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Terza Missione in sanità: l’impatto sociale delle università mediche

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L’espressione “Terza Missione” non è molto conosciuta, a meno che non si frequenti il mondo universitario. Si tratta infatti della mission universitaria che affianca le prime due, più note e riconosciute, ossia la Ricerca e la Didattica. La Terza Missione diventa invece il tramite tra il mondo universitario e la società, considerando che ha il preciso mandato di trasferire i risultati della ricerca e di diffondere la cultura accademica anche in ambito sociale. In questo modo, le università diventano motori di crescita economica, culturale e innovativa.

Nel caso delle università mediche, o di quelle che ospitano corsi di laurea in professioni sanitarie, la Terza Missione può avere una valenza ancora più cruciale, considerando che l’impatto sociale avviene su un tema fondamentale qual è quello della salute. Di questo si è parlato durante il Convegno “Terza Missione e Salute: Impatto Sociale e Medicina Inclusiva, tenutosi lo scorso 5 luglio presso UniCamillus – Università Medica Internazionale di Roma, ideato e organizzato dalla Professoressa Donatella Padua, docente di Sociologia e delegata alla Terza Missione presso lo stesso Ateneo.

A lei abbiamo fatto qualche domanda per comprendere meglio in che modo le università mediche possono implementare lo sviluppo sociale, anche facilitando l’educazione alla salute e l’accesso alle cure mediche per tutti, senza distinzioni.

La Terza Missione nelle università mediche come favorisce il miglioramento sociale? Ci sono obiettivi specifici che persegue?

La Terza Missione universitaria in ambito medico reca implicitamente un orientamento all’impatto sociale. Tuttavia, essa non ha gli stessi obiettivi della scienza medica: non svolge il ruolo di un medico o di un professionista sanitario. La Terza Missione punta a far sviluppare alle istituzioni universitarie la capacità, le competenze, la cultura di saper osservare il territorio, di analizzarne i bisogni socio-economici e ambientali –  in questo caso nell’ambito della salute e della prevenzione sanitaria – e di attivare una serie di azioni volte al trasferimento delle conoscenze sviluppate in ambito scientifico o di creazione di scambio o di produzione di valore sociale.

L’Università, in altre parole, si interroga su come può estendere il suo ruolo, integrandolo alla sua missione in campo medico, al fine di generare un moltiplicatore di impatto sociale, in linea con la sua vocazione.

Io sono docente di Sociologia e delegata alla Terza Missione presso UniCamillus, Università Medica Internazionale di Roma che forma laureati in Medicina, Odontoiatria e Professioni Sanitarie.

La Terza Missione diventa il tramite tra il mondo universitario e la società, con il mandato di trasferire i risultati della ricerca e di diffondere la cultura accademica in ambito sociale

Il ruolo di questo Ateneo è naturalmente volto alla Terza Missione in ambito sanitario: i suoi studenti provengono da 67 diversi paesi, e questa apertura verso il contesto internazionale diventa terreno di elezione per i tre principali obiettivi di terza Missione: 1) internazionalizzazione e salute, che si esprime con l’accoglienza degli studenti internazionale, in particolare provenienti dai Paesi in via di sviluppo e con le missioni umanitarie svolte nei luoghi più poveri del mondo; 2) medicina inclusiva, volta a ridurre le ineguaglianze tra paesi e tra persone per ciò che riguarda le condizioni sanitarie dei gruppi sociali emarginati, e mirata a rafforzare l’empowerment e la personalizzazione del percorso di cura nel rispetto di culture diverse e di differenze individuali; 3) educazione alla salute e alla prevenzione, attraverso attività di public engagement in stretta integrazione con la didattica dei corsi di studio, come l’organizzazione di attività culturali di pubblica utilità, di coinvolgimento e interazione con il mondo della scuola, oltre che di divulgazione scientifica.

Le urgenze su cui agire sono tante. Come vengono selezionate? In base a quali priorità?

Quando si parla di salute le urgenze sono molteplici, ma la Terza Missione di un’università medica ha come bussola primaria la missione dell’Ateneo. Tutte le attività sono definite in ambiti di obiettivi strategici, di piani e programmi rientranti nel Piano Strategico di Ateneo e di Dipartimento. In UniCamillus, i tre obiettivi strategici di Terza Missione che prima menzionavo si traducono in specifiche strategie e azioni che vengono programmate su base triennale e attentamente monitorate in termini di impatto sociale.

In altre parole, non ha tanta importanza ‘cosa fai’, ma ‘come lo fai’, ossia quali indicatori di impatto sociale, economico, ambientale sono stati identificati per quell’azione e quali risultati sono stati conseguiti. Questo consente di migliorare costantemente la propria azione sul territorio.

Le azioni della Terza Missione prevedono indicatori di impatto sociale, economico e ambientale, correlati ad un determinato territorio

Ad esempio, se svolgo una giornata di prevenzione cardiovascolare, sarà importante non solo averla realizzata ma sapere per quanti cittadini ho realizzato il servizio di misurazione dei parametri, quanti studenti medici ed infermieri hanno partecipato, quale territorio è stato interessato, e così via.

Proprio il territorio di azione è un altro riferimento importante. Ad esempio, UniCamillus ha come territorio prioritario quello internazionale ma, subito dopo, la priorità è il territorio limitrofo della sua sede, che presenta problematiche socio-economiche-culturali, e che quindi giova della rivitalizzazione culturale portata dall’Ateneo e dall’indotto economico. Attività che vanno sempre misurate per valorizzare il beneficio recato.

Può farci esempi di programmi di ricerca che sono stati realizzati in tal senso? Ci sono già dei risultati incoraggianti? Se sì, quali?

La Terza Missione non svolge direttamente programmi di ricerca, che invece sono obiettivo dell’altra missione di ateneo, la Ricerca appunto. Tuttavia, i progetti, le iniziative, le attività di valorizzazione della ricerca di Terza Missione sono intrinsecamente legate alla ricerca svolta dall’ateneo, o perché nascono da iniziative di ricerca o perché diventano occasioni di ricerca.

Nel primo caso, la creazione di spin-off e di incubatori sono attività di Terza Missione che nascono da progetti di ricerca, dove la Terza Missione svolge il ruolo di valorizzazione sul territorio di queste attività.

Terza Missione e Ricerca sono intrinsecamente legate e si sviluppano in maniera congiunta e coordinata

Nel secondo caso, possono essere le missioni umanitarie in Paesi del Terzo Mondo, che diventano importanti opportunità di studio per lo sviluppo di protocolli clinici specifici per i gruppi in target.

Un altro esempio che UniCamillus può portare in questo ambito sono le attività di prevenzione odontoiatrica svolte nelle scuole primarie e secondarie della borgata di San Basilio, a Roma, dove studenti di odontoiatria hanno visitato i bambini e ragazzi ed hanno svolto uno studio scientifico sul livello della cultura sanitaria nella prevenzione odontoiatrica, fornendo importanti indicazioni ai genitori dei giovani pazienti sull’importanza della salute orale.

Le università come coinvolgono gli attori esterni in questi programmi?

Anche la tipologia di attori esterni sono oggetto di definizione in sede di formulazione di strategie pluriennali di Terza Missione: la scelta non dev’essere casuale. Al contrario, dev’essere intimamente legata alla missione dell’università e del territorio in target, deve essere monitorata e deve essere oggetto di politiche di miglioramento in termini di impatto sociale.

Le comunità territoriali vengono identificate in base alle priorità, come ad esempio i pazienti di Paesi come Gambia, Benin, Burundi o Amazzonia, ma anche le comunità delle borgate di San Basilio o altri territori vicini all’Ateneo.

Chiaramente, nel tempo emergono nuovi progetti, con nuovi partner aziendali o istituzionali che non sono stati preventivati in sede di piani strategici ma che, se allineati come obiettivi, sono inseriti nei piani di azione.

Spesso i progetti possono nascere dai docenti, ma anche dalle istituzioni che chiedono collaborazione per iniziative di prevenzione sanitaria o di cultura della salute.

Quali sono le risorse finanziarie o logistiche per implementare queste attività? Crede che in futuro queste attività vedranno un aumento del sostegno pubblico?

Ogni progetto ha una sua sostenibilità finanziaria e logistica che viene valutata dall’Ateneo in sede di progettazione. Le fonti di finanziamento sono varie, spesso in co-finanziamento tra l’Ateneo e i partner esterni, laddove per finanziamento si intende anche la partecipazione con risorse umane e logistiche.

