L’Associazione Società Scientifica Interdisciplinare e di Medicina di Famiglia e Comunità (Assimefac) ritiene che sia improcrastinabile sanare il divario formativo, inerente alla medicina generale/medicina di famiglia, tra la realtà italiana e quella della stragrande maggioranza dei paesi europei ed extra europei, ove la medicina generale/medicina di famiglia è materia di studio nel percorso di laurea e di specializzazione al pari di altre discipline mediche. Ecco i risultati dell’indagine effettuata tra i medici, illustrati da Leonida Iannantuoni, Presidente CTS Assimefac e Giovanni Battista D’Errico, Responsabile Area di Oncologia e Cure Palliative Assimefac.
Materiali e metodi
È stato somministrato, tramite web e testate di settore, per la durata di giorni dieci, un questionario con dodici item inerenti sesso, età, professione principale, numero di eventuali assisti in carico, tipologia di svolgimento dell’attività di medico di medicina generale, conoscenza della realtà formativa europea ed extra europea.
Il questionario ha indagato:
a) Il parere dei colleghi circa l’opportunità, per i medici di medicina generale (MMG), di accedere alla carriera universitaria.
b) I vantaggi sia per i MMG, sia per i medici in formazione, nonché per la qualità dell’assistenza sanitaria derivanti dall’istituzione di una scuola di specializzazione universitaria in medicina generale.
c) L’ ultimo quesito chiede di esprimere parere, favorevole o contrario, all’istituzione di una scuola di specializzazione universitaria in medicina generale.
Risultati
Il questionario è stato compilato da 428 Colleghi di cui uomini il 63,80% e donne 36,20%. La fascia di età maggiormente rappresentata è stata quella di oltre 51 anni (45,60%).
Il 63,10% dei colleghi che hanno risposto al questionario svolge l’attività di medico di medicina generale con oltre 1000 assisti in carico (48,30%), complessivamente il 28,20% svolge l’attività professionale in medicina di gruppo. L’84,20% degli intervistati dichiara di essere a conoscenza che, in nazioni U.E. ed extra U.E., esistono scuole di specializzazione universitaria in medicina generale ed il 92,60% dichiara di essere favorevole alla possibilità, per i medici di medicina generale, di accedere alla carriera universitaria.
L’86,90% dei colleghi intervistati si dichiara favorevole all’adozione, tramite una scuola di specializzazione universitaria, di un unico core curriculum ed l’ 87,20%, bocciando l’attuale criterio formativo basato su corsi di formazione a gestione regionale, ritiene che una scuola di specializzazione universitaria porterebbe ad una migliore preparazione dei colleghi in formazione.
Per quanto concerne l’aggiornamento professionale dei MMG il parere prevalente degli intervistati (82,90%) è orientato favorevolmente all’istituzione di una scuola di specializzazione. Infine, l’84,20% degli intervistati reputa che una scuola di specializzazione potrebbe rilanciare, tra i giovani, la professione del medico di medicina generale ed l’89,60% si dichiara favorevole all’istituzione, anche in Italia, di scuole di specializzazione universitaria in medicina generale.
Conclusioni
Indipendentemente da età e ruolo professionale svolto, la quasi totalità degli intervistati (89,60%) ritiene che sia opportuno e improcrastinabile equiparare ad altre realtà internazionali la formazione dei medici di medicina generale tramite l’istituzione di vere e proprie scuole di specializzazione universitaria in medicina generale.
La posizione di Cittadinanzattiva sul post-voto, espressa dal Segretario nazionale Anna Lisa Mandorino, è chiara: “Nessuna forza partitica, anche al top del suo consenso, può affrontare da sola la complessità della situazione attuale”.
Nell’agenda del nuovo governo, per la sanità le prime voci da affrontare saranno: la riforma per gli anziani non autosufficienti, lo sblocco del Decreto tariffe, un piano per il recupero e il superamento delle liste d’attesa e campagne di informazione e comunicazione sull’importanza di vaccini e prevenzione.
Segretario Mandorino, le urne hanno decretato la vittoria, attesa, del Centrodestra alle elezioni politiche. Come valuta questo cambio di rotta della politica scelto dagli italiani sotto il profilo della tutela dei diritti e dei doveri dei cittadini?
Con molto rispetto per l’orientamento che i cittadini hanno espresso attraverso il loro voto. Semmai, per un Movimento che crede nella partecipazione e nelle varie modalità di partecipazione, dal voto all’attivismo civico, che la nostra Costituzione contempla, con molta preoccupazione per il livello di astensionismo non abituale nel nostro Paese.
Sotto il profilo della tutela dei diritti e per quanto riguarda i doveri dei cittadini, che noi preferiamo chiamare standard di comportamento, mi piace ribadire qui quello che abbiamo detto nel nostro Manifesto “Oltre le elezioni”, uscito pochi giorni prima del momento elettorale. Noi pensiamo che ci siano donne e uomini di valore all’interno delle istituzioni e con molti di loro abbiamo lavorato e continueremo a farlo per il futuro, ogni volta che incontreremo disponibilità a confrontarci sulle questioni e a co-progettare le politiche pubbliche. Pensiamo però anche che nessuna forza partitica, anche al top del suo consenso, possa affrontare da sola la complessità della situazione attuale e che il compito della cittadinanza attiva sia fondamentale, specie in questa fase storica e specie rispetto ad alcuni ambiti che noi abbiamo indicato con chiarezza: la salute pubblica e l’investimento sul Servizio sanitario nazionale; la scuola come luogo di elezione per la costruzione del futuro del Paese; una politica unitaria e politiche pubbliche dedicate tanto agli anziani quanto ai giovani, considerati i trend demografici che caratterizzano il nostro Paese; lo sviluppo di un’Europa dei diritti e la pratica della cittadinanza europea.
Noi cittadini attivi dobbiamo vigilare, collaborare, intervenire, anche scontrarci quando necessario; le istituzioni devono favorire confronto e collaborazione
Su questi ambiti noi cittadini attivi dobbiamo vigilare, collaborare, intervenire, anche scontrarci quando necessario, da soli e in alleanza con tutti i soggetti che abbiano a cuore l’interesse generale. Le istituzioni, da parte loro, devono favorire confronto e collaborazione.
A suo avviso quali erano le proposte più interessanti in tema di salute e sanità presenti nei programmi elettorali della coalizione di centrodestra?
La sanità non è stata il tema centrale dei programmi dei vari partiti, e tanto meno il tema centrale del dibattito pubblico che ne è scaturito.
Ciascun programma conteneva proposte anche interessanti, insieme ad altre meno apprezzabili, ma prive di un collegamento sistematico fra di loro, anche se ci sono alcuni punti programmatici comuni a tutte le forze politiche, e questo è un dato positivo.
