserimento sociale.

Complessivamente, alla gara hanno partecipato 78 soggetti, di cui il 37% piccole medie imprese, il 28% università e centri di ricerca, il 14% grandi aziende, il 12% Onlus, il 6% Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico e il 3% enti privati di ricerca.

Ad esito della valutazione, sono stati selezionati 8 raggruppamenti vincitori, ciascuno con un proprio programma di ricerca.

Con le due giornate di incontri ha inizio quindi l’esecuzione degli otto progetti di ricerca che in seguito saranno valutati e selezionati sulla base dei risultati ottenuti e della prospettiva di efficacia. La fase finale di questo percorso prevede la sperimentazione effettiva delle soluzioni tecnologiche ideate sul territorio pilota dell’Ambito Territoriale Sociale del Comune di Casarano, in provincia di Lecce, con il coinvolgimento delle associazioni di famiglie sul territorio. Successivamente, sulla base dell’esito della sperimentazione, l’adozione di questi nuovi strumenti sarà promossa sul territorio nazionale.

L’insieme degli aggiudicatari rappresenta una sintesi del meglio che il nostro Paese è in grado di esprimere in termini di competenza scientifica, tecnica e industriale sul tema. Sono presenti grandi aziende di informatica insieme a centri di ricerca di eccellenza, università, startup e ONLUS, a dimostrazione che anche nel mondo degli appalti è possibile costituire soggetti offerenti che rappresentano comunità e che fanno sistema.

Con questo appalto innovativo, si inaugura un nuovo approccio in tema di appalti pubblici dedicato alla Social Innovation, in cui l’innovazione tecnologica è al servizio delle persone e delle famiglie, in linea con la Legge delega 21 giugno 2022, n. 78 per la riforma del codice dei contratti pubblici, in cui per la prima volta compare in maniera esplicita l’appalto per il sociale.

Allo sviluppo di questa iniziativa e alla definizione della sfida sull’autismo hanno contribuito la Fondazione Ugo Bordoni e l’Osservatorio Nazionale per l’Autismo dell’Istituto Superiore di Sanità.

Tutte le informazioni sull’appalto sono disponibili alla pagina dedicata del sito Appaltinnovativi.gov.it.

Psoriasi, la malattia che non guarisce ed è rimasta fuori dal Piano nazionale cronicità

0

C’è una malattia che non guarisce e che non ha trovato spazio nel Piano nazionale cronicità (Pnc), rimanendo esclusa dalle agevolazioni previste per altre dieci patologie. Non è l’unico problema: chi ne è affetto non beneficia nemmeno delle esenzioni dal pagamento del ticket. Eppure la psoriasi può arrivare a condizionare la vita dei pazienti con un impatto persino più pesante di quello di un infarto.

Per sensibilizzare sul tema Governo e Istituzioni, e per elevare il livello della risposta sanitaria grazie a incisivi provvedimenti di policy e all’adozione di nuove scelte gestionali, da pochi mesi è nata un’Alleanza Italiana per le persone con Psoriasi, di cui fanno parte Associazione Psoriasici italiani amici della Fondazione Corazza (Apiafco), Adoi, Salutequità e Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse (Sidemast).

Paola Boldrini: “Il vero tema è la corretta presa in carico del paziente”

Paola Boldrini

Oggi la malattia non è più considerata di serie B, spiega Paola Boldrini, vice presidente della Commissione Sanità in Senato e fondatrice dell’Intergruppo parlamentare sulle cronicità. Ma ci sono ancora dei passi da compiere.

Qual è la situazione della psoriasi nell’ambito delle patologie croniche?

Oggi il tema della psoriasi è adeguatamente trattato in forum scientifico/istituzionali dedicati e la patologia, di cui soffre il 3 per cento della popolazione italiana, non viene più considerata “minore”. Questo è il primo passo culturale, compiuto anche grazie al lavoro delle associazioni di riferimento, cui seguiranno i successivi, relativi alla presa in carico, in ossequio ai dettami della Missione 6 del PNRR e al DM77 di recente approvazione. Entrambi fanno esplicito riferimento alla presa in carico domiciliare e alla ridefinizione dei servizi sanitari territoriali grazie al potenziamento e all’attivazione di nuovi presidi sanitari come le case della comunità.

L’inserimento nel Pnc delle patologie psoriasiche sarà connesso alla revisione del Piano stesso ma strettamente legato alla missione 6 del PNRR e al DM 77

Come Intergruppo sulla Cronicità abbiamo avuto diverse audizioni con associazioni di pazienti e stiamo raccogliendo tutto il materiale per precise valutazioni. L’inserimento nel Pnc delle patologie psoriasiche sarà pertanto connesso alla revisione del Piano stesso ma strettamente legato alla missione 6 del PNRR e al DM 77. Sicuramente il potenziamento della telemedicina, prevista nel PNRR e il riconoscimento delle cui buone prassi sta procedendo in modo lineare, consentirà l’implementazione di servizi rivolti ai pazienti con un sistema innovativo di assistenza per la cura.

Cosa invece sarebbe auspicabile e come ci si sta muovendo in questo senso?

Auspicabile è raggiungere l’obiettivo del riconoscimento effettivo nel Pnc. Di supporto sarà lo studio capillare della stratificazione della popolazione colpita, così da comprendere anche il bisogno sanitario dedicato.

Quali sono le azioni in programma? È possibile prevedere le tempistiche?

Le tempistiche dipendono da vari fattori, comprese le tensioni in seno al Governo, che portano inevitabilmente a rallentamenti nell’attività ordinaria. Sono comunque quelle previste nel PNRR, che di ogni progetto misura lo stato di avanzamento.

Il PNRR potrebbe essere d’aiuto in questo senso?

Senza dubbio, la Missione 6 è chiara e prevede l’attivazione e l’estensione dell’assistenza domiciliare e il rafforzamento della rete sanitaria territoriale, a partire dalle Case della Comunità. Il tema della domiciliarità è tuttavia legato, oltre alla telemedicina, al reclutamento di personale sanitario adeguatamente formato. Per la psoriasi, per capirci, deve esserci sia la struttura di riferimento che uno staff specializzato. Il tema vero è infatti la presa in carico del paziente da parte di personale aggiornato e formato che sia in grado di dare risposte puntuali, compreso un buon supporto psicologico che aiuti a superare lo stigma e la vergogna della malattia.