Ogni progetto ha una sua sostenibilità finanziaria e logistica valutata dall’Ateneo in sede di progettazione

Nel caso in cui le attività di Terza Missione siano collegate a progetti di ricerca, il campo si apre alle molteplici forme di finanziamento della ricerca a livello nazionale ed internazionale.

La Terza Missione si presta anche a forme di ‘fund raising’, rivolte ad esempio ad organizzazioni private le cui linee di Responsabilità Sociale collimano con gli obiettivi di Terza Missione dell’Ateneo, e consentono la realizzazione di specifici progetti.

L’Agenda 2030 e gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono ambiti su cui il privato sta rivolgendo particolare attenzione in termini di investimento, e le università possono contribuire dal loro versante. Ma anche la collaborazione con il terzo settore, il non profit, può generare ottime sinergie nell’individuazione di fondi di finanziamento.

Scuole di specializzazione in Medicina, a tre giorni dall’iscrizione non si sa quali sono accreditate

Tra soli tre giorni migliaia di giovani medici dovranno completare la procedura di iscrizione alle Scuole di specializzazione scegliendo le tipologie e le sedi che preferirebbero frequentare. Peccato che, ad oggi, l’iter di accreditamento delle Scuole non sia ancora concluso, impedendo quindi ai candidati di conoscere le specializzazioni e le Scuole a cui si potranno iscrivere. Oltre, ovviamente, al numero di posti disponibili in ciascuna di esse.

«La scelta della Scuola di specializzazione è un passaggio fondamentale nella carriera di un medico, che ha dei risvolti importanti anche sull’organizzazione della propria vita, e che non può essere effettuato in pochi giorni a causa di incomprensibili ritardi burocratici – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. Le scadenze sono note da maggio, eppure migliaia di medici sono ancora in attesa di informazioni fondamentali per la scelta del proprio percorso formativo».

Sono anche queste disattenzioni che spingono tanti giovani medici a trasferirsi all’estero

«Chiediamo dunque agli organi competenti di pubblicare immediatamente gli esiti dell’iter di accreditamento e tutte le informazioni necessarie per procedere consapevolmente nella scelta della Scuola. Risulta inoltre essenziale rivedere, per i prossimi anni, le tempistiche della procedura, in modo da evitare di ridursi ogni anno all’ultimo. Sono anche queste disattenzioni che spingono tanti giovani colleghi a trasferirsi all’estero, impedendo al nostro Servizio sanitario nazionale agonizzante di poter contare su eccellenze e professionalità di altissimo livello», conclude Quici.

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Toscana, con il Pnrr saranno realizzati corsi di formazione manageriale in sanità

La giunta regionale toscana ha approvato una delibera che consentirà di realizzare corsi di formazione per lo sviluppo di competenze tecniche-professionali, digitali e manageriali del personale del sistema sanitario regionale.

La giunta ha dato il via libera all’atto di obbligo, che discende dall’accordo di collaborazione già stipulato tra Ministero della salute e Agenas, ovvero l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, e che impegna Regioni e agenzia a formare circa 4.500 dipendenti in tutta Italia: in Toscana saranno circa trecento i destinatari della formazione, che sarà realizzata dal Laboratorio MeS della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Investire sulla formazione del personale ci consentirà di gestire nel modo migliore una fase, come quella che si prospetta nei prossimi anni, densa di cambiamenti e sfide – commenta il presidente della Toscana, Eugenio Giani – Ci aiuterà anche a gestire al meglio la programmazione legata al Pnrr, al netto dei problemi che derivano dalla rimodulazione prospettata in estate dal Governo e su cui continuiamo ad essere fortemente preoccupati. La missione del piano che riguarda le politiche per la salute valeva, per la Toscana, quasi 700 milioni distribuiti in poco meno di quattrocento progetti, il cui finanziamento ora è in parte non più certo”.

Le risorse economiche stanziate dal Pnrr permetteranno l’attivazione di corsi di alta formazione che saranno uno strumento valido per comprendere il cambiamento e gestire l’impatto umano della transizione

All’attuazione di nuovi modelli organizzativi spiega l’assessore regionale al diritto alla salute Simone Bezzini, che ha proposto la delibera – si devono accompagnare necessariamente nuove competenze. Le risorse economiche stanziate dal Pnrr permetteranno l’attivazione di corsi di alta formazione che saranno uno strumento valido per comprendere il cambiamento e gestire l’impatto umano di una transizione. Questo consentirà al personale impegnato in funzioni apicali di interpretare e accompagnare al meglio la realizzazione delle riforme, anticipando sfide e bisogni, con effetti importanti sul lungo periodo”.

Gli eventi formativi, finanziati con il fondi Pnrr, saranno di aiuto nella gestione dei cambiamenti in atto nella sanità pubblica, a partire dall’organizzazione territoriale dei nuovi modelli di assistenza che discende dall’oramai noto Decreto ministeriale 77 recepito dalla Toscana a fine 2022, ma anche su fronti di innovazione digitale come la telemedicina e il fascicolo sanitario elettronico oppure la gestione stessa della programmazione pluriennale del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Gimbe: in Italia la spesa sanitaria 2022 rimane sotto la media OCSE, anche dopo l’emergenza Covid

L’imponente sotto-finanziamento, la progressiva carenza di personale sanitario, i modelli organizzativi obsoleti, l’incapacità di ridurre le diseguaglianze e l’inevitabile avanzata del privato hanno determinato la progressiva erosione del diritto costituzionale alla tutela della salute, in particolare nelle Regioni del Sud.

 «I princìpi fondamentali del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBEuniversalità, uguaglianza, equità, sono stati traditi e oggi sono ben altre le parole chiave del nostro SSN: infinite liste di attesa, affollamento dei pronto soccorsi, aumento della spesa privata, diseguaglianze di accesso alle prestazioni, inaccessibilità alle innovazioni, migrazione sanitaria, rinuncia alle cure».

In questo contesto, il tema del finanziamento pubblico per la sanità infiamma da mesi il dibattito politico, vista l’enorme difficoltà delle Regioni a garantire un’adeguata qualità dei servizi, la mancata erogazione da parte del Governo dei “ristori COVID” e, più in generale l’assenza del tema “sanità” dall’agenda dell’Esecutivo. «Per tale ragione – spiega Cartabellotta – con l’imminente Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NaDEF) e, soprattutto, in vista della discussione sulla Legge di Bilancio 2024, la Fondazione GIMBE ha analizzato la spesa sanitaria pubblica nei paesi dell’OCSE al fine di fornire dati oggettivi utili al confronto politico e al dibattito pubblico ed evitare ogni forma di strumentalizzazione».

La fonte utilizzata è il database OECD Stat, aggiornato al 3 luglio 2023 con dati 2022 (o anno più recente disponibile) dei paesi dell’area OCSE: spesa sanitaria pubblica, sia in percentuale del PIL, che in $ pro-capite a prezzi correnti e parità di potere d’acquisto.

La spesa sanitaria pubblica include per ciascun paese diversi schemi di finanziamento, di cui uno solitamente prevalente: fiscalità generale (es. Italia, Regno Unito), assicurazione sociale obbligatoria (es. Germania, Francia), assicurazione privata obbligatoria (es. USA, Svizzera).

Spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL

La spesa sanitaria pubblica del nostro Paese nel 2022 si attesta al 6,8% del PIL, sotto di 0,3 punti percentuali sia rispetto alla media OCSE del 7,1% che alla media europea del 7,1%.

Sono 13 i Paesi dell’Europa che in percentuale del PIL investono più dell’Italia, con un gap che va dai +4,1 punti percentuali della Germania (10,9% del PIL) ai +0,3 dell’Islanda (7,1% del PIL) (figura 1).

Spesa sanitaria pubblica pro-capite

In Italia, anche la spesa sanitaria pubblica pro-capite nel 2022, pari a $ 3.255, rimane al di sotto sia della media OCSE ($ 3.899) con una differenza di $ 644, sia della media dei paesi europei ($ 4.128) con una differenza di $ 873. E in Europa sono ben 15 paesi a investire più di noi in sanità, con un gap che va dai +$ 583 della Repubblica Ceca ($ 3.838) ai +$ 3.675 della Germania ($ 6.930) (figura 2).