La sanità non è stata il tema centrale dei programmi dei vari partiti, e tanto meno il tema centrale del dibattito pubblico che ne è scaturito
Un aspetto dei programmi della coalizione di centrodestra che, almeno al livello di attenzione dedicata, è da ritenere molto interessante è la questione della salute mentale, della necessità di rafforzare le politiche pubbliche in questo ambito, anche a partire dal sostegno psicologico rivelatosi necessario dopo la pandemia. A proposito di pandemia, è interessante il riferimento alla necessità di aggiornare, speriamo in modo dinamico, il piano pandemico. E poi ci sarebbe un riferimento interessante, ma non ben chiarito, alla possibilità di estendere il perimetro delle prestazioni medico-sanitarie esenti da ticket. Questo è un aspetto che meriterebbe senz’altro un maggiore livello di dettaglio.
Ha identificato delle risonanze tra alcune proposte del centrodestra e quelle del centrosinistra o del terzo polo per quanto riguarda la tutela del diritto alla salute tali da far presupporre che ci potrà essere un dialogo in Aula?
Ci sono tre temi che ricorrono in tutti i programmi, e questo è sicuramente un bene perché prefigura la possibilità che non solo ci sia un dialogo, ma una collaborazione vera e propria anche fra forze di maggioranza e di opposizione: sono le questioni dell’assistenza territoriale e di prossimità, l’investimento sugli operatori, il recupero delle liste d’attesa per prestazioni e cure trascurate durante la pandemia. Ovviamente, non sono indifferenti le modalità con cui si intendono affrontare le tre questioni, ma questo sta al confronto tra le forze partitiche nelle sedi istituzionali opportune.
Piuttosto, è chiaro che nessuna di queste questioni, in particolare quella degli operatori, si risolve senza un investimento strutturato e sistematico sulla sanità e senza un finanziamento adeguato, auspichiamo in maniera proporzionale al Pil, del Fondo sanitario nazionale.
Su quali punti invece ritiene siano maggiori le distanze tra le ali dell’emiciclo?
Le maggiori distanze tra i partiti riguardano la governance della sanità, oscillando tra l’autonomia differenziata del centro-destra – in particolare della proposta della Lega – e un recupero di centralismo proposto dal Movimento Cinque Stelle e anche da Azione-Italia Viva, con una posizione mediana o, forse, irrisolta del Pd.
Sulla governance della sanità si oscilla tra autonomia differenziata del centro-destra e recupero di centralismo del Movimento Cinque Stelle e di Azione-Italia Viva
Inutile dire, specie in mancanza di strumenti adeguati come la definizione dei livelli essenziali dei servizi, qual è la posizione in proposito di un Movimento come il nostro, che fa della lotta alle disuguaglianze territoriali e della importanza di un Servizio sanitario nazionale uguale, universale, equo, una delle sue direttrici di azione.
Se lei dovesse scegliere tre criticità da risolvere per prime e velocemente da parte del nuovo esecutivo, cosa chiederebbe di mettere in atto entro i primi 100 giorni di governo?
Riforma per gli anziani non autosufficienti, sblocco dei Lea e liste d’attesa sono le priorità per i primi 100 giorni
Sicuramente dare impulso alla riforma per gli anziani non autosufficienti, prevista dalla Missione 5 del Pnrr, per cui è prevista l’approvazione entro la primavera del 2023; sbloccare attraverso il confronto serrato e urgente con le Regioni il Decreto tariffe, per rendere finalmente esigibili i Livelli essenziali di assistenza aggiornati nel 2017 ma non ancora entrati in vigore; un piano di emergenza nazionale e un monitoraggio stretto delle Regioni per il recupero e il superamento delle liste d’attesa.
Aggiungerei che, visto che nell’affrontare il tema Covid il centro-destra mette in evidenza nel suo programma la necessità di comportamenti individuali prudenti e responsabili, sono necessarie campagne di informazione e comunicazione ai cittadini sull’importanza dei vaccini e sulla necessità di prevenzione a 360°, e il sostegno a interventi attivi che consentano di accedere facilmente a ogni intervento previsto per la prevenzione, dai vaccini agli screening.
Le associazioni dei pazienti potranno partecipare ai processi decisionali in sanità: lo certifica l’atto di indirizzo firmato dal segretario generale del ministero della Salute, Giovanni Leonardi.
Il documento, frutto di un gruppo di studio coordinato dal Capo della Segreteria tecnica pro tempore, prima Stefano Lorusso e successivamente Antonio Gaudioso, consta di sei articoli. Si parte dalle modalità di partecipazione da parte delle associazioni o organizzazioni di cittadini e pazienti:
Partecipazione nella consultazione. Prevede il coinvolgimento in percorsi decisionali, nella fase istruttoria, con la finalità di acquisire la posizione degli Enti su un provvedimento che si intende adottare. La consultazione deve avvenire in un momento opportuno all’ interno dell’iter del provvedimento e con un tempo congruo onde permettere ai partecipanti di poter analizzare il provvedimento ed esprimere il proprio parere. Le consultazioni possono avvenire sia su provvedimenti di ampio respiro, sia su specifici programmi. In tale ambito si prevede una forma di consultazione estesa non solo agli Enti ma a tutta la “società civile” interessata al tema che verrà svolta mediante l’utilizzo di una piattaforma dedicata.
Partecipazione nella definizione dell’agenda. Prevede la possibilità per gli Enti di avanzare istanza, tramite una procedura chiara e trasparente, affinché questioni ritenute rilevanti siano incluse nell’agenda di lavoro del Ministero della salute, con le relative ipotesi di azioni proposte dagli Enti.
Partecipazione nella co-progettazione dell’intervento. Prevede che l’amministrazione si avvalga della collaborazione degli Enti nella definizione di programmi, piani o interventi di diretto o indiretto impatto sui cittadini/pazienti, per progettarne lo svolgimento, integrarne i contenuti, correggerne le procedure, identificare le metodologie di valutazione degli effetti.
Partecipazione come supporto all’implementazione dei programmi di politica sanitaria. Prevede la collaborazione degli Enti nella attuazione di provvedimenti, piani e programmi già adottati, tramite attivazione di focus group, gruppi di lavoro, protocolli d’intesa e forme di coinvolgimento “sussidiario”.
Partecipazione nella generazione delle evidenze. Prevede che nella fase di definizione di specifici provvedimenti, programmi e piani gli Enti possano presentare loro evidenze, vale a dire testimonianze ed esperienze di cui l’Amministrazione può tenere conto nel percorso decisionale a titolo di “patient evidence”.
Partecipazione come valutazione e monitoraggio. Prevede da parte dell’Amministrazione forme e programmi di valutazione e di monitoraggio partecipato circa l’attuazione delle proprie politiche, fornendo ampia evidenza pubblica dei relativi risultati, anche attraverso i canali di comunicazione che gli Enti possono offrire a complemento di quelli istituzionali. Tale comunicazione deve basarsi sulla trasparenza dei risultati sia in caso di valutazioni positive, che negative, da intendersi come “aree di miglioramento”.