Corazza (Apiafco): un’Alleanza per riconoscere la cronicità

Valeria Corazza

“Il primo obiettivo è di far entrare la patologia nel Piano nazionale cronicità, che risale al 15 settembre del 2016. Si sono verificate da allora numerose disfunzioni e quindi è stato ripreso in mano per essere rivisto – spiega Valeria Corazza, che dal 1974 è Presidente dell’Associazione Psoriasici italiani amici della Fondazione Corazza (Apiafco) -. Va detto che con esso si proponeva un documento condiviso con le Regioni in base al quale, compatibilmente con la disponibilità delle risorse economiche, umane e strutturali, avrebbero dovuto individuare un disegno strategico comune per poter prendere in carico la gestione dei malati cronici. Ma era un invito, così qualche regione si è data da fare, mentre altre l’hanno raccolto solo l’anno scorso e si sono create differenze molto gravi sul territorio nazionale”.

La psoriasi ha tutte le caratteristiche delle malattie croniche, afferma Corazza. “Non si guarisce: la patologia ti accompagna, fra alti e bassi, per tutta la vita. Crediamo di avere il diritto di entrare nel Pnc, visto che abbiamo le stesse peculiarità di chi è affetto dalle altre malattie croniche che vi sono inserite, dalle malattie renali croniche e insufficienza renale all’artrite reumatoide. Fra l’altro, tra gli psoriasici, un’altissima percentuale vanta comorbilità anche gravi: diabete, obesità, insufficienza respiratoria e in molti casi malattie reumatiche, come nel caso dell’artrite psoriasica”.

L’Apiafco, che dal 2017 si batte per il diritto alla salute e la qualità della vita dei pazienti psoriasici, si è fatta promotrice dell’Alleanza Italiana per le persone con Psoriasi e con questa ha presentato alla Camera dei Deputati la call to action “Psoriasi: il bisogno non si nasconde”, in cui:

  • chiede ai politici italiani di collaborare in ogni ambito istituzionale nazionale e regionale affinché i bisogni sociosanitari dei pazienti con psoriasi non rimangano nascosti, sottovalutati, sottaciuti
  • chiede ai politici italiani che presso la XII Commissione del Senato e la XII Commissione della Camera siano auditi i rappresentanti dell’Alleanza per presentare le difficoltà quotidiane di chi vive con questa patologia
  • chiede ai politici italiani che supportino un’azione forte in merito al posizionamento – ad oggi incerto – della psoriasi nelle sue differenti forme all’interno del Piano Nazionale Cronicità
  • chiede a tutti gli stakeholder di adoperarsi affinché siano aggiornate le Linee Guida sulla psoriasi, con l’identificazione di raccomandazioni capaci di condurre ad una ottimale presa in carico dei pazienti
  • chiede che tutti gli stakeholder spingano verso una veloce messa a punto ed applicazione dei Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (Pdta) e della conseguente presa in carico delle persone con psoriasi, promuovendo l’istituzione di uno specifico tavolo nazionale, nonché di tavoli tecnici regionali
  • chiede a tutti gli stakeholder di attivarsi perché sia riconosciuto il valore dell’innovazione assicurando percorsi rapidi per l’accesso dei pazienti alle migliori soluzioni terapeutiche.

“I due milioni di persone che combattono ogni giorno con la psoriasi hanno diritto a trovare un supporto adeguato per ottenere l’accesso a una diagnosi e a cure adeguate per una patologia che causa grandi sofferenze e che comporta limitazioni nella vita quotidiana. Sono urgenti nuove misure di politica sanitaria”

“In concreto, ci apprestiamo a portare avanti tutte le iniziative necessarie affinché le 24 persone che costituiscono la Cabina di regia del Pnc conoscano la patologia e l’onorevole Andrea Mandelli continuerà a proporre mozioni e interrogazioni corredate da una grande mole di materiale che illustra cos’è la patologia ed è corredata di dati e testimonianze dei pazienti”, dichiara la presidente del sodalizio.

Tra gli obiettivi dell’Alleanza c’è anche l’allargamento dell’esenzione 045 a tutti i tipi di psoriasi. “Attualmente le forme della psoriasi esenti dal ticket sanitario sono tre: artropatica, pustolosa ed eritrodermia – dice Corazza -. Si tratta di forme piuttosto rare, mentre il grosso della patologia è legato a quelle cronica a placche, a quella inversa e alla guttata, che è la forma più frequente durante l’infanzia o l’adolescenza. Considerato che sono citate forme rare che non richiedono neanche cure estremamente particolari, non vediamo perché l’esenzione non possa essere estesa anche alle altre, che sono la maggioranza, soprattutto per la necessità dei controlli frequenti cui ci sottoponiamo ad esempio per monitorare la funzionalità epatica: è assurdo che si debba pagare il ticket. Un’altra cosa gravissima è che non tutti i pazienti possono accedere allo stesso modo a cure uguali: la situazione è drammaticamente variabile da una regione all’altra. Serve un accesso più equo”.

Quanti sono i malati in Italia? “Si stima che nel mondo ci siano tra i 100 e i 125 milioni di persone affette da psoriasi e circa 1,5 milioni in Italia, ma il numero potrebbe essere sottostimato, in quanto le forme minime spesso non vengono diagnosticate. Nella maggior parte dei Paesi occidentali ha una prevalenza nella popolazione compresa tra il 2% e il 5%: da due a cinque su cento persone ne soffrono. Ci sono pochi dati sull’incidenza della psoriasi, perché la registrazione dei casi non è obbligatoria. Alcuni studi riportati nella letteratura scientifica suggeriscono che la diffusione sia in aumento”.

Cusano (Adoi): a ciascun malato la giusta terapia

La psoriasi è una malattia con andamento cronico recidivante. Oggi non ci sono terapie risolutive, ma con un approccio terapeutico adeguato, anche attraverso l’utilizzo dei farmaci più innovativi, è possibile ottenere una completa e duratura remissione delle manifestazioni cutanee e articolari. Ci sono diverse terapie disponibili, sia topiche sia sistemiche, che consentono un controllo efficace dei sintomi. L’importante, sottolinea Francesco Cusano, presidente dell’Associazione Dermatologi Venereologi Ospedalieri Italiani e della Sanità Pubblica (Adoi), è che a ciascun paziente sia prescritta la terapia corretta da uno specialista esperto.

Francesco Cusano

Dottor Cusano, la psoriasi è una malattia dimenticata a livello di politiche nel nostro Paese?

Penso di sì, come lo sono un po’ tutte le malattie croniche della pelle. Questo accade perché purtroppo la parametrazione della gravità delle varie malattie a livello nazionale è ancora rapportata agli esiti sulla salute generale in termini di mortalità e invalidità permanente. All’estero si tiene conto anche del benessere della persona nella vita, un concetto che va oltre rispetto alla qualità della vita, che è puntiforme e valuta cioè se in quel momento ho macchie sulle mani e non vado al mare per una settimana.

