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L’ortoterapia diminuisce i livelli di stress in pazienti con anoressia nervosa

L’ortoterapia aiuta a diminuire lo stress in pazienti con anoressia nervosa di tipo restrittivo e ne migliora la percezione corporea e il disagio affettivo. La buona notizia arriva da uno studio pilota condotto da un gruppo di esperti del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa, degli Istituti di Fisiologia Clinica (IFC) e di Scienza e Tecnologie dell’Informazione “A. Faedo” (ISTI) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Pisa), della Fondazione IRCCS Stella Maris e della Clinica Riabilitativa dell’Infanzia e dell’Adolescenza “Gli orti di Ada” di Calambrone (Pisa).

La ricerca pubblicata sulla rivista Nutrients ha coinvolto un campione di ragazze adolescenti con una diagnosi di anoressia nervosa di tipo restrittivo e con un indice di massa corporea minore di 16. Per dodici settimane le pazienti hanno seguito, oltre al trattamento clinico convenzionale, anche un percorso di ortoterapia che prevedeva di coltivare ortaggi, piante ornamentali e officinali e di caratterizzarne forme, colori e odori. All’inizio e alla fine del trattamento le ragazze hanno ricevuto una valutazione psichiatrica ed è stato loro somministrato un test di identificazione olfattiva per valutare sia la sensorialità relativa agli odori, sia lo stress indotto. In particolare, quest’ultimo è stato valutato dai gruppi Cnr – gli ingegneri Lucia Billeci e Alessandro Tonacci dell’IFC-CNR e Sara Colantonio e Maria Antonietta Pascali dell’ISTI-CNR – attraverso la misurazione dei parametri di frequenza cardiaca e della sua variabilità tramite una fascia cardiaca, della conduttanza cutanea, e attraverso la mappatura termica del volto. I risultati sono stati paragonati a quelli ottenuti da un gruppo di pazienti sottoposte al solo trattamento clinico convenzionale. Le analisi statistiche delle variabili cliniche e fisiologiche hanno così mostrato che i livelli di risposta allo stress sono migliorati nel tempo solo nel gruppo che ha svolto ortoterapia.

“Al termine dell’esperienza ai partecipanti è stato rilasciato un ‘certificato di merito’ nominandoli ‘pollici verdi’ – ha raccontato la professoressa Cristina Nali docente di Patologia vegetale dell’Università di Pisa – Impegnarsi nella pratica di accudire le piante porta a rilassare la mente e il corpo e a prendere responsabilità verso gli esseri viventi che stiamo coltivando. È così possibile, oltre ad accrescere la propria salute, anche imparare il concetto di sequenza temporale, i cicli colturali e la stagionalità dei prodotti”.

“L’anoressia nervosa di tipo restrittivo è un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione che porta al rifiuto di mangiare e di mantenere il peso corporeo nella norma, con persistente mancanza di riconoscimento della gravità della condizione di sottopeso ed è la principale causa di morte tra i disordini mentali – spiegano Olivia Curzio di IFC-CNR, Sandra Maestro della Clinica “Gli Orti di Ada” e Vittorio Belmonti di IRCCS Stella Maris – se come è noto le attività all’aria aperta e a contatto della natura hanno effetti benefici sul benessere psicofisico di tutte le persone, cominciano a essere noti studi clinici che dimostrano gli effetti positivi dell’ortoterapia sulla riduzione dei livelli di stress anche in soggetti psichiatrici”.

Complessivamente il team di ricerca era composto da Sandra Maestro, Nicola Zannoni della Clinica Riabilitativa dell’Infanzia e dell’Adolescenza “Gli Orti di Ada”; Vittorio Belmonti, Carlotta Francesca De Pasquale della Fondazione IRCCS Stella Maris; Lorenzo Cotrozzi, Cristina Nali, Francesca Venturi del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa; Lucia Billeci, Olivia Curzio, Maria-Aurora Morales, Alessandro Tonacci dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR; Sara Colantonio e Maria Antonietta Pascali dell’ Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione “A. Faedo” del CNR.

Consip: disponibile nuovo contratto per 385 apparecchiature di radiologia acquistabili con i fondi PNRR

L’offerta Consip in campo sanitario si arricchisce con l’attivazione dei lotti 1 e 2 dell’Accordo quadro per l’acquisizione di apparecchiature di radiologia, che mettono a disposizione delle strutture sanitarie pubbliche rispettivamente 232 Telecomandati per esami di reparto (già acquistabili) e 156 Telecomandati per esami di Pronto soccorso (il cui contratto sarà attivo a partire da martedì 17 gennaio).

Si tratta di una delle gare Consip realizzate nell’ambito della Missione 6 (Salute), componente 2 “Innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale” – “Investimento 1.1 – Ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero” del PNRR, a seguito della raccolta dei fabbisogni effettuata dal Ministero della Salute con Regioni e Province autonome. Attraverso l’aggiudicazione di tali contratti, Consip contribuisce per circa il 90% al programma di sostituzione delle apparecchiature di diagnostica per immagini obsolete in uso presso le strutture sanitarie pubbliche (per un totale di circa 2.800 apparecchiature su oltre 3.100).

L’Accordo avrà una durata di 12 mesi dalla attivazione (più eventuali 6 di proroga), periodo durante il quale le strutture sanitarie potranno stipulare uno o più appalti specifici con gli operatori economici aggiudicatari (vedi elenco allegato).

Gli ordini saranno effettuati in base alla graduatoria di merito, fino ad esaurimento del massimale del singolo aggiudicatario, oppure direttamente da uno qualsiasi degli aggiudicatari, in caso di specifiche esigenze tecniche o cliniche (es. tempi di consegna, specifici accessori per la diagnosi clinica, etc.) adeguatamente motivate dalla singola amministrazione (criterio della scelta tecnica).

Tutte le apparecchiature disponibili sono di standard qualitativo elevato, grazie anche alla valutazione delle caratteristiche tecniche specifiche dell’apparecchiatura effettuate in gara, secondo regole e condizioni redatte in collaborazione con la Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica (SIRM) e la Associazione Italiana Fisica Medica (AIFM).