Partecipazione come possibilità di riesame. Prevede la possibilità per gli Enti di avanzare istanze di modifica di uno specifico provvedimento, supportando l’istanza attraverso la presentazione all’Amministrazione di propria documentazione a supporto.
Il coinvolgimento degli Enti, si legge nel documento, può realizzarsi tramite inserimento di loro Rappresentanti all’interno di tavoli, osservatori, gruppi di lavoro, a seconda dell’oggetto specifico e dei percorsi istituzionali specificamente attivati dalla Amministrazione. Il coinvolgimento potrà riguardare specifici provvedimenti, piani e programmi nelle varie fasi di istruttoria e/o di definizione.
Per l’adesione al percorso partecipativo, l’Amministrazione predisporrà una scheda tramite la quale gli Enti avanzino una istanza per l’inserimento in un apposito Elenco istituito per le finalità di cui al presente Atto. L’istanza dovrà essere accompagnata da una dichiarazione di trasparenza, sottoscritta dal Legale Rappresentante, per ciò che concerne possibili conflitti di interesse. L’elenco sarà trasparente e pubblicato sul sito del Ministero della Salute.
Le specifiche procedure per il coinvolgimento degli Enti verranno disciplinate da un ulteriore provvedimento che dovrà essere emanato dal ministero della Salute.
Per valutare nel tempo l’effettivo impatto del presente Atto di indirizzo, anche al fine di introdurre eventuali correttivi, il Ministero dovrà effettuare periodicamente un monitoraggio degli effetti del percorso partecipativo sulla base dei alcuni criteri ben definiti.
Prende il via questo venerdì, 7 ottobre, la prima edizione del Festival del Digitale Popolare, organizzato dalla Fondazione Italia Digitale, che fino a domenica 9 raduna a Torino personaggi ed esperti per confrontarsi sul ruolo e l’impatto del digitale nella vita quotidiana dei cittadini.
Il digitale è popolare quando davvero rappresenta un progresso per tutti e semplifica il nostro approccio e la nostra esperienza negli ambiti più diversi, dal lavoro all’accesso ai pubblici servizi, dal tempo libero all’informazione. Questa dunque la missione del Festival: trattare il digitale portandolo vicino alle persone, coinvolgendo quindi non solo esperti e nomi istituzionali, ma anche personaggi di settori diversi quali sport, cultura e spettacolo.
Noi saremo presenti come media partner nel pomeriggio di sabato 8 al panel “Digitale, la sanità per tutti” con ospiti il presidente Fnomceo Filippo Anelli, il Direttore Generale della Prevenzione sanitaria presso il Ministero della Salute Gianni Rezza, il Quality and risk Manager and Data Protection Officer di Affidea Italia Roberto Atzeni, il prorettore dell’università Campus Bio-Medico di Roma Eugenio Guglielmelli, il Costumer Excellence & Innovation Head di Takeda Italia Andrea Pecci, la giornalista Donata Columbro e la Dirigente della ASL Torino 3 Franca D’Allocco, moderati da Carla Piro Mander, archeologa e giornalista, esperta di comunicazione istituzionale e consigliera OdG Piemonte, e Cesare Buquicchio, Capo Ufficio Stampa del Ministero della Salute. Saremo lieti di incontrarvi a Torino e vi racconteremo l’appuntamento con ampi approfondimenti nei giorni successivi.
Tredici Ospedali storici d’Italia, belli e antichi, aprono tutti insieme per la prima volta le loro porte domenica 9 ottobre prossimo: “Non solo Venezia e Firenze, Roma e Milano: numerose altre città italiane – spiega Edgardo Contato, presidente della neonata associazione degli Ospedali storici – possiedono importanti luoghi di cura che sono anche splendidi monumenti, capolavori dell’architettura e dell’arte. Un percorso di tre anni ci ha portati già a riunire in un’associazione i tredici principali Ospedali storici, in dodici città, con i dieci enti gestori. Ed ora questi tredici Ospedali diventano i tasselli una nuova e originale proposta culturale: nella Giornata di domenica 9 ottobre verranno aperti tutti insieme, alla fruizione dei cittadini sensibili al bello, questi luoghi in cui tra mura antiche si pratica la medicina più moderna, e in cui anche la bellezza e l’arte contribuiscono alla cura della persona malata.
La rete degli Ospedali storici si propone come un itinerario ideale in cui architettura, arte, sapere medico e storia sociale si fondono, in modo mirabile e ogni volta differente di città in città
La rete degli Ospedali storici si propone quindi come un itinerario ideale in cui architettura, arte, sapere medico e storia sociale si fondono, in modo mirabile e ogni volta differente di città in città. Siamo certi che questo itinerario negli Ospedali storici, che mancava ed ora c’è, costituisce un contributo importante alla valorizzazione di luoghi identitari che va più a fondo della semplice visita ad un luogo d’arte”.
ACOSI è un organismo originale, libero, prestigioso, per raccordare gli Ospedali storici italiani (ed eventualmente in futuro anche quelli di altri Paesi) per proteggere, studiare e far conoscere uno dei “giacimenti” culturali oggi meno noti ma sicuramente più interessanti e fecondi della storia della civiltà italiana della cura delle persone. L’Associazione ha come obiettivo far conoscere la realtà del patrimonio storico, artistico e culturale degli antichi ospedali italiani (architetture, biblioteche, musei, collezioni, chiese, opere d’arte, strumentazione storica), con appropriati progetti promozionali, proponendo inoltre di elaborare soluzioni gestionali, conservative, comunicative delle entità storiche in ambito ospedaliero.
La Giornata nazionale del 9 ottobre ha come obiettivo quello di rendere fruibile l’inestimabile patrimonio storico di strutture che pure sono a tutti gli effetti luoghi di medicina, di assistenza e di cura
La Giornata nazionale del 9 ottobre ha come obiettivo quello di rendere fruibile l’inestimabile patrimonio storico di strutture che pure sono a tutti gli effetti luoghi di medicina, di assistenza e di cura: a tale scopo è stata definita la programmazione dell’iniziativa “porte aperte”, ossia una proposta di visite guidate su itinerari riservati, ad ingresso libero, in diciassette siti ospedalieri storici dei tredici collegati ad ACOSI, fondata tre anni fa e che vede oggi tredici ospedali affiliati: Ospedale Santa Maria Nuova Firenze, Ospedale Civile Santi Giovanni e Paolo Venezia, Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico Milano, Ospedale Santo Spirito in Sassia Roma, Ospedale degli Incurabili – Mas Napoli, Azienda Ospedaliera S. Antonio e Biagio e C. Arrigo Alessandria, ASST Spedali Civili Brescia, ASST Lodi, Azienda Unità Sanitaria Locale della Romagna Ravenna, Azienda Ospedaliera “Complesso Ospedaliero San Giovanni Addolorata” Roma.
Per maggiori informazioni su tutte le tappe dell’iniziativa è possibile andare sul sito www.acosi.org.