Esiste un sistema di parametrazione che va a definire quanto la vita è condizionata dalla malattia, ad esempio: non faccio attività all’aperto, non vado mai al mare, sono limitato oppure mi freno nelle opportunità di carriera a contatto col pubblico. Ma è qualcosa che si comincia a valutare adesso. Possiamo fare un paragone con l’infarto e con la conseguente possibilità che si ha di morire o di vedere la propria vita condizionata. Le malattie croniche della pelle comportano per chi ne è affetto una serie di modifiche in negativo della vita che sono nella stragrande maggioranza dei casi sovrapponibili o superiori a quelle indotte dalle patologie tradizionalmente considerate più gravi, come un tumore o quelle dell’apparato cardiocircolatorio. Avere un infarto probabilmente condiziona la vita di una persona meno della psoriasi”.

Quali sono secondo lei le priorità per migliorare la situazione?

Il tentativo di far entrare la psoriasi e altre malattie croniche della pelle nel Pnc è uno degli obiettivi condivisi con l’Alleanza Psoriasi. Un altro scopo da perseguire riguarda le esenzioni, perché attualmente sono concesse solo per alcune forme molto gravi, che sono acute e abbastanza fugaci: un approccio totalmente illogico.

La terza priorità, che è tutta nostra, nel senso di clinica, è la definizione di una rete nazionale di centri dedicati specificamente all’assistenza della psoriasi, con definizione del profilo assistenziale, come accade per il diabete.

Italia e Desi 2022: il ruolo centrale della sanità

In miglioramento la connettività, ma arranchiamo per competenze. È questo il quadro delineato dal Digital Economy and Society Index (DESI) 2022 per il nostro Paese. L’Italia quest’anno si posiziona diciottesima su ventisette Stati per il grado di digitalizzazione, in crescita rispetto alla ventesima posizione del 2021 ma ancora al di sotto della media Ue. Cosa significa e quali prospettive si aprono? Ne parliamo con l’avvocato Ernesto Belisario, esperto di diritto delle tecnologie e innovazione nella Pubblica Amministrazione.

Quanto è “digitale” l’Italia? Cosa emerge dalla classifica di quest’anno?

Ernesto Belisario

Partiamo dal fatto che il nostro Paese non è certo tra i leader per digitalizzazione nell’ambito dell’Unione europea: ce lo dicono alcune esperienze della nostra vita quotidiana, oltre alle scorse edizioni del DESI.

Del resto, uno degli obiettivi del programma del governo appena terminato era proprio questo: quando si è insediato, il ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao ha dichiarato di voler rendere il nostro un Paese leader nel settore a livello europeo, cosa che evidentemente fino a qui non era.

Quali sono le principali criticità?

L’Italia sconta ritardi di vario tipo, a partire dall’infrastrutturazione e dalla lentezza della banda larga, fino al fatto che la trasformazione digitale del settore pubblico e privato non sia stata una priorità per la politica, tranne in alcune fasi. Se guardiamo al dibattito di queste prime schermaglie di campagna elettorale, il digitale si avverte come abbastanza lontano; non tanto in sé, ma anche come mezzo per migliorare la vita delle persone.

C’è un altro profilo tra i motivi di ritardo: il capitale umano. Tradizionalmente il nostro è tra i Paesi in cui le competenze, anche quelle di base, sono meno diffuse.

“Poiché l’Italia è la terza economia dell’UE per dimensioni, i progressi che essa compirà nei prossimi anni nella trasformazione digitale saranno cruciali per consentire all’intera UE di conseguire gli obiettivi del decennio digitale per il 2030”, si legge nel Report

Questo è il quadro da cui siamo partiti e il dato assoluto del Desi non è ancora soddisfacente: siamo lontani dall’obiettivo del ministro Colao. In questo contesto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) si pone come un altro dei cambi di scenario che possono contribuire in modo significativo a colmare quei gap sulla digitalizzazione.

Il rapporto del DESI 2022 dice che l’Italia ha invertito la tendenza: è tra i Paesi che non solo sono andati avanti, ma anche a una velocità maggiore di altri, e questo è importante perché non è sufficiente innovare, serve farlo più velocemente di altri. E gli altri corrono.

 

DESI 2022

 

Di cosa è figlio questo buon risultato?

Sono numeri che vengono da lontano, nel senso che, trattandosi di fenomeni molto complessi, non sono l’esito di azioni messe in campo solo nell’anno considerato. Trattandosi del 2021, sicuramente l’effetto della pandemia è stato importante per accelerare i processi di digitalizzazione, ma si raccolgono i frutti di un lavoro iniziato diversi anni fa. Credo che l’inversione di tendenza sia iniziata dal 2015, con la Legge di riforma della Pubblica Amministrazione e l’attività del Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale Diego Piacentini. Un momento di stacco che ha prodotto un cambio di passo legato almeno a due direttrici.

Dal Report: “L’Italia sta compiendo progressi nell’offerta di servizi pubblici digitali, riducendo così le distanze rispetto alla media UE. È necessario proseguire negli sforzi già intrapresi per consentire all’Italia di realizzare l’obiettivo del decennio digitale relativo alla disponibilità online del 100 % dei servizi pubblici principali per le imprese e i cittadini dell’Unione, e di rendere pienamente operativi i fascicoli sanitari elettronici“

La prima è relativa all’infrastrutturazione digitale del Paese: Spid, PagoPA, l’app Io. La scelta di puntare, anni fa, su infrastrutture immateriali, è evidentemente vincente. Si tratta di operazioni i cui benefici non si vedono subito ma, soprattutto grazie alla pandemia, ne abbiamo potuto apprezzare gli effetti.

Il secondo punto è la grandissima attenzione alla standardizzazione, nel senso di una centralizzazione. Dai territori era emersa una proliferazione di tanti standard, ad esempio sui fascicoli sanitari elettronici che tra loro non si parlavano. A un certo punto ci si è resi conto che le infrastrutture devono seguire regole condivise a livello nazionale e anche questa è una soluzione vincente.

Nel nostro futuro cosa c’è?

Il PNRR fa ben sperare, perché sembra dimostrare – con cospicui investimenti – che si intende dare continuità al lavoro degli ultimi anni. I numeri del DESI dimostrano che questa continuità è un fattore decisivo: se il governo successivo avesse messo in discussione tutte le scelte del precedente, oggi non saremmo a questo punto.

Il PNRR quindi potrebbe essere una svolta anche da questo punto di vista?

Il PNRR deve essere la svolta. Se non lo fosse sarebbe un problema: avremmo perso un’opportunità che non si ripeterà. Anche perché, alla fine, non serve fare chissà quale sforzo in tecnologie emergenti e futuribili, ma colmare i gap strutturali del nostro Paese. Per questo, servono tempo, fondi e idee chiare. Mi sembra ci siano e che l’inversione di tendenza evidenziata dal DESI sia preziosa per confermare che si sta andando nella direzione giusta.

Ci possono essere degli ostacoli all’arrivo dei fondi del PNRR?