L’AQ Radiologia – Telecomandati e polifunzionali comprende, inoltre, il lotto 3, che ha messo a gara 280 Sistemi polifunzionali per radiologia digitale diretta – DR (lotto 3), anch’esso di prossima attivazione.

LOTTO 1 – AGGIUDICATARI
General Medical Merate S.p.A.
Fujifilm Italia S.p.A
Siemens Healthcare S.r.l
GMS Med S.r.l
Assing S.p.A
Villa Sistemi Medicali S.p.A
Althea Italia S.p.A
Italray S.r.l.
Sipar S.r.l.
Tecnologie Avanzate S.r.l.
LOTTO 2 – AGGIUDICATARI
General Medical Merate S.p.A.
Fujifilm Italia S.p.A
Siemens Healthcare S.r.l
Assing S.p.A
GMS Med S.r.l
Italray S.r.l.
Althea Italia S.p.A

Farmaci biologici e farmaci originator: un’indagine in Regione Lombardia

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All’interno del contesto sanitario, i farmaci biosimilari stanno via via acquisendo una particolare rilevanza, poiché consentono non solo di modificare l’attuale profilo di prescrizione e di erogazione dei farmaci, ma anche di generare dei benefici sia economici, sia di natura organizzativa. Tali elementi, tuttavia, necessitano di essere monitorati e valorizzati all’interno dei differenti contesti locali e ospedalieri di riferimento.

Benché il profilo di efficacia e di sicurezza dei biosimilari sia ormai ampiamente dimostrato, sia dalle evidenze di letteratura sia dalla reale pratica clinica, poco è stato prodotto in riferimento al loro livello di prescrizione reale e potenziale, nonché al loro tasso di utilizzo rispetto agli originator di riferimento.

Per cercare di colmare questo gap conoscitivo, diviene rilevante fornire al sistema un quadro chiaro e utile, che possa far comprendere il livello di appropriatezza attualmente in essere all’interno delle strutture che prendono in carico i pazienti affetti da specifiche patologie dermatologiche, reumatologiche e gastroenterologiche, all’interno delle quali trova spazio l’erogazione di farmaci biosimilari, ciò per consentire di liberare o destinare le corrette risorse economiche e organizzative, in base alle reali esigenze di accessibilità.

Sulla base di queste premesse, l’obiettivo primario dell’attività che verrà descritta di seguito è stato quello di analizzare l’utilizzo dei farmaci attualmente disponibili per il trattamento delle patologie reumatologiche, gastroenterologiche e dermatologiche, considerando gli anni 2018-2021, fornendo un’indicazione sul consumo annuo pro-capite, al fine di fornire una fotografia e un vero e proprio spaccato sulla base dei dati real life di consumo raccolti all’interno di cinque realtà ospedaliere di Regione Lombardia.

Ulteriore obiettivo è stato quello di definire l’impatto economico correlato all’attuale utilizzo dei farmaci biosimilari, che in un’ottica di analisi di impatto sul budget, preveda la comparazione tra lo scenario attuale di utilizzo degli stessi versus uno scenario di maggiore consumo, sulla base delle indicazioni appropriate, così da comprenderne l’impatto e il potenziale saving futuro, all’interno degli specifici contesti aziendali indagati, considerando dati di attività e di consumo locali, contestualizzando gli specifici risultati all’interno della realtà regionale rappresentata dalla Lombardia.

Metodologia

Per il raggiungimento degli obiettivi sopra illustrati, è stato condotto, dapprima, uno studio di farmaco-utilizzo, così da definire in maniera quantitativa i farmaci oggetto di indagine, le condizioni del loro impiego, le specifiche indicazioni terapeutiche, nonché la frequenza nel trattamento.

All’interno del contesto indagato, sono state reperite informazioni di dettaglio circa l’utilizzo di farmaci biosimilari e originator, attualmente utilizzati per il trattamento delle patologie reumatologiche, gastroenterologiche e dermatologiche, con le rispettive differenti indicazioni di utilizzo, considerando un follow-up di 24 mesi, all’anno 2021, a partire dalla prima erogazione dei farmaci, comprese tra il 1° gennaio 2018 e il 30 giugno 2019, focalizzando l’attenzione sulle sole nuove diagnosi, in modo tale da definire l’utilizzo del farmaco, in termini di frequenza nell’erogazione delle confezioni, nonché il costo correlato al ciclo di somministrazioni a paziente.

Successivamente, sulla base del percorso osservato, è stato valorizzato economicamente l’assorbimento di risorse medio a paziente affetto dalle diverse tipologie di patologie, e trattato con farmaco biosimilare o con originator, reperendo il rispettivo valore economico dalle ultime gare regionali aggiudicate (in termini di costo a singola confezione), considerando l’orizzonte temporale settembre 2021-giugno 2022.

A seguito della definizione del costo medio, è stata condotta anche un’analisi di impatto sul budget, così da comprendere, in maniera puntuale, l’impatto relativo a un utilizzo maggiormente consolidato dei farmaci biosimilari, identificando costi cessanti e/o costi emergenti. All’interno del contesto indagato, i dati di input utilizzati per l’analisi economica, risultano essere: i) il numero di pazienti per i quali è stato utilizzato un farmaco biologico o biosimilare; ii) l’utilizzo attuale del farmaco biologico e biosimilare all’interno del contesto di riferimento; iii) il costo della strategia terapeutica.

A seguito della definizione dei succitati dati di input, lo scenario basale (altrimenti denominato scenario AS IS), rappresentativo di ciò che a oggi avviene nella pratica clinica dei centri coinvolti, in termini di consumo medio di farmaci biosimilari e originator, all’interno delle tre aree terapeutiche, è stato comparato con gli scenari innovativi, che vengono di seguito sintetizzati.