Il volume sugli Ospedali storici e il Calendario di ACOSI
Il viaggio attraverso gli Ospedali storici del Bel Paese – viaggio nella carità, nella medicina, nella spiritualità, nella cultura e nell’arte – è sintetizzato nel volume “Lo splendore della cura. Viaggio negli Ospedali Storici italiani”, che presenta con dovizia di illustrazioni e con un taglio storico-culturale, le strutture che già sono consociate in ACOSI. Il volume è curato da Paolo M. Galimberti (Sarasvathi Edizioni, main sponsor la Fondazione Famiglia Zago) e sarà presentato e diffuso durante la Giornata del 9 ottobre nei tredici Ospedali. In questa occasione inizierà anche la diffusione del primo Calendario ACOSI 2023.
I concerti negli Ospedali storici aperti nella Giornata ACOSI
Oltre alla storia, la musica: sempre nella Giornata del 9 ottobre, un evento musicale sarà tenuto all’interno degli spazi più prestigiosi di ciascuno degli Ospedali aperti. Il programma musicale è organizzato da ACOSI grazie alla partnership con l’Accademia Nazionale Santa Cecilia di Roma nei cinque ospedali fondatori di ACOSI, quale evento finanziato dal Ministero della Cultura, e con altre istituzioni musicali. Ogni concerto sarà a ingresso libero.
Il calendario dei concerti organizzati con l’Accademia Nazionale Santa Cecilia di Roma:
Venezia Chiesa Ospedale San Lazzaro dei Mendicanti / ore 17.30 / Solisti dell’Accademia di Santa Cecilia musiche di Mozart, Galuppi, Malipiero
Milano Chiesa parrocchiale ospedaliera S.M. Annunciata / ore 17.30 / Solisti dell’Accademia di Santa Cecilia musiche di Mozart e Rolla
Firenze Chiesa di Sant’Egidio, Ospedale S. Maria Nuova / ore 11.00 / Quartetto Henao musiche di Bach, Mozart, Cherubini
Roma Complesso Monumentale S. Spirito in Sassia / ore 18.00 / Fiati dell’Accademia di Santa Cecilia musiche di Allegri, Cambini, Mozart, Haydn, Beethoven, Rossini (Briccialdi)
Napoli Lazzaretto-Ospedale S. Maria della Pace / ore 18.00 / Solisti dell’Accademia di Santa Cecilia musiche di Mozart, Durante, Paisiello
Nelle altre strutture sono previsti momenti musicali, sempre con il coordinamento di ACOSI, in collaborazione con gli istituti musicali locali.
Verso un modello di gestione: il protocollo di intesa con il Ministero della Salute e della Cultura
Ma la prima Giornata nazionale Ospedali Storici Italiani del 9 ottobre è solo l’evento iniziale della proposta dell’Associazione Culturale Ospedali Storici Italiani (ACOSI), come sottolinea il presidente Contato: “ACOSI e la sua proposta nascono da esponenti del mondo della sanità – che hanno saputo ‘vedere’ il patrimonio storico-artistico di questi Ospedali secolari. Abbiamo a lungo sognato di aprire alla fruizione pubblica tutti questi luoghi in cui le attività sanitarie di primissimo livello, o la quotidiana assistenza ai degenti, si praticano in contesti monumentali, e le grandi tecnologie medicali stanno a pochi metri da capolavori artistici che meritano di essere conosciuti. Oggi questa nostra intuizione si fa realtà.
ACOSI non si limita a una semplice proposta culturale; si propone invece come luogo in cui approfondire in ogni modo possibile i rapporti profondi tra storia, arte, medicina e assistenza
ACOSI però non si limita ad una semplice proposta culturale; si propone invece come luogo in cui approfondire in ogni modo possibile i rapporti profondi tra storia, arte, medicina e assistenza. Ed è proprio questo sguardo più profondo che ci viene riconosciuto, e che hanno portato il Ministero della Salute e quello della Cultura, insieme, a sposare l’iniziativa degli Ospedali storici, attraverso un Protocollo specifico che ci impegni insieme per custodire, con consapevolezza e reciproco sostegno, per dirla con il titolo della nostra prima pubblicazione, lo splendore della cura, e cioè la ricchezza di opere e di sapere che costituisce il passato, ma anche il futuro, della medicina e dell’assistenza sanitaria italiana”.
Il protocollo di intesa siglato con il Ministero della Salute e quello della Cultura parte dalla imprescindibile premessa legata all’interessa da parte del ministero della Cultura dell’attuazione di interventi per la conservazione, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio culturale delle strutture sanitarie ospedaliere di rilevante interesse storico, artistico e monumentale, denominate “ospedali storici italiani”.
Sempre il documento indica che il Ministero della salute, compatibilmente con i propri scopi istituzionali, intende promuovere gli interventi per la valorizzazione delle strutture sanitarie ospedaliere di rilevante interesse storico, artistico e monumentale, quali luoghi legati alla malattia e alla salute che rappresentano un bene comune identificativo della società e capace di produrre identità sul territorio. L’atto, cita ACOSI, costituisce un idoneo riferimento per l’attuazione di una politica pubblica di conservazione, valorizzazione e fruizione della eredità storica e artistica costituita dal patrimonio culturale degli ospedali storici italiani e pertanto il documento riconosce l’interesse per una collaborazione finalizzata a definire strategie e obiettivi per la conservazione, valorizzazione e fruizione di tale patrimonio culturale.
Si tratta, quindi, di un primo intervento strategico per la visione di ACOSI che sta operando per l’individuazione di un modello di gestione dei beni culturali all’interno di strutture normate, finanziate e realizzate per svolgere funzioni assistenziali.
La sfida di ACOSI è dunque valorizzare la sintesi tra scienza medica e arte, ma anche individuare un nuovo modello di gestione, riportando gli ospedali al centro di un percorso culturale, artistico, turistico, anche nell’ottica del percorso di medical humanities che facilita ogni intervento di guarigione. Il prossimo appuntamento, di scambio e confronto su questi temi, è già stato fissato per il 19 novembre, con la terza giornata di studi ACOSI, organizzata a Venezia.
di Elena Franco, architetto urbanista esperta in ospedali antichi, membro della nostra knowledge community, e Maria Teresa D’Aquino, direttrice del Centro di Medical Humanities di Alessandria e masterista Cultura e Salute del CCW – Cultural Welfare Center
Cosa c’è dopo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)? Ipotizzando di riuscire a centrare gli obiettivi, come sarà la sanità del futuro? Il Piano la descrive come vicina, di territorio e fortemente orientata al digitale. Con Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe, e Ginevra Cerrina Feroni, vice presidente Garante Protezione Dati Personali (GPDP), nella Live intitolata Oltre il PNRR: il SSN del futuro, abbiamo ragionato sulle criticità del presente, provando a guardare al di là dell’orizzonte.
Il dibattito ha preso le mosse dai risultati dei sondaggi condotti tra i nostri lettori nelle scorse settimane su questo argomento, da cui emergono chiaramente alcuni tra i grandi temi del settore, dalla carenza di risorse a quella di personale.