Il rischio c’è solo se non facciamo quello che abbiamo scritto e questo potrebbe essere legato alla lentezza ad esempio nel procurement. Sappiamo che l’Italia è un Paese molto bizantino per quanto riguarda le procedure di affidamento, nonostante i tanti decreti semplificazioni. Il pericolo, quindi, è di non riuscire a fare le cose nei tempi e nei modi che abbiamo indicato e questa sarebbe una grave disdetta per tutto il Paese.

Come si colloca in questo contesto il tema della sanità digitale?

Innanzitutto, l’ambito sanitario incrocia il tema della standardizzazione: sarebbe stato ragionevole sin da prima che i fascicoli sanitari elettronici dovessero avere un’omogeneità e garantire un’interoperabilità che a tratti manca.

Una Missione dedicata alla Salute nel PNRR, con fondi ingenti, è segno che, anche a seguito della pandemia, si è compresa la centralità del settore

Allo stesso modo, aver voluto, in sede di PNRR, dedicare alla sanità digitale un’attenzione distinta dalla Missione 1, che riguarda la digitalizzazione dell’Amministrazione in generale, dando alla sanità, con la Missione 6, una dignità autonoma, è frutto, e ci sta tutto, anche della pandemia. Ma decidere di dedicare risorse assolutamente ingenti alla sanità significa aver compreso e voler intervenire dove si è deficitari, nonostante gli sforzi fatti e alcune lodevoli eccezioni: era il sistema nel suo complesso ad aver bisogno di una svolta. Speriamo di aver davvero imparato dagli errori del passato.

 

https://trendsanita.it/evento/oltre-il-pnrr-il-ssn-del-futuro/

Sandra Gallina: l’Ue lavora sull’antimicrobico resistenza, la “pandemia silenziosa”

Si calcola che l’antimicrobico resistenza uccida ogni anno 33.000 persone nei Paesi dell’Unione europea. Il costo stimato per l’Ue è di 1,5 miliardi di euro all’anno tra costi sanitari e perdite di produttività.

Si ritiene che il costo dell’inazione potrebbe comportare, nei prossimi decenni, 10 milioni di morti all’anno a livello globale e una perdita cumulativa di oltre 88.000 miliardi di euro per l’economia mondiale entro il 2050.

Sandra Gallina

“Sebbene la crisi sanitaria globale di Covid-19 non sia finita, dobbiamo restare in guardia e al tempo stesso agire contro la prossima e probabilmente più grave minaccia: la resistenza antimicrobica. Spesso presentata come “pandemia silenziosa”, sappiamo già che continuerà a porre sfide significative negli anni e persino nei decenni a venire”, commenta Sandra Gallina, direttrice generale della direzione Salute e Sicurezza alimentare della Commissione europea.

La capacità dei microrganismi di resistere ai trattamenti antimicrobici e in particolare agli antibiotici, è dovuta in parte dalla sovraprescrizione di questi ultimi.

“L’impatto della resistenza antimicrobica è molto concreto – ricorda Gallina –: riduce la capacità di prevenire e trattare le malattie infettive, determinando un impatto clinico crescente. Di conseguenza, compromette la capacità di eseguire interventi di chirurgia generale, di trattare pazienti immunocompromessi e minaccia chi si sottopone a trapianto d’organo. Inoltre, è anche una minaccia significativa per il successo della terapia del cancro”.

La resistenza antimicrobica è un problema transfrontaliero dalle molteplici sfaccettature, la cui dimensione “One-Health” non può essere trattata solo da un Paese o da uno Stato membro. Da qui l’ambizione della Commissione europea di occuparsene non solo a livello europeo, ma su scala globale.

Cosa ci ha insegnato il Covid

Le cifre dell’antimicrobico resistenza (che saranno aggiornate nella seconda parte di quest’anno) dimostrano l’importanza di affrontare questa sfida in modo analogo a quanto fatto con il Covid: tutti insieme. “Affrontare da soli un problema sanitario di questa portata è infruttuoso – continua Gallina – Solo una risposta unitaria sarà sufficiente. In questo contesto, il regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio definisce la resistenza antimicrobica come una delle gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero di origine biologica. La sua attuazione rafforzerà la nostra politica in materia di prevenzione, pianificazione della preparazione e della risposta, sorveglianza e monitoraggio epidemiologico e coordinamento della risposta, in particolare attraverso il Comitato per la sicurezza sanitaria”.

Per la direttrice generale, inoltre, l’imminente Strategia per la salute globale, insieme a un’Unione sanitaria europea forte, “ci garantiranno di essere attrezzati e pronti ad affrontare con fiducia le sfide sanitarie della resistenza antimicrobica, così come qualsiasi altra minaccia sanitaria futura”.

La pandemia da Sars-CoV2 ha messo in luce il fatto che i nostri sistemi sanitari non erano sufficientemente attrezzati o preparati – in alcuni casi addirittura sottofinanziati – per una crisi del genere: “Ha colpito in modo sproporzionato i soggetti più vulnerabili, evidenziando la persistente disuguaglianza nella prevenzione e nell’assistenza tra gli Stati membri, ma anche all’interno degli stessi, nonché tra i diversi gruppi di popolazione – ricorda Gallina – Si tratta di avvertimenti preziosi a cui dobbiamo prestare attenzione quando affronteremo la prossima crisi come la resistenza antimicrobica, per assicurarci di non lasciare indietro i più vulnerabili delle nostre società”.

Sia il Covid, sia più recentemente l’epidemia di vaiolo delle scimmie ci hanno ricordato in modo doloroso l’interdipendenza tra la salute umana, animale e vegetale e i loro ambienti comuni

Sia il Covid, sia più recentemente l’epidemia di vaiolo delle scimmie ci hanno ricordato in modo doloroso l’interdipendenza tra la salute umana, animale e vegetale e i loro ambienti comuni. L’uno non può essere diviso dall’altro, ma tutti si fondono l’uno con l’altro. “Ecco perché abbiamo bisogno di un approccio One Health, un approccio che stiamo mettendo in pratica per prevenire, prevedere, rilevare e rispondere alle minacce alla salute globale. Per questo motivo, nel settembre 2020, la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen ha annunciato l’obiettivo di creare un’Unione Europea della Salute per affrontare le minacce alla salute e, così facendo, garantire il nostro futuro”.

Negli ultimi mesi sono anche stati ampliati i mandati dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC). “Entrambe le agenzie svolgeranno un ruolo più incisivo nel sostenere l’Ue e i suoi Stati membri nella prevenzione e nel controllo delle minacce di malattie trasmissibili. Ad esse si aggiunge ora l’Autorità per la risposta e l’emergenza sanitaria (HERA), la cui unica missione è quella di prepararsi e affrontare le future emergenze sanitarie”.