  • scenario che prevede un maggiore utilizzo di biosimilari, in un’ottica conservativa, ipotizzando un potenziale switch terapeutico solo per i seguenti principi attivi: i) adalimumab; ii) etanercept; iii) infliximab; iv) rituximab, giacché principi attivi che presentano sia l’originator sia il/i relativo/i biosimilare/i. Sulla scorta di questa premessa, nessuna modifica di trattamento è stata considerata nel caso di assunzione, da parte dei pazienti coinvolti, di golimumab, certolizumab, secukinumab, ixekizumab, ustekinumab, guselkumab, risankizumab, tildrakizumab, brodalumab, sarilumab, tocilizumab, baricitinib, tofacitinib, upadacitinib, filgotinib, vedolizumab, abatacept e apremilast. In riferimento a quanto sopra, si specifica come si siano costruite due distinte proiezioni: 1. una prima che considera l’intera coorte indagata; 2. una ulteriore che invece analizza la sola fetta di popolazione trattata con biosimilare o con originator, aventi il relativo biosimilare, anche in questo caso, quindi, senza ipotizzare una modifica di classe terapeutica.
  • scenario che ha contemplato un potenziale switch terapeutico considerando anche una modifica di classe di farmaco, sulla base delle modifiche di cambio di linea terapeutica, basandosi pertanto su ciò che è avvenuto nella reale pratica terapeutica.

Risultati

Il farmaco-utilizzo

La popolazione coinvolta nell’indagine è costituita da 1.885 pazienti che, nel corso dell’intervallo temporale di riferimento descritto (e qui riportato, ossia, 1° gennaio 2018 – 30 giugno 2019), hanno ricevuto diagnosi di patologia, necessitando trattamento con farmaco originator o farmaco biosimilare.

Più della metà del campione complessivo è affetto da patologia dermatologica (51%), mentre marginale risulta essere la popolazione con diagnosi di patologia gastroenterologica (solo il 7% della popolazione complessiva). Il 42% della popolazione coinvolta presenta una problematica di natura reumatologica.

In linea generale, la più parte del campione, a seguito della diagnosi, riceve, in prima linea di trattamento, un farmaco originator (85% versus 15%).

Si specifica come non tutti i pazienti oggetto di indagine abbiano ricevuto trattamento sia nel corso del primo sia nel corso del secondo anno dalla data di diagnosi. La quota parte di popolazione che riceve trattamento solo nel primo anno risulta pari al 40% del campione complessivamente inteso.

Stratificando le informazioni raccolte sulla base dell’area terapeutica indagata, la Tabella 1 riporta come i biosimilari vengano prevalentemente utilizzati nel contesto della gastroenterologia (51%), sebbene, all’interno di questa attività di ricerca, sia il setting meno rappresentato a livello di numerosità complessiva del campione di pazienti affetti da patologia gastroenterologica, nel corso dell’orizzonte temporale oggetto di indagine. Tale considerazione si riscontra anche in riferimento agli switch terapeutici occorsi da originator a biosimilari all’interno delle tre aree terapeutiche: tale natura di switch è occorsa in maniera preponderante nel contesto della gastroenterologia (72%).

Inoltre, è importante rilevare come in tutti i setting patologici, la più parte dei pazienti abbia ricevuto il farmaco (sia esso originator o biosimilare) nei 24 mesi successivi la data di diagnosi.

ReumatologiaGastroenterologiaDermatologia
Utilizzo di farmaci
% di utilizzo biosimilari20%51%6%
% di utilizzo originator80%49%94%
Follow-up del paziente
% di pazienti trattati per 24 mesi, senza cambio di terapia54%43%45%
% di pazienti trattati per 24 mesi, con cambio di terapia al primo anno12%17%5%
% di pazienti trattati per 24 mesi, con cambio di terapia al secondo anno6%11%2%
Switch terapeutico
% di switch terapeutico – overall20%30%8%
% di switch terapeutico – da originator a biosimilare28%72%21%
Tabella 1 – Utilizzo dei farmaci biosimilari all’interno della reale pratica clinica

La valorizzazione economica

La gestione di un paziente trattato con farmaco biosimilare è correlata a un assorbimento di risorse economiche significativamente inferiore rispetto al trattamento dello stesso con farmaco originator

Come da ipotesi iniziale, la gestione di un paziente trattato con farmaco biosimilare è correlata a un assorbimento di risorse economiche significativamente inferiore rispetto al trattamento dello stesso con farmaco originator, riportando vantaggi economici che si attestano intorno al 71% in area reumatologica, all’84% in area gastroenterologica, e all’89% in area dermatologica.

All’interno del contesto della reumatologia, nell’ipotesi di trattamento dei 783 pazienti coinvolti nell’indagine, un utilizzo maggiore di biosimilare consentirebbe un risparmio del 13% (973.183,39 €) nell’ipotesi di modificare la terapia solo per quei pazienti trattati con un farmaco originator avente anche il rispettivo biosimilare (Scenario TO BE 1). Come precedentemente descritto, l’ipotesi di fondo è di tipo conservativo e non prevede uno switch tra famiglie di molecole appartenenti a realtà differenti. Ipotizzando uno switch completo e quindi la possibilità di effettuare un cambio anche di classe terapeutica, un utilizzo maggiore di biosimilare consentirebbe un risparmio intorno al 14% (1.068.623,18 €), sempre nell’ottica di trattare tutti i 783 pazienti affetti da patologia di natura reumatologica.

Si è effettuata un’ulteriore proiezione prendendo in considerazione solo il campione ridotto di pazienti affetti da patologia reumatologica, trattati con biosimilari o con originator aventi questi ultimi, però, il rispettivo biosimilare. Si tratta quindi di una proiezione che circoscrive il vantaggio economico che si potrebbe generare solo per una parte del campione complessivamente arruolato, rappresentativo, nello specifico, del 40% dei pazienti coinvolti nell’attività di ricerca presentata in queste pagine, poiché affetta da patologia reumatologica. Alla luce di questa proiezione, emerge un vantaggio economico derivante da una maggiore apertura nei confronti dei farmaci biosimilari pari al 47% (in valore assoluto pari a 1.192.994,83 €).