“Per quanto riguarda gli obiettivi della sanità del futuro, sostanzialmente mi trovo d’accordo con i risultati presentati: il tema del personale, il digitale, le cure di prossimità; più di un terzo degli intervistati riprende il concetto delle maggiori risorse, un problema trasversale a tutte le necessità di sviluppo – ha commentato Cartabellotta -. Sulla carenza di personale andrei a specificare ulteriormente i differenti livelli da cui partono i 21 servizi sanitari regionali e quelli provinciali, perché con il PNRR dobbiamo raggiungere obiettivi nazionali ma questi di fatto dipendono dalla sommatoria o se preferite la media delle performance regionali, che partono da livelli molto differenti”.
“Questi risultati mi trovano abbastanza d’accordo: i nodi sono essenzialmente personale e organizzazione, e direi che la transizione verso una sanità digitale necessita di personale specializzato – ha sottolineato Cerrina Feroni -. La vera missione oggi è formare questo personale specializzato, perché la pandemia ha cambiato tutto, ha impattato sul sistema istituzionale, su quello economico e su quello sociale e ha cambiato anche il rapporto medico-paziente. Una vera sanità digitale, che preveda la telemedicina, la televisita, il telesoccorso o la teleriabilitazione, necessita di competenze che attualmente sono ancora carenti nel nostro Paese”.
Il SSN del futuro
Cosa ci aspetta in ambito sanitario per il prossimo futuro? “Non è semplice rispondere a questa domanda perché non abbiamo la sfera di cristallo e perché ci sono delle variabili imprevedibili, una per tutte la pandemia – spiega Cartabellotta -. Tra l’altro, qualche settimana fa, il Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie (ECDC) ha rilevato che al momento è impossibile disegnare qualsiasi scenario previsionale, tanto che riporta ben cinque possibili contesti che nei prossimi mesi o addirittura anni potranno interessare vari Paesi europei anche in maniera differenziata. Si va da una situazione di estrema tranquillità, come quella che stiamo vivendo in queste settimane, a una ripresa importante della pandemia. La parola d’ordine quindi è preparedness, cioè essere preparati a eventuali riprese della pandemia. Su questo mi permetto di aggiungere un dettaglio di cui si parla poco, cioè gli effetti a medio e lungo termine della pandemia. Quello più evidente è il ritardo delle prestazioni sanitarie sia chirurgiche, sia ambulatoriali, sia di screening, che nonostante lo stanziamento da parte dello Stato di quasi un miliardo fra il decreto agosto e la Legge di bilancio 2022 le Regioni non sono riuscite a recuperare, riportando al tema della carenza di personale per l’erogazione di prestazioni ordinarie o il loro recupero”.
Non è tutto. “Poi c’è l’emergenza dei nuovi bisogni di salute: pochi sanno che in Italia sono stati aperti ben 113 centri per il long Covid, che fanno parte del sistema pubblico senza nessun finanziamento aggiuntivo e sempre con lo stesso personale; per non parlare dell’impatto sulla salute mentale in particolare nei giovani, che si va a innestare in un sistema dove l’offerta di servizi di salute mentale è particolarmente carente.
Oggi ci troviamo rispetto alla situazione pre-pandemica con un ulteriore indebolimento del capitale umano sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, se pensiamo al burnout e alle condizioni di stress lavorativo in cui i medici, gli infermieri e gli altri operatori sanitari stanno lavorando
Infine, direi, ultimo punto, ma non meno importante, noi oggi ci troviamo rispetto alla situazione pre-pandemica con un ulteriore indebolimento del capitale umano sia dal punto di vista quantitativo (perché per esempio uno degli effetti collaterali sono stati non soltanto i pensionamenti, ma anche l’anticipazione del momento di andare in pensione, i licenziamenti volontari e lo spostamento verso il privato) che qualitativo, se pensiamo al burnout e alle condizioni di stress lavorativo in cui i medici, gli infermieri e gli altri operatori sanitari stanno lavorando. Un tema presente anche nelle nostre analisi e che cerchiamo di portare all’attenzione delle istituzioni. Teniamo sempre presente che, per fare un paragone di tipo clinico, il PNRR è come se fosse un organo prezioso che dobbiamo trapiantare in una persona, che è il Servizio sanitario nazionale, le cui condizioni di salute non sono ideali; quindi, se non si prevedono e non si analizzano tutte le criticità e si predispongono gli interventi per migliorare una serie di condizioni, il rischio è che il ritorno di salute delle risorse del PNRR possa non essere ottimale”.
La privacy dei dati sanitari in Italia e in Europa
Una delle priorità della Missione 6 – Salute del PNRR è l’innovazione, un argomento strettamente legato agli aspetti giuridici. A che punto siamo in Italia e in Europa?
Il binomio sanità digitale e protezione dati non soltanto è possibile ma, anzi, è auspicabile, e può essere portato avanti anche in tempi rapidissimi
“L’Italia in questo momento è in un cantiere di normativa e anche l’Europa – dichiara Cerrina Feroni -. Sciogliamo subito un nodo: il binomio sanità digitale e protezione dati non soltanto è possibile ma, anzi, è auspicabile, e può essere portato avanti anche in tempi rapidi, rapidissimi. Come Autorità Garante abbiamo siamo stati presenti proprio per agevolare uno sviluppo equilibrato e sostenibile dei servizi sanitari offerti ai cittadini, che tenesse conto della tutela dei diritti fondamentali. Ci sono esempi molto positivi: penso ad esempio ai pareri che abbiamo reso ad horas sulla piattaforma vaccini e sulla piattaforma digitale per i Green pass. Sono sfide che abbiamo realizzato accompagnando i governi nella realizzazione di importanti iniziative di riorganizzazione di progetti per il PNRR, ovviamente tenendo ben conto del fatto che il nostro ruolo non è di essere un advisor del governo ma un’autorità indipendente di controllo sulle scelte adottate dal decisore politico nel rispetto della cornice regolatoria che è europea”.
Qui per Cerroni vengono le note dolenti. “Il 22 agosto 2022 abbiamo pubblicato i pareri su due grandi pilastri di questa grande sfida della sanità digitale, l’ecosistema dei dati sanitari e il fascicolo sanitario elettronico. Purtroppo abbiamo dovuto rilevare numerosi elementi di criticità: specialmente l’ecosistema dei dati sanitari allo stato dell’arte è ancora un po’ una scatola vuota, cioè un’architettura che dovrebbe assicurare servizi omogenei sul territorio ma al momento c’è incertezza sul tipo di servizi che saranno offerti, sulla base di quali dati personali, e la questione non è banale perché si sta costruendo la più grande banca dati sulla salute del nostro Paese, di fatto duplicando ciò che già le Regioni hanno fatto perché il fascicolo sanitario elettronico secondo il nostro sistema è un sistema ovviamente regionale. L’altro punto è il fascicolo sanitario elettronico, anch’esso carente di una serie di indicazioni: ci sono ancora, per così dire, spazi bianchi che devono essere riempiti. Noi siamo vincolati dalla normativa europea che ci dice precisamente quali dati devono essere trattati e ricordo che sono dati sensibili molto particolari perché sono quelli sanitari. Una grande sfida che dovrà essere affrontata perché su questi due temi c’è strada da fare”.
