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Pnrr: alle case della salute e della comunità serve il management. L’approccio del community building

Fondi, scadenze, infrastrutture, tecnologia. E se per attuare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) si partisse dal management? Se ne è parlato nell’evento “Dalle Case della Salute alle Case della Comunità. La prospettiva del management”, organizzato in collaborazione con Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere (Fiaso), Federsanità Anci e Confederazione Associazioni Regionali di Distretto (Card).

L’incontro ha visto prima la presentazione di una pubblicazione dedicata al tema del community building e a seguire una tavola rotonda con la partecipazione degli attori coinvolti nel sistema: Ministero della Salute, Agenas, Asl, regioni e direttori di distretto.

Sabina Nuti

“C’è veramente bisogno delle competenze di management, che sono sempre state nei fatti le skill “Cenerentola” nel nostro Servizio Sanitario Nazionale, dai livelli apicali fino ai quadri – ha affermato la rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa Sabina Nuti -. Abbiamo investito poco su di esse, pensando che fossero necessità marginali o residuali, mentre, come gli esperti sanno bene, il settore sanitario è in assoluto il più complesso dal punto di vista manageriale. La sfida è di orientare davvero il sistema sanitario al territorio rendendo le case della comunità il punto di riferimento per i cittadini: c’è bisogno di una rivoluzione organizzativa, di processo e di task shifting, di nuovo modo di collaborazione e condivisione tra professionisti e tutto questo può essere facilitato e supportato solo da adeguate competenze di marketing”.

Cosa si intende per community building?

Nella parte iniziale dell’evento sono stati presentati i contenuti della pubblicazione Community Building: logiche e strumenti di management a cura del Centre for Research on Health and Social Care Management (Cergas) SDA Bocconi e del Laboratorio di Laboratorio di Management e Sanità (MeS) della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, frutto di un progetto di ricerca biennale che ha coinvolto trenta Aziende Sanitarie su tutto il territorio italiano.

La ricercatrice Sara Barsanti della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha spiegato innanzitutto cosa prevede il salto dal concetto di casa della salute a casa della comunità: “La prima è basata sull’integrazione: prevenzione e presa in carico, presenza di servizio sanitario e sociale, multiprofessionalità e collaborazione con il terzo settore. La seconda introduce l’idea di community building: coinvolgimento, proattività, promozione delle connessioni sociali e coprogettazione”.

L’autrice ha poi fornito alcuni spunti per focalizzare in che cosa consiste il community building. Il community building innanzitutto rispecchia l’orientamento per il quale i soggetti facenti parte di una comunità si impegnano a operare congiuntamente nel processo di evoluzione della comunità stessa (Blackwell and Colmenar, 2000; Walter, 2004).

Il concetto del community building si basa sul “coinvolgimento della comunità nelle decisioni che la riguardano, inclusa la pianificazione, lo sviluppo e la gestione dei servizi, nonché le attività che mirano a migliorare la salute o ridurre le disuguaglianze di salute (National Institute for Health and Care Excellence – Nice, 2008, del Regno Unito)

La logica propria del community building si propone di sperimentare forme di partecipazione attiva di attori di natura diversa (enti pubblici, privati, singoli cittadini) volte a innovare le politiche pubbliche e favorire processi collettivi, attraverso forme attive di partecipazione delle comunità locali (Ponzo, 2014).

Nel community building, a mischiarsi sono sia gli attori, sia i sistemi di regole e le logiche di azione (Razavi, 2007; Fischer e Tronto 1990; Brennan et al., 2012).

I fattori abilitanti del community building

L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), ha spiegato Barsanti, elenca i fattori abilitanti quali fattori di maggior successo delle iniziative di community building, tra cui:

  • Governance, in termini di ruoli e responsabilità. Individuare ruoli e responsabilità all’interno della comunità, basandosi sulle capacità esistenti, migliora la capacità di intervento e l’adesione della comunità
  • Leadership, considerando che di solito la leadership che emerge dalla comunità è di natura più collaborativa e sfrutta il potere di una visione comune e delle relazioni, invece del “potere di posizione” di una leadership classica
  • Processo decisionale, avendo come obiettivo il coinvolgimento comunitario durante tutto il percorso di un intervento / programma, facilitando quindi il passaggio di responsabilità e controllo decisionale
  • Comunicazione e collaborazione, creando partnership, costruendo reti e stabilendo relazioni a lungo termine, le iniziative di coinvolgimento della comunità possono trarre vantaggio sia in termini di sostenibiltà che di efficacia
  • Risorse. In particolare si fa riferimento a risorse in termini di capacità organizzativa che possono influenzare notevolmente il coinvolgimento delle reti di comunità, amplificando sia la capacità stessa della comunità sia l’impatto dell’intervento.

L’approccio collaborativo si può concretizzare in numerose, diverse modalità.

community building come

L’obiettivo di questo cambiamento è quello di creare, rafforzare e riconoscere reti di comunità. Queste a loro volta possono essere di tipi differenti: reti decisionali (le comunità nei processi decisionali), reti strumento (reti come strumento di azione), reti oggetto / target (le reti come oggetto di azione).

All’autrice Manila Bonciani, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, è toccato illustrare le logiche, strumenti e processi per la definizione di priorità. È partita da una domanda: a quale target ci riferiamo? “I target prioritari dovrebbero essere le aree di bisogno percepite nei valori collettivi come rilevanti, con una importante incidenza quantitativa e con modesti tassi di copertura del bisogno”.

Quando adottare quindi logiche di community building?

  • Insufficienza di risorse pubbliche di welfare disponibili per il target identificato
  • Inefficacia parziale o totale dei servizi pubblici tradizionali sul target
  • Presenza di rilevanti interdipendenze tra reti sociali e welfare pubblico

Il secondo passo è comprendere quali reti sono presenti nell’ambito territoriale d’interesse: è quindi necessario procedere a una mappatura con creazione di un data base dedicato.

pluralità delle reti sociali

Bonciani ha quindi affrontato il tema della governance delle reti di community building, che deve essere articolata su due livelli: locale (promozione della partecipazione attiva delle reti) e centrale (coordinamento e supporto). La componente pubblica della governance integra Asl ed enti locali.

Al fine di lanciare un progetto di community building bisogna predisporre un piano strategico: “Si tratta di un documento programmatico di medio periodo che mostra la vision e mission dell’Azienda/ente locale sul tema del community building – ha spiegato -. Rappresenta una sintesi strategica delle iniziative di community building che si vogliono attivare nei singoli territori. Si ispira alle buone pratiche presenti nel paese o industrializza esperienze pilota dell’Azienda stessa”.

Infine, ha sottolineato l’esperta, è necessario un sistema di valutazione complessivo delle iniziative, con oggetti di misurazione: variabili rilevanti per l’impatto sulle performance del sistema welfare, variabili rilevanti per l’aumento del capitale sociale locale e misure del tasso di integrazione raggiunto.

Angelica Zazzera, membro del Cergas, ha presentato il Catalogo di Good Practices che raccoglie 80 tra le principali iniziative di community building a tutela della salute, sviluppate sul territorio nazionale e internazionale e alcune buone pratiche che secondo i ricercatori potrebbero gravitare attorno alle case della comunità. Si tratta di Androna Giovani, un progetto di presa in carico di ragazzi under 25 con problematiche di consumo a rischio e di dipendenza da sostanze psicotrope, come esempio di intervento di service design per i target più fragili; del National Kidney Foundation Peers Landing Support, iniziativa statunitense, esempio di intervento di sostegno psicologico ai malati; e delle prescrizioni sociali: il modello di Shropshire, sviluppato nel Regno Unito, per diffondere la prevenzione. Per approfondire, le schede dedicate ai tre progetti sono presenti nel catalogo.

Community building per le case della comunità

Francesco Longo

Francesco Longo, ricercatore del Cergas, è intervenuto su come declinare il community building nel nuovo vettore organizzativo della casa della comunità, tenendo conto del fatto che in media ciascuna Asl ne avrà dieci: “Le vocazioni che possiamo assegnare a questo nuovo setting sono molteplici: si pone la questione di quale selezionare per ciascun territorio”.

Il primo passo è decidere quale vocazione dare alla struttura: è casa della salute, casa socio sanitaria o della comunità?

casa della...

Ciascuna di queste versioni può essere interpretata in maniera diversa.

La casa della salute può essere incentrata su accesso e case management della cronicità stabile; oppure essere una casa della specialistica territoriale; o una casa della fragilità e long term care; o, ancora, una piattaforma dei servizi territoriali: psichiatria, igiene, materno-infantile.

Le diverse opportunità per la casa Socio-sanitaria: coprogrammazione interistituzionale; accesso e case management sociosanitario; erogazione dei servizi del Servizio sanitario nazionale e degli enti locali (quota parte); erogazione del portafoglio completo dei servizi SSN territoriali e degli enti locali, delega dei servizi socioassistenziali.

La casa della comunità può prevedere coproduzione di gruppo: educazione sanitaria per gruppi di pazienti; partecipazione democratica: codesign dei servizi e valutazione partecipata; valorizzazione e creazione di reti sociali: gruppi di cammino, gruppi di lettura, rete dei Neet. “Per un totale di almeno 11 vocazioni diverse possibili per la casa della comunità, tutte legittime e tutte sfidanti – ha detto Longo -. Il Pnrr ce le offre tutte e fisiologicamente dice sceglietene una e questa ampia autonomia dal mio punto di vista è una buona notizia, anche perché i territori hanno caratteristiche molto diverse”.

 

numeri PNRR

Ma le stime di spesa corrente legate al DM 71, ha sottolineato Longo, oltrepassano ampiamente gli investimenti del Pnrr.

STIME DI SPESA PNRR

Il docente ha proposto uno schema di bilanciamento tra le possibili soluzioni.

Infine ha suggerito una definizione di management pubblico, la funzione che dovrà farsi carico di queste scelte strategiche. “Si tratta della scienza o l’arte che cerca il confine tra ciò che bisogna sostenere come un vincolo e ciò che è modificabile, senza essere troppo cauti per paura dell’innovazione e senza essere vanamente ambiziosi, indicando un percorso che intercetta le persone e le comunità nel punto di maturazione in cui si trovano, offrendo nuovi orizzonti di significato e di speranza”.

Pnrr e community building: come passare dalla teoria alla pratica

Il dibattito sul modello e sulla realizzazione delle case della comunità è cominciato con l’intervento di Mariadonata Bellentani, che dirige l’Ufficio II Direzione programmazione sanitaria del Ministero della Salute, che ha ricordato come già il Decreto rilancio avesse previsto forme di sperimentazione di strutture di prossimità (progetto virtuosi lanciati in particolare in Toscana e raccontati da Barbara Trambusti, dirigente della Regione Toscana del Settore Integrazione Socio-Sanitaria) e ha posto l’accento sull’importanza della formazione, prevista dal Pnrr: “Con tutti i limiti, questo passaggio è entusiasmante e vorrei che lo fosse ancora di più per i professionisti della sanità e del sociale: è un salto atteso da trent’anni, su cui finalmente stiamo lavorando concretamente”.