Ipotesi di utilizzo maggiormente consolidato di biosimilari all’interno della coorte di pazienti con patologia reumatologica, nell’ipotesi di non modificare classe terapeutica
Scenario AS IS (fotografia attuale)7.619.615,19 €
Scenario TO BE 16.646.431,79 €
Scostamento (€)-973.183,39 €
Scostamento (%)-13%
Ipotesi di utilizzo maggiormente consolidato di biosimilari all’interno della coorte di pazienti con patologia reumatologica, nell’ipotesi di modificare classe terapeutica, sulla base di quanto occorso all’interno della pratica clinica indagata
Scenario AS IS (fotografia attuale)7.619.615,19 €
Scenario TO BE 26.550.992,01 €
Scostamento (€)-1.068.623,18 €
Scostamento (%)-14%
Ipotesi di utilizzo maggiormente consolidato di biosimilari all’interno della coorte di pazienti con patologia reumatologica, prendendo in considerazione solo i pazienti trattati con biosimilari e coloro i quali sono trattati con originator avente il rispettivo biosimilare
Scenario AS IS _ seconda proiezione (campione ridotto)2.564.518,31 €
Scenario TO BE _ seconda proiezione (campione ridotto)1.371.523,49 €
Scostamento (€)-1.192.994,83 €
-47%
Tabella 2 – Analisi di impatto sul budget, all’interno del contesto della reumatologia

Focalizzando l’attenzione sul contesto della gastroenterologia, un utilizzo maggiore di farmaci biosimilari (Scenario TO BE 1) consentirebbe un risparmio del 13% (in valore assoluto pari a un vantaggio di 166.373,99 €), considerando i 139 pazienti complessivamente coinvolti nell’attività di ricerca e approcciando alla valutazione in maniera conservativa, senza considerare un potenziale switch tra originator e biosimilare di classe terapeutica differente.

In caso, invece, di switch terapeutico completo tra farmaci originator e biosimilari, anche di differente classe terapeutica e considerando ciò che occorre in reale pratica clinica, l’impatto sul budget permette di dimostrare un risparmio pari al 25% (319.218,76 €).

L’ultima proiezione economica, che prevede un focus solo sul campione ridotto di pazienti affetti da patologia gastroenterologica (pari al 79% della popolazione complessivamente arruolata), trattati con biosimilari o con originator aventi questi ultimi, però, il rispettivo biosimilare, permetterebbe un risparmio del 34% rappresentativo, in valore assoluto di un ammontare pari a 247.865,16 €.

Ipotesi di utilizzo maggiormente consolidato di biosimilari all’interno della coorte di pazienti con patologia gastroenterologica, nell’ipotesi di non modificare classe terapeutica
Scenario AS IS (fotografia attuale)1.265.165,89 €
Scenario TO BE 11.098.791,90 €
Scostamento (€)-166.373,99 €
Scostamento (%)-13%
Ipotesi di utilizzo maggiormente consolidato di biosimilari all’interno della coorte di pazienti con patologia gastroenterologica, nell’ipotesi di modificare classe terapeutica, sulla base di quanto occorso all’interno della pratica clinica indagata
Scenario AS IS (fotografia attuale)1.265.165,89 €
Scenario TO BE 2945.947,12 €
Scostamento (€)-319.218,76 €
Scostamento (%)-25%
Ipotesi di utilizzo maggiormente consolidato di biosimilari all’interno della coorte di pazienti con patologia gastroenterologica, prendendo in considerazione solo i pazienti trattati con biosimilari e coloro i quali sono trattati con originator avente il rispettivo biosimilare
Scenario AS IS _ seconda proiezione (campione ridotto)719.507,10 €
Scenario TO BE _ seconda proiezione (campione ridotto)471.641,94 €
Scostamento (€)-247.865,16 €
Scostamento (%)-34%
Tabella 3 – Analisi di impatto sul budget, all’interno del contesto della gastroenterologia

Infine, all’interno dell’area della dermatologia, nella comparazione tra Scenario AS IS e Scenario TO BE 1, un utilizzo maggiore di farmaci biosimilari (prevedendo, pertanto, uno switch tra medesima classe di farmaco) potrebbe generare un risparmio del 3% (rappresentativo di un ammontare pari a 343.537,73 €), per il trattamento dei 963 pazienti con patologia dermatologica, complessivamente arruolati. In caso di switch terapeutico tra farmaci originator e biosimilari, anche di differente classe terapeutica e considerando ciò che occorre in reale pratica clinica, il vantaggio correlato a un utilizzo maggiore di biosimilari sfiora il 4%, ossia risulta essere pari a 448.534,97 €.

Prendendo in considerazione, infine, solo il campione ridotto di pazienti affetti da patologia dermatologica, trattati con biosimilari o con originator aventi questi ultimi, però, il rispettivo biosimilare, emerge un vantaggio economico derivante da una più elevata apertura nei confronti dei farmaci biosimilari, pari al 58% (445.093,64 € sempre sulla base del fatto che questa ultima proiezione prende in considerazione un campione ridotto di pazienti rappresentativo del 15% rispetto alla popolazione complessivamente coinvolta nell’analisi).

Ipotesi di utilizzo maggiormente consolidato di biosimilari all’interno della coorte di pazienti con patologia dermatologica, nell’ipotesi di non modificare classe terapeutica
Scenario AS IS (fotografia attuale)9.978.934,04 €
Scenario TO BE 19.635.396,31 €
Scostamento (€)-343.537,73 €
Scostamento (%)-3%
Ipotesi di utilizzo maggiormente consolidato di biosimilari all’interno della coorte di pazienti con patologia dermatologica, nell’ipotesi di modificare classe terapeutica, sulla base di quanto occorso all’interno della pratica clinica indagata
Scenario AS IS (fotografia attuale)9.978.934,04 €
Scenario TO BE 29.530.399,07 €
Scostamento (€)-448.534,97 €
Scostamento (%)-4%
Ipotesi di utilizzo maggiormente consolidato di biosimilari all’interno della coorte di pazienti con patologia dermatologica, prendendo in considerazione solo i pazienti trattati con biosimilari e coloro i quali sono trattati con originator avente il rispettivo biosimilare
Scenario AS IS _ seconda proiezione (campione ridotto)770.584,48 €
Scenario TO BE _ seconda proiezione (campione ridotto)325.490,84 €
Scostamento (€)-445.093,64 €
Scostamento (%)-58%
Tabella 4 – Analisi di impatto sul budget, all’interno del contesto della dermatologia

Conclusioni

Nonostante l’introduzione dei farmaci biosimilari rappresenti un vantaggio in termini di governance della spesa farmaceutica, in Italia, il loro livello di utilizzo è caratterizzato da una notevole eterogeneità a seconda del tipo di molecola considerata e dell’area patologica di riferimento.