Anche l’Europa, sottolinea la giurista, è un cantiere: “Si è creato uno European Health Data Space con una proposta di regolamento del maggio di quest’anno. Qui l’idea è quella di un uso primario, al fine di garantire ai cittadini un’assistenza più efficace e personalizzata anche al di fuori dei confini nazionali, e usi secondari, che sono legati alle politiche sanitarie, alla ricerca scientifica e all’uso dell’intelligenza artificiale. Come Autorità garanti europee abbiamo messo in evidenza l’importanza di questa bozza di regolamento, ma anche i rischi che eventuali usi non corretti di tali dati in ambito europeo potrebbero comportare”.
Serve una cultura della digitalizzazione
Quali sono, quindi, le principali difficoltà da superare per arrivare a una vera digitalizzazione della sanità del nostro Paese, ma anche a una corretta gestione e analisi dei dati? Risponde Cartabellotta: “Le cose da mettere sul tavolo sono tante. In questo momento, anche per l’entusiasmo legittimo che è stato fomentato dal PNRR, stiamo parlando troppo di tecnologie, però parliamo poco di formazione e ancor meno di cultura della digitalizzazione. Oggi siamo tutti molto bravi a prenotare un aereo o un treno con lo smartphone, ma, di fatto, nonostante le competenze digitali della popolazione, questa non riesce a prenotare una visita o un esame di laboratorio strumentale all’interno del proprio servizio sanitario regionale, se non in situazioni di particolare capacità da parte del servizio pubblico di offrire questo tipo di prestazione. Il privato lo sta lo sta già facendo. Bisogna capire qual è il piano di acculturamento della popolazione, ma anche della cultura digitale, perché molti ritengono che la digitalizzazione in sanità corrisponda all’uso di documenti quali i PDF che, come sappiamo, non contengono informazioni strutturate.
È importante introdurre il tema della digitalizzazione in sanità, però bisogna fare investimenti non soltanto in tecnologie ma anche in cultura e formazione
A questi aspetti possiamo aggiungerne altri, quale per esempio il problema della banda larga che non è disponibile in tutto il Paese, ma anche il fatto che in alcuni ospedali italiani si utilizzano tecnologie informatiche assolutamente obsolete, intese come hardware e software. Quindi è importante introdurre il tema della digitalizzazione in sanità e di tutte le tecnologie informatiche di mobile health, però è ovvio che bisogna prevedere e realizzare degli investimenti non soltanto in tecnologie ma anche in cultura e ovviamente in formazione, perché altrimenti rischiamo di avere a disposizione e di spendere tanto denaro pubblico per acquistare tecnologie che però in concreto non vanno a cambiare la modalità esistente di gestire percorsi e processi assistenziali”.
E la Costituzione?
In un recente dibattito, la professoressa Cerrina Feroni ha affermato che la centralizzazione dei processi di sanità digitale a livello nazionale, che svuota e depotenzia i sistemi regionali, sta avvenendo a Costituzione invariata, in via amministrativa e talvolta in via tecnica: il rischio è un arresto sotto il profilo della tenuta costituzionale nel pieno dell’attuazione del PNRR. È ancora di questo parere? “Certamente sì, e ancora di più. Questa digitalizzazione sta portando indubbiamente a una centralizzazione del sistema sanitario. Ora, noi sappiamo che il riparto di competenze ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione è molto chiaro e netto, nel senso che spetta allo Stato l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio e dei principi generali, ma la materia è regionale. Non a caso abbiamo sistemi regionali di organizzazione sanitaria molto diversi e anche sotto il profilo dell’efficacia, dell’efficienza e della virtuosità dei modelli, veramente a due, tre, quattro velocità.
Oggi, questo sistema di transizione digitale in sanità sta determinando una centralizzazione del sistema, che però, attenzione, non sta avvenendo a livello costituzionale, bensì a livello regolamentale e molto spesso tecnico-operativo. Da costituzionalista non mi scandalizzo affatto, anzi, credo che il sistema sanitario dovrebbe essere il più centralizzato possibile e quindi non vedrei assolutamente in senso negativo delle forme di riorganizzazione e di efficientamento del sistema. Tuttavia, essendo una cultrice del diritto costituzionale, ritengo che questo vada fatto affrontando seriamente il tema della cornice costituzionale che di fatto è bypassata da ciò che sta succedendo.
Privacy e sanità hanno un linguaggio comune e c’è una totale sintonia tra protezione dei dati ed esigenze di salute
Dopodiché, penso che privacy e sanità abbiano un linguaggio comune. Molte delle misure che abbiamo richiesto in questi anni riguardano proprio l’uso della tecnologia in sanità, ma soprattutto avere certezza della qualità e dell’esattezza dei dati risponde a un principio di protezione dei dati ma anche ad un’esigenza medica. Pensiamo, quando in un pronto soccorso arriva un paziente in situazioni di emergenza, a quanto sia importante per i medici che lo prendono in carico poter avere una cartella dove c’è un patient summary, cioè un profilo sanitario sintetico, aggiornato con dati chiari ed esatti; quindi la qualità del dato. C’è una totale sintonia tra protezione dei dati ed esigenze di salute”.
PNRR: c’è il rischio che le disuguaglianze aumentino anziché diminuire
In definitiva, cosa pensate possa servire per cogliere davvero l’opportunità del PNRR?
Nino Cartabellotta sottolinea come dato centrale il fatto che questi fondi non potranno essere usati per colmare le gravi carenze di personale che affliggono il sistema. “Da un lato vorrei puntare sulla necessità di quella che chiamo last opportunity dei fondi del PNRR e dall’altro ricordare che, quanto al finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale, negli ultimi tre anni (2020, 2021 e 2022) le Regioni hanno ricevuto dallo Stato circa 10 miliardi, mentre nei dieci anni precedenti (2010-2019) erano poco più di 8. Ma attenzione: è stato un finanziamento straordinario legato alla pandemia, quindi non sono soldi stanziati per un rafforzamento strutturale della sanità, motivo per cui il nodo personale continua a essere uno dei temi cruciali.