È quindi intervenuta Alice Borghini dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas), ente che ha il compito di coadiuvare il Ministero della Salute nell’attuazione del Pnrr. “Non essendo ancora disponibile il decreto approvato, è difficile per le regioni andare a lavorare sulla programmazione. Noi stiamo lavorando a stretto contatto con il Ministero e le Regioni per attuare il Pnrr, che ci riporta a tempistiche estemamente stringenti. In questa fase stiamo chiedendo alle regioni di programmare gli interventi da inserire nella piattaforma predisposta col Ministero per farli diventare parte integrante del Contratto istituzionale di sviluppo: è una fase estemamente importante per le regioni, che necessitano di supporto sia in un’ottica di uniformità sul territorio nazionale che per la declinazione dei progetti delle case di comunità nell’ambito dei vari modelli organizzativi regionali”.

Antonio D’Urso, direttore generale dell’Asl Toscana Sud Est e vice presidente Fiaso, ha posto l’accento su alcune criticità del sistema. “La situazione è completamente diversificata nelle diverse regioni: in alcune, come quella dove lavoro, c’è già una rete abbastanza solida di case della salute, seppur diversamente organizzate, mentre altre non ne hanno una adeguata. Per questo temo che applicare un unico metodo a situazioni tanto diversificate potrebbe creare maggiori condizioni di iniquità nel sistema. A differenza di quanto affermato da Borghini, a me il modello proposto non pare molto largo ma abbastanza stretto: cosa sono le case della salute è stabilito dal DM 71 con contenuti abbastanza stabili e minimi margini di adeguamento nei territori”.

Tra gli altri dubbi sollevati da D’Urso, le tempistiche per la costruzione o per la ristrutturazione degli immobili, la carenza di personale tecnico, come ingegneri e informatici, necessario per seguire i lavori, e infine il basso numero di ore di presenza dei medici di medicina generale previsto nelle case della comunità, da un minimo di sei a un massimo di 18.

“Sono molto preoccupata, è un periodo di grandissime responsabilità – ha dichiarato la presidente di Federsanità Anci Tiziana Frittelli -. Si stanno susseguendo tanti interventi e noi siamo stati i primi a lanciare l’allarme su come la Missione 6 Salute si debba integrare con la Missione 5 – Sociale almeno su tre tematiche da cui non si può prescindere, cioè la non autosufficienza, la disabilità, le aree interne e le aree di deprivazione. L’impressione è che, ancora una volta, i comuni vadano da una parte, le regioni dall’altra e il livello nazionale ancora da un’altra”.

Pierangelo Spano, già direttore dei Servizi Socio-Sanitari dell’Ulss 7 Pedemontana, che dal 1° gennaio è direttore dei Servizi Sociali nell’ambito dell’Area Sanità e Sociale della Regione Veneto, ha detto: “A oggi l’esperienza del Pnrr rischia di essere una lettura quasi ribaltata dei fattori in gioco. Grande enfasi è stata posta sulle risorse e gira un virus pericoloso quasi quanto il Covid: intendere questi fondi come se fosse il bancomat del nonno ricco, mentre in realtà è un bancomat con soldi presi a prestito. Il Pnrr è scritto in maniera chiara e logica vorrebbe che le riforme guidassero gli investimenti, invece per ora è il contrario: è stata fatta un’operazione sui muri ma al buio, senza che sia ancora stato approvato il DM 71 e senza sapere come andrà a finire la trattativa con i medici di medicina generale”.

A concludere il dibattito è stato Gennaro Volpe, presidente Card: “Per la prima volta si investe sui distretti, che sono il luogo centrale della sanità territoriale, dove i cittadini possono portare problemi e bisogni e trovare risposte alle loro esigenze”. Al centro, la figura del direttore di distretto: “Per me lo è sempre stato ma in un contesto come quello attuale è ancora più importante che sia valorizzato e formato”.

 

Progetto PonGov Cronicità: promuovere le buone pratiche con strumenti ICT

7 miliardi: è quanto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza stanzia per la prima delle due componenti della Missione Salute 6 (M6) per l’assistenza sanitaria territoriale. Un miliardo è la cifra destinata a un ulteriore potenziamento della telemedicina e della sanità digitale. All’interesezione tra i due settori c’è il Progetto PonGov Cronicità, finanziato dal Fondo sociale europeo, realizzato dal Ministero della salute e affidato all’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) per il coordinamento scientifico.

Francesco Enrichens

“Si tratta di un progetto europeo di ampissimo respiro che si suddivide in tre fasi – spiega il Project Manager PonGov-Agenas Francesco Enrichens -. La prima consiste nell’usare strumenti e indicatori per individuare nei territori le buone pratiche nell’ambito della gestione della cronicità; la seconda, nell’elaborarle e renderle visibili per favorirne l’implementazioni soprattutto nelle regioni che sono ancora un po’ più deboli per quanto riguarda la digitalizzazione. Infine, la terza fase prevede la creazione di una comunità di pratica formata dalle figure coinvolte, per favorire il confronto e le progettualità comuni”.

L’obiettivo primario del PonGov è la promozione di buone pratiche facilmente trasferibili per la gestione integrata, proattiva, sostenibile e soprattutto innovativa della cronicità, a supporto delle Amministrazioni e delle Regioni e Province autonome.

“Abbiamo licenziato un manuale provvisorio e stiamo predisponendo una piattaforma informatica che dia la possibilità di scambiare informazioni agli utenti coinvolti nella gestione della cronicità a livello sia di regioni che di aziende sanitarie: dai direttori generali ai direttori distretto, medici di medicina generale, infermieri, fisioterapisti e tutti gli altri operatori del sistema”, dice Enrichens.

L’obiettivo primario del PonGov è la promozione di buone pratiche facilmente trasferibili per la gestione integrata, proattiva, sostenibile e soprattutto innovativa della cronicità

Un’ulteriore spinta al progetto è arrivata dalla pandemia: “L’iniziativa coincide con due momenti particolarissimi. Uno è l’avvento del Covid, che ci ha messi tutti in condizioni di grande precarietà ma d’altro canto ha favorito l’accelerazione verso l’adozione di strumenti come la telemedicina, che prima era parcellizzata in oltre 300 diverse sperimentazioni in giro per l’Italia e si è evoluta rapidamente e in modo anche proattivo con l’obiettivo di non ospedalizzare e quindi di tenere a casa i pazienti meno gravi”.

L’altro momento cruciale cui Enrichens fa riferimento è il PNRR: “Un grosso pezzo dei fondi per la telemedicina fanno parte della Missione 6 Salute (M6) – Componente 1 (C1) che è stata affidata proprio ad AGENAS per la sua realizzazione, al fine di un uso omogeneo e governato dei finanziamenti a livello nazionale. L’idea del PonGov è nata nel 2014 e il progetto è stato sviluppato negli anni 2018, 19 e 20: arriva giusto come stampella e come fase propedeutica all’implementazione del PNRR. Del resto, altro non è che un progetto europeo di presa in carico  della persona e di costruzione di una rete territoriale che era non dico l’anello mancante ma di certo debole della catena del sistema sanitario”.

Ci sono state difficoltà nel concretizzarlo? “Le principali sono state legate all’enorme macchina di rendicontazione e burocrazia necessaria, giustamente, per poter accedere ai fondi europei – dichiara il Project Manager -. L’altro aspetto è che avevamo in programma una serie di incontri itineranti, che non sono stati possibili a causa della pandemia. Abbiamo però accelerato sui processi di digitalizzazione, informatizzazione e comunicazione usando molto lo strumento della videoconferenza, che ci ha permesso di organizzare incontri costanti della comunità di pratica”.

Nei prossimi due anni si procederà al monitoraggio e all’implementazione delle buone pratiche, anche riorientandole secondo la Missione 6 Salute e la Missione 5 Sociale del PNRR

Il progetto terminerà nel 2023: “Ancora per due anni si procederà al monitoraggio e all’implementazione delle buone pratiche, anche riorientandole nei grossi filoni della Missione 6 – Salute e della Missione 5 – Sociale del PNRR che in questo settore deve essere coinvolta”.

In particolare, per la realizzazione della Componente 1 della Missione 6 sono previsti:

  • Case della Comunità e presa in carico della persona (M6C1 1.1) con un investimento di 2 miliardi di euro (almeno 1350 Case della Comunità);
  • Centrali operative territoriali, promuovendo la telemedicina, l’interconnessione aziendale, i device (M6C1 1.2.2) con un investimento di euro 280.000.000 (saranno almeno 600);
  • Ospedali di Comunità, rafforzamento dell’assistenza sanitaria intermedia e delle sue strutture (M6C1 1.3) per un importo di circa 1 miliardo di euro (almeno 400 sul territorio nazionale);
  • Il potenziamento dell’assistenza domiciliare con la previsione di una presa in carico, nel
    2026, del 10% della popolazione sopra i 65 anni (M6C1 1.2.1) mediante investimento di 2.720.000.000 miliardi di euro.
  • L’intero Pnrr, inoltre, prevede ulteriori interventi a favore di un potenziamento della telemedicina e della sanità digitale (circa 1 miliardo di euro – M6C1 1.2.3).

Afferma Enrichens: “In questo contesto di grandi finanziamenti, ripartiti tra le Regioni ai sensi dell’articolo 2 comma 6-bis del DL 77/2021, secondo cui il finanziamento complessivo è stato distribuito attribuendo il 40% delle risorse alle Regioni del Mezzogiorno e il 60% alle regioni del Centro-Nord, il Progetto PonGov Cronicità ha rappresentato e rappresenta tuttora un volano per quelle Amministrazioni/Regioni ancora secondarie nei processi di sviluppo, avendo obiettivo primario la promulgazione di buone pratiche facilmente trasferibili a supporto nella gestione integrata, proattiva, sostenibile e innovativa della cronicità”.

“Serve un enorme salto culturale e filosofico che consiste nello sposare la condivisione e la messa a disposizione di conoscenze in ambito multidisciplinare”

Ma il PNRR sarà la soluzione a tutti i nostri mali? “Siamo noi la soluzione ai nostri mali, se ci rimbocchiamo maniche e crediamo nella condivisione. Non basta un uso puro e semplice di risorse per costruire e ristrutturare edifici e rimodernare tecnologie: serve un enorme salto culturale e filosofico che consiste nello sposare la condivisione e la messa a disposizione di conoscenze in ambito multidisciplinare. Dobbiamo vedere il Servizio Sanitario Nazionale non come una serie di reti differenti o di silos poco comunicanti, ma come un unico sistema di servizio alla persona, in uno scambio tra ospedale e territorio in base alle necessità del paziente per una presa in carico virtuosa, che si prenda cura della salute della persona anche nell’aspetto della salute mentale”.