Anche all’interno del lavoro presentato sinteticamente in queste pagine, si è rilevato un utilizzo marginale di farmaci biosimilari, suggerendo la necessità di comunicarne un differente approccio di utilizzo, anche alla luce del considerevole vantaggio economico che, a cascata, potrebbe generarsi per le strutture che prendono in carico i pazienti e per il sistema sanitario nel complesso.

Molto importante è considerare come il basso tasso di penetrazione dei biosimilari, rilevato all’interno del contesto lombardo, si riscontra anche in diverse regioni italiane, nonostante le indicazioni fornite da parte di AIFA nel secondo position paper del 2018.

È utile ricordare anche come l’ingresso dei biosimilari nel contesto italiano sia avvenuto gradualmente e con modalità diverse nelle varie Regioni italiane, che hanno potuto avvalersi anche di strumenti di acquisto dei farmaci biologici e biosimilari in “accordo quadro”.

Tale procedura di approvvigionamento, disciplinata dalla “Legge di Stabilità dell’11 dicembre 2016, n. 232 art. 1 comma 407, 11-quarter”, ha contribuito a favorire la disponibilità di più farmaci biosimilari con costi notevolmente ridotti rispetto ai corrispondenti originator.

Alcune riflessioni vanno condotte anche in riferimento alle implicazioni manageriali generate dalla disponibilità di dati derivanti da real-world evidence: queste informazioni, infatti, potrebbero rivestire un duplice ruolo. Da un lato, potrebbero rappresentare un’ulteriore conferma per i key-opinion leader circa l’utilizzo sicuro, efficace e costo-efficace dei biosimilari all’interno della pratica clinica. Dall’altra, potrebbero integrare gli attuali flussi regionali e nazionali dei farmaci, con informazioni rilevanti, a oggi, però, spesso mancanti, come, per esempio, diagnosi, modifica di linea terapeutica e follow-up clinico del paziente. Tali informazioni, qualora debitamente integrate all’interno del flusso di rendicontazione (anzi conosciuto come File F), potrebbero supportare delle analisi più settoriali che, in questo momento, non possono essere condotte in una condizione di carenza delle informazioni utili di riferimento.

Diviene importante, infine, l’approfondimento delle diverse fasi che richiedono la prescrizione e la somministrazione delle terapie al paziente, strutturando degli specifici indicatori di monitoraggio, andando a definire le azioni che possono essere condotte sui pazienti naïve e quelle invece che possono generare un’ottimizzazione e una corretta gestione del percorso per i pazienti già in trattamento e/o che necessitano un cambio di terapia, non solo all’interno del contesto regionale lombardo, ma anche in altri contesti di riferimento.

L’attenzione posta in essere nel processo di prescrizione dei farmaci biosimilari potrebbe divenire un fattivo strumento per rendere sostenibile il sistema sanitario

In conclusione, l’attenzione posta in essere nel processo di prescrizione dei farmaci biosimilari potrebbe divenire un fattivo strumento per rendere sostenibile il sistema sanitario, permettendo a quest’ultimo di liberare risorse e sostenere il costo non solo dei farmaci innovativi, ma anche di differenti tipologie di prestazioni ai medesimi pazienti, in una logica di consolidamento del risparmio generato, piuttosto che attuando una politica di maggiore accessibilità al sistema, grazie ai risparmi generati in alcune aree terapeutiche.

I risultati integrali dell’attività di ricerca mostrata in queste pagine possono essere visionati nel dettaglio cliccando qui.

Bibliografia

Disabilità, Corte Conti: Regioni in ritardo nell’attuazione delle misure del “Fondo Dopo di Noi”

Dei circa 466 milioni di euro stanziati tra il 2016 e il 2022 per l’autonomia e l’inclusione delle persone con disabilità grave e senza sostegno famigliare, soltanto 240 sono stati effettivamente trasferiti alle Regioni, che non hanno provveduto a rendicontare l’effettiva attribuzione delle risorse ai destinatari. Solamente sei Regioni risultano aver ricevuto tutte le somme complessivamente assegnate.

È quanto emerso dall’analisi conclusiva, approvata con Delibera n. 55/2022/G, che la Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei conti ha condotto sull’attuazione delle misure volte al benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità grave prive di sostegno familiare, previste nel “Fondo Dopo di Noi” .

Nel documento, la magistratura contabile, oltre a rilevare come il numero dei beneficiari (tra i 100 e i 150 mila) sia stato stimato in modo solo indiretto e parziale, ha evidenziato che la mancanza di strumenti idonei ad arginare prontamente i ritardi e a superare le inadempienze delle Regioni non ha consentito, finora, di verificare che le risorse stanziate nel bilancio dello Stato siano state interamente utilizzate allo scopo e nei tempi programmati.

Il fatto – prosegue la Corte – che solamente 8.424 persone risultano aver effettivamente beneficiato delle prestazioni erogate, evidenzia un’applicazione della legge ancora molto limitata ed estremamente eterogenea a livello territoriale, mostrando, ancora una volta, le difficoltà delle Regioni del mezzogiorno. Una situazione che mette in luce sia l’urgenza di dover determinare i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) da garantire alle persone con disabilità, sia la necessità di controlli idonei a verificare, su tutto il territorio nazionale, la corretta e completa attuazione della legge n. 112/2016, istitutiva del Fondo.

Roberta Siliquini nuova presidente della Società Italiana d’Igiene

Avvicendamento al vertice della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI).

La nuova Giunta Esecutiva, eletta lo scorso Dicembre per il quadriennio 2023-2026, ha nominato oggi, quale nuovo Presidente della Società scientifica, la Prof.ssa Roberta Siliquini. Ordinario di Igiene presso l’Università degli Studi di Torino, subentra al Dr. Antonio Ferro, che ha guidato la SItI per il biennio 2021-2022, diventando la prima Presidente donna di una Società Scientifica che sta vivendo un momento storico di grande importanza e offrendo un contributo sostanziale al Paese. Il Dr. Enrico Di Rosa, Direttore del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica dell’ASL Roma 1, assume invece il ruolo di vice Presidente, mentre il Prof. Walter Mazzucco, Prof. Associato d’Igiene presso l’Università di Palermo, è il nuovo Segretario Generale.