Il PNRR finanza strutture e tecnologie ma non il personale, che invece va a ricadere sulla spesa corrente
Per quello che riguarda i fondi del PNRR, non dobbiamo dimenticare che sono dei soldi che saranno investiti o per la costruzione di strutture, penso alla Componente 1, quindi Case di comunità e Ospedali di comunità, o, per quello che riguarda la Componente 2 della Missione 6, per la digitalizzazione dei servizi in particolare ospedalieri e attività come il fascicolo sanitario elettronico. Il PNRR, cioè, finanza strutture e tecnologie ma non il personale, che invece va a ricadere sulla spesa corrente. Il problema è che se noi creiamo nuovi servizi le alternative sono due: dobbiamo disinvestire da qualcosa di esistente, quindi un potenziamento di questo tipo dell’assistenza territoriale deve essere compensato con un parallelo depotenziamento dell’assistenza ospedaliera soprattutto quando l’ospedale viene utilizzato in maniera inappropriata, oppure ci vogliono risorse aggiuntive da inserire nella spesa corrente per il finanziamento del personale, perché altrimenti c’è il rischio che quelle scatole che andranno a costituire tutta la riorganizzazione dell’assistenza territoriale resteranno magari non proprio vuote in tutte le Regioni, ma non particolarmente funzionanti. Il rischio è quindi non solo che il PNRR non risolva ma che anzi aumenti il gap tra Regioni”.
Per Cerrina Feroni la priorità sono le competenze. “Innanzitutto, come abbiamo detto prima, bisogna partire da formazione e informazione: dobbiamo fare capire ai cittadini italiani come funziona questo sistema. Il fascicolo sanitario elettronico è ancora qualcosa di esoterico per tantissimi cittadini. Noi come Autorità Garante lo abbiamo detto a più riprese, invitando il governo ad attuare una campagna di informazione innanzitutto sulle nuove modalità”.
C’è bisogno di una grandissima opera più che tecnologica di diffusione di questa cultura della sanità digitale
“Secondo i dati del ministero della Salute aggiornati al 30 giugno 2022, il tenore dei dati sull’attuazione del fascicolo sanitario elettronico è ben diverso da quanto immaginavamo. In base ai nostri riscontri, la dichiarazione di attuazione del fascicolo è quasi al 100%, cioè tutte le Regioni dichiarano di aver attuato il FSE. Ma, approfondendo l’analisi, emerge invece che il FSE non viene alimentato dai medici con i dati sanitari in maniera uniforme e costante: salvo alcune Regioni, il tema dell’alimentazione del FSE è ancora molto critico e permane anche un rilevante problema di mancata redazione del profilo sanitario sintetico che diventa fondamentale nel momento dell’emergenza”.
In conclusione, non è pensabile creare un sistema se innanzitutto non si spiega ai cittadini cosa significa sanità digitale, quali sono le opportunità, gli strumenti che devono essere implementati e soprattutto conosciuti perché c’è anche un problema di fiducia. Ricorda Cerrina Feroni: “Tanti sondaggi hanno dimostrato che i cittadini non hanno ancora sufficiente fiducia nell’affidare i propri dati più sensibili a strumenti tecnologici. C’è bisogno di una grandissima opera, più che tecnologica, di diffusione della cultura della sanità digitale”.
Il Nobel per la Fisiologia e la Medicina 2022 è stato assegnato allo svedese Svante Pääbo, 67 anni, per le sue scoperte sul genoma degli ominidi.
L’Accademia dei Nobel del Karolinska Institute a Stoccolma gli ha attribuito il premio “per le sue scoperte riguardanti i genomi degli ominidi estinti e l’evoluzione umana”.
BREAKING NEWS:
The 2022 #NobelPrize in Physiology or Medicine has been awarded to Svante Pääbo “for his discoveries concerning the genomes of extinct hominins and human evolution.” pic.twitter.com/fGFYYnCO6J
Nato il 20 aprile 1955 a Stoccolma, Pääbo, che è figlio del biochimico e vincitore del Nobel Sune Bergström, può essere considerato una sorta di archeologo del Dna. Ha, infatti, aperto un nuovo campo di ricerca, la paleogenomica.
È stato infatti il primo a portare la genetica in un campo come la paleontologia, che fino ad allora si era basata sullo studio di fossili o antichissimi manufatti. Grazie alle nuove tecnologie genetiche, Pääbo è stato fra i pionieri dell’estrazione del Dna dai fossili e della sua analisi. Le ricerche che ha coordinato hanno gettato una nuova luce sull’evoluzione umana, fino a rivoluzionarne completamente lo studio.
A lui si deve per esempio l’analisi del Dna dei Neanderthal, che ha rivelato che l’Homo sapiens si è incrociato con i Neanderthal e che alcuni geni di quei cugini dell’uomo sono ancora presenti nel genoma di quasi tutte le popolazioni contemporanee.
Sempre a sue ricerche si deve la scoperta di un’antica popolazione umana, i Denisovani, anch’essi incrociati con l’Homo sapiens circa 70mila anni fa: il punto dipartenza per ricostruirne la storia è stato un frammento di un osso trovato in una grotta dei Monti Altai.
Le reazioni
“Un premio Nobel meritatissimo a un grande scienziato che abbiamo l’onore di avere come socio straniero dell’Accademia dei Lincei”, hanno commentato il presidente dell’Accademia, Roberto Antonelli, e il vicepresidente Giorgio Parisi. “La ricostruzione dei genomi antichi – aggiungono – è stata un’avventura affascinante, che ci ha permesso di ricostruire la storia dell’umanità e dei rapporti con in nostri fratelli estinti, i Neandertaliani e i Denisovani”.
È infatti il secondo anno consecutivo che il premio viene assegnato a un socio dell’Accademia, dopo quello allo stesso Parisi, che ha ricevuto l’anno scorso il Nobel per la Fisica.
Per il paleontologo Giorgio Manzi, dell’Università Sapienza di Roma e dell’Accademia dei Lincei, un Nobel a ricerche di biologia ed evoluzione umana costituiscono “un bel successo per una piccola comunità scientifica”.
“Siamo una specie curiosa e abbiamo sempre avuto un particolare interesse al problema delle nostre origini. Da dove veniamo e che rapporto abbiamo con le specie che ci hanno preceduto? Cosa rende noi, Homo sapiens, diversi o simili rispetto agli altri ominidi che ci hanno preceduto? Grazie alle sue ricerche pionieristiche, Svante Pääbo ha dato una risposta basata sull’evidenza scientifica a queste domande. Quello per Svante Pääbo è quindi un Nobel atteso – dichiara Francesco Cucca, genetista associato all’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) e professore di genetica medica dell’Università di Sassari -. È stato l’antesignano della paleogenetica, cioè di quegli studi che utilizzano il DNA dei resti preistorici per creare un profilo genetico ad alta risoluzione e che hanno dato il via alla cosiddetta rivoluzione del DNA antico. Le ricerche di Pääbo hanno evidenziato tra le altre cose che il corredo genetico di specie di ominidi ancestrali, come ad esempio il Neanderthal e il Denisovan, ha contribuito in piccola ma significativa misura all’attuale corredo genetico della nostra specie. Pääbo ha anche scoperto che il trasferimento di geni da questi ominidi ormai estinti è avvenuto circa 70mila anni fa. Questo antico flusso di geni nel genoma della nostra specie ha una rilevanza medico-biologica attuale; ad esempio alcuni di questi geni influenzano il modo in cui il nostro sistema immunitario reagisce alle infezioni, come è stato possibile dimostrare anche nel corso della pandemia da COVID-19“.