Obiettivi determinanti, se si considera che in Italia su circa 60 milioni di abitanti il 39% soffre di una patologia cronica (cronicità semplice), il 4% soffre di forme di cronicità complesse e avanzate e, di questi, circa 800mila abitanti con bisogno di cure palliative.

 

Per ulteriori approfondimenti

XVII Rapporto Crea Sanità: il Covid, il Pnrr e le lunghissime liste d’attesa

Basteranno i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) a ridurre le liste d’attesa? È questa la domanda che emerge dal XVII Rapporto SanitàIl futuro del SSN: vision tecnocratiche e aspettative della popolazione presentato dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità (Crea Sanità).

Il Rapporto Sanità è una iniziativa lanciata nel 2003 dall’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” per diffondere attività di ricerca intraprese nel campo dell’economia, della politica e del management sanitario e, allo stesso tempo, per fornire elementi di valutazione sulle performance del sistema sanitario e sulle sue prospettive future, alimentando un dibattito fra gli addetti al settore, ivi compresi cittadini, professionisti e mondo industriale.

Oltre alle analisi condotte già negli altri anni sulle politiche sanitarie, il rapporto di quest’anno mette sotto la lente il percepito dei cittadini sul sistema sanitario italiano, da cui emerge un plebiscito: il problema è l’attesa. Ma andiamo con ordine.

Com’è fatto il XVII Rapporto Sanità

Il documento è strutturato in quattro parti: un’analisi economico statistica del contesto in cui muove la Sanità e delle performance (finanziamento, spesa ed equità) del sistema; delle analisi per tipologia di assistenza: prevenzione, ospedaliera, residenziale, specialistica, farmaceutica, ambulatoriale di base, domiciliare, provvidenze economiche in denaro per la non-autosufficienza; segue un focus sulla Sanità quale settore industriale; chiude una raccolta delle analisi effettuate dagli osservatori a cui partecipa Crea Sanità. Ciascun capitolo viene affiancato da una sintesi in lingua inglese e da una sezione di key indicators (KI). In appendice al volume è presente un riepilogo per ogni Regione.

La spesa: -40% rispetto agli altri paesi Ue

Il primo approfondimento presente nel Rapporto riguarda la spesa per il SSN: nonostante gli aumenti di finanziamento degli ultimi anni, intorno al 5%, nel 2020 il gap tra la spesa sanitaria pubblica italiana e quella dei 14 paesi dell’Europa occidentale raggiunge circa il 40%. Ma, sottolineano gli esperti, non sono le risorse il problema principale del sistema.

Tra il 2012 e il 2019 la spesa sanitaria è cresciuta del 3,3% medio annuo contro lo 0,8% medio annuo italiano. Nel 2020/2019, malgrado l’accelerazione, la crescita italiana è rimasta ancora inferiore di 1,5 punti percentuali rispetto alla media europea.

crescita spesa SSN

Anche il gap della spesa privata è andato aumentando: “In maniera netta – osservano i ricercatori del Crea Sanità -, per effetto della battuta di arresto del 2020 (evidentemente dovuta alla posticipazione o alla rinuncia alle cure)” a causa della pandemia da Covid-19.

In prospettiva, evidenzia il Rapporto del Crea Sanità, “il finanziamento integrativo di 2 miliardi di euro previsto per gli anni 2022-2024 si innesterà sul finanziamento 2021”, che è pari a circa 122 miliardi di euro. Per i ricercatori del Crea Sanità, “il finanziamento aggiuntivo per far fronte alla pandemia appare, quindi, definitivamente inglobato nel Fondo per la Sanità, modificando nettamente il trend storico”.

Polistena

Commentare i risultati è toccato innanzitutto a Barbara Polistena, responsabile Scientifica e Consigliera di Amministrazione Crea Sanità: “La pandemia ha generato uno choc nel sistema sociale, economico e in quello sanitario in particolare – ha detto -. A livello nazionale, è tornato in auge il tema del sottofinanziamento del SSN, ritenuto la causa di un’inadeguata capacità di risposta delle strutture al Covid, dopo che per vari anni aveva prevalso la tesi di chi sosteneva che ci fossero ingenti sprechi, ma noi da anni sosteniamo che non si tratti di questo e tutto sommato la storia ci sta dando ragione: il sistema si è rivelato anche in tempo di pandemia sobrio e resiliente. Rimane il nodo della crescita: anche nei prossimi anni cresceremo come spesa di uno o due terzi rispetto alla media europea”.

Dall’analisi dell’impatto della pandemia sulle aziende e strutture emerge come l’Italia sia il paese con il più basso tasso di ospedalizzazione in Europa. In generale, precisano i ricercatori, ci sono; forse, però, sono mal distribuiti. “Inoltre a un posto letto deve corrispondere personale non solo quantitativamente ma anche qualitativamente adeguato”, ha affermato Polistena. Quello che serve è la flessibilità: i posti letto ci sono, ma vanno riallocati”.

Per quanto riguarda il personale, ha detto Polistena, il numero è insufficiente ha garantire un’assistenza sanitaria al pari di quella di altri Paesi come Francia, Germania e Regno Unito. Sarebbero necessarie da 23mila a 43mila unità infermieristiche aggiuntive. “Non si evidenziano invece carenze di personale medico, salvo che per alcune aree di specializzazione come quella di anestesisti e rianimatori”.

Uno sguardo sui bisogni dei cittadini

Federico Spandonaro

Una parte del documento è dedicata all’analisi dei risultati di un’indagine condotta su 800 cittadini (non pazienti), che è stata illustrata dal presidente del Comitato Scientifico Crea Sanità Federico Spandonaro. I ricercatori sono andati prima di tutto a verificare gli elementi di soddisfazione del SSN per i cittadini: innanzitutto della possibilità di assistenza dei medici di medicina generale, ma anche della qualità dei medici, della quasi gratuità della maggior parte dei farmaci e delle tecnologie avanzate, percepito, quest’ultimo, dai cittadini più istruiti, nei centri urbani e nel Nord-Est. Qualche ombra sulla qualità emerge nel Sud d’Italia.

Spandonaro ha sottolineato come siano presenti due segmenti nella domanda: quella che si affida al medico di medicina generale, che, generalizzando, comprende il Sud e i cittadini meno istruiti, e quella che confida negli specialisti, cioè il Nord e i più istruiti.

Sul fronte della scontentezza, il Rapporto raccoglie un plebiscito sul fronte delle liste d’attesa, seguite dalla difficoltà nel prendere gli appuntamenti, dall’essere “rimbalzati” fra gli uffici. Il valore del tempo perso è percepito più al Nord e dai più abbienti, mentre la richiesta di un migliore comfort ospedaliero è citata più spesso al Sud.

liste attesa

Infine, i redattori del Rapporto hanno interpellato i cittadini sul tema di cosa sarebbero disposti a pagare: ovviamente lo farebbero per ridurre i tempi di attesa.

Spandonaro ha trattato anche il tema del Pnrr, partendo da alcune raccomandazioni: “Attenzione alle disuguaglianze, all’efficienza e alla flessibilità e alla crescita economica”. Il Piano, ha affermato, avrà successo se garantirà un miglioramento dei livelli di tutela della salute, la sostenibilità futura del SSN e di quelli regionali e appunto la riduzione delle disuguaglianze. Il rischio principale che incombe sul Pnrr, la battaglia contro il tempo.

Il dibattito tra gli esperti

Numerosi i contributi alla discussione sulla base di quanto emerso dal Rapporto. A inaugurare gli interventi è stato Stefano Lorusso, Direttore Generale dell’Unità di missione per l’attuazione degli interventi del del Pnrr: “La grande sfida è generare un grande progetto di riforma. Quello che stiamo predisponendo con le regioni è un progetto che propone un modello organizzativo di riferimento, perché l’esigenza di fondo è dare un framework importante di riferimento a questi investimenti”.

Il modello organizzativo, ha spiegato, si caratterizza con due forti anime: in primis la definizione di standard di riferimento territoriali e il secondo, una maggiore integrazione tra l’organizzazione che si sta immaginando con la medicina generale.

Così Antonio Gaudioso, Capo della segreteria tecnica del Ministro della Salute Roberto Speranza: “Non ci è cascato un meteorite addosso, cosicché ci troviamo in un mondo completamente diverso: i problemi di prima si sono aggiunti a quelli legati al Covid e tutti i nodi sono venuti al pettine. Parliamo di 20-25 anni non solo di mancanza di risorse, ma anche di riforme non fatte, a partire dai problemi di aggiornamento del sistema dei Lea. Si tratta, per risolvere il problema delle liste d’attesa, di fotografare cosa c’è a disposizione e di mettere a disposizione le risorse senza cadere nell’errore di pensare che ci sono tante cose da fare e poi ci sarà il momento per discutere, intanto ora spendiamo i soldi. Questa sarebbe la peggiore sciocchezza: non bisogna rassegnarsi ad agire non sugli obiettivi da raggiungere ma solo su quelli di spesa a essi collegati.

È fondamentale combinare la Missione 5 – Sociale con la Missione 6 per una migliore assistenza agli anziani non autosufficienti

È evidente che in questo senso serve cambiare radicalmente paradigma: non si tratta di essere capaci soltanto di fare bene il nostro, ma anche di usare al meglio le sinergie con altre azioni. Ad esempio è fondamentale combinare la Missione 5 – Sociale con la Missione 6 per una migliore assistenza agli anziani non autosufficienti”.

“Un primo aspetto su cui soffermarci è il valore del SSN stesso: soprattutto nell’ultimo periodo, in cui abbiamo avuto la possibilità di confrontarci costantemente con gli altri Paesi, abbiamo potuto constatare come il suo impianto e i suoi principi siano ancora attuali”, ha affermato Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità. Al centro del suo intervento, l’importanza dei dati e la loro qualità, che consente di effettuare analisi, considerazioni e modellizzazioni: ecco l’importanza di condividerli in maniera standardizzata e tempestiva.

E la sfida dell’innovazione? L’industria è pronta, risponde Massimiliano Boggetti, presidente di Confindustria Dispositivi Medici. “Ma dobbiamo farci delle domande: cosa compro, come compro e cosa serve”. La prima risposta è con l’Health Technology Assessment (Hta). “Su cosa compro, è fondamentale evitare di cadere nel rischio di sprecare facendo una mappa dell’innovazione e sostituendo uno a uno; bisogna partire non da cosa serve oggi ma da cosa servirà domani, a partire dai bisogni di salute della popolazione. Infine, la risposta alla domanda come compro sottende il concetto di procurement, che è uno dei temi aperti su cui mancano risposte. Noi siamo pronti da molto tempo ma mancano ancora le regole del gioco: il rischio di fare innovazione in base a regole vecchie è di ritrovarsi a brevissimo ad avere gli stessi problemi di prima”.