Il gap con i paesi europei si è ampliato progressivamente dal 2010, a seguito di tagli e definanziamento pubblico, sino a raggiungere $ 590 nel 2019; poi si è ulteriormente esteso negli anni della pandemia quando, a fronte di un netto incremento della spesa sanitaria in Italia, gli altri paesi europei hanno comunque investito più del nostro (figura 3).

«Al cambio corrente dollaro/euro – precisa Cartabellotta – il gap con la media dei paesi europei dell’area OCSE oggi ammonta ad oltre € 808 pro-capite che, tenendo conto di una popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2023 di oltre 58,8 milioni di abitanti, si traduce nella cifra monstre di oltre € 47,6 miliardi».

Trend 2008-2022 della spesa sanitaria pro-capite nel G7

Impietoso il confronto con gli altri paesi del G7 sul trend della spesa pubblica 2008-2022 (figura 4), da cui emergono alcuni dati di particolare rilievo.

Innanzitutto, negli altri paesi del G7 (eccetto il Regno Unito) la crisi finanziaria del 2008 non ha minimamente scalfito la spesa pubblica pro-capite per la sanità: infatti dopo il 2008 il trend di crescita si è mantenuto o ha addirittura subìto un’impennata. In Italia, invece, il trend si è sostanzialmente appiattito dal 2008, lasciando il nostro Paese sempre in ultima posizione.

In secondo luogo, spiega Cartabellotta «l’Italia tra i paesi del G7 è stata sempre ultima per spesa pubblica pro-capite: ma se nel 2008 le differenze con gli altri paesi erano modeste, con il costante e progressivo definanziamento pubblico degli ultimi 15 anni sono ormai divenute incolmabili».

Infatti, nel 2008 tutti i Paesi del G7 destinavano alla spesa pubblica pro-capite una cifra compresa tra $ 2.000 e $ 3.500 e il nostro Paese era fanalino di coda insieme al Giappone; nel 2022 mentre l’Italia rimane ultima con una spesa pro-capite di $ 3.255, la Germania l’ha più che raddoppiata sfiorando i $ 7.000.

Infine, commenta il Presidente «se per fronteggiare la pandemia tutti i Paesi del G7 hanno aumentato la spesa pubblica pro-capite dal 2019 al 2022, l’Italia è penultima poco sopra il Giappone». Ma soprattutto, dopo l’emergenza COVID-19 il gap con gli altri paesi europei del G7 continua a crescere: infatti, nel nostro Paese la spesa sanitaria pubblica nel 2022, rispetto al 2019, è aumentata di $ 625, quasi la metà di quella francese ($ 1.197) e 2,5 volte in meno di quella tedesca ($ 1.540) (tabella 1).

«I confronti internazionali sulla spesa sanitaria pubblica pro-capite relativi al 2022 – conclude Cartabellotta – confermano che l’Italia in Europa precede solo i paesi dell’Est (Repubblica Ceca esclusa), oltre a Spagna, Portogallo e Grecia. E tra i Paesi del G7, di cui nel 2024 avremo la presidenza, siamo fanalino di coda con gap ormai incolmabili, frutto della miopia della politica degli ultimi 20 anni che ha tagliato e/o non investito in sanità ignorando – a differenza di altri paesi – che il grado di salute e benessere della popolazione condizionano la crescita del PIL. Ovvero che la sanità pubblica è una priorità su cui investire continuamente e non un costo da tagliare ripetutamente.

Ecco perché il nostro Paese ha urgente bisogno di invertire la rotta, con segnali già visibili nella NaDEF 2023 e, soprattutto, nella prossima Legge di Bilancio. Altrimenti sarà l’addio al diritto costituzionale alla tutela della salute».

Telemedicina nella rete trasfusionale, l’Usl Umbria 2 avvia progetto pilota nazionale

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“La telemedicina ha numerose applicazioni nella pratica assistenziale quotidiana e il Servizio Trasfusionale della Usl Umbria 2 ha già in attivo diversi percorsi di consulenza a distanza come la telemedicina per le trasfusioni domiciliari, la donazione del cordone e il monitoraggio di pazienti con anemia cronica o che necessitano di salasso terapia. Tali percorsi hanno risolto diverse criticità che prima del Covid sembravano inestricabili e, di certo, ci ha aperto la mente per valutare nuove opportunità. In questo percorso abbiamo pensato alla telemedicina nella rete trasfusionale, da utilizzare per la selezione del donatore”.

Parole di Marta Micheli, Responsabile del Servizio ImmunoTrasfusionale della Usl Umbria 2. L’Azienda ha dato il via al progetto pilota nazionale “Assessment donors”, che ha permesso di coordinare l’attività in remoto del medico trasfusionista e l’attività in presenza del personale infermieristico già formato con il supporto del medico del Primo soccorso del distretto Valnerina della Usl Umbria 2, diretto dalla Dott.ssa Simona Marchesi.

Un lavoro di squadra con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza nazionale di sangue e farmaci plasmaderivati. Seguendo le indicazioni stabilite dal comitato medico-scientifico dell’Istituto superiore di sanità e con l’approvazione del Centro nazionale sangue, il progetto è stato avviato presso l’unità di raccolta di Cascia (Perugia).

Nel caso della donazione di sangue – riprende la responsabile del Servizio ImmunoTrasfusionale dell’Azienda Usl Umbria 2 – la telemedicina può agevolare molte delle attività rendendole più veloci ed efficienti. Parliamo in modo particolare delle sedi decentrate, contraddistinte da una media non molto alta di donatori e costrette a limitare il numero delle sedute per la mancanza del dirigente medico che può recarsi in presenza nel centro”.

L’intento, dunque, è sviluppare una gestione più efficiente dei processi di accettazione, colloquio, valutazione di idoneità e follow-up dei donatori, potenziando le sedute disponibili e le donazioni di sangue ed emocomponenti.

Incrementare le donazioni di sangue adottando soluzioni digitali innovative

Nella fase iniziale del progetto, i primi cinque donatori (“ormai adeguati ai nuovi device, si sono dimostrati collaborativi e contenti per la rapidità del percorso”, specifica la Dottoressa Micheli) potranno svolgere tutte le procedure di accertamento di idoneità alla donazione da remoto, utilizzando un tablet.

Attraverso l’uso del device, i donatori potranno compilare online il questionario, effettuare un colloquio a distanza con i medici e velocizzare il processo di valutazione dell’idoneità alla donazione.

La telemedicina permetterà di integrare il processo di donazione mediante l’uso di dispositivi specifici per la fornitura di servizi sanitari.

Sarà possibile effettuare controlli periodici dello stato di salute del donatore, consulenze a distanza, assistenza e monitoraggio tramite le televisite, il teleconsulto e la teleassistenza.

Nella donazione di sangue la telemedicina può agevolare molte attività rendendole più veloci ed efficienti, soprattutto nelle sedi decentrate

Questa rete digitale migliorerà l’esperienza del donatore, consentendo la prestazione di servizi che in passato richiedevano la presenza fisica e che ora possono essere erogati facilmente da remoto, supportati da nuovi dispositivi. A questo proposito la Dott.ssa Micheli – che, in qualità di responsabile del servizio, rimarca l’importanza di aver fornito, prima di iniziare il progetto, le adeguate informazioni alle Avis regionali, provinciali, comunali e agli operatori – spiega che “il percorso del donatore non viene modificato in modo significativo: l’accesso è ormai programmato con appuntamenti forniti dalle Avis del territorio. Al momento dell’accesso, il personale infermieristico valuta le condizioni del donatore, stampa la sua cartella ed acquisisce il consenso alla donazione, registra i parametri vitali ed esegue il prelievo per l’emocromo che viene svolto presso il Primo soccorso”.

Quindi il donatore viene fatto accomodare in una stanza dedicata dove gli viene consegnato un tablet “attraverso cui può eseguire il questionario informatizzato, e viene collegato online con il medico che farà il colloquio e darà (o meno) l’idoneità alla donazione”.

A quel punto – prosegue la Dott.ssa Micheli – “il medico ha la possibilità di visionare il questionario compilato dal donatore e di valutarlo per poi aggiungere delle note e indicare all’infermiere le modalità di salasso terapeutico oppure gli esami da eseguire”.

Subito dopo “il medico collegato in rete cloud virtuale (Virtual Network Computing, VNC) con il computer presente in sede, ha modo di stampare l’intera modulistica e le etichette indispensabili. L’infermiere, invece, acquisisce le firme necessarie ed esegue il salasso. Le bilance interfacciate tracciano il percorso della donazione che il dirigente medico può controllare per eventuali note da comunicare al centro Hub di lavorazione”.