“Ringrazio il Dr. Antonio Ferro per l’ottimo lavoro svolto in questi ultimi due anni, ma anche tutti i membri della Giunta Esecutiva per la fiducia riposta in me – ha dichiarato la Prof.ssa Roberta SiliquiniGli obiettivi che ci proponiamo in questi anni ‘post pandemici’ sono, innanzitutto, promuovere il Progresso scientifico e culturale nel campo dell’Igiene, della Sanità Pubblica e dell’organizzazione dei Servizi Sanitari oltre a supportare le Istituzioni nella scelta e nell’applicazione delle migliori strategie di Sanità Pubblica rivolte al benessere della popolazione, anche in un’ottica ‘One Health’”.

Professore ordinario di Igiene all’Università di Torino dal 2006, autrice di più di 400 pubblicazioni scientifiche, Roberta Siliquini è stata la prima donna Presidente del Consiglio Superiore di Sanità (2014-2018) ed è dal 2016 componente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della vita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’interesse scientifico della Prof.ssa Siliquini è sempre stato rivolto all’applicazione delle discipline igienistiche. Negli ultimi anni, la sua attività di ricerca si è indirizzata verso l’approfondimento del ruolo delle tecnologie – sanitarie e non – a forte impatto sulla salute ma ha anche affrontato le nuove tematiche relative alla comunicazione sanitaria via web, con particolare riferimento alla modificazione delle abitudini di salute, alla scelta dei percorsi terapeutici ed alle potenzialità dello strumento online.

Sanità digitale: dal PNRR al territorio

Alla Salute è dedicata la Missione Salute 6 (M6) del Pnrr. Il Piano stanzia 15,63 miliardi in totale per le due componenti della missione:

  1. Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale: 7 miliardi di stanziamenti
  2. Innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale: 8 miliardi e 63 milioni di euro

Insieme al DM77, il PNRR disegna una sanità territoriale tutta nuova. In campo Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali, Ospedale di Comunità, infermiere di famiglia e di continuità assistenziale. Cambiano ruoli e rapporti tra gli attori: maggiori compiti ai distretti, una posizione centrale per gli infermieri e un’inedita integrazione con il lavoro dei medici di medicina generale.
D’altro canto, il PNRR forza le tappe di un obiettivo urgente quanto complesso come la sanità digitale, tra infrastrutture, tecnologie, reti, software, privacy, interoperabilità.
Non sembra facile e infatti non lo è. A un anno dal lancio del PNRR, facciamo il punto per capire come in concreto gli operatori impegnati a gestire il processo stanno affrontando le sfide poste da un piano così ambizioso, con scadenze tanto serrate e stringenti, e una grande protagonista: la telemedicina.

Ne parliamo con:

  • Gianmaria Mancosu
    Funzionario Servizio sistemi informativi sanitari, Direzione generale sanità, Regione Sardegna
  • Francesco Pensalfini
    Direttore SC Tecnologie ASL Città di Torino, Consigliere Nazionale Società Italiana dell’Architettura e dell’Ingegneria per la Sanità (SIAIS)

Conduce:

  • Adriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

Dall’Università di Torino una nuova molecola che rallenta la progressione dell’atrofia muscolare spinale (SMA)

L’Atrofia Muscolare Spinale (SMA) è una malattia neuromuscolare rara dell’infanzia, caratterizzata dalla perdita dei motoneuroni, le cellule nervose che trasportano i segnali dal sistema nervoso centrale ai muscoli, controllandone il movimento. La SMA, che ha un’incidenza di circa 1 su 10.000 nati vivi, provoca debolezza, atrofia muscolare progressiva e complicazioni respiratorie. È causata da mutazioni del “gene per la sopravvivenza del motoneurone” e conseguente carenza della proteina SMN (Survival Motor Neuron), essenziale per la sopravvivenza e il normale funzionamento dei motoneuroni.

Fino a poco tempo fa, il trattamento della SMA era esclusivamente sintomatico, finalizzato a migliorare la qualità di vita dei pazienti. Oggi, invece, sono stati approvati nuovi farmaci in grado di incrementare la produzione di proteina SMN funzionale, ma non sono ancora considerati come cura definitiva per la SMA.

Uno studio dell’Università di Torino, coordinato dalla Prof.ssa Riccarda Granata, della Divisione di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo (diretta dal Prof. Ezio Ghigo) del Dipartimento di Scienze Mediche e dal Prof. Alessandro Vercelli, direttore del NICO – Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi, Dipartimento di Neuroscienze, ha recentemente dimostrato come una piccola molecola sintetica chiamata MR-409, analoga del growth hormone-releasing hormone (GHRH, neurormone che stimola il rilascio dell’ormone della crescita), sia capace di rallentare la progressione della SMA

MR-409 è prodotta a Miami nel laboratorio del Prof. Andrew Viktor Schally, Premio Nobel per la Medicina e co-autore del lavoro. Nello specifico, i ricercatori che hanno condotto lo studio, la Prof.ssa Marina Boido, il Dr. Iacopo Gesmundo e la Dr.ssa Anna Caretto, hanno evidenziato come MR-409 sia in grado di migliorare le funzioni motorieattenuare l’atrofia muscolare e promuovere la maturazione delle giunzioni neuromuscolari in un modello sperimentale di SMA. Inoltre, MR-409 contrasta la perdita dei motoneuroni e riduce l’infiammazione nel midollo spinale. Questi risultati suggeriscono che MR-409 possa rappresentare un potenziale farmaco, in associazione ad altre terapie, nel trattamento della SMA.

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista americana Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), è il risultato di una collaborazione tra il gruppo di neuroscienziati, da anni impegnati nella ricerca sulla SMA, ed il gruppo di endocrinologia cellulare e molecolare, che insieme al Prof. Schally ed i suoi collaboratori, ha dimostrato già in precedenza gli effetti protettivi degli analoghi del GHRH, anche a livello cardiaco e muscolare. Pur non essendo ancora disponibili per uso umano, sono in corso ulteriori studi per l’autorizzazione di queste sostanze per uso clinico, definite “agonisti” del GHRH, così come degli “antagonisti”, promettenti farmaci antitumorali, già studiati nel mesotelioma pleurico maligno e nei tumori ipofisari.