La centralità delle farmacie durante la pandemia è stata l’oggetto dell’intervento di Andrea Mandelli, vice presidente della Camera dei deputati e presidente della Federazione Ordini Farmacisti Italiani. “L’emergenza ha dimostrato la capacità delle farmacie di dare una risposta veramente importante quando il Paese ha avuto la necessità di una presenza sul territorio: siamo sempre rimasti aperti. anche quando la luce verde pulsante delle farmacie era l’unica a rischiarare le giornate angosciose nelle nostre città”.

Mandelli ha ricordato l’impegno delle farmacie sulla distribuzione delle mascherine e delle bombole d’ossigeno e sulle vaccinazioni, col passaggio a farmacie dei servizi.

Il farmacista continuerà ad avere il suo ruolo fondamentale come distributore di farmaci se torneremo a distribuire i farmaci innovativi

“Credo che il farmacista continuerà ad avere il suo ruolo fondamentale come distributore di farmaci se troveremo un modo per far sì che ragioni economiche non costringano a privilegiare la via della distribuzione diretta o in ospedale dei farmaci innovativi – ha detto -. Inoltre la farmacia è la carta vincente della prossimità laddove forse il medico di medicina generale non riesce a dare le risposte immediate che il cittadino cerca. Abbiamo bisogno di una riorganizzazione territoriale partendo dalla prossimità in un cambio di prospettiva in cui il medico, l’infermiere e il farmacista costituiscono una squadra che riesce a prendere in carico il paziente e a dare risposte in termini di diagnosi, terapia e assistenza necessarie, anche perché le Case della Salute non saranno capaci di dare una risposta reale alla necessità di prossimità. Troppe sono le persone che vi graviteranno: 50 mila. Investirei sulle infrastrutture che funzionano e su un professionista, il farmacista, preparato, flessibile e duttile, con la capacità e la capillarità di presenza che serve per allargare i servizi ai cittadini”.

Accanto al definanziamento, concorda con Gaudioso Domenico Mantoan, direttore generale l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas), in questi dieci anni sono mancate le iniziative. “Il Pnrr ha portato una ventata di positività e impone la necessità di un’attività riformatrice e di un modello organizzativo, perché se da un lato abbiamo visto che gli ospedali hanno fatto la loro grande figura reggendo l’impatto della pandemia e mostrandosi in grado di essere flessibili, d’altro canto non c’è stata la stessa flessibilità per quanto riguarda l’organizzazione del territorio – ha affermato -. Trovo fuori luogo andare a creare un’alternativa o una competizione fra farmacie e Case della Salute. Le farmacie hanno avuto un grande ruolo, ma la gestione della cronicità è un compito del medico di medicina generale, della nuova figura dell’infermiere di famiglia e del nuovo modello organizzativo del sistema territoriale”.

Tonino Aceti, presidente Salutequità, si è soffermato sul tema delle liste d’attesa. “C’erano anche prima della pandemia e si sono acuite con l’emergenza, ma va tenuto presente che quello che è stato messo da parte perché procrastinabile due anni fa ora potrebbe essere diventato urgente. La strategia stop-and-go usata finora è del tutto superata e pericolosa e deve essere assolutamente modificata: deve essere messo in piedi un modello organizzativo che sia in grado di gestire altri picchi, che ovviamente speriamo non si verifichino”.

A sottolineare le possibili criticità del nuovo sistema territoriale dal punto di vista dei medici di base è stato Paolo Misericordia, responsabile del Centro studi della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (Fimmg): “Si parla di far rientrare i dottori nelle Case della Comunità semplicemente per colmare un dato orario della propria attività, ma se vanno a fare lì non si sa bene cosa deprivano di una parte importante dell’assenza i loro assistiti, mentre finora la loro assistenza si è caratterizzata per prossimità, capillarità e presenza sul territorio”.

Infine, Misericordia ha sottolineato come al termine dell’emergenza, alla luce delle liste d’attesa che si sono ulteriormente allungate a causa del Covid, i pronto soccorso e i medici di medicina generale saranno probabilmente travolti da un’ondata di richieste, essendo sempre disponibili senza appuntamento.

Il territorio è al centro del progetto del Pnrr. Sull’argomento non poteva mancare il commento della Confederazione Associazioni Regionali di Distretto (Card). “Con il Pnrr, è la prima volta che si investe nel territorio – ha detto il presidente Gennaro Volpe -. Questo significa non stravolgere tutto, ma far sì che ci sia sempre di più una governance territoriale distrettuale: è il distretto che può prendere in carico il paziente cronico e combattere le disuguaglianze presenti a livello nazionale.

Il ruolo del direttore di distretto sarà fondamentale: bisogna investire nella formazione

A questo proposito sarà centrale la figura del direttore distretto e pertanto bisogna investire soprattutto nella formazione dei nuovi direttori”.

Andrea Urbani, Direttore Generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute, ha posto l’attenzione sulle competenze: “Le condizioni abilitanti per la dirigenza sono a dir poco bizantine e non verrebbero applicate in nessuna impresa degna di rappresentare la terza economia di un Paese. La cornice regolatoria non rende amichevole l’accesso a determinate professioni ed esistono lacci e lacciuoli che non consentono a persone capaci di trovarsi nei posti che servono a mettere a terra le soluzioni. Ci sono regolamenti che rendono complicato fare certe opere, come ad esempio il Codice degli appalti che cozza con i tempi previsti dal Pnrr; la normativa che lo accompagna ha provato a dare una piccola risposta, ma il problema è che il Paese, che ne ha viste tante, ha pensato di dare una soluzione a tanti problemi di vecchia data inibendo completamente la capacità amministrativa delle persone. Credo che invece ognuno dovrebbe poter fare il suo lavoro partendo dalla buona fede e con serenità, poi saranno eventualmente altri organi che andranno a colpire chi sbaglia”.

A concludere la presentazione è stato il Sottosegretario al Ministero della Salute Pierpaolo Sileri, che ha toccato numerosi temi. Tra questi, l’attività e l’accesso alla professione soprattutto per quanto riguarda i chirurghi, la cui attività e tradizionalmente legata all’andamento di fattori come l’influenza stagionale o la carenza di personale d’estate, e la cui formazione è stata complicata ulteriormente dalla drastica riduzione degli interventi in tempi di pandemia. Poi, la burocrazia: “Deve essere non dico azzerata ma ridotta al minimo indispensabile”. Gli outcome: “Servono un controllo della prestazione e dei risultati, l’eventuale correzione e il controllo della spesa. Serve una governance e probabilmente i medici e tutto il personale sul campo già negli anni precedenti la pandemia sono stati poco ascoltati e poco coinvolti nel percorso di governance, che invece dovrebbe vederli come attori principali”.

Infine, ha detto Sileri, ci aspetta un problema serio, una seconda pandemia: “Durerà come e più rispetto al Covid, ed è quella che riguarda le malattie non diagnosticate per gli screening mancati e le procedure ritardate sui pazienti che col tempo hanno generato patologie più severe”.

Dalla farmacia di dispensazione alla farmacia di relazione

Da sempre la farmacia ha avuto un ruolo centrale nel nostro Paese nella relazione con i pazienti, anche per la presenza capillare sul territorio. L’emergenza pandemica ne ha confermato l’importanza. Servizi fondamentali come l’esecuzione dei tamponi e la vaccinazione anti-Covid si sono affiancati a quelli tradizionalmente già erogati, come la vaccinazione anti-influenzale.

Quali prospettive possono aprirsi per il futuro, anche in confronto a quanto già avviene in altri Paesi europei? Quali passi sono necessari perché le farmacie possano rappresentare un presidio sempre più vicino ai pazienti e a supporto della nuova medicina territoriale che il Pnrr e le riforme della sanità stanno disegnando? E che cosa prevede il Pnrr per le farmacie territoriali, anche in ottica di telemedicina? Il punto con Roberto Tobia, Segretario Nazionale Federfarma

A quando un’intelligenza artificiale applicata al procurement sanitario?

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Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale è sulla bocca di tutti. Non c’è settore che non sia stato toccato da quella che sarà, e spesso è già, un’innovazione importante, che supporta l’essere umano e ne migliora le prestazioni.

Le applicazioni che sono state sperimentate, però, sono ben lontane dai film di fantascienza e, in parte, anche dalle previsioni catastrofiste (la tecnologia che ci ruberà il lavoro, le macchine dotate di una propria coscienza) che si sono inseguite negli anni.

In medicina, algoritmi di intelligenza artificiale si stanno sperimentando in ambito clinico: si tratta soprattutto di software che vengono “nutriti” con grandi quantità di dati, per esempio immagini di cancro della pelle, e sono più veloci a individuare una lesione maligna rispetto all’uomo. Un altro ambito promettente è quello che riguarda i chatbot, assistenti virtuali in grado di affiancare i pazienti nelle loro esigenze di base.

Questi primi passi, però, non riguardano quasi mai l’aspetto gestionale e di procurement della sanità, che potrebbe invece giovarsi – nella programmazione – della grande mole di informazioni sanitarie che abbiamo a disposizione.

Una delle priorità della Commissione europea per il periodo 2019-2025 è la creazione di uno spazio europeo dei dati, anche sanitari. Questo permetterà di avere a disposizione informazioni aggiornate e accessibili, oltre a favorire lo scambio di dati tra Paesi grazie a sistemi interoperabili (traguardo non ancora raggiunto per esempio a livello italiano, dove spesso le piattaforme delle diverse Regioni non si “parlano”).

In questo contesto abbiamo chiesto a due realtà d’eccellenza nel nostro Paese come sia la situazione per quanto riguarda i dati sul procurement sanitario, la gestione dei magazzini e i calcoli del fabbisogno. In questi ambiti l’utilizzo dell’intelligenza artificiale è ancora futuribile, ma qualcosa si sta muovendo.

Lo switch culturale

Mattia Altini

Per Mattia Altini, direttore sanitario dell’Ausl Romagna, “in questo momento non sono gli strumenti a mancarci, ma il modello organizzativo”. L’azienda sanitaria che dirige è frutto della fusione – avvenuta nel 2014 – delle quattro precedenti aziende territoriali. Copre un’area con oltre un milione di abitanti e ha più di 4.000 posti letto. “Subito dopo l’unificazione abbiamo lavorato per avere strumenti di gestione centralizzati – spiega Altini – È stato così automatizzato il magazzino unico di Pievesestina e si è rafforzato il laboratorio unificato di ematochimica e microbiologia”.

Nel magazzino da 6.000 metri quadri gestito da Gianluca Prati, responsabile della Gestione logistica dell’Ausl Romagna, 14.500 vani di stoccaggio sono posizionati all’interno del sistema automatico verticale a vassoi rotanti per la movimentazione e lo stoccaggio di farmaci e dispositivi medici a temperatura controllata. Due volte a settimana ciascun coordinatore infermieristico può effettuare l’ordine, che gli viene consegnato il giorno successivo.