Queste agenzie saranno ulteriormente rafforzate da un nuovo regolamento sulle minacce sanitarie transfrontaliere che, secondo l’esperta, migliorerà ulteriormente il quadro sanitario “per essere pronti e in grado di affrontare qualsiasi futura emergenza sanitaria. Misure come queste rafforzeranno l’imminente Strategia per la salute globale, che rafforzerà la nostra capacità di prepararci e rispondere alle principali minacce per la salute che riguardano tutti noi”.

Qual è la strategia europea

“Seguendo l’approccio olistico One Health, la Commissione sta affrontando l’uso degli antimicrobici sia nell’uomo che negli animali, tenendo conto anche dell’ambiente. Nell’ambito del progetto dell’Unione europea della salute, il 25 novembre 2020 la Commissione ha adottato una strategia farmaceutica che affronterà diverse sfide legate alla resistenza antimicrobica, tra cui la mancanza di investimenti negli antimicrobici e l’uso inappropriato degli antibiotici. La strategia comprenderà anche azioni per migliorare la consapevolezza degli operatori sanitari e dei cittadini europei sulla resistenza antimicrobica”.

Un altro passo importante riguarda l’uso dei farmaci veterinari. Il regolamento dell’Ue sui medicinali veterinari prevede un’ampia gamma di misure concrete per combattere la resistenza agli antimicrobici e promuovere un uso più prudente e responsabile degli antimicrobici negli animali.

“Siamo chiari: una normativa rigorosa sull’uso preventivo degli antimicrobici sarà fondamentale per ridurre il consumo di antimicrobici negli animali da allevamento, ad esempio – afferma Gallina –. Il regolamento, adottato nel 2019 e la cui attuazione è quasi completa, contribuisce in modo determinante al raggiungimento degli obiettivi della strategia Farm to Fork che mira a ridurre del 50% le vendite complessive di antimicrobici nell’Ue per gli animali da allevamento e l’acquacoltura entro il 2030”.

A livello europeo c’è la volontà di ottenere impegni vincolanti da parte degli Stati membri – e della comunità globale in generale – per ridurre l’uso di antibiotici

In una prospettiva più lunga, a livello europeo c’è la volontà di ottenere impegni vincolanti da parte degli Stati membri – e della comunità globale in generale – per ridurre l’uso di antibiotici. E proprio questo obiettivo sarà al centro di una raccomandazione che verrà adottata alla fine dell’anno.

“Un’altra causa dello sviluppo della resistenza antimicrobica è l’incapacità di sviluppare, produrre e distribuire nuovi antibiotici efficaci, che alimenta ulteriormente l’impatto della resistenza antimicrobica – ricorda Gallina –. Riteniamo che sia urgente sviluppare e proporre nuovi incentivi per l’industria. Questa dimensione sarà affrontata nella revisione della legislazione farmaceutica prevista per la fine dell’anno”.

Infine, ma non meno importante, la ricerca: nell’ambito di Horizon 2020, il programma di ricerca dell’Ue, sono stati mobilitati oltre 650 milioni di euro per la resistenza antimicrobica.

Verso un’Unione europea della salute

Tra il 2021 e il 2027, all’interno del programma EU4Health, è previsto uno stanziamento di 5,3 milioni di euro per migliorare e promuovere la salute nell’Ue, far fronte alle minacce transfrontaliere, migliorare medicinali, dispositivi medici e prodotti rilevanti in caso di crisi e potenziare i sistemi sanitari, la loro resilienza e l’uso efficiente delle risorse. “Non ci può essere investimento più utile di quello nella salute e, con questo budget il programma EU4Health rappresenta un sostegno finanziario dell’Unione senza precedenti nel settore della salute – afferma Gallina – EU4Health aiuterà inoltre gli Stati membri a rafforzare i loro sistemi sanitari, a investire nella formazione, a potenziare il personale sanitario e a portare avanti la trasformazione digitale.

EU4Health è un chiaro messaggio che la salute pubblica è una priorità per questa Commissione ed è uno dei principali strumenti per aprire la strada a un’Unione europea della salute

EU4Health è un chiaro messaggio che la salute pubblica è una priorità per questa Commissione ed è uno dei principali strumenti per aprire la strada a un’Unione europea della salute.

Ad esempio, a solo un anno dalla sua adozione, il Piano sul cancro sta già facendo progressi significativi grazie ai finanziamenti di EU4Health e Horizon Europe”.

L’altro grande obiettivo da raggiungere verso l’Unione europea della salute è la Strategia farmaceutica europea: l’adozione della revisione della legislazione farmaceutica è prevista per la fine di quest’anno. “Questa proposta è in fase di elaborazione da molto tempo, poiché si tratta di una questione complessa e la legislazione ha davvero bisogno di un aggiornamento – ammette Gallina – Ma la nostra ambizione è quella di garantire a tutti gli europei un accesso equo a farmaci e trattamenti economici, sicuri ed efficaci”.

Le sfide da affrontare sono notevoli e riguardano il rafforzamento della capacità di resistenza dell’Ue, la promozione di catene di approvvigionamento globali più forti e la diversificazione dell’offerta. “La nostra riforma della legislazione farmaceutica farà della sicurezza degli approvvigionamenti una priorità, introducendo obblighi più stringenti di fornitura, trasparenza e notifica anticipata delle carenze. Porremo inoltre l’accento sull’innovazione e affronteremo l’impatto ambientale dei farmaci”.

Lo Spazio europeo dei dati sanitari

Infine, lo Spazio europeo dei dati sanitari (EHDS): le stime dicono che non sarà operativo prima del 2026: “L’iniziativa getterà le basi per un accesso sicuro e affidabile ai dati, pienamente in linea con i valori fondamentali alla base della nostra Unione. Lo Spazio europeo dei dati sanitari cambierà le carte in tavola: gli operatori sanitari disporranno di tutte le informazioni necessarie per aiutare i loro pazienti e saranno in grado di prendere decisioni molto più informate e adeguate alle specifiche esigenze mediche. Inoltre, darà potere a noi come individui, fornendoci ulteriori diritti e tutele sui nostri dati sanitari”.

Con lo Spazio europeo dei dati sanitari, se ci ammaleremo all’estero, il nostro medico curante potrà accedere alla nostra cartella clinica nella propria lingua, consultare facilmente la data dell’ultima antitetanica o verificare che i vaccini dei nostri figli siano stati aggiornati prima del viaggio

Ad esempio, se ci ammaleremo all’estero, il nostro medico curante potrà accedere alla nostra cartella clinica nella sua lingua, consultare facilmente la data dell’ultima antitetanica o verificare che i vaccini dei nostri figli siano stati aggiornati prima del viaggio.