Identikit dei fisioterapisti italiani: i numeri della professione

La Federazione Nazionale degli Ordini della Professione Sanitaria di Fisioterapista è già attiva, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto n. 183.2022, nel suo lavoro di rendere definita, chiara e comprensibile a tutta la società italiana (e non solo al mondo della sanità) la vasta popolazione dei fisioterapisti.

Come primo contributo a comprendere questo vastissimo ambito di professionisti la Federazione propone un lavoro di analisi numerica estesa e aggregata della sua realtà professionale. Il primo macro dato reso evidente (la rilevazione complessiva è datata giugno 2022) è che i Fisioterapisti iscritti all’insieme degli Ordini territoriali sono oggi 69.848 di cui 28.704 maschi (41,1%) e 41144 femmine (58,9%). Ciò conferma che ad oggi nel nostro Paese ci sono 118 fisioterapisti ogni 100mila abitanti, rapporto che pone il nostro Paese all’interno della media europea anche se con cifre inferiori a quelle di Germania, Finlandia, Belgio e Olanda.

All’interno di questa popolazione globale di fisioterapisti gli under 40 sono 29.362 (42,03%), divisi tra 14.697 maschi (50,05%) e 14.665 femmine (49,95%), in una sostanziale equivalenza di genere. Da segnalare che gli over 64 (quindi una popolazione professionale che nei prossimi anni entrerà in età pensionabile) sono 20.730 (29,67% dell’intera professione), in massima parte uomini (17.749 che equivalgono all’85,6% della popolazione che va verso il pensionamento).

Commentando questi numeri il Presidente FNOFI, Piero Ferrante, ha dichiarato: “ci è sembrato doveroso come primo atto ‘pubblico’ della Federazione quello di comunicare ai cittadini, alle istituzioni ed ai media la reale composizione della nostra popolazione professionale. Sono numeri importanti che ci pongono al terzo posto, come dimensionamento, tra gli Ordini dei professionisti della Sanità, dopo infermieri e medici chirurghi e odontoiatri. Queste cifre indicano sia la vastità della nostra popolazione professionale, che anche come all’interno della nostra professione sia in atto un normale avvicendamento generazionale, che da un lato rende robusta la classe dei ‘giovani fisioterapisti’ e dall’altro lancia un piccolo segnale d’allarme per quanto riguarda i tanti colleghi che si avviano a concludere il loro percorso lavorativo. Sono dati che devono far riflettere l’intero sistema accademico, affinché non si realizzi la sciagurata situazione di una ‘carenza di fisioterapisti’ nel nostro Paese, come già accade per altre figure professionali della sanità”. “Da ultimo”, sottolinea il Presidente, “è utile sottolineare come anche la nostra professione sia in evidente ‘transizione femminile’, nel senso che le professioniste in fisioterapia sono la maggioranza della popolazione dei nostri iscritti, fenomeno già comune ad altri ambiti della sanità”. “L’insieme dei dati proposti da FNOFI – è la conclusione di Piero Ferrante – aiuta a dimensionare una professione che finalmente può relazionarsi con un’identità ed una fisionomia coesa, precisa e riconosciuta sia con il mondo dei cittadini che con le istituzioni e con gli altri Ordini professionali”.

Rimane da aggiungere, rispetto alla rilevazione FNOFI, che tutto questo mondo di professionisti, a partire dal Decreto dell’8 settembre, è iscritto ai 38 Ordini territoriali esistenti. L’ordine territoriale più numeroso risulta essere quello del Lazio (9620 iscritti, il 13,77% dell’intera professione), seguito dal macro-ordine lombardo che comprende nove province, tranne Mantova, Brescia, Pavia e Bergamo (7597 iscritti). Il terzo ordine per numero di iscritti è quello che comprende Napoli, Avellino, Caserta e Benevento (4692 fisioterapisti), seguito da Piemonte-Valle d’Aosta (4092 iscritti) e dall’ordine di Bari-Taranto-Barletta-Andria-Trani (2829 iscritti. Gli ordini ad oggi numericamente più ridotti sono quelli di Siena (346), Reggio Calabria (392) e Molise (454).

Aggressioni in corsia al centro dell’incontro Fiaso-Ministero della Salute

Arginare e prevenire gli episodi di aggressione fisica e verbale perpetrati nei confronti dei professionisti sanitari, a partire dalla stipula di protocolli operativi con le forze dell’ordine nei casi di violenza in ospedale e nei luoghi di cura.

È la proposta della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso) avanzata oggi nel corso dell’incontro che si è tenuto al Ministero della Salute, con al centro la sicurezza di medici, infermieri e operatori sanitari, in seguito al moltiplicarsi degli episodi di violenza perpetrati nei loro confronti nell’ultimo periodo.

“Abbiamo assistito in questi giorni a una nuova esplosione dei casi di violenza contro i professionisti sanitari, che non possono e non devono essere lasciati soli: ogni episodio di aggressione contro un operatore costituisce un vero e proprio attacco al Servizio sanitario nazionale tutto. Le aggressioni nei luoghi di cura mettono a repentaglio la sicurezza dei professionisti e quella dei cittadini e violano il diritto alla salute tutelato dalla Costituzione, imponendo oggi più che mai un necessario cambio di passo culturale”, dichiara Giovanni Migliore, Presidente di Fiaso.

Oggi abbiamo condiviso con il Ministro Schillaci la necessità di implementare interventi per la prevenzione e la deterrenza di questi deplorevoli episodi di violenza, a partire dalla proposta di farsi promotore presso il Governo di una iniziativa per l’emanazione di una direttiva specifica da parte del Ministero dell’Interno a tutte le Prefetture, per procedere in tempi certi e rapidi alla stipula dei protocolli operativi con le Aziende sanitarie previsti dalla Legge 113/2020 sulla sicurezza del personale sanitario, per garantire interventi rapidi in caso di aggressioni”.