Francesca Galardi

“Si tratta di un processo impegnativo, perché occorre aggiornare continuamente gli articoli, che naturalmente cambiano, così come le esigenze di reparto – afferma Francesca Galardi, ingegnere gestionale che segue i processi dell’Ausl Romagna – Tuttavia, l’automazione e il fatto di avere un magazzino centralizzato ci permette di ottimizzare i risultati e migliorare la velocità di risposta”.

Se in Romagna questo avviene da anni, nel resto del Paese si è iniziata la sperimentazione di soluzioni simili.

Il cambiamento culturale auspicato da Altini riguarda il concepimento di un’azienda sanitaria come un’entità “al passo con i tempi e in grado di garantire una buona efficienza operativa, massimizzando l’efficacia della sua azione. Quando pensiamo alla sanità ci immaginiamo medici e chirurghi. Si tratta di una parte fondamentale, ma è altrettanto importante la filiera produttiva che si vede meno ma che ha la stessa rilevanza”.

L’importanza del dato

L’ente pubblico sanitario per Altini ha un impianto burocratico che si attiene più alla forma che alla competitività, almeno per quelle aree che non sono considerate strategiche. “Dobbiamo riuscire a superarlo con un approccio diverso. Oggi abbiamo norme vecchie inserite in un contesto fluido, che cambia quotidianamente: ripensare ai processi di trasporto, di logistica e di approvvigionamento è importante tanto quanto curare i pazienti. L’intelligenza artificiale è senz’altro un’applicazione interessante per l’approvvigionamento – riconosce Altini – Ritengo tuttavia che, prima di arrivare a poterla usare in modo consapevole, sfruttando le sue potenzialità nella gestione della logistica, siano necessari diversi step”.

Un esempio su tutti: avere dati di qualità da “dare in pasto” alle macchine. “Da un anno e mezzo stiamo per esempio lavorando sulle chirurgie – esemplifica Galardi – L’intenzione è riprogettare l’intera filiera, dalla prima visita al follow up, rendendola più efficiente. Per farlo, abbiamo dovuto verificare la qualità del dato a nostra disposizione. Abbiamo coinvolto un centinaio di professionisti, da chi si occupa delle scorte, a chi organizza la sala operatoria, fino a chi opera e fa il pre-ricovero. Dopo 18 mesi di lavoro intenso, siamo riusciti a restituire ai professionisti una lista d’attesa informatizzata e trasparente”. Uno strumento utile solo se viene aggiornato costantemente dai diretti interessati.

I dati non servono per punire qualcuno, ma per aiutare i professionisti a lavorare il meglio possibile, per fornire loro uno strumento per poter organizzare le loro mansioni nella maniera più corretta e snella

“In questo percorso fatto insieme è stato importante per noi far capire che il dato non serve per punire qualcuno, ma per aiutare i professionisti a lavorare il meglio possibile, per fornire loro uno strumento per poter organizzare le loro mansioni nella maniera più corretta e snella – aggiunge l’ingegnere gestionale – L’obiettivo è arrivare a breve a un cruscotto che restituisca a tutte le unità operative quanto stanno spendendo, perché, per cosa, qual è il livello di scorta di quel fabbisogno e così via. È un percorso ancora lungo, ma l’idea c’è”.

In tutto questo, paradossalmente, l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo “è stato un bel motore per superare alcune questioni che erano sul tavolo, ma non possiamo sperare in una tragedia per poter riuscire a fare le cose – riflette Altini – Questo passaggio è stato aiutato da una contingenza tristissima, adesso però occorre prenderne coscienza e muoversi di conseguenza. Una delle prime cose da fare è revisionare le regole di sistema, a livello nazionale. Abbiamo fatto dei passi in avanti, ma manca una cornice. Riformare un sistema in ottica digitale significa riprogettare il processo, non semplicemente scannerizzare quello che si faceva su carta”.

Quanto tempo servirà all’Ausl Romagna per vedere l’applicazione di forme elementari di intelligenza artificiale? “Io credo che in 3-5 anni potremmo avere un sistema di calcolo dei fabbisogni più evoluto, che permetta una previsione basata non solo sullo storico, ma anche su altre variabili”, stima Altini.

Un circolo virtuoso di ritorno informativo

L’approccio collaborativo è quello che caratterizza anche Aria Spa, l’Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti della Regione Lombardia.

Marco Pantera

“Vogliamo perseguire i nostri obiettivi in modo cooperativo e graduale, mostrando agli enti sanitari il vantaggio che possono avere seguendo certi processi”. Marco Pantera, responsabile della Direzione Acquisti di Aria Spa, che è centrale di committenza regionale e soggetto aggregatore, spiega: “Stiamo passando da un meccanismo di calcolo del fabbisogno dichiarato direttamente dagli enti a uno che fa uso del patrimonio dati di Regione Lombardia”. Nonostante in Lombardia si raccolgano informazioni sulle prestazioni sanitarie e sui consumi ormai da anni, la qualità di questi dati non è ancora soddisfacente ovunque. “Il nostro lavoro adesso è evidenziare quali sono i punti di criticità nei dati che ci servono per le elaborazioni a livello regionale affinché, attraverso atti normativi centralizzati, possano essere aggiornate le modalità di raccolta di queste informazioni. Finora infatti questi dati sono stati raccolti, ma non destinati esplicitamente a questo scopo. Si tratta di utilizzare queste informazioni mettendole a vantaggio del Sistema Regione”.

Oltre ai flussi comunicati dai vari enti, Aria ha coinvolto anche le case farmaceutiche: “Abbiamo chiesto al mercato i dati di consumo in base al principio attivo, per ottenere una stima più precisa di ciò che succede a livello regionale. Crediamo molto nella cooperazione tra fornitori e enti sanitari. Questo permette all’azienda sanitaria di non rimanere scoperta e può orientare il mercato a fornire prodotti e soluzioni che siano sempre più confacenti alle esigenze di salute espresse dalla popolazione”.

Per quanto riguarda la raccolta dati, l’aspetto maggiormente problematico riguarda la granularità: le informazioni non sempre hanno il livello di dettaglio che sarebbe necessario per compiere valutazioni sul fabbisogno e per soddisfare le esigenze degli attori coinvolti nel processo di acquisto.

Le informazioni non sempre hanno il livello di dettaglio necessario per compiere valutazioni sul fabbisogno e per soddisfare le esigenze degli attori coinvolti nel processo di acquisto

“In questo momento siamo nella fase in cui richiamiamo l’ente che trasmette dati di qualità non sufficiente, in un’ottica di miglioramento – afferma Pantera – Ritengo che in un paio d’anni non saranno più necessarie attività di recall sulle aziende: avremo un meccanismo completamente informatizzato, in grado di fornire dati agli enti sanitari sulla base dei consumi reali effettuati. Questi, da soli, non sono sufficienti a determinare il fabbisogno: il fatto che un ente abbia acquistato per anni un certo prodotto non è infatti garanzia che continui a farlo in futuro. Per questo è importante che l’azienda sanitaria confermi i dati anche in base a quella che è la sua gestione operativa”.

Un modello di questo tipo avrebbe ricadute positive anche sugli stessi enti territoriali poiché oggi esiste una difficoltà di fondo a stimare ciò di cui si necessita: “A volte facciamo gare per un determinato fabbisogno e poi le aziende sanitarie acquistano volumi differenti. Nel nuovo modello gli enti avranno invece la possibilità di confermare i quantitativi anche in base a informazioni che noi non abbiamo, come per esempio le indicazioni operativo-strategiche che ricevono dalla loro direzione”.

L’intento è stabilire un circolo virtuoso nel quale dati con una granularità maggiore siano utili agli enti stessi per esprimere al meglio i propri fabbisogni e li spingano quindi a fornire informazioni sempre più in linea con quelle richieste.

L’intelligenza artificiale

Per aumentare il dettaglio dei dati, è sufficiente una modifica tecnica alla piattaforma, che inibisca l’invio qualora l’informazione sia incompleta. “A questo deve ovviamente seguire una riorganizzazione da parte degli enti, che devono raccogliere il dato in modo diverso. A volte si tende a voler intercettare qualunque tipo di informazione, ma questo fa sì che arrivino tantissimi dati che sono poi utilizzati male. Così facendo, si spreca molto tempo nella raccolta e si perde il focus. Serve il giusto equilibrio tra massima granularità dell’informazione e l’utilità per chi la deve utilizzare”, sostiene il numero uno di Aria Spa.

Sull’intelligenza artificiale anche in Lombardia c’è una grandissima aspettativa ed è sicuramente una tecnologia che sta dando i suoi risultati, ma per Pantera la strada per portarla a sistema è ancora lunga, sebbene sia stata imboccata.

“Da un lato, una volta che abbiamo dati di qualità, possiamo fare una proiezione dei consumi per gli anni a venire facendo delle prime correlazioni basilari tra dati di consumo e altri più strutturali legati alla popolazione. In questo modo avremo algoritmi che, sulla base di correlazioni tra consumi storici e andamento della popolazione, possono fare delle prime previsioni. Questo è un risultato che ritengo si possa ottenere a breve termine, utilizzando dati di qualità adeguata”.

La parte più sfidante è cercare di correlare questi dati con quelli di politica sanitaria, con gli andamenti epidemiologici e con le informazioni relative alle prestazioni sanitarie da erogare in un determinato contesto territoriale ed epidemiologico

La parte invece più sfidante è cercare di correlare questi dati con quelli di politica sanitaria, con gli andamenti epidemiologici e con le informazioni relative alle prestazioni sanitarie da erogare in un determinato contesto territoriale ed epidemiologico. “Su questa elaborazione di secondo livello credo sia necessario lavorare di più con i fornitori di queste tecnologie e ritengo che il percorso sia meno immediato – afferma Pantera – Per la sua buona riuscita sono cruciali gli epidemiologi: dobbiamo identificare con loro quali sono gli algoritmi che devono essere utilizzati. Immagino che sia una modalità di misura che potremmo pensare di avere a piena disposizione tra non meno di 5 anni”.

Tutto questo potrebbe essere utilizzato non solo per i farmaci e i dispositivi medici, ma anche per i servizi, a partire da quelli basilari come la pulizia e la ristorazione ospedaliera. “Non ci sono acquisti più semplici di altri, ciascuno presenta elementi di criticità – conclude Pantera – Correlare i vari parametri non è affatto banale, ma è senz’altro la strada giusta. Per la mia esperienza, però, si tratta di un processo che deve avvenire per gradi: prima occorre mettere a terra le idee per l’intelligenza artificiale e l’utilizzo dei big data, dopodiché vanno scelti gli strumenti più appropriati per configurarli, anche in termini di apprendimento o autoapprendimento, secondo logiche e necessità definite. Difficilmente si riuscirà a sfruttare da subito le potenzialità degli strumenti così come sono descritte dagli operatori di mercato. Serve in ogni caso avere la capacità di adottare queste tecnologie facendo in modo che ciò che viene prodotto sia davvero utilizzabile e risponda appieno alle esigenze di chi acquista”.