Si apre oggi il 79° Congresso Nazionale FIMMG-METIS. Sarà una settimana di lavoro impegnativo, in cui saranno trattati i temi caldi che la medicina generale dovrà affrontare per un rilancio dell’assistenza territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale.
I temi della prevenzione in medicina generale verranno affrontati con la presentazione delle attività della Scuola nazionale di vaccinologia e della Società italiana di medicina di prevenzione e degli stili di vita.
Grande spazio verrà dedicato anche allo sviluppo di percorsi per la gestione delle persone affette da patologie croniche – che in Italia sono quasi 20 milioni – attraverso un approfondimento delle più recenti terapie del diabete, delle malattie cardiovascolari e respiratorie.
Nella sessione istituzionale, in occasione della relazione annuale del Segretario Nazionale FIMMG Silvestro Scotti, interverranno tra gli altri Letizia Moratti, Vicepresidente e Assessore al Welfare della Regione Lombardia, Raffaele Donini, Coordinatore Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Massimiliano Fedriga, Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Marcello Gemmato, Responsabile Sanità di Fratelli d’Italia, il Ministro della Salute Roberto Speranza.
Il tradizionale Premio Mario Boni è stato conferito quest’anno alla sezione FIMMG di Lecce per “Turbolenza marea”, una canzone dedicata ai colleghi deceduti per Covid.
A margine del 55° Congresso Nazionale della Società Italiana d’Igiene, gli Igienisti italiani si sono messi a disposizione delle Autorità Sanitarie nazionali, del Ministero della Salute e della Politica con la loro esperienza professionale, elaborando un Position Paper. Dieci punti programmatici in cui, a livello di rilevanza, emergono: l’importanza delle Risorse Umane (ovvero i professionisti di Sanità Pubblica), la Prevenzione in Rete e la Digitalizzazione, che potrebbe essere determinante per migliorare i processi di salute e per una medicina di prossimità che si avvicini il più possibile alle persone.
“Gli Igienisti Italiani – dichiara il Dr. Antonio Ferro, Presidente della Società Italiana d’Igiene – si metteranno a disposizione delle Autorità Sanitarie Nazionali, del Ministero della Salute, ma anche della Politica con la loro expertise e la loro esperienza professionale. A margine del nostro 55° Congresso Nazionale, riteniamo importante lanciare dieci punti programmatici. Tra questi i più rilevanti sono innanzitutto le Risorse Umane, ovvero i Professionisti di Sanità Pubblica, perché senza professionisti non è possibile nessun rinnovamento e nessun investimento; il secondo aspetto è quello della prevenzione in rete, in rete con la medicina di famiglia, la pediatria, le case della salute, le case della comunità, le cure intermedie e, ovviamente, l’Ospedale. Il terzo elemento è la digitalizzazione che – come ci ha insegnato questa pandemia – potrebbe essere determinante per migliorare i processi di salute e per una medicina di prossimità che si avvicini il più possibile alle persone. Quarto, l’umanizzazione del Servizio Sanitario con la rete professionale che va al centro. Ricordiamo, infine, come l’apporto della Sanità Pubblica sia importante nei confronti delle disuguaglianze sociali e quindi solamente con la Sanità Pubblica potremo offrire una Sanità per tutti, anche per le fasce deboli della popolazione. A tutto questo sono chiamati soprattutto gli Igienisti italiani nei loro diversi ruoli, in particolare manageriali“.
In Italia i pazienti colpiti da cancro non possono accedere in maniera uniforme sul territorio a prestazioni che sono parte integrante della lotta contro la malattia: dalla profilazione genomica, alla riabilitazione, al recupero funzionale, alle nuove tecniche chirurgiche e radiologiche. I LEA, cioè i Livelli Essenziali di Assistenza, sono “fermi” al 2001, quando questi nuovi strumenti diagnostico-terapeutici non esistevano e, quindi, non potevano essere erogati e rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale. Oggi la scienza ha compiuto importanti progressi, la sopravvivenza a 5 anni supera il 60%, ma per i pazienti oncologici di alcune Regioni sembra che tutto si sia fermato al 2001.
“I LEA sono stati aggiornati nel 2017 ma, per la loro effettiva entrata in vigore, è necessaria l’approvazione del Decreto sul nuovo Nomenclatore nazionale della specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica, più volte rinviato per verifiche tecniche al Ministero della Salute da parte della Conferenza Stato-Regioni – afferma il Prof. Paolo Marchetti, Direttore Scientifico IDI di Roma, Ordinario di Oncologia all’Università La Sapienza di Roma e Presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata -. In questi anni le Regioni non sottoposte a procedura di piano di rientro hanno erogato prestazioni extra LEA in maniera autonoma e non coordinata tra loro, possibilità invece preclusa a quelle in piano di rientro. E nelle prestazioni extra LEA rientrano proprio i più importanti strumenti della lotta contro il cancro degli ultimi anni, ma i pazienti di alcune Regioni non possono accedervi. Le discrepanze territoriali nascono da questa condizione”.
I vecchi tariffari sono fermi al 1996 per la specialistica e al 1999 per la protesica. “Il nuovo Nomenclatore amplia il numero delle prestazioni tariffate e, quindi, rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale: da 1.702 della versione del 1996 a 2.108, tenendo conto delle proposte formulate nell’ultimo decennio da Regioni, Società scientifiche ed Enti che operano nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale – continua il Prof. Marchetti -. Il Documento è caratterizzato da elementi di forte innovazione, perché comprende prestazioni tecnologicamente avanzate escludendone altre ormai obsolete. L’approvazione del nuovo Nomenclatore rappresenterebbe una svolta per garantire tutte le prestazioni in modo uniforme sul territorio. Purtroppo, lo scorso 28 settembre, la Conferenza Stato-Regioni ha rinviato ancora una volta l’esame del Decreto sul nuovo Nomenclatore, senza stabilire un termine per fornire le informazioni richieste di impatto economico. Con il risultato che l’aggiornamento dei LEA resta bloccato. Una situazione molto grave per i nostri pazienti”.
“Nel provvedimento del 2017 sui nuovi LEA era stata prevista una copertura forfettaria di 380 milioni di euro l’anno per fare fronte ai costi aggiuntivi delle prestazioni più aggiornate, una cifra che dal 2017 a oggi ha superato i 2 miliardi di euro, regolarmente messi a disposizione delle Regioni, senza alcuna informazione sulla loro utilizzazione – conclude il Prof. Marchetti -. Ci auguriamo che possano essere superate quanto prima le posizioni di disuguaglianza regionale, che creano un profondo disagio nei pazienti e nelle loro famiglie, con un ulteriore danno per quelle Regioni che si trovano costrette a rimborsare prestazioni che non possono erogare a favore di quelle che hanno già tariffato le prestazioni extra-LEA”.