Telemedicina a servizio della rete trasfusionale: l’implementazione delle attività sui territori disagiati

Lo scorso 3 marzo, nell’ambito del convegno “Telemedicina e la sua applicazione nelle unità di raccolta” organizzato a Roma da Avis nazionale e Simti (Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia), con il supporto dell’Istituto superiore di sanità, Fnopi (la Federazione italiana ordini professioni infermieristiche, particolarmente attenta al ruolo dell’infermiere nella sanità digitale) e Centro nazionale sangue, il direttore di quest’ultimo, Vincenzo De Angelis si è detto certo che la telemedicina può supportare le procedure di accertamento di idoneità della donazione: “Si pensi alla possibilità di compilare online il questionario, a cui potrebbe far seguito un colloquio da remoto tra il medico e il donatore. Questo comporterebbe da un lato un miglioramento dell’efficienza nel processo di selezione e dall’altro un conseguente incentivo alla prenotazione delle donazioni”.

Il percorso di innovazione digitale vuole assicurare un sostanziale miglioramento dell’efficienza nel processo di selezione dei donatori, riducendo i tempi di attesa e incentivando le prenotazioni

In tal senso è significativo il progetto “Donatori re-volution” – la telemedicina a servizio della rete trasfusionale –, promosso da Avis regionale Lombardia, esattamente come il progetto pilota nazionale “Assessment donors” avviato dall’Usl Umbria 2. Quest’ultimo è un percorso di innovazione digitale (sostenuto con forza dalla direzione strategica dell’azienda sanitaria) per assicurare un sostanziale miglioramento dell’efficienza nel processo di selezione dei donatori, riducendo i tempi di attesa e incentivando la prenotazione delle donazioni. L’obiettivo è raggiungere l’autosufficienza di componenti labili del sangue e di prodotti derivati dal plasma in Umbria.

L’integrazione della telemedicina nelle normali attività trasfusionali, pur nell’ottica della massima tutela del donatore, costituisce un passo in avanti fondamentale non solo in termini di trasparenza e sicurezza, ma anche una soluzione preziosa dal punto di vista organizzativo che porta con sé una natura nuova e digitale che fornisce un’immagine del Servizio Trasfusionale della Usl Umbria 2 moderna e al passo con i tempi”, commenta la Responsabile del Servizio ImmunoTrasfusionale della Usl Umbria 2.

Telemedicina e implementazione delle attività sui territori disagiati costituiscono un binomio inscindibile. “Sono entrambi temi al centro del PNRR e il progetto “Assessment donors” li riassume. Abbiamo presentato il progetto in Regione Umbria per capire se potrà rientrare nei finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza”, conclude la Dott.ssa Micheli.

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Prevenzione: italiani più attenti, ma meno della metà fa controlli regolari

Cresce, seppur di poco, l’attenzione degli italiani per la propria salute: a dirlo è l’ultima rilevazione dell’Osservatorio Sanità di UniSalute, svolto in collaborazione con l’istituto di ricerca Nomisma. L’indagine, che periodicamente sonda l’attitudine alla prevenzione degli abitanti del Bel Paese, ha riscontrato un aumento del numero di persone che fanno controlli regolari, sintomo forse di una maggior serenità nel frequentare le strutture sanitarie dopo gli anni di pandemia. Restano però ancora una minoranza gli italiani che svolgono visite ed esami di prevenzione.

Secondo la ricerca, infatti, appena il 41% degli intervistati dichiara di monitorare la propria salute attraverso controlli regolari. Un aumento comunque incoraggiante rispetto al 2022, quando a farlo era solo il 33% del campione. A questo dato corrisponde inoltre un calo di chi dice di curarsi solo quando inizia a soffrire di un disturbo o di una malattia – in discesa dal 48% al 45% – e anche di chi dice di non fare nulla di particolare per tutelare la propria salute (5%, contro il 9% l’anno scorso).

Andando ad analizzare meglio i dati, però, si riscontrano variazioni significative a livello geografico: se al Nord fa controlli regolari circa il 40% della popolazione, e al Centro addirittura il 45%, al Sud e nelle Isole la percentuale crolla al 31%. Così come si notano differenze tra il campione maschile e quello femminile: dice di fare controlli regolari il 42% delle donne, contro appena il 33% degli uomini. Nonostante ciò, la ricerca evidenzia anche come meno della metà delle italiane si sia sottoposta a una visita ginecologica nell’ultimo anno (47%), con una su quattro (25%) che addirittura non ha mai effettuato la visita o non la svolge da molti anni.

In generale, l’esame di controllo di gran lunga più diffuso è quello delle analisi del sangue: ben tre italiani su quattro (75%) dicono di averlo svolto nell’ultimo anno. Al secondo posto l’esame delle urine, che più di un italiano su due (54%) ha effettuato negli ultimi 12 mesi. Appaiono invece trascurati altri esami importanti, come la visita dermatologica per il controllo dei nei: nonostante la crescente pericolosità dell’esposizione eccessiva ai raggi solari, il 64% degli italiani dichiara di aver fatto “molti anni fa” l’ultima visita di questo tipo, o addirittura di non averla mai fatta, mentre solo il 19% l’ha svolta nell’ultimo anno.

Tra chi non fa controlli, uno su cinque (20%) indica i tempi di attesa troppo lunghi tra le motivazioni

Per concludere l’indagine, UniSalute ha sondato dunque le ragioni per cui molti italiani ancora sottovalutino l’importanza di monitorare regolarmente il proprio stato di salute. Da quanto emerso, la difficoltà ad accedere alle cure risulta un ostacolo importante: tra chi non ha svolto alcun controllo nell’ultimo anno, ben il 20% dà come motivazione i tempi di attesa troppo lunghi, e il 19% i costi troppo elevati. Ma c’entra anche una scarsa cultura della prevenzione, tanto che le motivazioni più citate sono la tendenza a fare visite solo quando ci si sente poco bene (29%), e la convinzione di non avere bisogno di fare controlli (25%).


Malattie rare, arriva l’UNIAMO Academy: formazione da pazienti per pazienti

La Federazione Italiana Malattie Rare, dopo aver raccolto i bisogni e le aspettative dei soci delle Associazioni federate, riprende l’attività di formazione per pazienti e caregiver e lancia l’UNIAMO Academy.

L’Academy, che viene inaugurata da un ciclo di incontri su ricerca e sperimentazione, sarà arricchita di contenuti e temi, sviluppati con il supporto di relatori istituzionali, che possano coprire tutte le aree di interesse della comunità delle persone con malattia rara. Una “palestra” nella quale le associazioni dei pazienti potranno cominciare ad allenarsi per affrontare sfide via via più importanti: dal diventare membro o delegato del Consiglio di UNIAMO al rappresentare la propria associazione o l’intera Federazione in Tavoli di lavoro, comitati etici, gruppi di discussione, eventi e convegni.

La partecipazione pro-attiva dei pazienti e dei loro rappresentanti, infatti, sarà sempre più richiesta anche per la valutazione delle terapie (HTA), per la definizione e raccolta di PROMs (Patient Reported Outcomes), PREMs (Patient Reported Experience Measures) e real world data.

Il primo ciclo di incontri, il 27 settembre, sarà dedicato a ricerca e sperimentazioni cliniche
per una partecipazione attiva e consapevole

Il continuo cambiamento tecnologico e lo sviluppo di nuove terapie (geniche, digitali, innovative etc.), le sfide poste dalla condivisione dei dati per la ricerca e il confronto fra legislazioni spesso molto diverse, la comprensione di come i regolamenti europei influenzino i nostri percorsi paziente, la partecipazione ai processi decisionali sono scenari sempre più attuali, per i quali i rappresentanti dei pazienti devono essere preparati.

A fianco quindi dei corsi di formazione già esistenti, erogati da enti istituzionali, privati e non, UNIAMO vuole offrire l’opportunità di un percorso accessibile a tutti fatto dai pazienti per i pazienti, con l’ottica di far crescere la consapevolezza del loro ruolo prima ancora di fornire nozioni e competenze tecniche.

Il primo corso, in partenza il prossimo 27 settembre, sarà dedicato alla ricerca, una priorità pubblica che impegna da anni governi e istituzioni di molti Paesi, Italia inclusa, come dimostra lo stanziamento di 50 milioni previsto dal PNRR, e che rappresenta la speranza per tutte le persone con malattia rara: lo sviluppo di una cura, di un trattamento trasformativo, di qualcosa che possa migliorare la qualità di vita.