Se l’Italia esporta in Europa le buone prassi per il contrasto al furto dei farmaci

Il Progetto europeo MEDI-THEFT– Data sharing and Investigative Platform against Organised Thefts of Medicines, avviato ufficialmente nel novembre 2021, ha come obiettivo prioritario quello di contrastare il furto e il riciclaggio di medicinali, attraverso la progettazione e realizzazione di una piattaforma dedicata che consenta la condivisione e l’analisi dei dati su casi di furto e riciclaggio di medicinali registrati a livello europeo. L’iniziativa è coordinata dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa): nel nostro Paese si è infatti sviluppata negli ultimi anni una rete in grado di contrastare efficacemente il fenomeno. Un’esperienza virtuosa che l’Unione punta a esportare.

Domenico Di Giorgio

Abbiamo fatto il punto sulla situazione del furto e del riciclaggio dei farmaci e sul nuovo progetto europeo dedicato con il dirigente area ispezioni e certificazioni di Aifa Domenico Di Giorgio.

Quanto valgono furto e riciclaggio dei medicinali in Italia e in Europa?

Non è possibile fare stime precise: è un fenomeno in regresso grazie alle iniziative di contrasto intraprese dall’Operazione Vulcano del 2014 a oggi. In quell’occasione è stato possibile individuare e smantellare un traffico illegale consolidato di medicinali rubati presso gli ospedali italiani, che sono stati reintrodotti nel mercato legale con falsa documentazione attraverso operatori non autorizzati.

Negli anni 2012/13 si è assistito a un picco dei furti, quantificabile in diverse decine di milioni di euro, poi scesi quasi a zero grazie alle iniziative coordinate dall’Aifa che oggi costituiscono la base per livello europeo.

Come possiamo inquadrare il fenomeno oggi?

Laddove è ancora presente, si tratta di catene strutturate a livello nazionale con operatori dediti all’approvvigionamento tramite furti in ospedali o trasporti su strada che sono connessi con una rete che ricicla questo tipo di bene molto peculiare. Fino pochi anni fa i traffici internazionali erano europei, ma adesso, grazie al grande lavoro fatto anche su spinta di Aifa da parte di altre autorità europee, la capacità di rendere immediatamente invendibili i prodotti rubati fa sì che l’eventuale riciclaggio avvenga in Paesi terzi, dove non  sono efficaci i nostri meccanismi di messa sicurezza e liste nere.

La situazione del Regno Unito è paradigmatica. La premessa è che fino agli anni 2012/13 l’Italia era considerata il Paese dove si rubavano i farmaci e del resto era l’unico che li controllava. Dopo l’Operazione Vulcano, l’Europa ci ha invitati a spiegare agli altri Paesi come era stato possibile sgominare il traffico di medicinali. Agli inglesi abbiamo spiegato che secondo noi questo tipo di furti veniva gestito come casistica locale, in modo non diverso dal furto di un monopattino, mentre da noi era stato possibile vedere che si trattava di un traffico organizzato proprio grazie alla rete e al tracciamento. Quando le forze di polizia inglesi hanno provato a centralizzare queste informazioni, si è scoperto che i livelli erano gli stessi del nostro Paese.

Una farmacia ospedaliera standard conserva milioni di euro di merci con una sicurezza inferiore a quella di una gioielleria

Va ricordato che il farmaco è un bene con un alto valore, diversi canali di riciclaggio possibili ed è meno protetto rispetto ad altri beni: una farmacia ospedaliera standard conserva milioni di euro di merci con una sicurezza inferiore a quella di una gioielleria. Per questo abbiamo lavorato con la Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (Sifo) e con tutta la filiera per sensibilizzare su come proteggere i farmaci. D’altro canto un sistema di allerta in tempo reale fa sì che i medicinali rubati diventino subito invendibili. In Italia quindi oggi si rubano pochissimo. Ci sono rari episodi che riguardano magari il mercato nero con prodotti dopanti, che sono più facili da rivendere, ma teniamo presente che fino al 2013 si rubavano i farmaci antitumorali.

Quali sono le nuove “tendenze” nel settore?

Il motivo per cui è importante che la ricerca prosegua e che siano messi in piedi progetti come MEDI-THEFT è che si tratta di una situazione molto dinamica. È sempre possibile che le strutture criminali si organizzino per trarre un utile da eventi come la pandemia e la rete, seppur efficiente, può avere delle falle. In ogni caso, portando avanti queste iniziative nel nostro Paese abbiamo mantenuto una deterrenza molto alta e la nostra resta la filiera più sicura al mondo.

Grazie alle iniziative intraprese dal 2014, la nostra resta la filiera più sicura al mondo

La pandemia ha avuto un impatto da questo punto di vista?

In prima battuta ne ha avuto uno positivo, perché nel 2020 andare a rubare negli ospedali era particolarmente difficile. Man mano che si evolve l’offerta e diventano disponibili non a tutti dei prodotti ad alto costo, potrebbero tornare dei fenomeni come quello riscontrato nel 2018 per l’epatite C, quando a causa della disponibilità non sufficiente un prodotto veniva venduto sottobanco.

In cosa consiste il progetto MEDI-TEFT?

L’obiettivo è costruire una piattaforma in cui raccoglieremo i dati dei diversi Paesi a livello europeo. Attualmente questo avviene con i dati italiani e di altri Paesi già coinvolti nel progetto Fakeshare, ma con questa nuova iniziativa adesso si punta a estende l’area coinvolta e, collaborando con il Consiglio d’Europa, anche al di fuori dei confini dell’Unione. Gli obiettivi sono:

  • Raccogliere, condividere e analizzare le informazioni relative a casi di furto di medicinali per identificare i modus operandi delle organizzazioni criminali dedite a questi traffici e definire misure di prevenzione
  • Elaborare e condividere degli Alert per prevenire che farmaci rubati in alcuni mercati siano riciclati in altri paesi
  • Supportare e promuovere investigazioni congiunte a livello internazionale.

Il progetto, piuttosto ambizioso, terminerà nell’ottobre 2023. È finanziato dall’Internal Security Fund Programme e vede coinvolti, oltre ad Aifa, nel ruolo di coordinatore, la Fondazione SAFE, l’Università Cattolica del Sacro Cuore – Transcrime, l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs), Affordable Medicines Europe (AME), le agenzie regolatorie di Serbia – ALIMS ­– e Montenegro – CInMED e l’Arma dei Carabinieri.

Quanto è importante la raccolta e condivisione dei dati in quest’ottica?

Tutte le politiche devono partire dai dati, come è avvenuto nel nostro caso nel 2014, quando siamo riusciti a scoprire cosa c’era dall’altra parte creando profili per capire dove potevano finire e alla fine ricostruire tutto il caso. Altrimenti si va per sensazioni, ma non sono sufficienti. Parliamo di filiere molto complesse anche solo a livello nazionale: è importante conoscere a fondo la situazione per fare interventi mirati.

Biosimilari in immunologia: ruolo chiave per la sostenibilità, innovazione e accesso alle cure

Trend crescita farmaci biologici nel mondo e in Europa

I farmaci biologici hanno e avranno nel prossimo futuro un ruolo sempre più fondamentale nel trattamento di patologie in molteplici aree terapeutiche: dall’oncologia all’area cardiovascolare, dalle patologie immunomediate a quelle neurologiche, dall’area infettiva fino alle patologie oftalmiche.

Negli ultimi anni si è assistito ad una forte accelerazione dello sviluppo di farmaci biologici innovativi: sono state lanciate mediamente 13 nuove molecole ogni anno nel periodo 2014-2018 e si prevede che nel periodo 2021-2025 saranno lanciate mediamente 27 nuove molecole all’anno.

Rilevanti, di conseguenza, gli investimenti per garantire l’accesso dei pazienti ai nuovi farmaci: in Europa i farmaci biologici hanno contribuito per il 40% al totale della spesa farmaceutica nel 2020.

Gestire questo settore in crescita favorendo la sostenibilità del sistema è un aspetto cruciale per garantire l’accesso dei pazienti ai nuovi farmaci.

Biosimilari e sostenibilità del sistema

In questo quadro i farmaci biosimilari hanno e potranno avere sempre più un ruolo cruciale per favorire la sostenibilità del sistema, garantire l’accesso ai trattamenti, favorire l’investimento in innovazione.

Nell’Unione Europea sono stati finora approvati biosimilari per 18 farmaci biologici.

Secondo una recente ricerca europea di IQVIA, l’uptake dei biosimilari è diverso da Paese a Paese: per esempio, in quattro paesi dell’UE (Finlandia, Norvegia, Polonia e Danimarca), i biosimilari di infliximab hanno raggiunto il 100% dell’uptake mentre nei paesi extra-europei non hanno superato il 5%. I biosimilari di etanercept in Danimarca hanno raggiunto la copertura totale dei pazienti, mentre in Francia e Spagna la quota si è assestata sotto il 10%. Altri biosimilari, come l’insulina glargine, hanno avuto una diffusione minore o, nel caso di lancio più recente come il biosimilare di rituximab, adozioni davvero eterogenee, ad esempio quasi il 70% in UK e solo il 10% in Spagna.

I paesi adottano diversi modelli di approvvigionamento per i farmaci biologici e biosimilari

Il livello di diffusione dei biosimilari è legato a diversi fattori di tipo clinico, culturale, commerciale e regolatorio. Nei paesi sono stati adottati modelli diversi di accesso che hanno diversamente favorito l’utilizzo e lo sviluppo del mercato dei biosimilari. In un primo modello – tender model – il payer applica schemi rigidi di gara con l’obiettivo di ottenere il costo più basso per una classe terapeutica; questa strategia è stata applicata in Polonia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Gran Bretagna e – con alcune differenze – anche in Italia. Un secondo modello prevede invece l’acquisto dei farmaci da parte degli ospedali: generalmente manca una politica di acquisto nazionale e gli ospedali negoziano il prezzo direttamente con le aziende produttrici. Questa politica è adottata in Spagna, Gran Bretagna e Germania.

Infine, un ulteriore modello, al momento applicato soltanto in Svizzera, prevede una competizione guidata dal libero mercato, nel quale la definizione del prezzo viene stabilita dalla concorrenza e i payer sono coinvolti marginalmente.

In Italia le procedure di gara sono espletate dalle Regioni, ma sono state definite delle linee guida a livello nazionale specifiche per i biosimilari, che impongono il ricorso a uno schema comune per le procedure di acquisto (gara a lotto unico con accordo quadro e indicazione di utilizzo dei primi 3 prodotti classificati).