“Dobbiamo avere la certezza che i nostri dati sanitari personali siano trattati con la massima cura, con regole solide di protezione e sicurezza dei dati. Per questo motivo la Commissione ha introdotto criteri di sicurezza rigorosi per l’utilizzo e la condivisione dei sistemi di cartelle cliniche elettroniche”.

Lo Spazio europeo dei dati sanitari consentirà anche di risparmiare denaro: “Secondo le nostre stime, nei prossimi dieci anni nell’Unione europea si risparmieranno circa 5,5 miliardi di euro grazie a un migliore accesso e scambio di dati sanitari, con un ulteriore risparmio di 5,4 miliardi di euro nel prossimo decennio grazie a un migliore utilizzo dei dati sanitari per la ricerca, l’innovazione e la definizione delle politiche”.

Caro energia, sanità pubblica e privata in allarme

Allarme della sanità pubblica e privata sul caro energia: Fiaso chiede un contributo extra per fronteggiare gli ulteriori rincari che gravano sulle Aziende, Aiop segnala come l’aumento dei costi metta a rischio il diritto alla salute dei cittadini.

Migliore (Fiaso): “Occorre garantire la copertura totale delle spese aggiuntive per sterilizzare nei bilanci gli effetti del costo dell’energia”

Un contributo extra per sterilizzare i maggiori costi sostenuti dalle aziende nei loro bilanci per effetto dell’incremento del costo dell’energia. È la richiesta di Fiaso per affrontare la crisi energetica e il caro bollette che mette le aziende sanitarie e ospedaliere in serie difficoltà.

Già all’inizio dell’anno Fiaso aveva stimato un incremento della bolletta energetica pari al 30% chiedendo lo stanziamento di risorse straordinarie pari a 500 milioni di euro per fronteggiare le maggiori spese e alleggerire l’impatto sui bilanci delle aziende in una fase in cui occorre, invece, dare maggiore slancio alle attività e agli investimenti post pandemia. La richiesta era stata accolta con il finanziamento di maggiori risorse pari a 200 milioni di euro. Con gli attuali rincari, tuttavia, le risorse concesse dal Governo si rivelano del tutto insufficienti.

Giovanni Migliore

“Occorre un contributo adatto a garantire la copertura totale delle spese aggiuntive per la bolletta in maniera da poter sterilizzare nei bilanci gli effetti del costo extra dell’energia così come già fatto peraltro per l’emergenza Covid – commenta il presidente Fiaso, Giovanni Migliore -. Non si tratta semplicemente di semplici voci di uscita in un bilancio, ma di servizi per il cittadino e per i pazienti: la stagione post-emergenziale richiede la disponibilità di tutte le risorse possibili per recuperare le prestazioni sospese e far fronte agli impegni presi con i cittadini, compresa la realizzazione di progetti previsti dal Pnrr. Oltre alle maggiori spese per l’energia, Asl e ospedali dovranno far fronte agli importi contrattuali lievitati da parte delle aziende fornitrici di servizi che, in qualche caso, stanno già chiedendo la revisione dei prezzi”.

“Il risparmio energetico, inoltre, per quanto possibile, – aggiunge Migliore – negli ospedali è marginale perché è estremamente difficile ridurre il consumo energetico, considerando il grande numero di macchinari che devono necessariamente essere attivi 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 come gli apparecchi di radiodiagnostica, tac e pet e il necessario funzionamento delle sale operatorie e delle terapie intensive su cui non ci possono essere risparmi”.

Cittadini (Aiop): “Il caro energia mette a rischio il diritto alla salute dei cittadini”

Barbara Cittadini Aiop

“Gli aiuti previsti per far fronte al rincaro dei prezzi dell’energia elettrica e del gas escludono gli ospedali accreditati di diritto privato, che garantiscono il diritto alla salute dei cittadini erogando il 25% di tutte le prestazioni e i servizi ospedalieri resi alla popolazione dal Servizio Sanitario Nazionale. Le strutture ospedaliere hanno un consumo di energia elettrica e di gas assolutamente rilevante: parliamo di un aumento nei costi di gestione più che triplicato, che, incidendo sulla sostenibilità degli operatori sanitari, mette a rischio la sostenibilità dei costi economici necessari per garantire l’erogazione dei servizi”. Così Barbara Cittadini, presidente nazionale Aiop, l’Associazione italiana ospedalità privata, lancia l’allarme rispetto al problema del costo dell’energia.

“Assicurare prestazioni sanitarie, ospedaliere e sociosanitarie puntuali ed efficaci – continua Cittadini – implica l’uso di una ingente quantità di energia, che deve essere mantenuta costante nel tempo: basti pensare al lavoro delle sale operatorie, al condizionamento obbligatorio degli ambienti, ai gruppi elettrogeni, alle operazioni di sterilizzazione e disinfezione dei macchinari e delle attrezzature, all’utilizzo delle apparecchiature come tac, risonanze magnetiche e pet, all’erogazione della radioterapia e al funzionamento dei macchinari che devono restare necessariamente attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7”.

“Ci uniamo alla richiesta delle Regioni al Governo – aggiunge la presidente Aiop – chiedendo un immediato e adeguato incremento delle risorse finanziare per il SSN di 1,6 miliardi, da utilizzare a copertura dei maggiori oneri e da ripartire equamente fra gli erogatori di diritto pubblico e di diritto privato che erogano prestazioni per il SSN. Chiediamo, inoltre, che sia riconosciuta la caratteristica di imprese energivore e gasivore per le strutture ospedaliere di qualsiasi natura giuridica”, conclude.

Studio Totem: la rivoluzione nel follow-up del carcinoma dell’utero

Una vera e propria rivoluzione nel follow-up del carcinoma dell’utero. Lo studio Totem, coordinato dalla Città della Salute di Torino, ha evidenziato come non sia necessario prevedere procedure sistematiche (ad esempio esami radiologici o ecografici) in assenza di una sintomatologia clinica. Questo sta a significare una serie di vantaggi per le donne che saranno sottoposte a molti meno esami e procedure, una migliore appropriatezza delle prestazioni ed una conseguente riduzione delle liste d’attesa.

I programmi di diagnosi precoce ed il miglioramento delle terapie oncologiche hanno reso possibile un aumento del numero di persone che vengono controllate periodicamente per lungo tempo dopo un trattamento iniziale che potrebbe rivelarsi definitivo.

A fronte quindi di un indubbio successo delle terapie, si pone il problema di come monitorare questa percentuale crescente di persone impegnate in un percorso (il cosiddetto “follow-up”), che si auspica da una parte efficace nel riconoscere e trattare tempestivamente le recidive e dall’altra non troppo gravoso in termini di esami e procedure.