Il payback slitta ad aprile, Gellona (Confindustria DM): ora va cancellato

Una soluzione temporanea e una spada di Damocle che rimane appesa in prima battuta sulle industrie e in seconda sulle prestazioni offerte ai cittadini dal Servizio Sanitario Nazionale. All’indomani del rinvio al 30 aprile del termine per il pagamento del payback, ne abbiamo discusso con Fernanda Gellona, direttore generale di Confindustria Dispositivi Medici.

Gellona

Dottoressa, ci aiuti a fare il punto della situazione.

Da tempo solleviamo proteste contro il payback, una situazione che si è però aggravata con il Dl Aiuti dello scorso agosto, quando sono stati emessi per la prima volta i decreti attuativi che non erano mai stati emanati dall’istituzione del payback, nel 2015. Un fulmine a ciel sereno. Non ci aspettavamo un provvedimento del genere e soprattutto con una tempistica così stretta, visto che si prevedeva il pagamento entro il 15 gennaio di quest’anno da parte delle imprese del payback pregresso per gli anni 2015-2018, che vale 2 miliardi e 200 milioni: una cifra che farebbe fallire anche l’azienda più grande.

In realtà abbiamo trovato i vari governi che si sono alternati sempre distanti da questa problematica, ma a fronte di questa catastrofica urgenza ci siamo ulteriormente attivati fino a scendere in piazza a Roma il 10 di gennaio. La manifestazione ha ottenuto l’attenzione da parte delle istituzioni e in effetti il Consiglio dei Ministri ha approvato la proroga dei termini per il pagamento da parte delle imprese fino al 30 aprile.

Siete soddisfatti?

Non è molto, visto che noi avevamo chiesto uno slittamento di almeno sei mesi, ma è già qualcosa. Se non altro, le imprese riescono a non avere una scadenza terrificante come una tagliola, ma soprattutto ci auguriamo che nel periodo da qui a fine aprile si trovino delle soluzioni, cosa che cerchiamo di ottenere dal 2015.

Che tipo di soluzioni ha in mente?

Lo scorso anno l’Italia ha speso 107 euro pro capite in dispositivi medici, contro i 265 di media europea

In attesa di poter intervenire a un tavolo istituzionale in cui trattare la materia, la nostra posizione è molto semplice. Innanzitutto il problema fondamentale della sanità è il sottofinanziamento, cioè il fatto che si spenda più del previsto. Questo deriva da due fattori, a partire dal tetto troppo basso fissato volutamente all’epoca dell’introduzione del payback, in piena emergenza finanziaria, con l’obiettivo di fare un taglio lineare. Il sottofinanziamento però è anche rispetto a tutti i Paesi europei con cui normalmente ci confrontiamo. L’Italia è quello che spende meno e la pandemia ha dimostrato cosa succede a uno Stato che non si cura e sta male: va in default economico. Lo scorso anno abbiamo speso 107 euro pro capite in dispositivi medici contro i 265 di media europea: meno del doppio. Un dato che da solo dimostra che il finanziamento è sottodimensionato. La nostra proposta quindi è innanzitutto di finanziare correttamente il SSN, cosa che non sosteniamo di certo solo noi ma hanno sollecitato quasi tutti i ministri della Salute.

Il secondo punto è che il payback non è uno strumento che consenta di governare la spesa, innanzitutto perché è perfettamente regolamentata dal sistema delle gare pubbliche d’appalto sia per quanto concerne i volumi che le basi d’asta dei prezzi: un quadro in cui l’impresa non ha leve di manovra se non offrire un prezzo inferiore alla base d’asta. A maggior ragione, questo dimostra che il finanziamento è inadeguato ai bisogni di salute del Paese, che sono in crescita, visto che più prestazioni si fanno e più si usano dispositivi medici. Il punto, che è politico, è quindi capire questo governo quanta assistenza del SSN vuole offrire ai propri cittadini, perché dalla risposta discende o un corretto finanziamento del SSN, in aumento rispetto a quello che c’è adesso, oppure l’impossibilità a spendere di più; ma a quel punto il governo dovrà dire che le prestazioni erogate dal SSN sono meno di quelle a cui eravamo abituati.

Un altro aspetto che critichiamo del payback, che, appunto, non è uno strumento di controllo della spesa, è il seguente: se so che, qualora sfori un tetto, c’è qualcuno che ripaga, che incentivi ho a rispettarlo? È comprensibile, al di là del fatto che la soglia è talmente bassa che, per non sforare, non dovrei erogare molte prestazioni sanitarie, ma queste nessuna regione le vuole negare. Perciò servono un aumento del finanziamento del SSN e lavorare sul controllo e sull’osservatorio dei prezzi delle gare per capire l’andamento dei bisogni e dei consumi, ma anche dei prezzi”.

Cosa prevede quindi per il prossimo futuro?

L’attivazione di un tavolo di confronto, che dovrà risolvere il punto del pregresso e quello del futuro, perché altrimenti ogni anno ci troveremo come oggi, con un tetto fissato così basso che sempre sarà sforato, a meno che il governo non decida di ridurre l’offerta di salute a carico del SSN. Una scelta legittima, ma politica, che il governo deve fare.

Non può essere il mondo delle imprese e dei dispositivi medici a finanziare la sanità pubblica: il nostro compito è offrire tecnologie efficaci, efficienti e innovative a un giusto prezzo, ciò che normalmente facciamo col sistema delle gare.

Il rischio è che all’Italia restino i prodotti meno innovativi e che i cittadini possano ricevere meno cure rispetto a oggi

La nostra richiesta in definitiva è pertanto che il payback venga cancellato, visto che non serve a nulla se non a mettere a rischio fallimento molte aziende e a far scappare dall’Italia gruppi internazionali che sono quelli che investono maggiormente in ricerca e sviluppo: se la situazione non cambia, all’Italia riserveranno i prodotti meno innovativi, ma soprattutto il rischio vero è che se il payback sarà confermato arriveranno nel nostro Paese solo prodotti di qualità scadente. In ultima analisi il problema lo avremo come cittadini, perché rischiamo di non poter avere più tutte le cure di cui disponiamo oggi, oppure di averle a un livello qualitativo e tecnologico non adeguato al nostro standard”.