In alcuni Paesi, ad esempio nell’Europa del Nord, sono state implementate delle linee guida che raccomandano lo switch tra originator e biosimilari che hanno favorito una penetrazione elevatissima dei biosimilari, mentre nei Paesi che hanno legislazioni più prudenti la penetrazione dei biosimilari è stata inferiore.

In Italia il “Secondo Position paper AIFA sui Farmaci Biosimilari”, pubblicato nel 2018, incoraggia l’uso dei biosimilari, sia nei pazienti naïve che nei pazienti già in trattamento, e raccomanda lo switch da originatore a biosimilare.

In tutti i Paesi, l’introduzione dei biosimilari ha determinato una riduzione dei prezzi medi sia del biosimilare sia del prodotto di riferimento; con l’eccezione dell’insulina, l’aumento della competizione ha avuto un impatto sul prezzo dell’intera classe di prodotti e sul mercato totale.

Nell’area delle patologie immunomediate (reumatologiche, dermatologiche e gastrointestinali) dove i farmaci biologici rappresentano un’opzione terapeutica fondamentale, che ha cambiato la storia naturale della malattia, l’ingresso dei farmaci biosimilari ha avuto un impatto significativo sul mercato riducendo in modo sostanziale il prezzo medio dei farmaci biologici e favorendo un maggiore accesso dei pazienti alle cure.

Biosimilari nel mercato delle patologie immunomediate in Italia

In Italia, nel mercato delle patologie infiammatorie autoimmuni (reumatologiche, gastroenterologiche e dermatologiche), dal lancio dei primi biosimilari nel 2015 ad oggi (dicembre 2021) i biosimilari hanno raggiunto la penetrazione di oltre il 70% sul totale delle molecole a brevetto scaduto, riducendo il prezzo medio delle molecole a brevetto scaduto del 70%.

Contestualmente si è ampliato significativamente il numero di pazienti trattati con farmaci biologici (+73% 2021 vs 2016), a fronte di una più limitata crescita della spesa complessiva (+13% 2021 vs 2016).

Infatti tra il 2016 e il 2021 i pazienti con patologie autoimmuni trattati con biologici sono passati da 73.000 pazienti a 126.000 (circa 53.000 pazienti), mentre il costo medio per paziente in trattamento con farmaci biologici si è ridotto del 35% (da circa 2.627 euro a 1.708 euro per paziente) (Figura 1).

La riduzione della spesa dovuta ai biosimilari, oltre a ridurre complessivamente la spesa media, ha anche liberato risorse per i farmaci di recente introduzione favorendo ad un maggior numero di pazienti l’accesso ai farmaci biologici innovativi.

 

Figura 1. Totale mercato biologici e Jak inibitori per le patologie autoimmuni

Differenze regionali in Italia

Se la penetrazione dei farmaci biosimilari nella maggior parte delle regioni italiane è superiore al 70%, esiste tuttavia una forte variabilità: in alcune Regioni l’uso del biosimilare è ancora limitato (soprattutto nel Centro e nel Sud), in altre la penetrazione dei biosimilari rasenta la totalità dei trattamenti.

L’ingresso dei biosimilari in ogni Regione deriva dalla combinazione di più fattori: l’orientamento dei payer (sia a livello regionale che di Azienda Ospedaliera), la propensione dei medici a utilizzare questi farmaci e la risposta competitiva degli originator.

Tale variabilità è legata sia alle diverse politiche regionali (che regolamentano in misura diversa l’utilizzo dei biosimilari nelle Regioni) sia alla libertà prescrittiva dei medici, su cui ricade la responsabilità della scelta dei trattamenti (così come nella maggior parte dei paesi europei).

Pur coerentemente con le linee guida del governo (definite nella legge di bilancio 2017), le Regioni hanno adottato modelli di gara diversi: con/senza quote prefissate per i primi farmaci in graduatoria, con prezzi a base d’asta definiti su diversi criteri, con diverse tempistiche per la preparazione della gara.

Molte Regioni hanno inoltre implementato ulteriori leve per incoraggiare l’utilizzo dei biosimilari: raccomandazioni ai clinici (es. obbligo di utilizzo per pazienti naïve, raccomandazione di switch al biosimilare meno costoso), obiettivi specifici di utilizzo e monitoraggio dell’attuazione delle delibere.

Biosimilari e opportunità per l’innovazione

Diversa anche fra le Regioni la strategia di utilizzo dei biosimilari in relazione all’accesso ai farmaci biologici innovativi: in alcune Regioni si osserva una strategia consapevole di utilizzo dei biosimilari per liberare risorse e investire in farmaci innovativi (secondo una strategia di appropriatezza e di accesso all’innovazione), in altre – guidate soprattutto dall’obiettivo del risparmio –  l’utilizzo dei biosimilari non sembra invece favorire l’accesso agli innovativi ma vige una logica di risparmio tout court; in altre Regioni ancora non pare esserci una chiara strategia.

Considerazioni conclusive

Le analisi mostrano come l’ingresso dei biosimilari abbia favorito negli ultimi 5 anni l’accesso dei pazienti alle cure e contemporaneamente il contenimento della spesa.

L’ingresso dei biosimilari stimola la concorrenza all’interno di un’area terapeutica consolidata, consente di ridurre i prezzi, permettendo a più pazienti di essere trattati con terapie biologiche, favorendo il trattamento più precoce dei pazienti, liberando risorse per servizi aggiuntivi e il reinvestimento in futuri farmaci innovativi.

Va tuttavia sottolineato come la sostenibilità del sistema nel suo complesso deve tenere in considerazione diversi fattori e non può essere guidata solo dalla riduzione del prezzo.

La definizione di sostenibilità comprende anche altri e ulteriori elementi che coinvolgono diversi stakeholders: pazienti, medici e operatori sanitari, payers, istituzioni pubbliche, aziende. Garantire la sostenibilità significa garantire la necessità di un ampio accesso alle terapie da parte dei pazienti, la disponibilità di opzioni terapeutiche per il medico prescrittore, la sostenibilità economica dei sistemi e non da ultimo un sano e corretto sviluppo concorrenziale del mercato in grado di mantenersi nel tempo e di investire in innovazione.  

Perché il sistema complessivo possa essere sostenibile nel medio-lungo termine è fondamentale garantire:

  • policies che regolino l’utilizzo dei biosimilari: fondamentale definire in alleanza con tutti gli attori – payer, clinici e pazienti – protocolli e ambiti di utilizzo;
  • la competitività del mercato, che favorisca la partecipazione di tutti i player del mercato: spesso l’inclusione nel prontuario ospedaliero/regionale di una sola molecola vincitrice della gara (di solito il farmaco con il prezzo più basso) non solo limita significativamente la varietà di terapie a disposizione del medico, ma riduce la competitività del mercato;
  • l’incentivazione all’utilizzo dei biosimilari, con la finalità di ampliare la platea di pazienti trattati con farmaci biologici oltre che a sostenere l’innovazione, incoraggiando l’uso anche attraverso attività di education e formazione sia presso i medici che presso i pazienti.

Va considerato tuttavia che la continua corsa al ribasso dei prezzi nelle gare regionali potrebbe mettere a serio rischio nel medio termine la sostenibilità del mercato dei biosimilari, con una ripercussione negativa anche sulla sostenibilità del Servizio Sanitario.

Il recente Position Paper di AIFA ribadisce che “i biosimilari sono uno strumento irrinunciabile per lo sviluppo di un mercato dei biologici competitivo e concorrenziale, necessario alla sostenibilità del sistema sanitario e delle terapie innovative, mantenendo garanzie di efficacia, sicurezza e qualità per i pazienti e garantendo loro un accesso omogeneo, informato e tempestivo ai farmaci, pur in un contesto di razionalizzazione della spesa pubblica.”

L’avvento dei biosimilari e la competizione tra farmaci biologici in diverse aree terapeutiche hanno permesso di garantire a breve termine un risparmio per i sistemi sanitari e la riduzione dei costi delle cure. Tutti gli stakeholder (aziende farmaceutiche, payers, medici e pazienti) sono chiamati fin da oggi e nel prossimo futuro a individuare strategie e approcci innovativi per reinvestire il risparmio generato dall’introduzione dei biosimilari in nuove opportunità di cura per i pazienti.

 

Riferimenti bibliografici

Ridisegnare la sanità secondo il Forum Permanente sul Sistema Sanitario Nazionale Post Covid

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Carenza di posti letto, mancanza di personale specializzato, fondi inadeguati: l’emergenza Covid-19 ha sottolineato le già evidenti criticità del nostro Sistema Sanitario Nazionale.

In un’Italia profondamente colpita dalla pandemia, con quasi 140mila morti dall’inizio dell’emergenza e tra i primi paesi nelle classifiche mondiali per decessi, diverse società scientifiche hanno deciso di riunirsi nel Forum Permanente sul Sistema Sanitario Nazionale Post Covid. L’obiettivo? Proporre soluzioni concrete per ridisegnare la sanità alla luce delle difficoltà emerse con l’emergenza sanitaria.

Le cure “mancate”

“Le carenze del settore ospedaliero sono tra le cause principali che hanno provocato e indotto effetti estremamente dannosi durante la pandemia” affermano nel documento programmatico le società scientifiche raccolte nel Forum.

Sulle conseguenze di queste carenze il report di Salutequità “Le cure mancate nel 2020” parla chiaro: nel 2020 sono stati oltre 1,3 milioni i ricoveri in meno rispetto al 2019, considerando anche i ricoveri urgenti. L’attività chirurgica elettiva ha visto una contrazione dell’80%, quella d’urgenza fino al 35%, molti degli interventi saltati erano per tumore.

Chirurgia Generale, Otorinolaringoiatria e Chirurgia Vascolare le aree particolarmente coinvolte dal calo delle prestazioni. Ad esempio, in ambito cardiovascolare, si è assistito ad un calo di circa il 20% degli impianti di defibrillatori, pacemaker ed interventi cardiochirurgici maggiori.

Rimane però l’ambito oncologico a preoccupare di più: i ricoveri in chirurgia oncologica hanno visto una contrazione del 13%, quelli per radioterapia del 15%, del 10% quelli per chemioterapia.

Le carenze del settore ospedaliero sono tra le cause principali che hanno provocato e indotto effetti estremamente dannosi durante la pandemia

Cancellazioni e ritardi anche nello screening oncologico, con conseguenze non ancora quantificabili, ma prevedibili, per quel che riguarda la diagnosi tempestiva di tumori.