Tutte le informazioni e le modalità di partecipazione su www.uniamo.org.

HappyAgeing: “L’approvazione del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025 è un atto atteso e necessario”

L’approvazione del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025 (PNPV) da parte della Conferenza Stato-Regioni, appena prima della pausa agostana, è un’ottima notizia, un atto atteso e necessario che HappyAgeing – Alleanza Italiana per l’Invecchiamento Attivo ha accolto con soddisfazione. Si tratta di un documento operativo fondamentale, che contiene il calendario vaccinale, le indicazioni per le vaccinazioni delle categorie a rischio (per età, per patologia o per ragioni professionali) e gli obiettivi strategici da perseguire nel triennio di riferimento. Tutti elementi necessari a portare avanti campagne vaccinali efficaci e capillari sul territorio nazionale”. Lo afferma Michele Conversano, Presidente Comitato Tecnico Scientifico di HappyAgeing.

Come si legge nel documento, il Calendario ha tre finalità principali: ottimizzare l’organizzazione delle attività vaccinali, avviare un processo per uniformare l’offerta presente nelle Regioni e adattarne l’articolazione alle mutate caratteristiche di alcuni vaccini in uso e alla disponibilità di nuovi vaccini. Nel Piano, invece, vengono indicati numerosi obiettivi, tra cui il raggiungimento o il rafforzamento di alcune specifiche coperture vaccinali, la promozione di interventi vaccinali nei gruppi di popolazione ad alto rischio per patologia (con un’attenzione particolare alle esigenze del cittadino/paziente), la riduzione delle disuguaglianze con azioni specifiche rivolte a gruppi di popolazione difficilmente raggiungibili, il completamento dell’informatizzazione delle anagrafi vaccinali regionali, la messa a regime dell’anagrafe vaccinale nazionale e il miglioramento della sorveglianza delle malattie prevenibili da vaccino.

“Questi ultimi obiettivi sono strategici anche per HappyAgeing, che ha sempre considerato l’immunizzazione degli over 65 come uno dei principali pilastri di un invecchiamento attivo e in salute. Dedicare campagne di chiamata attiva per le vaccinazioni consigliate in terza età, ridurre le disuguaglianze migliorando l’accesso all’immunizzazione significa proteggere un’ampia fascia della nostra popolazione, con ricadute positive sul welfare, sulla tenuta del Servizio Sanitario Nazionale, ma soprattutto sulla qualità della vita di queste persone”, osserva Conversano. “La nostra speranza è che il Piano si riveli un efficace strumento per accrescere i livelli di copertura vaccinale, soprattutto tra le fasce anziane della popolazione, dando così un motivato sostegno alla richiesta di ulteriori risorse da parte delle Regioni. È sempre importante ricordare che – prosegue il Presidente CTS di HappyAgeing – le risorse utilizzate per le vaccinazioni e in generale per la prevenzione della salute sono investite e non semplicemente spese. Non si tratta di una banale differenza lessicale, ma di un cambio di paradigma nell’impiego del denaro pubblico”.

“Un altro aspetto rilevante contenuto nel Piano – continua Conversano – è il ‘mantenimento della gratuità in caso di adesione ritardata, sia per le vaccinazioni raccomandate nell’età pediatrica e nell’adolescenza, sia per quelle destinate all’adulto nel rispetto delle indicazioni contenute nel Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto di ogni specifico vaccino’.  Si tratta di una garanzia importante perché consente di recuperare le vaccinazioni non effettuate negli anni scorsi, nonostante fossero nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e sebbene fossero richieste elevate coperture. Su questo tema, il nostro auspicio è che finalmente si raggiungano coperture vaccinali tali da poterle definire veri e propri interventi di Sanità Pubblica e non solo di protezione individuale”.

Le risorse utilizzate per le vaccinazioni sono “investite” e non semplicemente “spese”: non è una banale differenza lessicale, ma un cambio di paradigma nell’impiego del denaro pubblico

Appena prima di Ferragosto, il Ministero della Salute ha diffuso la Circolare con le indicazioni per le vaccinazioni anti-Covid, “un documento irrinunciabile per rendere completa la protezione dei cittadini, in questo caso dalle forme gravi di malattia, dai ricoveri ospedalieri e dal rischio morte – sottolinea il Presidente CTS di HappyAgeing – e per mettere a terra i criteri di base per la ‘normalizzazione’ della prevenzione del Covid negli anni a venire. La diffusione della Circolare – sostiene Conversano – è anche un segnale molto positivo da parte del Governo perché ha dato risposta alle sollecitazioni pervenute in diverse interrogazioni parlamentari che evidenziavano la mancanza di un piano di vaccinazione contro il Sars-CoV-2 per proteggere la popolazione più fragile nella prossima stagione autunnale e l’assenza delle indicazioni relative al Covid nel PNPV”.

Un ulteriore passaggio importante contenuto nella Circolare, secondo HappyAgeing, è quello che chiarisce definitivamente la necessità di vaccinare la popolazione più fragile, di cui gli over 60 rappresentano una grande parte. “Teniamo tuttavia a ricordare – aggiunge il Presidente CTS di HappyAgeing – che per proteggere tale fascia d’età sarebbe importante agire anche sul resto della popolazione, dando la possibilità di vaccinarsi anche a quei soggetti che volessero farlo in maniera volontaria.  Non c’è ormai alcun dubbio infatti che i vaccini, quelli contro il Covid a fianco a quelli per la prevenzione dell’influenza, delle patologie da pneumococco e dell’Herpes Zoster, rappresentano uno degli strumenti più importanti di Sanità Pubblica. In definitiva, l’auspicio di HappyAgeing è che le indicazioni contenute in questo documento entrino a tutti gli effetti, in futuro, nel calendario vaccinale”.

Francesco Macchia

I vaccini (contro il Covid, l’influenza, le patologie da pneumococco e l’Herpes Zoster) rappresentano uno degli strumenti più importanti di Sanità Pubblica

“Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale è un documento di importanza strategica per la salute collettiva e quindi per quell’ampia e fragile fascia di popolazione rappresentata dagli anziani – ribadisce Francesco Macchia di HappyAgeing – Per questo, in occasione degli Stati Generali dell’Invecchiamento attivo, che si terranno a Roma il prossimo 3 ottobre, dedicheremo al PNPV  e alla normalizzazione dell’immunizzazione contro il COVID, una sessione di lavoro, per analizzare a fondo i temi, individuando punti di forza e criticità su cui lavorare in futuro

Portare un sogno nei reparti pediatrici è la missione della Fondazione Theodora

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Fondazione Theodora nasce con una specifica missione: portare momenti di gioco, ascolto ed evasione ai bambini ricoverati in ospedale. E lo fa con delle visite davvero speciali, quelle dei Dottor Sogni, artisti professionisti e specificamente formati dalla Fondazione per operare in reparti pediatrici di alta complessità. Operano in sinergia con il personale ospedaliero, portando avanti una visione di processo di cura integrato.

Del resto la Fondazione nasce dall’ispirazione di una mamma, Théodora, quando suo figlio André fu ricoverato da bambino in un reparto di lunga degenza per un brutto incidente. Aveva 10 anni e la sua vita era appesa a un filo, ma sua madre, ogni giorno, portava momenti di gioia e allegria non solo al proprio bambino, ma anche a tutti gli altri piccoli pazienti del reparto, alleviando paura e dolore.

Alla sua morte, André e suo fratello Jan hanno deciso di diffondere ciò che la loro madre faceva spontaneamente per dare forza ai bambini ospedalizzati. Nascono così i Dottor Sogni e la Fondazione, nel 1993 in Svizzera. Nasce invece nel 1995 in Italia con 35.000 pazienti visitati ogni anno, 105.000 familiari affiancati, 17 ospedali, 50 reparti, 200 volontari, 33 Dottor Sogni.

In Italia la Fondazione Theodora è presente in 17 ospedali e 50 reparti, con 200 volontari e 33 Dottor Sogni

Patch Adams diceva che “lo humour è un eccellente antidoto allo stress. Poiché le relazioni umane amorevoli sono così salutari per la mente che vale la pena sviluppare un lato umoristico. L’umorismo è vitale per sanare i problemi dei singoli, delle comunità e delle società. Sono stato un clown di strada per trent’anni e ho tentato di rendere la mia vita stessa una vita buffa. Non nel senso in cui si usa oggi questa parola, ma nel senso originario. Buffo significava buono, felice, benedetto, fortunato, gentile e portatore di gioia. Indossare un naso di gomma ovunque io vada ha cambiato la mia vita”.