Considerato il fatto che il carcinoma del corpo dell’utero è caratterizzato da un’alta incidenza e da una buona sopravvivenza, il programma di sorveglianza o follow-up si traduce in un complesso di procedure dal forte impatto economico e sociale, sulla base dell’ipotesi, mai dimostrata, che ad un’anticipazione del riconoscimento di una recidiva consegua un miglioramento della sopravvivenza.

Alla luce di tali considerazioni, nell’ambito della Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta è stato disegnato uno studio sperimentale, denominato Totem, per confrontare due modalità organizzative di follow-up (uno “intensivo” ed uno “minimalista”) nelle pazienti trattate per questo tipo di tumore, con diversa frequenza e tipologia di esami da eseguire nel corso dei 5 anni dopo l’intervento.

L’iniziativa è scaturita dalla stretta collaborazione tra la Ginecologia Oncologica universitaria dell’ospedale Sant’Anna della Città della Salute di Torino (diretta dal professor Paolo Zola), che ha ideato lo studio, la Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta, che ha fornito il supporto economico, e la Epidemiologia Clinica – CPO Piemonte della Città della Salute di Torino (diretta dal dottor Giovannino Ciccone), che ha contribuito sul piano metodologico e statistico al disegno, alla raccolta dati (sulla piattaforma EPICLIN) ed all’analisi finale.

Lo studio ha coinvolto 39 Istituti italiani e 3 Istituti francesi ed ha concluso l’arruolamento delle pazienti con un totale di 1847 donne, che hanno accettato di partecipare a questa ricerca regolarmente approvata dai Comitati Etici dei Centri partecipanti.

I risultati finali sono stati molto netti ed hanno dimostrato che non vi è alcuna utilità nell’effettuare esami sistematici in assenza di sintomatologia clinica: la sopravvivenza a 5 anni nelle donne seguite con un follow-up intensivo è stata del 90.6%, contro il 91.9% di quelle seguite con un regime minimalista. Ad esempio, nell’arco dei 5 anni considerati, le donne seguite con uno schema minimalista hanno ridotto il numero di TC da eseguire da 2 a 0 se a basso rischio, e da 5 a 2 se ad alto rischio. L’articolo con i risultati finali è appena stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale ufficiale dell’Associazione Americana di Oncologia Medica, il Journal of Clinical Oncology.

Questo importante studio, unico trial randomizzato che ha confrontato diversi schemi di follow-up sulla sopravvivenza di donne operate per tumore dell’endometrio, è un esempio incoraggiante della capacità di collaborazione tra strutture pubbliche di condurre studi pragmatici, indipendenti, a basso costo e con rilevanti impatti sulla pratica clinica, limitando il numero di esami inutili da effettuare durante il follow-up, con conseguente riduzione di stress e di esposizione a radiazioni per le pazienti e di contenimento dei costi per il Sistema Sanitario Nazionale. È anche uno studio che rinforza il concetto che “doing more does not mean doing better” (fare di più non significa fare meglio), sostenuto a livello internazionale dal movimento Choosing Wisely e in Italia da Slow Medicine. Totem è dedicato alla memoria di Alessandro Liberati, per il suo incoraggiamento e per il contributo all’ideazione dello studio e per il suo straordinario impegno nel diffondere la cultura della Evidence Based Medicine nel mondo della ricerca e del SSN.

Diritto all’oblio oncologico: a Pescara la prima camminata non competitiva #iononsonoilmiotumore

Un percorso di 2,5 e 5 km tra lungomare e centro città per richiedere una legge per il Diritto all’oblio oncologico: si terrà sabato 3 settembre a Pescara la prima marcia di sensibilizzazione della campagna “Io non sono il mio tumore”, lanciata a gennaio da Fondazione AIOM con una raccolta firme. Con il patrocinio del Comune, vedrà associazioni pazienti, gruppi sportivi, persone in cura, familiari e amici camminare per restituire a tutti i guariti un futuro senza l’ombra della malattia. In pochi mesi le adesioni alla petizione sul sito dirittoallobliotumori.org sono state decine di migliaia: una volta raggiunte le 100mila, saranno consegnate ai Presidenti Draghi e Mattarella per richiedere una maggiore tutela degli ex malati oncologici. Si tratta di oltre un milione di persone che, nonostante siano guarite, si trovano a vivere difficoltà nella vita di tutti i giorni. Sono infatti numerose le discriminazioni nell’accesso a servizi come la stipula di assicurazioni e di mutui, l’adozione di un figlio e l’assunzione sul lavoro. La norma permetterebbe all’Italia di seguire l’esempio virtuoso di altri Paesi europei (Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Portogallo), che già tutelano i propri cittadini con una legge dedicata.

“I risultati della campagna fino a ora sono stati straordinari – sottolinea Giordano Beretta, presidente di Fondazione AIOM e nuovo Direttore della UOC di Oncologia Medica dell’Ospedale Santo Spirito di Pescara –. Siamo partiti a gennaio con la messa online del sito e in pochi mesi abbiamo raggiunto più di 75mila firme. L’obiettivo 100mila è sempre più vicino. Sono 3,6 milioni le persone che, in Italia, vivono con una diagnosi di cancro. Il 27% di loro, circa un milione, è guarito: dobbiamo mobilitarci per loro, per questo abbiamo deciso di portare l’iniziativa ‘per strada’, in mezzo alla gente. Per la prima camminata abbiamo scelto Pescara perché è un importante punto di riferimento per l’oncologia medica del centro Italia, con un’unità di cui sono, da pochi mesi, direttore. Speriamo di coinvolgere lungo il percorso sia i cittadini della zona che i turisti. Avremo con noi alcune delle associazioni pazienti più attive in Italia, gruppi sportivi locali, clinici e Fondazioni, tutti pronti a marciare per un diritto che non può più essere ignorato”.

“Siamo felici di ospitare il primo evento di una campagna così importante – dichiara il sindaco di Pescara Carlo Masci –. I temi sociali ci vedono sempre molto attivi come Comune, soprattutto quando la salute è protagonista. Siamo orgogliosi del nostro ospedale, che vanta un reparto di oncologia all’avanguardia, guidato da qualche mese dalla decennale esperienza del professor Beretta. Parteciperemo con entusiasmo all’iniziativa, che coinvolgerà parte del centro città e del lungomare: si partirà da Piazza della Rinascita, dove sarà possibile ritirare i kit gara per gli iscritti ma anche procedere a nuove iscrizioni, per poi spostarsi verso nord e concludere sul lungomare. Il termine della camminata sarà sempre in Piazza Salotto: lì, chi vorrà, potrà ripetere il percorso una seconda volta, per raggiungere i 5 km totali. Sappiamo quanto i corretti stili di vita, sport in primis, siano fondamentali per la salute e per la prevenzione di numerose neoplasie, quindi non c’è modo migliore per promuovere questa campagna che con una bella camminata. Invito tutti i cittadini di Pescara e dei comuni limitrofi a partecipare: sarà una mattinata di divertimento per una causa importante”.