Qualche numero: per lo screening dei tumori della cervice sono state contattate nel 2020 1.279.608 donne in meno rispetto al 2019, una contrazione del 33%. Gli screening cervicali realizzati sono stati 669.742 in meno (-43,4%) con conseguenti 2782 lesioni pre-neoplastiche diagnosticate in meno. Le mammografie effettuate nel 2020 sono state 751.879 in meno (-37,6%), i carcinomi diagnosticati sono stati quindi 3.324 in meno rispetto all’anno precedente. Per quel che riguarda lo screening del tumore del colon-retto sono state effettuate invece 1.110.414 colonscopie in meno (- 45,5%), con 7.474 lesioni precancerose diagnosticate in meno.

Non solo interventi urgenti e screening, anche i malati cronici hanno subito forti disagi. Secondo una stima di Agenas i ricoveri in area medica per pazienti cronici complessi o con riacutizzazioni sono stati 600mila in meno rispetto al 2019. Un problema ancora attuale, alla luce dell’ultima ondata ancora in corso.

Posti letto e risorse umane

Lo spazio è un tema centrale nel nuovo disegno della sanità auspicato dal Forum. In Italia, infatti, si conta un numero complessivo di posti letto ordinari per 100mila abitanti più basso rispetto alla media europea (dati OCSE) e ciò colloca il nostro paese al 22° posto in Europa. La situazione non è migliore per i letti in terapia intensiva: “Se in era pre-Covid avevamo 8,6 posti ogni 100mila abitanti, con l’emergenza sanitaria sono stati aumentati a 14, sebbene solo una piccola parte risulterebbe poi stata effettivamente attivata, e comunque parliamo di numeri inferiori rispetto ad esempio alla Germania, con 33 posti letto ogni 100mila abitanti”, riporta il documento programmatico.

A scarseggiare non sono solo i letti, ma anche le risorse umane. I medici specialisti ospedalieri in Italia sono circa 130mila, 60mila unità in meno rispetto alla Germania e 43mila in meno della Francia. Sotto organico soprattutto gli infermieri: ce ne sono 7 ogni 1.000 abitanti contro gli 11 della Francia e i 13 della Germania.

La spesa sanitaria e il PNRR

Anche per quanto riguarda la spesa sanitaria la situazione italiana non è delle migliori. “Secondo i dati Eurostat, l’Italia spende solo l’8,8% del suo PIL per la sanità, di cui circa 1,5/2 punti sono rappresentati dai contributi alla spesa dei privati cittadini, mentre Paesi come Francia e Germania superano l’11%. Inoltre la spesa sanitaria corrente per abitante è stata stimata in Italia intorno a 2.500 euro, contro i 5.100 euro della Svizzera, i 4.100 della Germania e i 3.800 di Francia e Regno Unito”, riporta il documento.

Alla mancanza di fondi si aggiunge il problema delle risorse stanziate per il recupero delle prestazioni, circa il 67% delle risorse stanziate nel 2020 non sono state spese dalle Regioni. L’accantonamento delle risorse è stato pari al 96% nelle Regioni meridionali e insulari, circa il 54% al Nord e il 45% al Centro.

Alla mancanza di fondi si aggiunge il problema delle risorse stanziate per il recupero delle prestazioni

“Il Governo sta provando a fornire una risposta a questa situazione attraverso il recente Decreto-Legge 25 maggio 2021, n. 73 “Misure urgenti connesse all’emergenza da Covid-19, per le imprese, il lavoro, i giovani, la salute e i servizi territoriali”, che prevede il recupero da parte delle Regioni delle prestazioni non erogate durante il 2020 e l’utilizzo delle risorse stanziate ma in gran parte ancora non impegnate. Ma il finanziamento di questa misura da solo non basta più.”

Il piano “Missione Salute 6” (M6) del PNRR riserva l’8,3% dei fondi alla sanità, ovvero 15.63 miliardi. Di questi, 7 miliardi sono per il potenziamento dell’assistenza sanitaria territoriale, 8,6 miliardi per l’aggiornamento tecnologico degli ospedali e la ricerca scientifica.

“Con la diffusione dei vaccini e con l’auspicabile prossimo ritorno alla normalità, si pone l’assoluta necessità di ridisegnare il Sistema Sanitario Nazionale anche sulla base delle carenze emerse durante la pandemia e utilizzando i fondi cospicui anche se insufficienti che arriveranno con il Recovery Fund. A questo riguardo è da segnalare come quanto attribuito alla Sanità e cioè soltanto l’8% dell’intero fondo è da considerarsi davvero poco se si considera che questo provvedimento finanziario assolutamente straordinario è stato determinato proprio da una catastrofe sanitaria.”

Le proposte del Forum

Sono principalmente 6 gli ambiti concreti di intervento caldeggiati dal Forum, che vanno dalla necessità di individuare un sistema efficace e veloce per il recupero delle prestazioni non erogate da parte delle Regioni, all’urgenza di modernizzare l’ospedale, sia a livello strutturale, che di tecnologie impiegate. L’esigenza dichiarata, infatti, è quella di un ospedale “moderno” che necessita per questo di una gestione “partecipata, diffusa e decentrata”, per poter far fronte alla più alta complessità che ci si attende da questo tipo di struttura.

Un nodo centrale rimangono le risorse umane, sia in termini di numeri che di competenze

Un nodo centrale rimangono le risorse umane, sia in termini di numeri che di competenze. “Deve essere considerato il valore strategico dell’elemento professionale come fattore produttivo e deve essere attentamente considerata la necessità di sviluppare le discipline mediche dal punto di vista scientifico, organizzativo ed operativo. Da valutare inoltre l’introduzione negli ospedali di nuove figure professionali quali, per esempio, i case manager, i data manager e gli infermieri di ricerca attualmente non previste nel SSN nonché la rifondazione negli ospedali delle infrastrutture dell’informazione e comunicazione (ICT), attualmente vecchie e di qualità molto scadente.”

A tal proposito, tra le proposte del Forum, troviamo l’aumento di borse di studio per nuovi specializzandi, soprattutto nelle specialità con particolare penuria di medici specialisti, per tentare di colmare il gap tra medici laureati e posti in specializzazione. Ciò, ad avviso delle società scientifiche, non risolverebbe il problema del basso numero dei laureati in medicina, che potrebbe essere superato invece tramite una revisione del sistema del numero chiuso. “Anche il numero degli infermieri è molto sotto soglia, quindi serve un investimento in questo senso. Inoltre è stato stanziato un fondo per l’assunzione delle figure degli infermieri di famiglia sul territorio, una nuova figura assistenziale.”

Altro problema legato alle risorse umane è la “fuga di cervelli” all’estero di giovani medici verso paesi più attrattivi professionalmente. Per questo motivo, il Forum sottolinea come sia necessario creare “opportunità diverse e più interessanti per i nuovi laureati e per gli specialisti, perlomeno simili a quelle offerte da altri Paesi Europei.”

Dati cancellazioni e ritardi per visite e interventi, la proposta del Forum è di separare nettamente i percorsi ospedalieri e assistenziali per pazienti Covid e non Covid

Venendo all’emergenza sanitaria, data l’allarmante situazione in termini di cancellazioni e ritardi per visite e interventi, la proposta del Forum è quella di iniziare a separare nettamente i percorsi ospedalieri e assistenziali per pazienti Covid e non Covid, con personale dedicato per ogni percorso, soprattutto nel caso la situazione emergenziale si perpetrasse o peggiorasse a causa delle varianti. Questo per non sovraccaricare un Sistema Sanitario definito “quasi al collasso” e per arginare le conseguenze della pandemia sulla mortalità per malattie tempo-dipendenti e per tumori.

A tal proposito, il documento suggerisce come tutte le strutture di oncologia medica, cardiologia, ematologia, medicina interna e di area medica in genere per l’assistenza alle malattie croniche, debbano rimanere pienamente operative anche a livello ambulatoriale, per garantire una diagnosi e cura tempestiva. Da non sottovalutare anche l’importanza della prevenzione: “gli screening oncologici devono ripartire immediatamente ed a pieno regime in tutte le Regioni. Bisogna con urgenza verificare in ogni singola Regione l’entità degli scostamenti registrati rispetto all’epoca pre-Covid e il livello dei recuperi eventualmente realizzati.”

Fondamentali saranno le riforme nel campo della medicina territoriale e nella telemedicina

Per ridisegnare il Sistema Sanitario poi, importanti riforme dovrebbero essere attuate anche nel campo della medicina territoriale e nella telemedicina. Nella prima “attraverso la istituzione di grandi strutture ad hoc ambulatoriali e residenziali, atte a svolgere funzioni attualmente svolte impropriamente dagli ospedali, quali: le attività di screening, di follow up e riabilitazione dei pazienti, di assistenza domiciliare e cure palliative”. La seconda “tramite l’attivazione e diffusione su tutto il territorio nazionale di programmi avanzati e strutturati, con previsione dei costi di sviluppo e gestione ed emanazione di norme specifiche che li regolino, anche a tutela dei medici coinvolti in queste attività.”

Per concludere, il punto sulla spesa sanitaria: i fondi del PNRR costituiscono una buona occasione di ripresa ma servono risorse stabili per una pianificazione più a lungo termine.

PNRR, a che punto siamo?

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) rappresenta un’opportunità rara per il nostro Paese e coinvolge moltissimi settori: come noto, per la sanità sono stanziati 15,6 miliardi. Una mole ingente di risorse che, per la prima volta dopo molti anni, immetterà fondi preziosi per rinnovare il sistema salute.

Nei prossimi cinque anni sono molte le scadenze che attendono l’Italia, per la verifica dell’attuazione del PNRR e la corretta erogazione dei fondi.

In sanità, a quali progetti sono dedicate le risorse del PNRR? Quali strumenti possono (e devono) essere utilizzati per accompagnare l’attuazione del PNRR con una logica chiara e trasparente? Sotto questo aspetto, a che punto siamo?

Ne parliamo con:

  • Francesco Saverio MenniniFrancesco Saverio Mennini
    Research Director EEHTA del CEIS, Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata e Presidente SiHTA
  • Enrico CoscioniEnrico Coscioni
    Presidente Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS)

Con la partecipazione di:

  • Andrea CostaAndrea Costa
    Sottosegretario di Stato al Ministero della Salute

Conduce:

  • Angelica GiambellucaAngelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Quali priorità per il cambio di paradigma verso la “nuova” normalità?

Quali sono le principali luci e ombre prodotte dalla pandemia sul Ssn? Ed è proprio vero che la nuova sanità dovrà passare dell’essere ospedale-centrica a territoriale?

Per cambiare ed essere pronti a gestire il burden sanitario futuro prodotto dalle cronicità legate all’età e al contempo le emergenze sanitarie bisogna stabilire le priorità su cui agire. In primis la presa in carico delle cronicità con indicatori di esito di salute che diventino un nuovo vettore di integrazione professionale e cambiare modelli di servizio rendendo la fruizione più digitale. Senza commettere l’errore di un approccio enciclopedico.

A colloquio con il professor Francesco Longo, ricercatore del Cergas, Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale dell’Università Bocconi.