Abbiamo parlato di cura, sorrisi ed empatia con il Consigliere Delegato della Fondazione Theodora Emanuela Basso Petrino e con Danila Fiorino, Dottoressa Sogni con il nome d’arte di Dottoressa Peppa.

La Fondazione aiuta i bambini malati e le loro famiglie ma anche gli ospedali

Dottoressa Basso Petrino, come nasce il progetto Theodora e con quale missione?

La Fondazione nasce in Svizzera nel 1993, in onore di mamma Theodora. Quando la madre morì, i due figli decisero di “esportare” il suo messaggio di gioia e supporto alle emozioni, creando la Fondazione. Quindi, la missione è molto semplice: donare momenti di gioco e di evasione ai bambini ricoverati in ospedale, offrendo un supporto alle emozioni sia del bambino, sia della sua famiglia. Perché non dimentichiamoci che, quando la malattia colpisce un bambino o comunque un familiare, in realtà colpisce l’intero nucleo. Il piccolo paziente deve subire le terapie, affrontare la degenza, l’intervento, tutto quello che serve per guarire, ma ci sono anche le emozioni dei fratelli, dei genitori che vivono insieme al bambino, tutto il dramma di questo ricovero. Noi ci occupiamo di reparti ad alta complessità e purtroppo le prognosi non sono sempre positive. Spesso accompagniamo il paziente e la famiglia in un percorso di fine vita.  In questi momenti è ancora più importante supportare le emozioni. La missione, quindi, è cercare di far vivere un po’ meno drammaticamente questi momenti. Perché il medico è concentrato sulla patologia, l’infermiere e il personale sanitario sulla degenza, per garantire che il paziente riceva le terapie adeguate. Il genitore è spesso devastato dal dolore, quando poi non si aggiunge il dramma di cambiare città per far curare il figlio in un ospedale adeguato per quella patologia. Di fatto nessuno si occupa delle emozioni ed è in questa carenza che ci inseriamo noi”.

Voi, quindi, integrate alla cura “tradizionale” una cura “dell’anima”, se così possiamo dire?

L’OMS definisce la salute come uno stato di benessere complessivo, fisico e psichico, non solo l’assenza di malattia. Nel percorso di cura di questi bambini e delle loro famiglie, ci occupiamo a 360° di tutte le persone che troviamo nella stanza, con la massima cura, delicatezza e rispetto per la fragilità del momento. Soprattutto per capire e supportare la dimensione psicologica ed emotiva del bambino. Anche perché spesso il piccolo non capisce la gravità della sua malattia, né perché debba sottoporsi a cure spesso dolorose, senza la consapevolezza delle emozioni. Di fatto c’è una complessità anche soltanto operativa, come effettuare alcune manovre sul bambino che non vuole, piange, urla. Il Dottor Sogni, invece, va a stimolare altre parti. I bambini sono attratti da tutto quello che è gioco: se il piccolo paziente vede un dottore vestito da dottore e uno più strano, che gli fa vedere che anche il suo peluche sta subendo lo stesso trattamento, è ovviamente attratto da quello. Questo consente anche di supportare il personale medico durante l’esecuzione delle manovre.

Molti ospedali richiedono questo tipo di intervento che rientra nel processo di cura integrata e umanizzazione dei reparti

È chiaro che il primo beneficiario è il bambino, per cui al centro della nostra missione c’è il bambino malato, la sua famiglia e tutto il personale ospedaliero e medico. Infatti, riceviamo molte più richieste di quelle che possiamo esaudire, proprio dai primari degli altri reparti dell’ospedale che ci vedono all’opera. Ma per l’alto livello di professionalità dei nostri operatori e per tutto quello che la Fondazione garantisce loro, affinché possano mantenere questo livello di professionalità, ci sono dei costi molto alti. Per questo motivo non possiamo accogliere tutte le richieste. Questo per dire come l’ospedale chieda questo tipo di intervento, perché rientriamo in un processo di cura integrata per cui il paziente non è più solo un malato, ma un essere umano che va considerato nella sua totalità e complessità. E questo approccio integrato coinvolge tutti, il medico, l’infermiere, l’insegnante nel caso di degenze molto lunghe, gli psicologi e poi noi. Perché le emozioni devono essere ascoltate. Quindi la cura e l’ascolto”.

Qual è l’impatto della vostra attività?

“L’impatto non è semplice da quantificare, è molto complesso per noi fornire dati quantitativi che siano comparabili. Se ci occupassimo, ad esempio, di acquistare dispositivi medici e apparecchiature, sarebbe molto più facile raccontare ai nostri stakeholder e ai donatori cosa facciamo. Nel nostro caso è più impegnativo, anche perché operiamo in reparti ad alta complessità, dove già solo per entrare ci sono delle regole molto articolate, non solo per la pandemia. Spesso può entrare un solo genitore, un solo Dottor Sogni alla volta, pertanto diventa difficile far capire ai nostri donatori quale sia l’impatto. Per questo stiamo cercando di trovare dei sistemi sempre più accurati, oltre al nostro Bilancio sociale visibile sul sito, come dei questionari per fornire sempre più un riscontro quantitativo.

Inoltre ci affidiamo a degli studi di settore, che non sono pochi, come quelli citati nel nostro bilancio sociale. Ce n’è uno molto recente, pubblicato su Acta Paediatrica (Medical clowns versus sedation for paediatric urinary catheter insertion – A randomised pilot study) con due cluster di pazienti per l’applicazione del catetere urinario: una parte di questi pazienti era accompagnata da un operatore ludico e l’altra no, e sono stati registrati i livelli di dolore e di ansia nei due gruppi. Lo studio ha dimostrato che la durata della procedura e della degenza ospedaliera era significativamente più breve nel gruppo accompagnato da un Dottor Sogni. Inoltre la totalità dei genitori e del personale medico aveva chiesto il supporto e la presenza dell’operatore per svolgere meglio il proprio lavoro. Ci sono anche studi più vecchi, svolti dal famoso Patch Adams, che affermava che la terapia del sorriso fa bene perché scatena le endorfine e attiva dei meccanismi cerebrali per cui si subisce meno lo stress da procedura.

La presenza dei Dottor Sogni durante l’accompagnamento chirurgico ha dimostrato ottimi risultati sia per il paziente sia per il personale medico e la struttura

Faccio un esempio concreto. Siamo presenti in Italia in 50 reparti, con 33 Dottor Sogni e 4 programmi di visita: visite in reparto, accompagnamento chirurgico, patologia neonatale e l’hospice pediatrico, cioè l’accompagnamento del bambino in un percorso di fine vita. Ma è l’accompagnamento chirurgico l’attività in cui possiamo determinare l’impatto reale del nostro lavoro, perché il bambino accompagnato dal Dottor Sogni riceve meno pre-anestetico rispetto al bambino che va lì da solo, perché è meno stressato. Il momento in cui il piccolo lascia la stanza per andare in sala operatoria è stato considerato dalla letteratura scientifica il momento di massimo stress. Perché è il momento del distacco, in cui anche i genitori devono lasciare andare il loro bimbo. Accompagnare il bambino in questo percorso, anche fisicamente fino all’ascensore della sala operatoria, aiuta tanto, non solo il personale medico, ma anche l’ospedale. Perché se si accorciano i tempi di degenza, l’ospedale può accogliere più pazienti. Ma non solo, la presenza dei Dottor Sogni, operatori professionali e qualificati e per di più gratuiti, aumenta il gradimento dell’ospedale. L’umanizzazione dei reparti pediatrici è una componente qualitativa per il benessere del paziente ma anche quantitativa nella valutazione di una struttura ospedaliera, anche in termini di minor uso delle medicine e riduzione dei tempi di ricovero.

Il vostro lavoro è quindi svolto a titolo gratuito negli ospedali?