“Oggi più che mai è fondamentale dedicarsi alla qualità della vita post-malattia – dichiara Saverio Cinieri, presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) –. Grazie all’innovazione, all’impegno dei ricercatori e al lavoro dei clinici, infatti, oggi sono moltissime le neoplasie che possono essere curate o cronicizzate, con un importante incremento del numero di persone che vivono dopo una diagnosi. Dopo un determinato numero di anni, dipendente dal tipo di tumore, i pazienti sono ritenuti guariti a livello clinico. Quello che chiediamo è che si ponga un limite temporale oltre il quale questo possa avvenire anche per la burocrazia, come già succede in diversi Paesi europei”.

 È possibile iscriversi cliccando qui

Legge sulla Concorrenza: quali novità per la sanità?

Non è una rivoluzione nei rapporti pubblico-privato in sanità, tiene a precisare Alice Cauduro, ricercatrice di diritto amministrativo dell’Università degli Studi di Torino. Le norme in ambito sanitario contenute nella Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2021 (ex “Ddl Concorrenza 2021”) (pubblicata in GU Serie Generale n.188 del 12-08-2022, entrata in vigore il 27 agosto 2022 a eccezione dell’articolo 31 che entrerà in vigore il 1° gennaio 2023), dedicate ad accordi e accreditamento, seguono i principi generali del nostro ordinamento. Vediamo come insieme all’esperta.

Quali aspetti della sanità vengono regolati con la nuova legge?

La legge 5 agosto 2022, n. 118, contiene norme su accordi e accreditamento delle strutture sanitarie private, il campo che mi pare più contestato, nonché norme sulla disciplina dei farmaci e sulla selezione della dirigenza sanitaria. Le norme in materia farmaceutica sono dedicate alla distribuzione dei farmaci, alla rimborsabilità dei farmaci equivalenti, ai farmaci in attesa di definizione dei prezzi, nonché alla revisione del sistema di produzione di medicinali emoderivati da plasma italiano. Si tratta di norme che mi pare puntino ad agevolare l’accesso ai farmaci.

In che senso?

Si tratta di norme di buona stesura, con la possibilità di un’anticipazione dei tempi di definizione del prezzo e rimborsabilità di quelli equivalenti che devono tuttavia sempre attendere la scadenza del brevetto per poter circolare. Un’indicazione che si ispira ai principi generali in materia di sanità e in particolare la salute e l’accesso ai farmaci come diritto fondamentale. Vista dal lato di chi ha un brevetto, può essere interpretata come volta ad avvantaggiare i produttori di farmaci equivalenti, ma a mio avviso non è così: la nuova legge non scardina le logiche brevettuali e non ha neanche la potenzialità di limitare l’abuso dei brevetti con cui si mantengono monopoli di fatto, cosa che per altro sarebbe difficile a livello nazionale sia per ragioni politiche che giuridiche, visto che la disciplina dei brevetti è soprattutto internazionale.

Dove la nuova normativa è invece secondo lei più incisiva?

L’articolo 15 va a toccare il D.Lgs. 502/92, una disciplina di riordino in materia sanitaria che ha innovato il Servizio Sanitario Nazionale rispetto alla Legge 833 del ’78 con un’apertura al privato. Il Ddl Concorrenza interviene sull’articolo 8-quater sull’accreditamento delle strutture sanitarie private e sull’8-quinquies sugli accordi contrattuali. Nonostante le critiche, però, non mi sento di dire che si assista a una svolta né in senso pubblicistico, né privatistico, certo è che la tutela della concorrenza viene espressamente declinata anche in sanità.

A sollevare maggiori critiche è stata la parte dedicata all’accreditamento delle strutture sanitarie private

A sollevare perplessità nel settore della sanità privata è soprattutto la parte della norma richiamata in cui si prevede (introducendo il comma 1-bis) che “I soggetti privati di cui al comma 1 sono individuati, ai fini della stipula degli accordi contrattuali, mediante procedure trasparenti, eque e non discriminatorie, previa pubblicazione da parte delle regioni di un avviso contenente criteri oggettivi di selezione, che valorizzino prioritariamente la qualità delle specifiche prestazioni sanitarie da erogare. La selezione di tali soggetti deve essere effettuata periodicamente tenuto conto della programmazione sanitaria regionale e sulla base di verifiche delle eventuali esigenze di razionalizzazione della rete in convenzionamento e, per i soggetti già titolari di accordi contrattuali, dell’attività svolta (…)”.

Eppure anche questa norma sembra riprodurre abbastanza fedelmente, in linea di massima, i principi generali non solo a tutela della concorrenza, ma anche del buon andamento della Pubblica Amministrazione. Si aggiunge che la selezione deve essere effettuata periodicamente, tenuto conto della programmazione sanitaria regionale, e sulla base di verifiche: è questo il nodo che ha scatenato il timore dell’ospedalità privata sull’ipotesi che il privato si trovi a dover investire seppur non certo di una remunerazione.

Cosa ne pensa?

Non vedo come questa disposizione di legge possa penalizzare i privati nella sanità. Se da un lato dovrebbe essere un dato di fatto che la sanità si debba collocare fuori dalle logiche di mercato, è anche vero che la legge dagli anni ’90 ha aperto alla sanità privata, perciò le norme sulla concorrenza in sanità previste nel Ddl concorrenza si inseriscono in un contesto che è già di fatto pubblico-privato.

Il nostro modello di Servizio sanitario nazionale pubblico si fonda su un principio universalistico di accesso alle cure che è tra i più avanzati e apprezzati al mondo, sul quale poi la stratificazione di varie norme ha inciso coinvolgendo il privato

Il nostro modello di Servizio sanitario nazionale pubblico si fonda su un principio universalistico di accesso alle cure che è tra i più avanzati e apprezzati al mondo, sul quale poi la stratificazione di varie norme ha inciso coinvolgendo il privato: da ciò, oggi, anche le norme a tutela della concorrenza, con regole di trasparenza, equità e non discriminazione.

Cosa prevedono gli altri punti del Dl Concorrenza in materia di sanità?

Sempre l’articolo 15 introduce tre nuovi tipi di prestazioni oltre a quelli già elencati nell’articolo 9 della Legge 502 sui Fondi integrativi del Servizio sanitario nazionale: “le prestazioni di prevenzione primaria e secondaria che non siano a carico del Servizio sanitario nazionale; le prestazioni di long term care (LTC) che non siano a carico del Servizio sanitario nazionale; le prestazioni sociali finalizzate al soddisfacimento dei bisogni del paziente cronico che non siano a carico del Servizio sanitario nazionale, ferma restando l’applicazione delle disposizioni di cui all’articolo 26 della legge 8 novembre 2000, n. 328”.