Sì, i fondi sono totalmente privati. Gli ospedali, tranne alcune eccezioni, sono in affanno economico e i pochi soldi li usano per i macchinari, materiale sanitario, ecc. Ciò che è trascurato sono le emozioni, il supporto emotivo. È chiaro che davanti a un tumore è più importante curarlo. Ma è anche vero che a questo bambino e alla sua famiglia è detto che perderà i capelli, se non la gamba o il braccio, subirà ricoveri con richiami per la terapia anche per anni, con prognosi incerte. Proviamo solo a immaginare il dramma che vivono queste persone. Non smettiamo mai di lavorare, anche perché i reparti dove siamo riguardano in gran parte le patologie oncologiche, dal trapianto di midollo osseo, alla degenza, fino al day hospital. Ne cito uno per tutti: il professor Dufour dell’Ospedale Gaslini di Genova ci ha fortemente voluto anche nel day hospital oncologico, perché ha richiesto che il supporto emotivo del Dottor Sogni ci fosse in tutto il ciclo di cura del bambino.

La presenza è continuativa, con planning trimestrali condivisi con l’ospedale per le attività dei professionisti che lavorano come Dottor Sogni

La nostra attività è fissa negli ospedali, con i quali sottoscriviamo dei protocolli e stabiliamo un rapporto professionale che ci consente anche di entrare nei reparti di alta complessità. I Dottor Sogni sono tutti dipendenti della Fondazione che seguono corsi di formazione professionalizzanti e sono supportati e tutelati anche psicologicamente per il carico emotivo che affrontano.

La nostra presenza è continuativa, predisponiamo dei planning trimestrali condivisi con l’ospedale, in base ai quali i bambini ricoverati sanno che, ad esempio, il lunedì pomeriggio ricevono una visita speciale e c’è grande attesa. Ho memoria di un bambino che doveva essere dimesso il giorno prima della visita del Dottor Sogni e chiese di fermarsi ancora un giorno.

Perché Dottor Sogni?

In francese è Dottor Rêve, che vuol dire sogno, evasione, perché è la dimensione extra ospedaliera, perché noi regaliamo sogni ai bambini. Quando entriamo nella stanza, in quel momento il bambino non è più malato, torna a essere un bambino nella sua dimensione di gioco ed è un regalo, un sogno da donare. E poi abbiamo già una Theodora generation, cioè tutti i bambini guariti e diventati grandi che si ricordano di noi, ci scrivono, alcuni hanno deciso di studiare medicina. Il nostro vuole essere anche un messaggio di speranza, di positività e di vita. Perché quando non si possono aggiungere i giorni alla vita, si aggiunge vita ai giorni.

Artisti professionisti al lavoro nel contesto sanitario

Dottoressa Fiorino, come e perché si diventa Dottor Sogni?

Per noi è un lavoro: abbiamo un contratto, una formazione e degli obblighi verso la Fondazione. Dico questo non per sminuire il volontariato, ma perché c’è professionalità in chi lavora come Dottor Sogni. Siamo artisti professionisti con diverse specificità: chi arriva dal teatro, chi dalla danza, chi è un mago o altro. Siamo tutte persone con una formazione artistica che ci consente di impersonare il clown, con il suo lato di comicità ma anche di poesia. Un clown teatrale, che è un lavoro diverso da quello del circo. Non è solo attoriale ma anche di ricerca su se stessi. Il clown è quello che fa ridere anche sul fallimento.

Sono 20 anni ormai che lavoro in ospedale. Sono entrata in Theodora grazie a una pubblicità: visto che facevo teatro e avevo studiato la poetica del clown, decisi di inviare il curriculum. La Fondazione seleziona i CV, fa sostenere un colloquio motivazionale e poi, se si supera l’iter, si deve seguire un corso di formazione multidisciplinare gratuito, in cui si viene formati anche su nozioni socio-sanitarie, con lezioni tenute da medici e psicologi che raccontano come funziona l’ospedale e quali sono le patologie che si possono incontrare, per capire come approcciarsi.

I Dottor Sogni seguono una formazione iniziale e di aggiornamento per capire come si lavora in ospedale e in reparti complessi, come l’oncologia pediatrica

È un lavoro molto delicato in cui i bambini e le famiglie non sono un pubblico ma i protagonisti. Non siamo noi che ci mettiamo in scena ma attraverso il gioco e le proposte del Dottor Sogni, il protagonista diventa il bambino o la famiglia. Non deve uscire l’ego dell’attore.  Alla fine del percorso di formazione, che prevede anche una parte artistica per capire come si lavora in ospedale e comportamenti da tenere anche dal punto di vista igienico, inizia il tirocinio in ospedale. Prima, solo come osservatore, poi piano piano si inizia, si riceve un camice e parte l’affiancamento con un Dottor Sogni senior, fino a quando non inizi a fare delle proposte e delle piccole visite in reparto. Un passaggio graduale dalla teoria alla pratica”.

Come si gestisce l’impatto emotivo?

Si impara a gestirlo con gli anni ma abbiamo anche una supervisione psicologica di gruppo una volta al mese. Ed è una grande fortuna, se pensiamo che medici e infermieri, invece, non sempre ne possono usufruire. Ci aiuta come persone ma anche a mantenere il focus sul lavoro. Perché ci sono dei contesti ad impatto emotivo importante e il lavoro che facciamo è incentrato tutto sulle emozioni che trovi entrando in una stanza, tue e del bambino, e che vanno sostenute. È un lavoro profondo sulle emozioni, in cui ci vuole molta empatia, un aspetto fondamentale. La capacità empatica la puoi allenare con la formazione, ma la devi avere, deve far parte di te.

Per gestire l’impatto emotivo una volta al mese viene svolta una supervisione psicologica di gruppo

La formazione è continua, perché la Fondazione ci offre due seminari di aggiornamento intensivi, due volte l’anno, in cui ci ritroviamo tutti noi Dottor Sogni e lavoriamo insieme, ci confrontiamo. Ad esempio, i Dottor Sogni di Genova hanno partecipato a un progetto sull’hospice pediatrico e quindi abbiamo fatto una formazione su questo aspetto, per accompagnare verso il fine vita, anche per capire come affrontare questa situazione artisticamente. Ma si fanno anche corsi sulla narrazione, per imparare a raccontare una storia partendo dagli oggetti presenti in una stanza. È un momento che aiuta anche a tenere la fiammella accesa.

Come la Dottoressa Peppa ha cambiato la sua vita?

Sono davvero molto grata per questo lavoro. A volte è una gran fatica, perché il bambino non ha voglia, è stanco, perché la mamma non è disponibile, hanno paura… È tutto carico in quel momento. Eppure ci sono volte in cui entri nella stanza e senti di essere entrata in un altro mondo: c’è il Dottor Sogni, il bambino e i familiari, ma diventa un’altra cosa, non è più la stanza di un ospedale, ma una dimensione diversa.

Anche se faccio questo lavoro da tanti anni, tutte le volte mi sorprendo.

Perché si fa questo lavoro? Lo fai perché sei innamorato del genere umano, perché stringi un’alleanza con la parte sana delle persone e lo fai con cose semplici. La parte sana e la parte malata di ognuno di noi sono come due esseri, bisogna che facciano pace, ma occorre nutrire il più possibile quello sano.

Partenariato pubblico-privato al servizio del PNRR

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Un obiettivo – la gestione di un network su tutto il territorio nazionale di Infrastrutture Tecnologiche d’Innovazione per la produzione di radiofarmaci – e una squadra di esperti in campo per raggiungerlo, grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Come fare? Sfruttando le possibilità offerte dal Partenariato Pubblico-Privato (PPP).

All’avvocato Andrea Stefanelli, vice-Presidente della società di professionisti Best In Health Stapa (società tra avvocati per azioni), il progetto è valso il Premio Professionista dell’Anno, Categoria Sanità nell’ambito del Top Legal Industry Awards giunti all’ottava edizione. Il progetto premiato, gestito per la parte legale dall’avvocato Stefanelli e per la parte fiscale e finanziaria dal professor Luigi Recchioni, vede l’assistenza all’Università di Pavia per la costituzione di una società mista pubblico-privata volta alla gestione di un network su tutto il territorio nazionale di Infrastrutture Tecnologiche d’Innovazione per la produzione di radiofarmaci.

Il progetto, dal valore di quasi 16 milioni di euro, risulta finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) con 7 milioni nell’ambito della Missione 4- Componente 2 (“Dalla ricerca all’impresa”) del PNRR.

Dovendo combinare la componente scientifica-pubblica con quella imprenditoriale-privata, il MUR ha acconsentito infatti a finanziare il progetto a condizione che i fondi a disposizione venissero versati per la costituzione di una società mista, la cui quota pubblica non superasse il 49% e, per la scelta del partner privato, ha imposto lo svolgimento di una gara, nel rispetto della normativa comunitaria. Pertanto l’Università di Pavia, con l’assistenza di Best in Health, ha proceduto ad un Partenariato Pubblico Privato (PPP) tramite l’indizione di una gara a dialogo competitivo per la scelta del soggetto in grado di proporre il miglior progetto per la realizzazione di una rete nazionale di Laboratori nonché la successiva concessione di produzione e vendita dei radiofarmaci per rimborsare l’investimento iniziale. Vediamo come insieme a Recchioni e Stefanelli.

“Il progetto è nato su iniziativa del MUR, che ha indetto un bando, al quale l’Università di Pavia ha partecipato, coinvolgendo una serie di altri attori – spiega Recchioni -. Già nel bando ministeriale era previsto che lo sviluppo poi del progetto venisse svolto in collaborazione con almeno un soggetto privato. La sinergia fra pubblico e privato in questo quadro ha la funzione di potenziare l’attività, perché il privato, oltre alla capacità professionale, conferisce anche risorse, di fatto andando raddoppiare quella che sarebbe stata la potenzialità del progetto finanziato dal PNRR”.

L’intervento del team di professionisti è arrivato nel momento in cui l’Università di Pavia, dopo aver presentato per il bando un progetto da oltre 15 milioni di euro, ha ricevuto dal Ministero una risposta positiva e di accoglimento, prevedendo che l’ateneo individuasse sul mercato un partner disponibile a finanziare il rimanente 51% dell’iniziativa. “Un rapporto – precisa Stefanelli – da istituire ovviamente nel rispetto della normativa vigente e pertanto con una gara pubblica, ai sensi del Testo unico delle società partecipate”.

Business plan di questo genere devono essere redatti non soltanto guardando alla capacità reddituale e ai risultati attesi, ma anche alla disciplina del PNRR e alle relative determinate modalità di rendicontazione

Quali sono state le principali criticità da affrontare? “Le sfide legate a questa iniziativa sono di due ordini: uno strettamente legale e uno connesso al fatto che per questo tipo di finanziamento ministeriale è prevista una serie di regole particolari per poter poi effettivamente svolgere il progetto, rendicontarlo e conseguirne i benefici – afferma Recchioni -. La complessità discende anche dalla presenza di numerosi attori che si sono radunati intorno all’Università di Pavia come capofila e, ancora, dalla circostanza che business plan di questo genere devono essere redatti non soltanto guardando alla capacità reddituale e ai risultati attesi, ma anche alla disciplina del PNRR e alle relative determinate modalità di rendicontazione”.

“Per quanto riguarda la parte legale, si opera in una materia molto complicata, in cui si intrecciano diverse normative: la norma sul PNRR, la normativa dei contratti pubblici, il Testo unico sulle partecipazioni statali – commenta l’avvocato Stefanelli -. In questo caso inoltre l’Università si è trovata a far fronte a una sorta di cambio in corsa a seguito della nuova richiesta da parte del Ministero di trovare un partner privato disposto a finanziare la metà del progetto per la creazione di un network su tutto il territorio nazionale di Infrastrutture Tecnologiche d’Innovazione per la produzione di radiofarmaci, particolarmente delicati perché hanno un tempo di decadimento molto veloce. Il soggetto doveva pertanto aderire a un progetto già esistente in nuce così come descritto dall’ateneo o presentarne uno alternativo che però prevedesse la disponibilità di un minimo di cinque siti di produzione distribuiti in macro aree.

Qui la complessità è stata quella di adattare il progetto costruendo una gara di dialogo competitivo per l’individuazione di un concessionario, perché a questo punto entra in gioco l’ulteriore peculiarità del fatto che il soggetto privato che deve finanziare il 51% dell’iniziativa sarà poi remunerato con una successiva concessione per la durata di 15 anni del servizio, in parte a favore del soggetto pubblico ma che in realtà in parte potrà essere legata alla produzione del radiofarmaco rivolta anche al privato e di conseguenza alla vendita del prodotto, che gli consentirà un rientro dell’investimento”.

Dal punto di vista giuridico è quasi un caso di scuola, in cui hanno trovato applicazione molteplici istituti che di solito viaggiano separatamente l’uno dagli altri

Quali sono gli aspetti di maggiore innovatività? “Dal punto di vista giuridico è quasi un caso di scuola, in cui hanno trovato applicazione molteplici istituti che di solito viaggiano separatamente l’uno dagli altri, mentre per una “tempesta perfetta” sono stati necessariamente tutti applicati per riuscire a conseguire il risultato – risponde il legale -. Il dialogo competitivo è di per sé una tipologia procedimentale poco usata, perché il confronto fra la stazione appaltante e l’operatore economico avviene nel corso della gara, cioè la stazione appaltante non definisce ab origine un oggetto della gara per poi cercare il soggetto che la realizzi, bensì nel corso della stessa procedura va definendo con i concorrenti qual è il progetto migliore. In concreto, ogni operatore economico che partecipa presenta un proprio progetto, diverso dagli altri, e strada facendo l’Amministrazione dialoga con ciascuno di essi al fine di individuare il progetto che maggiormente soddisfa i propri interessi.

Il progetto scelto non viene poi affidato alla realizzazione del promotore-aggiudicatario, il quale acquista al contrario il diritto di costituire con l’appaltante una società mista pubblico-privata a cui viene contestualmente concesso, in via diretta, l’incarico di realizzare e gestire il progetto prescelto (costruzione e/o gestione/ammodernamento dei cinque laboratori) per i successivi 15 anni dal loro completamento. Ecco che si intrecciano diverse figure previste nelle varie normative che di rado si vedono tutte contemporaneamente“.

“Sotto l’aspetto scientifico, l’aspetto innovativo del progetto è quello di studiare e applicare nuovi radiofarmaci. Sul piano economico-finanziario, come già accennato, il piano è stato strutturato tenendo conto delle particolarità dei progetti finanziati dal MUR, che prevedono delle modalità particolari di effettuazione degli acquisti, per cui ad esempio un contratto di leasing incide in maniera diversa rispetto all’acquisto di un bene strumentale fatto in maniera diretta – chiosa il professor Recchioni -. Alla luce di tali considerazioni e circostanze, il piano economico-finanziario è stato costruito tenendo conto non solo di una prospettazione di costi e ricavi futuri ma anche delle particolarità e delle regole che sottendono all’erogazione del beneficio, che è stato adesso erogato all’Università, però l’effettivo conseguimento del diritto è previsto una volta che la rendicontazione dei costi verrà approvata dal Ministero”.

Quanto alle tempistiche, l’avviso ministeriale per trovare il soggetto erogatore del servizio è stato pubblicato il 28 dicembre del 2021; tuttavia, solo in seguito è stato stabilito che il finanziamento avvenisse con i fondi del PNRR e quindi con una modalità diversa, tale per cui del progetto si potesse finanziare al massimo il 49%: da qui la necessità di redigere la documentazione per esperire la gara, che è stata pubblicata a cavallo fra la primavera e l’estate di quest’anno. “La bella notizia è che due progetti sono stati presentati nei termini e ora l’Università sta iniziando il dialogo competitivo con i due proponenti“, dice Stefanelli.

Il PPP è lo strumento ideale e applicabile in moltissimi campi, in ambito sanitario a maggior ragione, visto l’alto contenuto tecnologico dei progetti da realizzare

Ma potrebbe non rimanere un caso unico nel panorama nazionale. Anzi, secondo il legale, “si tratta della plastica dimostrazione dell’applicabilità del partenariato pubblico privato, che è un macro contenitore dentro al quale possono stare moltissime modalità di rapporti fra il privato e il pubblico, e i fondi del PNRR possono essere messi in campo probabilmente, non dico esclusivamente ma ragionevolmente attraverso l’uso di questo strumento. Dopo vent’anni di contrazione della possibilità di investire da parte del pubblico, a partire dalla spending review, oggi con il PNRR sono in arrivo 2mila miliardi che dobbiamo investire in cinque anni. Quale strumento migliore ha l’Amministrazione se non cercare nel privato la progettualità che ne è tipica e avendo lei la disponibilità di fondi? Al di là dei tecnicismi e del tipo di procedure usate, il PPP è lo strumento che a mio parere è ideale e applicabile in moltissimi campi e in ambito sanitario a maggior ragione, visto l’alto contenuto tecnologico dei progetti da realizzare”.